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Hobo HeartModifica

Rapporto di un caso di omicidio-
Detective McMahon
Numero distintivo: 1025
26 Agosto 2014
11:34
544 NW Tarrant St.
Una donna di 26 anni deceduta con un enorme ferita al petto. Il cuore è stato rimosso.



«Ehi Jason, cosa abbiamo questa volta?».

«Sì, è un altro caso». L'ufficiale della polizia scientifica rispose scuotendo la testa. 

«Stessa scena del crimine: il torace è stato schiacciato e il cuore è stato asportato. È stato rinvenuto un cuore umano proveniente dalla precedente scena del crimine».

«Con questo quanti casi abbiamo?». Domandò il detective.

«Stiamo contando anche le vittime del lago?». Chiese Jason.

«No, non ancora comunque». Rispose il detective McMahon.

«Cinque casi in totale, ma non c'è modo ancora di verificare che tra loro siano connessi in qualche modo». Asserì Jason al detective strabuzzando gli occhi.

«Sì, ho sentito anch'io, ma i cuori erano stati rimossi. Questo è il suo biglietto da visita e non possiamo escludere questo piccolo dettaglio. Si tratta del rituale di questo tizio squilibrato. Potrebbero essere connessi, ma potrebbe trattarsi in egual modo di un imitatore. Non gliene darò credito finché non ne sarò certo».

Il detective estrasse il suo zippo fortunato strofinando il dito contro l'incisione a forma di mela mentre esaminava la sua liscia superficie. Mentre si accendeva una sigaretta il suo sguardo cadde sull'anello pallido intorno al suo anulare sinistro. Levò un profondo sospiro e si passò le dita fra i capelli.


Vicino al bosco su una vecchia strada di campagna nella zona periferica della città una macchina si fermò circa a 20 yarde fuori dalla carreggiata. Si trattava di una giovane coppia di adolescenti in cerca di intimità da occhi indiscreti. Avevano spento le luci della vettura.

«Ehi perché non metti su un po' di musica o qualcosa prima di iniziare a svestirmi?». Disse la ragazza al suo fidanzato che aveva iniziato a cercare a tentoni la radio.

«Oh avanti, non essere noioso e facciamolo romantico». Rise lei.

«Oh sì» ribatté lui con sarcasmo «il romanticismo mi sprizza da tutti i pori e il mio piccolo amico qui avrebbe preferito continuare a casa. Non dovremmo trovarci qui col coprifuoco».

«Oh suvvia, per piacere, quella ragazza è morta almeno un mese fa. E non ti ho mai sentito lamentare l'ultima volta e quella prima ancora». Disse mentre si stava sbottonando la camicia. «Avanti lo sai che...

*CRASH!!!*


L'auto fu scossa violentemente da qualcosa che era caduto sopra di essa.

«Che diavolo è stato?». Gridò il ragazzo mentre si stava guardando intorno freneticamente.

Tutto quello che riusciva a vedere era solamente una piuma nera che volteggiava per aria per andarsi a posare sul cofano. Poi, improvvisamente, il finestrino esplose in mille pezzi e il ragazzo si sentì avvolgere da una salda presa e da due mani ghiacciate. Fu trascinato all'esterno dal finestrino in frantumi per essere, in seguito, scaraventato sul terreno vicino ad un albero. La sua schiena si spezzò per via dell'urto lasciandolo inerme al suolo come una bambola di pezza.

Rimase lì immobile e impassibile a fissare con il terrore negli occhi la figura dai capelli bianchi e gli occhi blu di cristallo, che a momenti sembravano di luccicare, fissarlo. Non indossava nessuna maglia e la sua pelle era di una tonalità nera grigiastra. Aveva un teschio disegnato sul volto, e la gabbia toracica e le ossa che si abbinavano al petto e alle braccia. Sembravano essere state dipinte sulla sua pelle. Aveva anche le ossa delle mani e delle dita disegnate. Indossava una paio di jeans e un vecchio paio di scarpe.

Il ragazzo si sentì assalire da un'orribile sensazione. Lui giaceva lì al suolo completamente inutile, mentre la figura aveva spostato la sua attenzione sulla ragazza e si stava dirigendo verso la macchina.

«Tomy!! Tomy AIUTAMI!!!». Urlò la ragazza quando la figura aveva saltato sul cofano della macchina.

La figura fracassò il parabrezza, raggiungendo rapidamente l'interno dell'abitacolo, per afferrare la ragazza e trascinarla fuori di forza. Lei non oppose resistenza, giacendo sul cofano della macchina. Lui si accucciò sopra di lei e lanciò un'occhiata a Tomy, mentre si stava voltando. Poi, la creatura sussurrò qualcosa all'orecchio della ragazza e la baciò sulla fronte. La figura cominciò a scavare nel suo petto lentamente.

Tomy poteva sentire una serie di suoni e rumori disgustosi di carne strappata e sangue che gocciolava fuori dalla cavità toracica, mentre la creatura era intenta a raggiungere il suo interno. Poi, aveva estratto qualcosa dal suo petto per adagiarlo accanto a lei. Infine, le ha sfilato la camicia.

«NOOOO Valerie NOOOOO!!». Urlò Tomy con tutto il fiato che aveva rimasto.

La figura ghignò mentre batteva un pugno contro il petto della ragazza. La colpì ripetutamente finché ogni osso frantumato non era fuoriuscito dal suo corpo. Lei fu scossa violentemente da una serie di scariche e tossì sangue dalla bocca mentre lui continuava a colpirlo ripetutamente. Tomy giaceva immobile e impotente, mentre tutto quello che poteva fare in quel momento era piangere. Una lacrima scivolò lungo la sua guancia mentre osservava il mostro strappare la carne dal povero corpo martoriato della ragazza a mani nude. Alla fine raggiunse il suo trofeo e dal corpo della ragazza rimosse il suo cuore ancora pulsante.

Mise il cuore dentro il buco che aveva aperto prima nel suo petto. Poi, si frugò nella tasca e si mise qualcosa in bocca. Dopodiché la creatura cominciò a tirare la ragazza per i capelli fino a strapparle delle ciocche, che poi riporle ordinatamente in fila una accanto all'altra. Prese l'oggetto dalla sua bocca che pareva trattarsi di una sorta di ago e afferrando una ciocca di capelli per volta le utilizzò per ricucire la sua ferita al petto.

Tomy giaceva silenzioso in balia del terrore, mentre osservava inorridito la scena grottesca che gli si parava dinanzi e che la creatura stava eseguendo con estrema precisione e pazienza. Notò un piccolo movimento accanto alle ruote della macchina. Strabuzzò gli occhi e notificò la presenza di una piccola bestiola dall'aria trasandata che stava scodinzolando. La figura scese dalla macchina per inginocchiarsi e accarezzare il cane sulla testa. Si voltò di scatto e schioccò la coda. L'essere rivolse la sua attenzione a Tomy. Si avvicinò a lui in ginocchio e lo guardò in faccia. Tomy poteva osservare meglio, da così vicino, i macabri dettagli disegnati sopra al suo corpo.

La pelle nera, il cranio e le ossa erano parte di lui come una specie di tatuaggio e non come un disegno, sembrava che facessero parte della sua stessa pelle. Tomy poteva distinguere i punti di sutura che tenevano insieme la sua ferita, che erano stati realizzati con i capelli di Valerie. La creatura guardò Tomy e piegò di lato la testa ricambiando il suo sguardo con un'espressione di curiosità. Allungò la mano e asciugò una lacrima.

Tomy era rimasto impassibile, mentre una cupa e frustrante sensazione aveva cominciato a farsi largo prepotente nella sua testa mentre fissava gli occhi azzurri di quella cosa. Poi, la figura posò dolcemente le sue mani su entrambi i lati del viso di Tomy, si avvicinò e pronunciò le seguenti parole:

«Apprezzi il tuo cuore?»


*CRACK!*

Hobo Heart by ChrisOzFulton

Hobo Heart Stitches Modifica

Le origini di Hobo Heart di ChrisOzFulton - Creepypasta -ITA- SPECIALE HALLOWEEN 2016

Le origini di Hobo Heart di ChrisOzFulton - Creepypasta -ITA- SPECIALE HALLOWEEN 2016

Traduzione di Schrödinger's Cat

Era un pallido pomeriggio d’inverno. E come molti altri pomeriggi invernali il cielo era coperto, nuvoloso con un po’ di pioggia, il vento soffiava e le foglie venivano spazzate via dal marciapiede dalle folate, mentre C.C. e la sua amica Elizabeth stavano tornando a casa da scuola.

«È stata una piacevole passeggiata tanto per cambiare», disse C.C. quando le due stavano per separarsi.

Elizabeth sorrise. «Grazie a te di esserti allungata fin qua. Non riesco ancora a credere che Britany non si sia fatta vedere neanche oggi. Non ha chiamato né si è fatta viva...».

C.C. aveva alzato gli occhi al cielo. «Probabilmente ha fatto buca ed è andata al lago con Glen».

Elizabeth rise. «Probabilmente hai ragione. Bene, ci vediamo domani». Le due ragazze si divisero e C.C. proseguì da sola. Le mancavano ancora un paio di isolati e poi sarebbe arrivata a casa. Mentre camminava vide un piccolo cagnolino dall’ aria trasandata scalpitare contro la grondaia.

«Ehi piccolo che cosa stai cercando?». Si accovacciò e vide un osso incastrato in una crepa del muro. C.C. lo tirò fuori e il cane lo afferrò, per poi schizzare via verso il vicolo.

La ragazza incalzò «Ehi, almeno potevi lasciarti coccolare?».

Quando si voltò indietro verso il vicolo, vide il cane masticare l'osso ai piedi di un ragazzo seduto su una cassa per le bottiglie del latte.
Indossava una felpa grigia e dei jeans sporchi. Era alto, aveva la pelle grigiastra in contrasto con una chioma di capelli bianchi, occhi azzurri che parevano due cristalli e un teschio che sembrava dipinto sul suo viso.

«Ehi ciao». C.C. era rimasta un po' sorpresa «È il tuo cane?».

Il ragazzo guardò C.C. con un'espressione perplessa. «Sì».

C.C. sorrise. «Posso accarezzarlo?».

Ancora un po' confuso il ragazzo si avvicinò a C.C. «Certo... sicura di non sentirti triste?».

C.C. ridacchiò mentre accarezzava il cane «Perché dovrei essere triste?».

«Non lo so, tutti quelli che incontro sono tristi». Rispose il ragazzo.

C.C.aggrottò la fronte. «Beh, questo è orribile. Forse, se non avessi quel teschio sulla faccia la gente avrebbe un umore diverso nei tuoi confronti. È un po' presto per Halloween sai...».

Il ragazzo si strinse le palle.

«Non posso. È una parte di me. Non ho mai incontrato nessuno prima d'ora che fosse felice».

C.C. si voltò per esaminare il volto del ragazzo in modo che potesse vedere meglio il cranio. Allungò una mano e gliela mise timidamente sulla guancia. Ma quando aveva tentato di strisciarla per togliere quella lei pensava trattarsi di vernice, si rese conto che invece era proprio la sua pelle. Tolse rapidamente la mano dal cranio quando i suoi occhi incrociarono il suo sguardo.
Erano di un blu brillante e sembravano illuminati di una intensa luce. Lei iniziò a sentirsi disorientata e scosse col capo per schiarirsi le idee. Riuscì a dire qualcosa mentre cercava ancora le parole per esprimersi.

«I tu... tuoi occhi... uhm il tuo nome... giusto, com'è che ti chiami?».

Il ragazzo sorrise. «Non penso di avere un nome. Sono un Gemberling».

«Un cosa?». Ribatté lei.

«Un Gemberling. Sono stato creato per servire a uno scopo». Rispose il ragazzo.

«Quale scopo?». Domandò C.C. con uno sguardo perplesso.

«Non penso che tu voglia saperlo».
Disse mentre i suoi occhi sembrano diventare blocchi di grigia cenere.

«Uuhm oookay. Quindi come ti chiamano le altre persone?».
Chiese C.C. diventando sempre più confusa.

«L'unica persona che mi ha sempre chiamato è il mio creatore e lui mi chiama solo Gemberling». Rispose con leggera esitazione.

«Questo mi rende triste. Avresti bisogno di un nome...».
Disse C.C. prima di venire interrotta dal ragazzo.

«NO!». Aveva allungato una mano per afferrare il suo braccio. «Non essere mai triste! Il mio cuore non potrebbe accettarlo». C.C. rimase sorpresa.

«Perché il tuo cuore non potrebbe accettarlo? Mi hai appena incontrata». «Tu sei speciale. Il tuo cuore è speciale. Il mio cuore non ha un posto da chiamare casa e tu mi hai fatto appena sentire qualcosa... che non avevo mai provato prima». Disse il ragazzo.


«Hobo Heart!!». Disse C.C. con un sorriso.


«Huh?». Chiese il ragazzo squadrandola con aria confusa.

«Questo è il tuo nome! Il ragazzo il cui cuore non ha una casa. Hobo Heart».
Spiegò C.C. «E adesso che tu hai un nome, possiamo essere amici».

Il ragazzo sorrise. «Sì. Sì mi piace, il mio nome. Hobo Heart».

«Okay, allora io devo andare a casa. Sarai ancora qui domani così ci possiamo vedere, giusto?». chiese C.C.

«Sì. Certamente». Rispose Hobo Heart con un sorriso.

C.C. continuò a camminare verso casa, ma senza darsi prima un'ultima occhiata indietro per guardare il misterioso ragazzo.


Il giorno seguente C.C. andò al vicolo per vedere Hobo. Quando girò l'angolo lo trovò di nuovo seduto lì ad aspettarla sulla sua cassa di latte. Lui alzò lo sguardo verso di lei e il suo battito cardiaco iniziò ad accelerare.

«Tu... sei veramente tornata?». Chiese con un sorriso.

«Beh certo che sono tornata sciocco. Allora, c'è altro da fare in questo vicolo a parte starsene qui seduti?». Domandò C.C. arrossendo.

«Cosa possiamo fare?». Chiese Hobo.

«Beh non lo so. Qualsiasi cosa è migliore che starsene seduti qui». Disse C.C. tirando Hobo per una manica. «Lo so, andiamo al parco».

Hobo la seguì domandando: «Ci sarà altra gente lì?».

«Sicuramente». Aveva detto C.C. ridendo.

Hobo l'aveva seguita riluttante, nascondendosi sotto il cappuccio della felpa. Il cane col pelo ruffo si portò dietro l'osso e li seguì.


Quando i due arrivarono al parco videro che era pieno di gente che stava correndo mentre giocava a calcio, alcuni stavano lanciando dei frisbees e altri si stavano esercitando sulle attrezzature. I due si avvicinarono alle altalene.

«Allora, qual è la tua storia?». Chiese C.C.

«Io non ho una storia. Ho solo uno scopo. Ed è tutto quello che so». Rispose Hobo.

«Beh, allora che cos'è questo scopo di cui continui a parlare?». Azzardò a chiedere C.C. consumata dalla curiosità.

Hobo guardò a terra e calciò un sasso.
«Ho dei doveri di cui dovermi occupare per evitare che accada qualcosa di spiacevole».

«Cosa intendi? ». Chiese C.C.

Hobo scosse la testa "Non mi va di parlarne».

Mentre i due parlavano C.C. alzò lo sguardo e si accorse che la maggior parte della gente aveva lasciato il parco e tutto sembrava molto più tranquillo. Le uniche persone rimaste erano sole.
Hobo si guardò intorno con aria circospetta.

«Devo andare».

«Aspetta! Ci vedremo anche domani?». Chiese C.C.

«No». Disse Hobo. «C'è qualcosa che devo fare».

«Okay, che ne dici di dopodomani? ». Sorrise mentre gli faceva questa domanda.

Hobo allungò una mano per accarezzare i suoi capelli biondi. «Se è questo che vuoi».

Lei afferrò la sua mano e la fece scivolare sul suo viso. «Sì, lo è».


Passarono due giorni e come lui aveva detto si incontrarono.
Decisero di uscire insieme a fare una passeggiata al lago. I due trascorsero diverse giornate come questa; parlando, ridendo e godendo l'uno la compagnia dell'altra. Il tempo sembrò scivolare via e nel frattempo, i due diventarono più intimi.

Un giorno dopo la scuola quando lei arrivò nel loro solito punto di incontro Hobo le rivelò di avere una sorpresa per lei. Tese una mano verso di lei e C.C. la afferrò.

«Ehi aspetta, prima che vada. Voglio dare questo a te».
Disse C.C. quando la sua mano raggiunse la tasca del cappotto.

«San Valentino si sta facendo vicino e mi stavo chiedendo se... vorresti essere il mio Valentino?». Aveva lasciato tra le mani di Hobo una piccola busta.

«Che cos'è un Valentino?». Chiese Hobo mentre apriva la busta.
Dentro vi trovò un biglietto disegnata a mano con due cuori intrecciati con le parole "vuoi essere mio" e sotto al disegno una frase che recitava "Se tieni al tuo cuore, lo affiderai a me".

«Valentino è una persona a cui tieni e a cui affideresti il tuo cuore, perché tu sai che lei lo proteggerà e si prenderà cura di te». Spiegò.

«Quindi il giorno di San Valentino... tu vorresti darmi il tuo cuore?». Domandò Hobo.

C.C. sorrise. «Beh... solo se tu lo vuoi... lo sai».

«D'accordo». Disse Hobo mentre abbracciava C.C.

«Adesso andiamo. Vedrai che ti piacerà».

I due si diressero verso il paese vicino alla periferia della città, col piccolo cane che li seguiva continuando a scodinzolare con la coda. Dopo aver camminato per un po' nel bosco, Hobo chiese a C.C. di chiudere gli occhi. Le prese la mano per guidarla e dopo qualche minuto si fermò.

«Okay, adesso guarda!». Esclamò lui con gioia.

Quando lei riaprì gli occhi, davanti a sé vide un enorme albero in cima ad una collina. Era molto vecchio e aveva numerosi rami contorti e ricurvi che andavano in decine di direzioni diverse. Le foglie erano variopinte di colori luminosi e lussureggianti, rispetto al fogliame degli alberi circostanti. Il tronco era spesso almeno quattro metri abbondanti di diametro, e aveva un aspetto diverso da qualsiasi albero avesse mai visto prima.
Le radici erano più esposte rispetto agli altri alberi normali, sembravano provenire da diversi punti della terra. Quasi come se fosse composto da diversi alberi che avevano lasciato le proprie radici crescere insieme ed erano rimaste impigliate per formare quel maestoso esemplare della natura.

«È così bello... sembra molto speciale, quasi magico!».
Aveva esalato con ammirazione C.C. mentre guardava l'albero.

C.C. si avvicinò a Hobo. Sollevò il suo cappuccio e fece scorrere le sue dita fra i suoi candidi capelli. I suoi occhi si spalancarono mentre si muoveva in quella stretta intenta a baciarlo. Lui si allontanò.

«Cosa c'è che non va? Non hai mai baciato una ragazza prima d'ora?».
Aveva chiesto C.C. mentre sorrideva.

«No». Aveva tagliato Hobo in un leggero imbarazzo.

«Posso essere la prima?». Chiese lei con audacia.

Hobo scosse il capo per dire di sì. Lei si avvicinò. Hobo l'abbracciò e la baciò. Dopo il bacio Hobo riprese e indicò l'albero.

«Questo è il mio scopo, portare nutrimento all'albero». Come aveva risposto il cane dall’aria trasandata corse in direzione dell'albero scomparendo in mezzo a quel complesso groviglio di radici.

«Il tuo scopo?». Incalzò lei con un'espressione dubbiosa.

«Sì, io vivo qui per prendermi cura di quell'albero». Rispose Hobo.

«Questo è il motivo per cui sempre nel vicolo?». Chiese C.C.

«Aspetto lì, per raccogliere le richieste dell'albero». Aveva risposto un po' bruscamente Hobo.

«Quindi, tu attualmente vivresti dentro l'albero?». Domandò.

«Sì». Rispose.

«Voglio vedere la tua casa». Chiese avvicinandosi all'albero.

Hobo scosse con la testa. «No, non ancora. Non sei pronta per questo».

«Posso toccare l'albero?». Chiese C.C. in tono curioso mentre allungava la mano.

Hobo si voltò verso di lei con un cipiglio e le afferrò la mano dall'albero per allontanarla.
«No, non devi toccare. Non sei pronta per quello che lui ti mostrerà».

C.C. iniziò a innervosirsi. «Beh, si sta facendo buio e io dovrei tornare a casa al più presto».

Hobo le tese una mano. «Molto bene. Ti accompagno io per tornare in città».

Mentre i due si avvicinavano al piccolo centro abitato un gruppo di persone stava camminando lungo i confini del bosco con delle torce. Presto il gruppo si avvicinò alla coppia.

«C.C. sei tu?». Aveva chiamato una voce.

«Sì!». Aveva risposto lei.

«Sono Elizabeth, dove diavolo eri finita?». Aveva chiesto l'amica di C.C.
C.C. inciampò sulle sue stesse parole, mentre Hobo si era sottratto al fascio luminoso della torcia per andarsi a nascondere nell'ombra.

«I-io... io ero qui con un mio amico».

«Ci stavi facendo preoccupare a scuola, ma ti rendi conto che Britany è scomparsa da settimane? E ora anche Glen manca da troppo tempo!». Aveva gridato Elizabeth.

«Cosa?! Dici sul serio? Cosa vuoi dire col fatto che siano scomparsi?».
Diede una rapida occhiata tra gli alberi, ma con quelle ombre non poteva vedere Hobo. La sua testa si era fatta pesante e riusciva a malapena a stare in piedi. La sua amica aveva allungato una mano per sorreggerla prima che cadesse.

«Dai, fermati a dormire a casa mia stasera». Disse Elizabeth.

«Sì, ok». Aveva risposto C.C.


Le due ragazze passarono il giorno successivo ad affiggere volantini in giro per aiutare la polizia nella ricerca di Britany e Glen. Nel pomeriggio, mentre stavano tornando a casa di Elizabeth, C.C. si sentì male.

«Penso che mi sdraierò per un po', se va bene…».
Aveva annunciato C.C. mentre la sua testa continuava a girare.

«Sì certo, vai pure a sdraiarti nella mia stanza». Le aveva proposto Elizabeth.

«Ehi, però non lasciarmi dormire troppo, perché più tardi devo andare in città e vedermi con qualcuno». Aveva detto C.C. mentre si dirigeva al piano di sopra.

«Sì, sì, con il tuo amante di sicuro». Aveva detto Elizabeth alzando gli occhi su di lei.


Più tardi C.C. si svegliò in un bagno di sudore freddo. Si guardò fuori dalla stanza in preda all’ansia e vide era notte fonda.

«Oh, no. No, no, no!».
Si alzò e corse in salotto, dove trovò Elizabeth addormentata sul divano.

C.C. scosse Elizabeth. «Ehi, svegliati. Che ora è?».

«Ehi, calmati. Non lo so, guarda il mio telefono».
Rispose Elizabeth ancora con la voce impastata dal sonno.

C.C. frugò intorno al buio per cercare il suo telefono. Erano le 11:34 pomeridiane.

«Oh no, ho bisogno di andare a trovarlo». Disse C.C. quando aveva iniziato a tremare.

«Ehi non ho idea di chi sia questo ragazzo, ma lui non penso vada bene per te. Il tempo che hai passato con lui ti ha rallentata a scuola. I tuoi genitori sono preoccupati. Solo Dio sa cosa può essere successo a Britany e a Glen e a te nemmeno importa. Trascorrere un po' di tempo lontana da lui non ti farebbe male e ti farebbe mettere in chiaro i sentimenti che provi per lui».
La rimproverò Elizabeth.

«Sì credo che tu abbia ragione. Mi sa che mi sono lasciata un po' trasportare».


Col passare dei giorni C.C. riprese a frequentare la scuola e ad uscire con i suoi amici. Elizabeth più volte le aveva parlato di un ragazzo di nome Jim che aveva avuto una cotta per lei. C.C. finalmente aveva ceduto dicendo che sarebbe andata ad un appuntamento con Jim, se Elizabeth e il suo ragazzo si sarebbero uniti a loro.


Il giorno dell'appuntamento arrivò.
C.C. aveva incontrato i suoi amici in un ristorante locale. Jim era un tipo abbastanza piacevole, sembrava una sottospecie di atleta ed era un po' più audace dei ragazzi che aveva frequentato prima. Le cose erano andate abbastanza bene.
Quando uscirono fuori per tornare a casa, Jim si offrì di darle un passaggio fino a casa, ma lei non si sentiva a suo agio ad andare da sola e così aveva chiesto a Elizabeth e al suo ragazzo Mike di darle un passaggio.


Il giorno seguente a scuola C.C. aveva aperto il suo armadietto e un biglietto le cadde proprio sotto i piedi.
Lei lo raccolse e lo esaminò. Era il biglietto per S. Valentino che aveva fatto per Hobo. Quando lo sfiorò, un flash le fece tornare alla memoria tutte le giornate trascorse con Hobo e i sentimenti che aveva per lui. Aveva iniziato ad andare nel panico e le sue mani avevano iniziato a sudare. Si guardò intorno freneticamente chiedendosi come ci fosse arrivato lì.

Proprio in quel momento Elizabeth si era avvicinata a lei.

«Ehi, ti senti bene?». Le chiese. «Sembra che tu abbia appena visto un fantasma».

«Sì, ho solo bisogno di svagarmi un po'. Sono stressata...».
Disse C.C. mentre si asciugava le goccioline di sudore freddo dalla fronte.

«Ancora per quel tipo?». Aveva domandato Elizabeth.

«Devi smetterla di preoccuparti per quel ragazzo, è anche un po' inquietante in ogni caso. Venerdì sera i miei genitori escono fuori città. Scommetto che Mike potrebbe andare a prendere degli alcolici e potremmo invitare anche Jim. Ti va l'idea?».

C.C. ridacchiò e annuì. «Ma certo!».


Più tardi, la stessa sera, i quattro si ritrovarono a casa di Elizabeth. I suoi genitori avevano lasciato qualcosa per la pizza. Avevano portato un paio di birre e Mike aveva suggerito di giocare a 'Obbligo o Verità'. Dopo una birra o due C.C. si era allentata un po', e quando le era stato chiesto l'obbligo di andare con Jim non le era sembrata una cattiva idea.

Lei e Jim andarono al piano di sopra e iniziarono a farlo sul letto di Elizabeth. Quando Jim aveva tolto la maglietta a C.C., un cane aveva iniziato ad abbaiare fuori.

«Gesù Cristo che cosa vuole il dannato cane di Elizabeth!?». Aveva sospirato Jim.

«Elizabeth non ha un cane». Aveva risposto C.C. mentre sbirciava fuori dalla finestra.

Un brivido freddo le percorse la spina dorsale quando vide il piccolo cane col pelo arruffato che aveva sempre accompagnato lei e Hobo abbaiare e saltare nel cortile della casa.
C.C. corse giù dalle scale e aprì la porta. Corse fuori in giardino, ma del cane non vi era più traccia.
Esaminò la strada e il giardino, ma non vide nulla. Tornò in casa e disse a Elizabeth che aveva bisogno di rincasare presto quella sera.

«Oh avanti, rimani ancora un altro po'...». L'aveva pregata Jim.

«No, io devo proprio andare». Aveva detto C.C.

«Ok, hai bisogno di un passaggio fino a casa?». Si offrì Jim.

«Sei sicuro di poter guidare?». Chiese lei.

«Sì, sto alla grande, lo faccio tutte le volte». Aveva risposto Jim con un sorriso sghembo.

«Va bene, allora andiamo». Disse C.C.

Una volta in macchina Jim prestava più attenzione a lei che alla strada e le aveva persino appoggiato una mano sulla coscia.

«Tieni gli occhi sulla strada!». Aveva sbottato lei spingendo via la sua mano.

Jim si voltò a guardare la strada, giusto in tempo per sterzare ed evitare una macchina parcheggiata sul ciglio della strada.
Scossa dalla paura del possibile incidente C.C. aveva alzato la voce dichiarando: «Questo è troppo, io da qui in avanti proseguo a piedi!».

Jim aveva fermato la macchina. «Bene, fa come ti pare puttana!».

C.C. scese dalla macchina e sbatté la portiera «Che stronzo!».

Jim ripartì in macchina. Lei, così da sola, cominciò  incamminarsi verso casa, mentre si stringeva nel cappotto. L’aria pungente della sera sferzava il suo viso. Dopo un paio di case aveva sentito un frusciare di foglie provenire alle sue spalle. Affrettò il passo.

Si guardò indietro diverse volte. Magari aveva solo guardato troppo film horror, ma aveva iniziato a sentirsi osservata. Appena raggiunse casa chiuse subito la porta dietro di sé con respiro ansante. Sentì una mano appoggiarsi sulla sua spalla.

«Va tutto bene tesoro?».
Suo padre si trovava alle sua spalle e lei sobbalzò per lo spavento.

«Sì papà! È stata una lunga notte. Voglio andare letto». Disse scuotendo la testa.

Il giorno seguente C.C. venne svegliata da Elizabeth che era piombata con grazia sopra il suo letto.

«Buon San Valentino!». Aveva cantilenato con voce fastidiosa.

C.C. aveva abbassato le coperte. «Che ore sono?».

«È l'ora di alzare il culo. Stiamo andando a fare shopping! Abbiamo bisogno di vestiti nuovi per stasera. Usciamo al cinema con i ragazzi!». Aveva gridato esaltata Elizabeth.

«Non ho intenzione di andarci se c'è anche Jim. Ieri sera mi ha quasi ammazzata! Non ho intenzione di averlo attorno». Disse C.C.

«Oh, smettila, era solo ubriaco. Lascia perdere!». Aveva detto Elizabeth.


Le ragazze andarono al centro commerciale.
Correndo da un negozio all'altro, Elizabeth, sembrava essere riuscita a scacciare tutta la malinconia.

«Tutti dovrebbero essere di buon umore, non credi anche tu? Cristo! Oggi è il giorno di San Valentino!». Aveva esclamato Elizabeth guardandosi attorno.

«Sì, hai ragione...». Aveva detto C.C. esaminando la folla di gente.

Quando le due finirono di fare compere si avviarono verso il parcheggio sotterraneo.
Elizabeth aprì il bagagliaio della macchina per riporvi le buste coi loro acquisti e la roba che avrebbero indossato quella sera. Elizabeth stava parlando fino a che non si interruppe da sola e all’improvviso. C.C. si voltò verso di lei e le chiese cosa le stava succedendo.
Elizabeth rimase impassibile fissando il terreno. Poco dopo si mise a piangere.

«Ehi, c'è qualcosa che non va?». Chiese C.C. afferrandole la mano.

La mano della sua amica era fredda e il suo sguardo gelido era fisso sul pavimento. Elizabeth era diventata completamente apatica. Rimase lì, singhiozzante.
Proprio in quel momento sentì qualcosa sfiorarle la gamba. Notificò la presenza di quel piccolo cane dal pelo ruffo che portava tronfio il suo solito osso in bocca.
Si voltò rapidamente e vide anche Hobo.

«Mi hai pedinata per tutto questo tempo?». Domandò crucciata.

«L'ho mandato per vegliare su di te». Aveva detto Hobo indicando il cane.

«Non ho bisogno di essere sorvegliata. Che cos'ha Elizabeth, le stai facendo qualcosa?». Aveva sbottato C.C. irritata.

«Non era mia intenzione, te l'ho detto che tutti sono tristi quando compaio io». Disse Hobo stringendosi le spalle e affondando le unghie nella felpa.

«Dovresti andartene». Urlò C.C. spingendo via Hobo.

«Oggi è il tuo giorno di San Valentino, e ho pensato di doverti dare il mio cuore...». Aveva detto Hobo.

«No, tu non sei più come me, e non puoi essere mio. Adesso dovresti andartene». Lo implorò C.C. mettendosi a piangere.

Hobo le voltò le spalle e il cane si allontanò con lui.
C.C. mantenne lo sguardo fisso su di loro mentre si stavano allontanando, e fu in quel momento che notò qualcosa di strano. L’osso che il cane stingeva tra i denti sembrava essere coperto di sangue fresco. Li seguì con lo sguardo finché non scomparvero del tutto.
C.C. si inginocchiò verso l'amica ed Elizabeth si sentì trasalire.

«Che diavolo è successo? Sei pronta per andare o no?».
C.C. rimase qualche secondo ad esaminare lo sguardo di Elizabeth.

«Sicura di sentirti bene?».

«Sì, andiamo».

C.C. e la sua amica salirono in macchina e prima di partire diede un'ultima occhiata intorno.


Più tardi, quella notte, le ragazze uscirono al cinema per unirsi a Mike a Jim. I ragazzi le stavano aspettando accanto alla macchina di Jim. Appena si erano avvicinate, Jim le piazzò una mano sulla spalla.

«Stai bene? Mi dispiace per l'altra sera. Non avrei dovuto guidare. Sono stato uno stupido».
C.C. aveva scosso con la testa in segno di assenso. - Beh, alla fine si è scusato… - aveva pensato tra sé e sé.

Poi, il gruppo si avviò dentro il cinema per vedere qualche film horror scadente. C.C. si sedette accanto a Jim, che si comportò per tutta la sera in modo appiccicoso continuando a farle ripetute advance. Dopo il film Elizabeth e il suo ragazzo si avvicinarono a Jim e a C.C. per informarli di una cosa.

«Ehi Jim, potresti riportare C.C. a casa? Noi abbiamo i nostri piani e non abbiamo abbastanza posto della nostra macchina». Elizabeth fece l’occhiolino.

«Ehi no ragazzi, non mi potete fare questo! Fatemi salire con voi e scaricatemi a casa». Supplicò C.C.

«No. Jim è un ragazzo grande e può occuparsi di te». Aveva detto Elizabeth.

Jim ridacchiò. «Avanti andiamo, non sono poi così cattivo».

C.C. aveva alzato gli occhi al cielo con rassegnazione. «Per favore, riportami solo a casa». Jim aveva aperto la portiera della macchina «Prima le Signore».

C.C. era salita riluttante a bordo della macchina e non parlò molto durante il viaggio. Nel tragitto notò che avevano mancano la sua uscita. Jim l'aveva portata nel parco vicino al suo quartiere, e poi spense i fari della macchina.

«Non ho idea di cosa tu stia pensando in questo momento, ma io devo andare a casa». Aveva replicato disgustata C.C.

«Oh avanti, solo un bacetto. Non ti eri fatta questi problemi l'altra notte». Aveva detto Jim con un sorrisetto dall'aria sinistra. E si chinò su di lei. C.C. gli diede uno schiaffò e uscì alla svelta dalla macchina, correndo. Jim le corse dietro. La afferrò da dietro per le braccia e la bloccò. Lei iniziò ad urlare. Jim la colpì più volte in faccia e le disse di tacere. Il suo labbro e il naso avevano iniziato a sanguinare. Poi, le strappò la camicia iniziando a metterle le mani addosso. C.C. chiuse gli occhi per il terrore, tentando di respingerlo con tutte le sue forze.
Poi, ci fu un impatto. Jim si era fermato.
C.C. spalancò gli occhi e vide Jim privo di sensi a terra e un'alta figura troneggiare su di lui.

La figura si tolse la felpa e la coprì. La vista di C.C. si stava facendo appannata e la faccia aveva iniziato a gonfiarsi. Aveva notato che la pelle della figura che l’aveva appena salvata dall’aggressione era di un grigio scuro, quasi nero, ed era ricoperta da disegni su braccia e petto che riprendevano le forme di uno scheletro. Era stato Hobo.
Lui si inginocchiò accanto a lei. Non riusciva a vedere chiaramente quello che stava facendo, ma poteva sentire una serie di rumori agghiaccianti: la carne che veniva lacerata e il suono orribile di alcuni schizzi di sangue.

Si tirò su a sedere e gridò: «Hobo!».
Lui allungò la mano verso di lei per darle qualcosa. Lei lo prese. Poi, dopo poco si rese conto di avere il suo cuore pulsante tra le mani. Lei lo guardò.

Lui prese il suo viso tra le mani e le disse: «Io valuto il mio cuore. Tu puoi prenderlo. Non ne ho più bisogno... ». La baciò sulla fronte. Poi, lei perse i sensi…


C.C. si svegliò nel suo letto. Si alzò in piedi e andò a guardarsi allo specchio. Aveva una pessima cera, ma nessuna ferita e nessun livido a testimonianza di quello che le era successo la sera prima. Che cosa era successo? Stava sognando? Pensava, mentre stava camminando per andare al piano di sotto. Sua madre stava cucinando la colazione e suo padre stava leggendo il giornale.

«Mamma? Papà?».

Suo padre guardò. «Ehi tu, cos'è successo ieri sera?».

«Cosa intendi?». Ribatté C.C.

«Beh, la mamma di Elizabeth ha chiamato questa mattina. A quanto pare ieri non è ritornata a casa ed è preoccupata visto che negli ultimi tempi sono scomparsi dei ragazzi. La polizia li sta ancora cercando. Tu ne sai qualcosa?». Aveva domandato suo padre alzando gli occhi dal giornale.

«Uh .. No». Aveva risposto.
In quel momento il cuore di C.C. sprofondò.

Andò di corsa al piano di sopra e iniziò a mettere a soqquadro la sua stanza. Frugò nell’armadio, nei cassetti e infine, sconsolata si abbandonò sul letto. Poi, sentì un sinistro battito nella sua camera…


- BUM BUM… BUM BUM… -


Guardò sotto al letto.
C’era la felpa di Hobo. La tirò fuori da sotto al letto e la aprì. Dentro vi trovò il suo cuore ancora pulsante. - Oh no! - pensò. - Hobo! Che cosa ti è successo? Ho bisogno di andare da lui… -
Piegò la felpa con dentro il cuore e dopo essersi infilata un paio di scarpe corse al piano di sotto. Disse ai suoi genitori che sarebbe andata a cercare Elizabeth e che sarebbe rincasata presto.
Con la felpa in mano appallottolata si recò a perdifiato verso il bosco. Il vento aveva iniziato a soffiare forte contro la sua direzione e iniziò anche a piovere. Riuscì a tornare nel punto esatto dove Hobo l’aveva portata e le aveva chiesto di chiedere gli occhi per portarla al grande albero.

«Hobo… HOBO!».

Lo aveva chiamato con tutta la voce che aveva in gola. La pioggia si era fatta più intensa. Si guardò intorno, finché non notificò la presenza del cane di Hobo che stava passando per il bosco. Lo chiamò. Il cane alzò gli occhi e si precipitò verso di lei, per poi leccarle le mani.
Era tutto ricoperto di sangue.

C.C. cadde in ginocchio. «Oh no! Hobo deve essere ferito… ti prego, portami da lui!».

Il cane col pelo arruffato iniziò a saltare e a girare in tondo, poi le fece strada. C.C. si alzò in piedi e seguì il cagnolino fino al grande albero.
Quando arrivarono lì davanti, C.C. notò che la pianta non aveva più l’aspetto vivace e pieno di colore di prima. Era diventato tutto nero e sembrava sul punto di morire. Tutte le foglie erano cadute e i rami erano morti.
Il cane si era diretto dietro la collina. C.C. intuì che lì doveva esserci una qualche apertura. Si avvicinò alle radici dell’albero che affondavano nella terra e continuò a seguirne il perimetro, finché non inciampò su una delle radici e capitombolò dentro una grossa buca. Provò ad aggrapparsi alle radici dell’albero, ma nel momento stesso in cui aveva toccato, un lampo di ricordi offuscati le balenò in mente. Vide volti di gente morta. Facce orribili e spaventose. Contorte e demoniache. Lasciò la presa e cadde nel buco.


Alla fine della sua caduta su ritrovò in una stanza a base circolare. L’ambiente era illuminato dalla luce emanata da sei bracieri. Le fiamme erano una composizione di colori che andavano al bianco al viola e C.C. non aveva mai visto fiamme di quel colore prima di allora.
C’erano ossa ovunque sul terreno, e lo stesso era ricoperto di sangue. C.C. iniziò a guardarsi intorno, finché il suo guardo non si bloccò quando vide Britany, Glen, Jim, Elizabeth, e, Mike imprigionati tra le radici dell’albero. Urlò.
Corse verso i suoi amici, ma la puzza immonda dei loro corpi in putrefazione era così forte da averle fatto sentire i conati di vomito. Le radici comprimevano i loro corpi e le loro ossa sembravano prossime alla rottura, mentre le loro viscere era state riversate fuori.
Il cane si avvicinò ai corpi dei suoi amici e riuscì a strappare un osso dalla gabbia toracica di Elizabeth. Lo masticò e iniziò a scuoterlo come un giocattolo.
C.C. continuava a fissare quella macabra scena. Lunghe radici fibrose pendevano sopra ciascuno degli amici di C.C. e notò in quel momento, che i loro cuori ancora pulsanti erano stati rimossi e si trovavano appesi a quelle radici. Sembrava l’albero, in qualche modo, gli stesse dando il nutrimento necessario per continuare a pompare. E sembrava che lo stesso albero assorbisse da quei cuori la loro linfa vitale per mantenersi in vita.

Poco più in là vide un sesto gruppo di radici, ma in quel nido non c’era alcun cadavere e alcun cuore che potesse alimentarle. Accanto al gruppo vuoto di radici, poco più in là, vide Hobo. Giaceva prono in fin di vita, o quasi, e C.C. cercò di farsi strada verso di lui in mezzo a quella carneficina. Quando lo raggiunse lo girò. Il suo petto era squarciato e aveva un buco al petto che ricordava la presenza di un cuore. Spalancò gli occhi e il suo sguardo di ghiaccio incontro gli occhi di lei.
Sgranò gli occhi incredulo che lei fosse lì, e poi parlò.

«Perché..?».
Chiese.

C.C. aveva iniziato a piangere. «Perché cosa? Perché hai ucciso i miei amici!? Come hai potuto formi questo? Sei un mostro!!».
Aveva urlato.

Hobo stava lottando per vita. «Perché così potevo salvarti. Ti ho protetta da queste persone. Ti avevo detto di non toccare l’albero. Tu eri speciale… non avresti dovuto riportare il mio cuore qui… ho fallito il mio scopo».

C.C. iniziò a prendere a pugni il suo petto. «Quale scopo? Uccidere persone?! Distruggendo vite?».
In quel momento un canto distante in una lingua sconosciuta iniziò a fare eco dalle pareti.


"Pou mwen passe, Le'm mappa tounnen remesi."
"Pou mwen passe, Le'm mappa tounnen remesi."
"Pou mwen passe, Le'm mappa tounnen remesi." 


Continuavano a cantare le voci.
Hobo si schiarì la gola, mentre cercava di rimanere aggrappato alla vita.

«Devi mantenere i sei qui. Con sei cuori. Solo cinque sono radunati… salvando te non sono riuscito ad ottenerne sei… adesso è troppo tardi».

C.C. lo afferrò per la felpa. «Usa il tuo cuore! Dagli il tuo cuore!».

Hobo la guardò negli occhi. «Io l’ho valutato solo per poterlo dare a te! Dovevo proteggerlo! E ora vorresti distruggerlo?».

C.C. si infuriò. «Tu hai ucciso i miei amici!».

Il braccio di Hobo scattò verso il petto di C.C. Le sue dita penetrarono nella sua pelle aprendosi una breccia nella sua cassa toracica.

«Quanto valuti il tuo cuore?!». Domandò.

Strinse la mano in un pugno e iniziò a strappare la carne dal suo corpo.

Lei cadde a terra senza fiato. Il canto si fece più forte. Hobo si alzò in piedi inarcando la schiena e un paio di enormi e maestose ali piumate scaturirono dalla sua schiena. I suoi occhi brillavano con una intensità feroce. Usò i pugni per schiacciare il petto di C.C. dopo averla colpita ripetutamente. Poi, strappò le sue costole sporgenti per raggiungere la cavità toracica. Lei giaceva immobile mentre lui le toglieva il cuore. Le radici dal soffitto si estesero per ricevere cuore.
Hobo alzò lo sguardo sulle radici. Poi, il suo sguardo si posò di nuovo su C.C.

«No...». Disse, mettendo il cuore dentro il suo petto.

Prese un piccolo frammento osseo dal terreno e strappò qualche ciocca di capelli dalla testa di C.C., e li usò come ago e filo per cucire di nuovo insieme la sua pelle.
Il cucciolo di cane imbrattato di sangue iniziò a guaire, mentre lui procedeva ad eseguire lentamente quella delicata operazione sul suo corpo.

«Non ti preoccupare, lo farò solo per un momento, anche se non durerà. Presto dovrò sostituirlo».

Mentre si alzava notò qualcosa sul terreno accanto al cadavere della ragazza.
Era il biglietto di San Valentino che aveva fatto per lui. Lo prese e se lo portò al petto.
Poi, se lo mise in tasca.

Hobo radunò i sei bracieri e incendiò la stanza. Le fiamme si propagarono in men che non si dica e l’albero si ritrovò presto avvolto dalle fiamme. Il fuoco prese a bruciare intensamente, dal punto più basso a quello più alto.
Hobo uscì illeso dall’apertura della collina, e mentre si allontanava, sei figure scheletriche composte di fumo nero strisciarono fuori dalle radici e dalle fiamme, stridendo e urlando, mentre schiamazzavano:

“Finalmente siamo liberi...”.

Hobo sorrise mentre si allontanava.
L’albero continuò a bruciare tra le fiamme nonostante la pioggia…




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Narrazione di Zark Saimon