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Scommetto che dirai che l’uranio è una brutta bestia, amico mio, ma ti assicuro che quello che io e i miei compagni abbiamo passato non ne ha niente a che fare… o almeno lo riguarda in minima parte. Si tratta nello specifico di avvenimenti riguardanti quella che ufficialmente avrebbe dovuto essere una stazione per l’estrazione dell’uranio nel nord della Russia asiatica. Un perimetro di 100 km² era stato chiuso con un recinto elettrificato costantemente sorvegliato da pattuglie armate. Vi era solo un ingresso: un cancello, anch’esso elettrificato e sorvegliato. Cominciò tutto quando la stazione tagliò le comunicazioni con Mosca: dopo due settimane di totale silenzio dalla base l’esercito tentò di contattarla, ma non ottenne alcuna risposta. In assenza di comunicazioni, alla terza settimana il governo russo decise di intervenire e inviò una squadra d’incursione composta da sei militari scelti sotto il comando di uno dei più esperti comandanti dell’esercito russo: io ero uno dei membri di questa squadra. Tre giorni dopo la chiamata eravamo già davanti allo stabilimento con un camion blindato carico di tutto ciò che ci serviva, dai viveri agli esplosivi.

Quando arrivammo al cancello notammo che l’area era totalmente deserta. Non trovammo guardie all’entrata e uno dei veicoli usati per le ricognizioni era stato abbandonato in prossimità della rete. Non potemmo fare a meno di notare che l’elettricità della rete era ancora attiva, ma dall’esterno non avevamo modo di aprire. Il comandante ordinò dunque di far saltare in aria il cancello. Una volta fatto detonare l’esplosivo, risalimmo sul furgone e lo guidammo fino alla stazione di estrazione. Giunti lì caricammo i nostri fucili d’assalto, indossammo le maschere antigas, i caschi e i giubbotti antiproiettile, preparammo le torce e ci accostammo alla porta. Quando il capitano diede comando di irrompere due dei miei compagni sfondarono la doppia porta con un calcio e si precipitarono dentro, seguiti da me e gli altri tre uomini della squadra. Appena entrato sentii subito che in quel luogo era successo qualcosa di molto strano. Lo stabilimento era completamente deserto, ma ad essere assenti erano solo gli uomini. Tutte le carpette, i documenti e i registri della base di estrazione erano in ordine, al loro posto, tranne alcuni fogli sparsi sui tavoli. La corrente elettrica era saltata, e per orientarci avevamo solamente le nostre torce. Data l’ora tarda, tornammo all’esterno per montare le tende e accamparci per la notte.


Il mattino seguente riuscimmo a individuare la centralina elettrica dello stabile e tentammo di riattivare la corrente ma, quando tornammo all’interno, nessuno degli interruttori per la luce funzionava. Ipotizzammo che la rete elettrica dovesse essere gravemente danneggiata, ma non avevamo tempo di ripararla. Ispezionando i registri dei responsabili dello stabile la prima cosa che ci saltò all’occhio fu che non vi erano appunti sulle ultime tre settimane. Gli ultimi rapporti risalivano alla settimana che precede l’interruzione delle comunicazioni. Quegli appunti erano estremamente vaghi e riportavano semplicemente alcune segnalazioni di insoliti avvenimenti da parte dei lavoratori dello scavo. C’erano molti riferimenti a strani suoni percepiti da più di un operaio durante le ore di lavoro. I supervisori del progetto tuttavia attribuivano i suoni a un’infiltrazione d’acqua all’interno della cava, e richiesero l’intervento della squadra di manutenzione per individuare la causa del problema e porvi rimedio. Decidemmo dunque di continuare l’esplorazione ai piani inferiori della cava.


Appena scendemmo mi sentii gelare e un brivido di terrore mi percorse la schiena facendomi quasi cadere il fucile di mano. Una scia di sangue correva lungo il corridoio che avevamo davanti, illuminata solo dalla luce delle torce agganciate ai fucili. Uno dei miei compagni si offrì volontario per andare in avanscoperta, segnalando la sua posizione con la luce della torcia in modo che non facessimo fuoco su di lui nel caso ci fosse stato bisogno di ricorrere alle armi. Quando arrivò in fondo al glaciale corridoio sotterraneo volse lo sguardo a sinistra e dopo un attimo di esitazione urlò: “Questo posto sembra un mattatoio, c’è sangue ovunque e vedo un corpo dilaniato lì in fondo!” Appena finì di parlare, le luci di tutte le nostre torce si spensero e sentimmo il nostro compagno lanciare un urlo straziante dall’altro lato del corridoio. Quando riuscimmo ad accendere nuovamente le torce, togliemmo immediatamente la sicura ai fucili e ci precipitammo a soccorrere il nostro compagno. Arrivati in fondo al corridoio e voltato lo sguardo verso sinistra ci trovammo davanti ad uno spettacolo a dir poco orripilante. Il soldato giaceva seduto contro la parete che ci stava di fronte, senza l’elmetto e con il petto completamente squarciato. Gli occhi erano spalancati, vitrei, e ci fissavano accompagnati da un perfido ghigno che esprimeva tanta malvagità quanta mi sarei aspettato di vedere solamente sul volto di quel signore dell’eterna tenebra che bestemmia e gorgoglia nella lingua impronunciabile nell’abisso più profondo del lago di fuoco, il tutto accompagnato dalla visione più raccapricciante mai scorta in vita mia. Sul muro, esattamente sopra il corpo senza vita del mio compagno, figuravano tre parole scritte con il sangue:


il MIO corpo


Appena mi ripresi dallo shock portato dalla visione mi sfilai immediatamente la maschera e l’elmetto per poter respirare, ma il crudo tanfo di sangue che appestava l’aria non fece che peggiorare la situazione, e vomitai immediatamente in preda al terrore. Anche un altro dei miei compagni decise di sfilarsi la maschera, ma non seguì il mio esempio. Appoggiò il fucile a terra e corse verso il corpo senza vita del nostro compagno. Immediatamente imbracciammo i fucili, e li puntammo in direzione dell’uomo. Non appena si chinò accadde l’impossibile: il corpo del nostro compagno morto scattò in avanti e addentò alla gola il compagno che era andato a soccorrerlo. Senza pensarci due volte, aprimmo il fuoco su entrambi gli uomini. Tutta quella parte di corridoio era tappezzata di sangue, in parte dovuto dalle ferite provocate dai proiettili, in parte dovuto alla gola lacerata e al torace dilaniato dei nostri ex compagni. Io, il capitano e gli altri tre uomini che erano con noi eravamo completamente disorientati. In non più di quattro minuti due dei nostri compagni erano morti molto violentemente, ed avevamo visto un defunto muoversi ed aggredire un uomo che fino a pochi attimi prima avrebbe aiutato e protetto. Decidemmo di comune accordo di continuare ad avanzare per andare fino in fondo alla faccenda.


Il primo piano sotterraneo era un intricato agglomerato di depositi e spogliatoi. In questi non notammo niente d’insolito a parte il diario di uno degli operai. Il diario risaliva ai primi giorni successivi all’interruzione delle comunicazioni da parte dello stabilimento e faceva riferimento ad alcune misteriose sparizioni avvenute nei giorni seguenti alla “scoperta del fossato”. Trovammo piuttosto enigmatico questo messaggio poiché a questo “fossato” vi erano vari riferimenti, ma nessuna spiegazione in merito alla sua natura. Decidemmo di non indugiare oltre e di scendere fino alla cava. Una volta giunti all’imboccatura dello scavo ci bloccammo di colpo, perché notammo che pavimento, pareti e soffitto erano completamente tappezzati di sangue, brandelli di carne e organi e che l’intero posto puzzava di sangue e morte. Il tanfo riusciva a filtrare addirittura attraverso le maschere antigas. Una ventina di metri dopo, le luci delle nostre torce si spensero nuovamente dando modo alle tenebre di ricoprirci ancora una volta. I secondi di buio furono molto pochi ma, dopo aver visto ciò che avevo visto, mi sembrarono non finire mai. In questi infiniti attimi di oscurità percepii il sottile suono della carne che viene lacerata e delle ossa che si spezzano, e mi sentii un peso arrivare addosso. Quando le torce si riaccesero realizzai: il capitano era stato letteralmente tagliato a metà, dalla testa in giù, e parte del suo corpo ancora senza vita mi era piombata addosso mentre l’altra si era già accasciata a terra. Non riuscivo più a respirare e sono pronto a giurare che il mio cuore si fermò per un attimo, e pensai di essere svenuto. Cominciai a domandarmi se davvero esistesse il dio nel quale avevo creduto fino a quel momento, e mi chiesi se davvero un dio buono come quello avrebbe mai permesso a tali atrocità di compiersi, mentre pensavo che un altro uomo era morto davanti a me in circostanze a mio parere inspiegabili. Credevo di essere rimasto parecchi minuti in stato catatonico, ma quando ripresi in controllo di me stesso mi resi conto che erano passati pochi attimi. Sentii qualcosa spezzarsi all’interno della mia mente mentre il mio sguardo incrociava quelli degli altri due uomini, infinitesimale tassello della mia psiche che si ricompose un attimo dopo e mi permise di controllare il mio corpo.


Continuando ad avanzare notammo che per tutto il pavimento si allungavano delle viscide e sottili radici color rosso sangue che, a tratti, mi sembravano muoversi e pulsare. Coperto da queste radici, poco distante dal corpo senza vita di un operaio della cava, rinvenni un registratore. Al suo interno notai un’audiocassetta e con mano tremante decisi di premere il tasto Play per ascoltarla. Inizialmente si sentiva solo piangere e ansimare. Dopo venti secondi di pura disperazione un uomo cominciò a parlare singhiozzando, alternando stati di semi-lucidità ad attimi di puro delirio riguardanti demoni che erano venuti fuori dal “fossato”. Diceva che quella cava era stata allargata troppo a lungo e troppo in profondità, fino ad aver risvegliato un qualcosa di non identificato. Quando l’uomo cominciò a parlare di questo presunto risveglio si interruppe un attimo e lanciò un urlo di dolore, per poi non riprendere più a parlare. Fu in quell’attimo, al termine della registrazione, che grazie alla luce della torcia riuscii a scorgere una scia nera che scorreva verso il fondo della cava.


Ricaricati i nostri fucili avanzammo lentamente verso il fondo dello scavo ma arrivammo ad un vicolo cieco. Quando ci voltammo per tornare indietro uno dei due soldati mi urlò di fermarmi, indicandomi la zona del corridoio dalla quale eravamo arrivati. Indietreggiava lentamente contro la roccia alle nostre spalle, fino ad arrivare a toccarla. La sua testa si frantumò improvvisamente contro la parete e schizzi di materia cerebrale mi arrivarono addosso assieme ai frammenti di cranio. Io e l’altro sopravvissuto cominciammo a correre nella direzione dalla quale eravamo arrivati ma anche lui ad un tratto si fermò, mi urlò di tornare indietro e cominciò a correre verso la parete contro la quale era appena morto il nostro compagno. Mentre correva e urlava scivolò sulle strane radici rosse. Rimase a terra, sbraitava contro un nemico invisibile che per me era probabilmente anche inesistente e semplicemente rappresentato dalla psiche distrutta dell’uomo, si contorceva a terra dicendo che non l’avrebbe mai preso vivo, dopo di che portò la canna del fucile alla bocca, arrivando quasi a ingoiarla, e fece pesare il dito sul grilletto. Una scarica di proiettili gli esplose in gola, facendolo accasciare di lato. Quando mi voltai verso il corridoio lo vidi. Era il male. Era la tenebra. Era la morte. Era la concretizzazione di tutte le mie paure più profonde in un’immagine tanto terrorizzante e orrenda quanto indescrivibile di malvagità vomitata da uno dei più oscuri e dimenticati angoli del grande cono di fuoco, e ringhiava rabbiosamente contro di me producendo un rumore che nessun essere terreno potrebbe produrre nemmeno se gli venissero inferte le più crudeli torture.


Pensavo che per me fosse finita, e l’ho pensato finché non mi sono girato nuovamente verso la parete di roccia alle mie spalle. La parete era sparita per lasciare il suo posto a una voragine nera dalla quale fuoriuscivano quelle radici viscide e pulsanti che vedevo muoversi sulle pareti. Cominciai a correre in quella direzione, finché non arrivai sull’orlo di quella fossa della quale non si scorgeva traccia di fondo. Sembrava semplicemente un abisso di oscurità dal quale sgorgavano a fiumi quei malefici filamenti, abisso al quale decisi di abbandonarmi completamente, inerme e sfinito, mentalmente e fisicamente. Mi risvegliai qui, in questa stanza bianca e luminosa come il paradiso che mi aspettavo di trovare ma fredda come i ghiacci che precedentemente mi abbracciarono. E qui rimango da non so quanto tempo e non so in che luogo, in attesa della mia fine. Ora svanisci, mio caro amico. Svanisci come solo tu sai fare. Non puoi più restare qui, sento un suono di passi che si avvicinano. Credo sia l’infermiere, con il mio piatto di sbobba giornaliera.


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