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Io ho un animaletto semplicemente stupendo! Gli voglio tremendamente bene!

Ma sì, fin da piccola sono stata attratta dagli animali, specialmente da quelli domestici; non sopporto quelli selvatici, mi danno un’aria di insicurezza opprimente che non riesco ad affrontare. Quando ero una bambina, mia madre mi ha sempre proibito di avere con me un cagnolino, visto che, come diceva lei, era lui che trasmetteva la peste. Io sono sempre stata contraria alla trasmissione virale delle malattie, secondo me bisogna nascerci: come si spiega, sennò, che non tutti la prendono?

In ogni caso, ho dovuto aspettare di compiere un quarto di secolo prima di poter finalmente fare conoscenza con il mio tesorino. Ah, giusto, avete ragione; parlo come se lo conoscessero già tutti. Beh, adesso lo presenterò anche a voi.

Non criticatemi per l’originalità, ma lui si chiama Jack; lo so, ci sono almeno un miliardo di animali che si chiamano Jack al mondo, ma io penso che ogni senziente ha un nome intrinseco: il suo deve, deve essere Jack. E a me questo nome non dispiace affatto, anzi, mi pare naturalissimo.

Jack è un gatto. Un soriano dai toni castani, occhi anche castani, che sono abbastanza rari fra i gatti, visto che in genere li hanno gialli. Ho trovato Jack una mattina di pioggia, mentre vagava da solo per la strada: all’inizio è stato un po’ diffidente, ma con un po’ di pazienza e del latte caldo lo ho conquistato. Per un po’ lo ho sempre incontrato per strada alla stessa ora, portandogli qualcosa da mangiare e raccontandogli le noiose avventure di una 25enne sola e spensierata. Molti mi indirizzavano sguardi curiosi, ed io sogghignavo, pensando che solo io potevo vantarmi di avere un interlocutore attento e silenzioso. Dopo qualche giorno, gli ho proposto di venire al calduccio a casa mia, e fu allora che ho sentito per la prima volta la sua voce: gelida e melodiosa, un vero e proprio ossimoro. Sentii che l’idea gli piaceva. E lo condussi a casa.

In principio dovette ambientarsi, essendo abituato ad una vita nomade, ma in pochi giorni la casa divenne il suo regno, pur continuando a condurre delle scorribande fuori casa. Sembrava che Jack avesse la passione per i luoghi scuri e chiusi: andava annusando nei bauli dove tengo la legna con estrema voluttà, e spesso mi toccava ripescarlo per la coda prima che il coperchio gli si chiudesse addosso. A quel punto metteva il muso per qualche minuto, prima di tornare il gelido gatto che conoscevo. Mai una volta che si sia abbandonato alle mie coccole, mai! Se provavo a carezzargli la schiena, si scrollava la mia mano di dosso con fastidio. Solo quando gli carezzavo il collo gli piaceva, ma non lo dava mai a vedere. Poi, nonostante io lo rimpinzassi, non ingrassava di un grammo: rimaneva sempre magro e sfuggente. Gli bastava la sua razione la mattina, e via, fuori di casa. E la nostra routine non è cambiata oggi: prima di dormire, gli lascio un piattino con un pasto abbondante; la mattina, nel dormiveglia, sento i suoi passetti felpati che cercano di non svegliarmi mentre escono di casa, e la mia giornata solitaria comincia (i passi di Jack sono il via libera per alzarsi); la sera, tardissimo, quasi verso l’una di notte, se non alle prime luci dell’alba, Jack torna a casa. A quel punto, le ipotesi sono due: o resta nervosamente sveglio, passeggiando per la stanza e guardandomi dormire, oppure crolla in catalessi per le poche ore che gli rimangono.

Le mie amiche, i miei amici, quelli che incontro, insomma, continuano a dirmi che quel gatto è praticamente inutile, visto che sta a casa per sole due ore al giorno e non è di nessuna utilità pratica; mi dicono che sono pazza a mantenerlo a suon di ricchi pasti, e mi accusano di schizofrenia, visto che, quando sta sveglio (ma anche quando dorme) gli parlo. Non riesco a capire perché muovono queste accuse verso di me: io non faccio niente di male! La loro ultima trovata è il fatto che, essendo Jack francamente grazioso, me lo rubino per venderlo. Che scempiaggini! E anche se fosse, nessuno potrebbe portarmi via il mio Jack.

Ultimamente, Jack si sta dedicando molto alla caccia, assumendo quindi un’utilità pratica. Conoscendo i gatti, so che vanno a cacciare, ma il fatto che Jack abbia interesse per qualcosa mi rende semplicemente felice! E la pappa raddoppia. Ma non il peso del proprietario.

Io, non avendo nulla da fare e vivendo dell’eredità di mia madre, sto facendo i nervi saldi e sto imparando ad aspettare Jack la sera, al suo ritorno. Et voilà, lo vedo ritornare con una preda in bocca! La prima volta che mi ha visto in piedi, ha quasi fatto cadere il suo trofeo. Poi, si è adattato all’idea che non sarebbe mai riuscito a farmi desistere. Torna quasi soddisfatto, con gli artigli insanguinati, e mi mostra trionfante la sua preda, le budella penzoloni. Anche io mi sto adattando alle schifezze che mi porta. Me le fa vedere, pretende che io le tocchi, le guardi, e vedo un bagliore stranissimo nei suoi occhi. Le tocco volentieri, non mi fanno più schifo, Jack. L’ultima frontiera è stato il mangiarle. Lui lo fa con naturalezza, masticando i pezzi teneri e scartando quelli duri. Io non sento disgusto: le mangio. E lui mi guarda mangiare con un occhio soddisfatto. Che buono, Jack, hai fatto un ottimo lavoro! Sto anche imparando a catalogare gli esseri che mi porta: merli a cui ha strappato il becco, topi con code mozzate e stomaci aperti, masse di pelo che sembrano cani. Tutti hanno un elemento in comune: il bacino è aperto e le loro interiora sono riverse a terra, con tutto il loro viscidume che mi imbratta il pavimento; dalla bocca della preda esce un rivolo di sangue. Jack prova piacere nel giocare con questi lunghi tubi di colore rosa: li muove, li attorciglia, li manipola. La stazza delle prede sta aumentando progressivamente: dagli uccelli, ai topi; dai topi, ai cani. Mi chiedo come faccia ad ucciderli! Con l’astuzia, mi dico.

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Mangiali, su. Mangiali. Sono squisiti.

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Il Big Ben fa riecheggiare in lontananza i suoi cupi rintocchi. Una foglia d’autunno fluttua in cerchi sempre più stretti. La notte è nera, non una stella. Un rene umano si maciulla fra i miei denti, mentre fisso l’addome squartato da cui proviene. Uno scricchiolio sinistro. Follia.

Sta tornando. È entrato. Le sue scarpe fanno cigolare le assi del pavimento. Il suo cilindro cade per terra. Il mantello lo segue. Si avvicina, con gli occhi castani che brillano. Lo sferragliare dei suoi coltelli.

Mi chiedo, stavolta cosa mi avrà portato il mio Jack?


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