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Non credo di essere un ragazzo ficcanaso, almeno non più di chiunque altro. Sono un tipo normale. Ho solo quella che mia madre chiamerebbe una "gran dose di malsana curiosità". Per lei ero il ragazzo che è salito in cima alla grande quercia nel cortile sul retro, giusto per vedere cosa c'era nel nido dei corvi; ero il ragazzo che ha scavato nel cortile sul retro un buco così profondo che ha raggiunto le acque sotterranee, perché ero convinto che ci fosse una grotta sotto la nostra casa, e volevo vederla. Sì esatto, solo per vederla.

I miei non sono poveri in canna, ma poco ci manca che lo diventino. Fanno parte di quella fetta di americani tenuti in scarsa considerazione, di quell'enorme gruppo di persone che lavora 40 ore a settimana fino alla morte, senza poter risparmiare nulla perché tutti i guadagni sono da investire nel sostentamento. Iniziai a lavorare molto presto, quando avevo 14 anni, in una stalla, non per molto tempo. Dovevo trovare assolutamente un lavoro, perché sapevo che avevamo bisogno di soldi, così dovetti accettare qualsiasi lavoro riuscissi ad ottenere, senza farmi troppi scrupoli. Fino al giorno del mio diploma, non ho smesso di lavare piatti, servire ai tavoli, ecc.

Papà fu molto duro con me, riguardo alla mia iscrizione al college. Lui non ci poté andare, nessuno in famiglia aveva potuto, e dato che mancavano i soldi, in casa non erano molto propensi a mandarmici. Fu uno shock enorme per me quando, subito dopo aver preso il diploma, mi accompagnò all'Università. Era stato compagno di classe del preside, ed era riuscito a convincerlo a farmi ottenere una borsa di studio, a condizione che riuscissi a prendere sempre buoni voti e avessi lavorato per la scuola...


Non sono mai stato un grande studioso prima di allora. Al liceo non mi impegnavo molto, e facevo lo stretto necessario per andare avanti, prendendo spesso delle C, e a volte delle B. Non mi piaceva studiare, perché tutto ciò che ci insegnavano non m'interessava. All'Università era diverso. Ho preso diverse lezioni di base, in particolare di matematica, inglese, storia, scienze, ma era tutto affascinante. Per prima cosa, a nessuno importava se ci andassi o no: dipendeva da me, ma mi presentavo regolarmente.

Prima ho accennato a dei lavori, sì. Ho dovuto aiutare nella sicurezza e nella manutenzione. Quest'ultima era un gioco da ragazzi; sono sempre stato portato ad aggiustare le cose, e la maggior parte dei miei compiti prevedeva il semplice uso di WD-40 e olio di gomito. La sicurezza, invece, era tutta un'altra cosa, mi sentivo un supereroe.

Il lavoro in sé era abbastanza facile. Mi diedero una divisa da custode, un distintivo e una torcia elettrica e delle chiavi, che misi in uno dei portachiavi che mi aveva regalato mamma per il compleanno. No, niente pistola, nel campus non erano ammesse armi. Ho lavorato per lo più di notte e nei weekend, e circa il doppio del tempo durante le vacanze. Di solito dovevo controllare il cortile camminando su tutto il perimetro due volte a notte, i laboratori, l'aula computer e la biblioteca. Il tempo restante potevo impiegarlo come volevo.

C'erano due altre guardie oltre a me, Jake e Al, ma avevamo turni diversi, che si incrociavano solo il mercoledì sera, quando ci scambiavamo qualche aggiornamento. A volte mi portavano della birra, ma sono minorenne, quindi non dirlo a nessuno.

Jake è un ragazzo molto giovane; aveva fatto un tirocinio presso la polizia locale e prendeva molto sul serio il suo lavoro. Invece, sono abbastanza sicuro che Al per lo più dormisse durante i suoi turni. Al era due anni più vecchio, quindi pensava che si meritasse di riposare.


Ricordi che ti dissi che mi sentivo un supereroe? Durante la mia prima notte sul posto di lavoro, Al mi ha dato un portachiavi enorme con circa un migliaio di chiavi su esso. Pesava quasi cinque chili, ed era fissato alla cintura con una pesante catena di metallo. "Non perderlo, ragazzo" mi raccomandò Al "Hai le chiavi del regno. Non cercare di entrare dove le porte non vogliono aprirsi."

Durante quelle fredde notti invernali, passavo il tempo a esplorare. Ogni volta entravo in una stanza che non avevo mai visitato, ogni armadio, ogni ripostiglio, facendomi una mappa mentale dell'intero campus. Certe notti poteva capitare che esplorassi anche più di una stanza, mentre altre non avevo tempo per esplorarne più di una.

L'Università era in realtà troppo grande per avere un corpo studentesco formato da soltanto milleduecento ragazzi. Fu costruita come un collegio metodista nel 1896, e divenne di proprietà dello Stato negli anni Trenta. C'erano tre sezioni principali. La Vecchia Scuola ospitava gli uffici di amministrazione e di qualche classe sfortunata (mancavano i termosifoni), e l'edificio di tre piani non aveva ascensori. I Laboratori erano un orrore di cemento dalle finestre piccole, costruiti negli anni '70. La Nuova Biblioteca non era poi tanto nuova, costruita alla fine degli anni '90 con il monotono stile a mattoni rossi di quel periodo.

Nel dicembre del mio secondo anno di college, ero riuscito a entrare in tutte le stanze della Nuova Biblioteca. Avevo aperto tutte le porte, controllato ogni armadio di tutto l'edificio. È stato, in definitiva, piuttosto insignificante. Non ho trovato nessun tesoro sepolto, nessuna scorta segreta di forniture per computer in un armadio dimenticato, ma solo una piccola pila impolverata di riviste porno in un ripostiglio nel seminterrato.

Dicembre passa sempre lentamente. Dopo la folle settimana finale di esami, il campus era diventato improvvisamente deserto, insegnanti e bidelli compresi. Gli edifici rimasero in silenzio, con luci spente, mentre il vento invernale soffiava. Nevicò, ma non abbastanza per chiudere la scuola. Dovetti spazzare la neve dai marciapiedi e spargere il sale, poi mi rifugiai al caldo.

Dopo tutto, dovevo ancora esplorare la Vecchia Scuola.


Il principale edificio, Downing Hall, era a forma di V e aveva 4 piani. Non c'erano ascensori, ma solo piccole scale, e per la sua importanza storica era stato esentato dal rispettare l'ADA. Non aveva l'aria condizionata in modo da non rovinare il fascino storico dell'edificio, ma l'impianto di riscaldamento era controllato da una vecchia caldaia nel seminterrato. Per quanto ne sapevo, Al era l'unica persona che ne sapesse qualcosa, e deve averla tenuta bene, perché non ho mai sentito lamentele sul suo funzionamento.

Ho passato la seconda settimana dopo gli esami, frugando ai piani alti di Downing Hall. Non ho avuto molto tempo per esplorare la notte, dato che la neve mi ha dato molto da fare, ma ho fatto progressi. Ho scoperto una piccola stanza in soffitta sull'ala sinistra che deve essere stata un vecchio ufficio di qualche decano, completo di una bella scrivania d'epoca e di un guardaroba. Ho controllato entrambi, pensando che avrei potuto trovare qualcosa, ma l'armadio era vuoto ad eccezione di una sciarpa di lana, e di alcuni giornali del 1950 nella scrivania.

Al quarto piano del palazzo, ho trovato una ventina di piccole aule vuote. Ho controllato le finestre per trovare qualche segno della presenza di topi: mi aspettavo di vedere escrementi, o almeno un po' di danni da insetti, ma non ho trovato niente. Il secondo e terzo piano erano più o meno uguali al quarto.

Il piano terra comprendeva l'Amministrazione, e l'ufficio del preside. Ho ritenuto opportuno non curiosare nell'ufficio del mio capo, così ho saltato un sacco di queste camere, e sono sceso direttamente in seminterrato.

Questo era diverso da quello della Nuova Biblioteca. Per prima cosa, era molto più angusto. Il corridoio era stretto, e il soffitto basso, con porte che conducevano fuori, distanti un numero di piedi costante le une dalle altre. Ho controllato ogni stanza, anche gli angoli più bui con la mia torcia. Avevo portato qualche lampadina - quelle nuove a spirale - nella mia borsa, pensando di sostituire quelle vecchie che si stavano per fulminare. Le stanze erano in gran parte piene di spazzatura - banchi di ricambio, schedari pieni di documenti di 40 e 50 anni fa, vecchie decorazioni da festa, e così via, tutte illuminate da delle luci molto fioche.


Non sono un ragazzo che si lascia impressionare, anzi, credo di essere anche abbastanza intelligente. Non è mai venuto in mente di scappare o di avere paura perché mi trovavo in un vecchio e spaventoso scantinato. Questo era il mio lavoro, il mio hobby, e tutto mi sembrava così normale.

Nella notte del 20 dicembre, mi ero recato al locale caldaia. Il forno era un ammasso di ferro e chiodi, tubi e calibri. Faceva un caldo infernale in quella stanza. Al contrario di quanto pensavo, era ordinata e pulita. Al l'aveva tenuta molto bene, nonostante si vedessero ancora i segni del carbone bruciato sui muri.

Non avevo alcuna intenzione di dare alla caldaia più di uno sguardo - ero stato lì decine di volte, e non c'era niente da vedere, se non un tavolo da lavoro e la caldaia stessa - quando ho notato una piccola porta sul retro, dietro il tavolo. "È strano", ho pensato tra me e me. Non avevo mai visto quella porta prima. Ma poi pensai che effettivamente non avevo mai controllato con attenzione, quindi lasciai correre.

La porta era più piccola di una normale - forse di un metro e mezzo d'altezza, dipinta dello stesso colore delle pareti, ed era fatta di metallo, proprio come le altre porte nel seminterrato. Mi avvicinai e toccai la maniglia.

Credo che il corpo a volte sappia quando qualcosa andrà male. Avete mai avuto quella sensazione, di essere osservati? Quando sapete di essere completamente soli, e nessuno può vedervi, ma sentite gli occhi su di voi? Avete mai girato a destra anziché a sinistra solo a causa di una sensazione? Non ha funzionato in quel modo per me. Quando ho toccato quella maniglia, non ho sentito nulla. La mia testa non mi ha fatto male, non mi è venuta la pelle d'oca, e non ho sentito una voce interiore dirmi: "Non farlo!"

La maniglia girava, ma la porta non si apriva. Ho guardato più da vicino, e ho visto un piccolo buco della serratura. Ho controllato il mio portachiavi, e ha trovato tre possibili chiavi da usare. Le prime due non funzionavano, la terza sì, naturalmente. Naturalmente...


I cardini strillavano come se non fossero stati usati da tempo (forse decenni). WD-40, pensai. Ero entrato in un altro piccolo, angusto corridoio. L'interruttore della luce non funzionava, la lampadina era spaccata! "Dannazione!". Mi sono molto arrabbiato. Ho acceso la mia torcia, e rapidamente ho cambiato la lampadina del corridoio con una nuova. Mi sono guardato intorno, e ho visto che a distanza di pochi metri c'era un'altra porta.

Questa si aprì facilmente, su un'altra scala. "Che diavolo...?" Dissi. Nessuno mi aveva mai parlato di un secondo piano sotterraneo in questo edificio. Le scale non avevano niente di speciale e in fondo ad esse c'era un'altra porta, che portava ad un altro corridoio, stavolta molto lungo, con porte distanti in modo regolare.

La prima porta alla mia sinistra era chiusa a chiave, ma la aprii senza difficoltà. Era un ripostiglio pieno di libri degli anni Sessanta, molti scaffali e un secchio ammuffito. La porta di fronte era aperta, ma non riuscii ad entrare con tanta semplicità. Ho trovato una stanza più grande, che sembrava essere stata usata come classe. C'erano banchi, una lavagna, diagrammi anatomici e manifesti sui muri. Tutto era coperto di polvere, e sembrava che nessuno entrasse lì da anni. "Perché qualcuno dovrebbe mettere una classe quaggiù?" Borbottai tra me e me: "Come son riusciti a convincere gli studenti a scendere qui?" Mi ricordo di aver pensato. "Forse è qui che si tenevano le lezioni di scienze prima che venissero costruiti i laboratori."

Sono passato alla serie successiva di camere. Erano entrambe aule abbandonate, coperte di polvere, e per lo più vuote. Così erano la coppia successiva, e l'altra ancora. Ho visto un totale di dodici aule in disuso in quel corridoio, e una piccola bidelleria con tanto di caffetteria. Ho anche trovato due bagni di piccole dimensioni. Non avevo voglia di sostituire le lampadine rotte che trovavo.

Quando sono arrivato alla fine del corridoio, per poco non sbattevo su una porta d'acciaio. L'ho aperta, e ho visto un altro vano scale. Mi aspettavo di salire, stavolta, per poter tornare al piano terra, ma dovetti scendere ulteriormente.

Questo era il punto, mi ricordo, in cui ho iniziato davvero ad avere paura.

"Assolutamente no. Non è possibile che si possa ancora scendere. Come mai qualcuno dovrebbe venire qui?"

"Qui. Qui. Qui.", si sentiva l'eco.

Avrei dovuto controllare il tempo. Avrei dovuto tornare indietro a continuare i miei giri. Avrei dovuto essere affamato per la cena. Avrei dovuto correre.

Ho iniziato a scendere, invece.


La tromba delle scale sembrava molto più antica delle altre, per non parlare delle condizioni in cui era. Dopo pochi minuti ho cominciato a contarli. Ogni dodici gradini, c'era un piccolo pianerottolo, e un'altra serie di passaggi. Giù. Dopo dieci di essi, ho raggiunto un'altra porta. Era bloccata, ma come al solito bastarono le mie chiavi ad aprirla.

Sono andato a tentoni nella parete a sinistra in cerca di un interruttore. Non c'era niente neppure in quella frontale. Non riuscii a trovarlo neppure con la torcia. Niente avanti, niente da entrambi i lati, e niente sopra il soffitto. Ho schioccato le mie dita, ascoltando l'eco, ma non lo sentii. Lentamente mi sono reso conto che la stanza in cui ero entrato era enorme, forse la camera più grande che avessi mai visto. Indietreggiai verso la porta.

"Questa stanza non può essere qui", mi dissi. Iniziai a pensare di tornare indietro, ma volevo sapere cosa ci fosse dentro. Feci un passo in avanti, e un altro, fino a quando ormai non potevo arrestare la camminata. Ho tenuto un ritmo costante, contando i miei passi e orientandomi utilizzando la luce proveniente dalla porta aperta. Ho proseguito per qualche centinaio di metri, fino a quando non ho scorto un bagliore.

Non era molto luminoso, e più mi avvicinavo più diventava grande. Un altro centinaio di metri, e un altro, e altri tre fino a quando ho potuto notare una lampadina vicino a una porta.

Questa era completamente diversa dalle precedenti. Enorme, almeno di 4 metri d'altezza e uno e mezzo di larghezza. La superficie era di metallo nero, tempestato di rivetti e bulloni. Incise nel metallo, c'erano parole in qualche lingua che non riuscivo a riconoscere. Ogni superficie era ricoperta da quella scrittura, o da strane figure curviformi. Nel centro della porta vi era una grande serratura rotonda a raggi, e al centro del blocco c'era un minuscolo buco, sopra il quale c'era un sigillo, racchiuso in tre cerchi.

Ho guardato dietro di me, e non potevo vedere la luce dalla tromba delle scale. Non riuscivo a vedere niente.


Ho preso il portachiavi e l'ho esaminato sotto quella debole luce. Non avevo dubbi che avrei trovato la chiave giusta, e infatti ce la feci; era piccola e malridotta. L'ho inserita nella serratura, e l'ho girata. Ho sentito un clic, un tonfo, e un suono da dentro la porta come di rocce che cadevano. O denti che sbattevano.

Ho tolto la chiave dalla serratura, e ho afferrato i raggi del sigillo. Il mio cuore batteva forte, e il sudore mi bagnava gli occhi. Girai i raggi a sinistra, in senso antiorario, fino a quando la ruota si fermò. Ci fu un altro tonfo, poi il silenzio.

Mi sentivo osservato, quasi come se dietro avessi un'enorme folla che mi guardasse. Ho fatto un passo indietro dalla porta e ho fatto luce intorno a me. Mi voltai verso la porta, afferrai le grandi maniglie in ghisa, e tirai. Niente. Riprovai, mettendo tutto il mio peso nelle braccia, e quando ormai stavo permollare, ho sentito un altro CRACK e la porta si aprì, lasciando passare un'ondata di aria fresca e maleodorante.

Era pesante, umida, e muschiata. Mi ricordava quando mia madre mi portava allo zoo, l'odore della casa delle tigri e dei leoni. Al pensiero dei leoni, ho lasciato andare la maniglia e ho indietreggiato un po'. Oltre la porta vi era un piccolo corridoio che dava su una stanza con una sedia in metallo arrugginito. Vidi delle ossa. Delle piccole ossa. Vidi, o sentii, una forma così nera che sembrava aspirare alla luce della mia torcia. Vidi una forma nera correre verso di me, urlando, ridendo e parlando, con una voce che suonava come montagne che crollano.

Mi ricordo di zanne, di piume, e di una mano coperta di gioielli indescrivibili. E l'odore, l'odore di qualcosa che era rimasto troppo a lungo in una gabbia.

Mi ricordo di un paio d'ali.


Non so quanto tempo rimasi là nel buio, da solo, sotto centinaia di metri di roccia. Non c'era luce. Non c'era modo di contare il tempo. La mia torcia era morta, e con lei il mio cellulare, e anche le piccole macchie di vernice luminescente sul mio orologio da polso a buon mercato erano buie. Mi faceva male la gamba destra, ma non riuscivo a capire il motivo.

Continuavo a sentire il mio pubblico, nella stanza precedente. Ho urlato contro di loro. Sentivo che qualcuno mi toccava il viso, così gli lanciai la torcia, che cadde a terra, chissà dove. Qualcuno rise. In preda al panico mi misi ad urlare, ma non lanciai nient'altro.

Dopo ore, o forse giorni, ero riuscito a ritrovare la porta.


Non c'erano luci nella tromba delle scale.


Dopo quelli che sembravano anni di risalita, ho strisciato in quel primo corridoio dimenticato, son tornato nell'altra scala e da lì alla caldaia.

Mi son ritrovato due giorni dopo essere sceso, in pieno giorno al campus, con tanto di polizia.

Cinque persone erano state trovate morte dentro e intorno al campus. Tutto era stato brutalmente, e selvaggiamente assassinate, i corpi non avevano più le budella. I segni dei denti suggerivano l'azione di un animale selvatico, ma il posizionamento del corpo e le modalità degli omicidi dimostravano una certa pianificazione, degna di un essere umano. C'era anche la scrittura, la stessa che avevo vista su quella porta in metallo, scavata nella carne quando non era ancora carne morta. I poliziotti non ne parlavano.

I poliziotti non parlavano con me. Quando mi hanno visto la prima volta uscire fuori alla luce del sole, coperto di sangue, hanno creduto che fossi io il colpevole, ma hanno subito cambiato idea quando hanno visto la frattura alla gamba, la disidratazione, la commozione cerebrale e lo shock evidente. La polizia mi ha fatto un sacco di domande, e ho risposto come meglio ho potuto. Ho raccontato loro la porta nel locale caldaia. Non riuscivano a trovarla. Mi hanno mostrato la parete nuda da dove avevo strisciato, stordito e con la gamba rotta. Due poliziotti hanno provato a sfondare il muro, senza trovare niente.

Volevano sapere da dove provenivano le piume nere attaccate ai miei vestiti insieme al sangue. Non lo sapevo, non volevo saperlo.


I poliziotti, i medici, nessuno mi guardava più. Tutto quello mi aveva segnato.


Qualunque cosa avessi lasciato uscire fuori, qualsiasi cosa avesse ucciso e mangiato cinque persone, e una settimana dopo altre sei, mi aveva segnato come amico.


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