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Era una sera. Una normale sera d’inverno. Ricordo che camminavo, senza una meta, solo. Strade deserte. Porte chiuse a chiave. Finestre chiuse. Case senza luce. Aria sporca e rifiuti. Che posto di merda: Landerville. Città famosa per il suo grande luna-park negli anni ’90, attrazione ora abbandonata al suo destino tra intemperie e vandali. Ero lì, sul marciapiede innevato. Camminavo ormai da una buona mezzora sentendo solo gatti randagi e il rumore di qualche barbone che cercava del cibo. Poi mi sembrò di sentire qualcosa di insolito. Un urlo soffocato. Come quando freni una bestemmia mettendo la mano sulla bocca dopo esserti fatto male. Veniva da un vicolo illuminato solo da una vecchia insegna di un bar ancora più vecchio. Vicino questa scarsa luce vidi qualcuno. Un uomo. Sembrava appoggiato al muro. Era alto e muscoloso. Quella poca luce non mi permetteva di vedere molto ma a giudicare dai suoi sporchi e fradici abiti non si sarebbe detto un uomo molto per bene… e me ne accorsi dopo. Ero sul limitare di quello scuro vicolo, cercando di capire da dove proveniva l’urlo. Guardavo l’uomo e lo vidi armeggiare con qualcosa… o qualcuno. Di nuovo l’urlo e seguendo il suono la vidi. Una ragazzina. Avrà avuto sedici anni. Un paio in meno di me. Era contro al muro, davanti all’uomo che tenendole una mano sulla bocca cercava di abbassarle i pantaloni. Quel bastardo, avrà avuto almeno 30 anni meno di lui! Stetti due secondi a guardare la scena sentendo crescere in me qualcosa. Una sensazione bruciante e fredda al contempo. Come se qualcosa entrasse dentro di me provocandomi un freddo vuoto che venne sostituito poi da una piacevole, calda, sensazione. Feci un passo, urlando a quel pedofilo di lasciare stare la ragazza. Lui si girò verso di me, un ghigno feroce sul volto e occhi rossi come il sangue. Era ubriaco probabilmente. Prese la ragazza e la spinse contro al muro facendola svenire per il colpo alla nuca. Mi fissò. Avanzò di qualche passo. Eravamo a solo 3 metri di distanza. Dentro di me il caldo cresceva, il nuovo sentimento mi accarezzava le costole, mi infondeva forza e coraggio. L’ubriacone iniziò ad insultarmi e ad incitarmi a scappare. Mi minacciava. Dentro di me qualcosa rideva. Stavo diventando pazzo? No… stavo solo liberando finalmente la mia natura. Le sue minacce non mi scalfirono nemmeno. Rimasi fermo, senza emozioni. In attesa di scoprire dove mi avrebbe portato la cosa che cresceva ad ogni insulto dentro di me. Qualcosa luccicò nelle mani di quell’uomo sotto la lieve luce del vecchio bar. Un coltello. Dentro di me qualcosa voleva liberarsi. La sentivo. Ringhiava. Premeva sul mio petto. Mi urlava di lasciarla andare. Di non trattenermi. Ma io non mi volevo trattenere. Tanti anni a mangiare odio, a sopportare, a trovare un senso, a cercare qualcosa che mi rendesse felice. E la trovai, quella sera. In quel vicolo. Quel cane mi assalì. Era veloce e agile per essere ubriaco ma non era abbastanza per il nuovo me. Lo guardai venirmi in contro. Chiusi gli occhi. Sentì i suoi passi davanti a me. Il suo urlo da predatore. Allungò il suo braccio per un affondo nel mio petto. Apri gli occhi. E lo liberai. Il mio braccio deviò il colpo sbilanciando l’uomo. Girai il polso e afferrai quello del povero ubriacone. L’altra mia mano colpì la spalla dell’uomo. Feci forza sul suo braccio fino a spezzargli le ossa. L’uomo urlò. Il gomito penzolava in modo innaturale. Il coltello cadde in terra. L’uomo mi guardò e lessi il terrore sui suoi occhi. Cercò di indietreggiare. Non poteva finire così. Avevo appena iniziato. Scattai in avanti colpendolo con il ginocchio nello stomaco. Fa male vero? Subito dopo il mio gomito incontrò la sua schiena con una forza che non avrei mai pensato di possedere. Era in terra. Dolorante. Una voce dentro me rideva e io la seguì. Lo vedo ancora come se stesse accadendo. Il suo sguardo. Chiedeva pietà. Che carino. Gli pestai le caviglie, guardandolo contorcersi nel dolore. Decisi di fare un pausa. Sarei tornato a giocare con il mio nuovo amico dopo una cannetta. Così mi sedetti. Lui però voleva giocare. Mi desiderava. Infatti prese il coltello e strisciando mi arrivò alle spalle. Il suo colpo lacerò la mia carne sulla schiena. Un taglio superficiale. Ero eccitato. Lui non vedeva l’ora di giocare con me. Così, mi girai, ridendo, gli saltai addosso. I miei piedi gli bloccavano le braccia. Da sopra di lui sentivo l’odore di alcool, sentivo il suo fiatone, sentivo il suo cuore, vedevo le sue lacrime. Vedevo il suo volto. Era un uomo di circa 40 anni. Qualche capello rimasto bianco, barba lunga, incolta e sporca. I denti gialli. Naso rotto già in precedenza e guarito senza supporto medico. Glielo ruppi di nuovo. Il sangue colava caldo sulle mie mani entrando nella bocca del mio amico. Stava quasi per soffocare. Risi più forte che mai e iniziai a prenderlo a pugni. Sempre più forte. Uno, due, tre. Persi il conto. Mi alzai solo quando fui stanco. Il volto ormai era irriconoscibile. La barba era rossa. I denti gialli non c’erano più. Probabilmente erano nella sua gola. Un occhio pendeva. Avevo esagerato? No. Era lui che era debole. Era lui che non era all’altezza di giocare con me. E poi, nella vita bisogna essere felici. E io lo ero. Non ero mai stato così felice prima di quella sera. Era tardi. Dovevo andare. Legai le braccia dell’uomo all’insegna del bar. Sembrava un burattino. Era un capolavoro. Volevo far sapere che ero io il responsabile di quell’opera di arte e divertimento. Presi del sangue e mi firmai. Ah già, la ragazza. Di lei non mi preoccupai. Volevo solo farle sapere che ero io ad averla aiutata. Mi avrebbe amato. Mi avrebbe donato il suo cuore ma così non fu. Mi rifiutò quella sera stessa. La volevo accompagnare a casa. Al nuovo me non piace essere rifiutato. Ora ho il cuore sempre con me. Da quella sera il mio sentimento crebbe a dismisura e ogni volta che ho l'occasione libero quella furia e una sensazione inebriante mi assale. So già quale sarà la mia prossima vittima ma sto aspettando. Non mi piace uccidere alle spalle, voglio vedere lo sguardo terrorizzato dei miei amici. Quindi sto aspettando... Io sono il burattinaio... e aspetto che tu ti volti.

IL BURATTINAIO











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