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Abbandono il calore delle mie coperte per aprirgli la porta. Nonostante lo ignori, non demorde. Lacera, con macabro sibilo, la muta oscurità. Faccio girare la chiave nella serratura e come questa scricchiola lugubre, ruotando sui perni, striscia serpentino e furtivo sotto al letto. Porto nuovamente il capo al guanciale e attendo che il sonno mi colga nel suo quieto abbraccio.

Nondimeno, adesso la cacofonia inizia a risuonare per il bosco, questa notte, come tutte le altre: lo straziante miagolio crepita nel buio ameno, svegliando gli orrori più reconditi e scuotendo le membra con sinistro terrore. Non so cosa perseguiti gli animi di quelle bestie, ma da mesi i loro lamenti si sono fatti più sciagurati e si protraggono fino alle prime luci dell’alba, interrompendosi all’istante, quando il bagliore del sole si posa sulla selva.

Una sera in particolar modo, mentre facevo il bagno immerso nella schiuma della vasca, uno di quegli stridii mi fece accapponare la pelle: questo raccapricciante gnaulio, tanto era acuto e penetrante, squarciò il manto d’acqua, che mi cingeva le orecchie, turbando le oscure fantasie della mia mente fino a tarda ora, quando cedetti, stremato, alla forza di Morfeo.

La veglia notturna è divenuta talmente insostenibile, che sono stato costretto a far uso di sonniferi per conciliare il riposo. Malgrado ciò, sento comunque, nel breve lasso di tempo precedente alla dormita, quelle urla sgraziate stridere nella mia testa e, una volta sveglio, mi pare di udirne ancora una reminiscenza soffocata.

Tutti i giorni, prima di recarmi a lavoro, lascio gli avanzi della mia cena nelle loro ciotole. Singolare è il fatto che queste, a ogni mattino, siano immacolate, quasi come ne consumassero voracemente il contenuto tutte le notti; effettivamente, non ne sarei rimasto colpito, se la cucciolata si fosse estesa, ma, tutt’altro, in questi mesi ho visto sempre un minor numero di quegli animali che ormai conosco da anni e, quando ne scorgo uno, questo è schivo e subito si ripara in una frasca.

Il mio stesso gatto ha mutato il suo carattere in questi ultimi tempi: non è più mite, ma, al minimo rumore, inizia a soffiare e a gonfiare il pelo bruno, acuminando gli artigli e ostentando le fauci; inoltre, è restio ad avventurarsi nella foresta, come la sua giovane età dovrebbe esortarlo a fare, preferendo spendere il tempo al secondo piano della casa, scrutando con sguardo attento dal bancone di camera mia l’orizzonte silvestre.

Quando penso all’arcana natura dei felini, ricordo una storia che il nonno era solito raccontarmi per popolare di incubi il mio sonno: narrava la vicenda di una fiera che terrificò il Gévaudan al tempo di Luigi XV; errava per i boschi, sbranando e squartando gli sventurati che cadevano sue vittime. Il vello irsuto si confondeva al corvino della notte, permettendole di eludere i cacciatori, che dovevano investigare l’oscurità per gli occhi scarlatti del mostro, alla vista dei quali le vene gelavano e il cuore smetteva di battere. Precisava sempre come la creature prediligesse i bambini che giocavano innocentemente nei poderi.

Per un lungo periodo della mia infanzia, al ritorno dalle scorribande nella selva, giuravo a mia madre di aver visto di persona quell’abominio: una volta digrumava il cadavere di un coniglio, un’altra attingeva, con le zanne insanguinate, acqua dal fiume, un’altra mi aveva inseguito per i campi fino al portone della casa. Avevo tappezzato i muri di camera con il suo ritratto: un bipede dalla postura gobba, atro al pari della pece, sciabole per denti, uncini alle zampe e le orecchie a punta, torte come un paio di corna. Lei, tuttavia, non mi credeva, ma rimproverava il padre per avermi indottrinato le sue vecchie storie del terrore, e al tramonto doveva rincuorarmi per scongiurare la paura di quella belva.

Questa giovanile fobia è riaffiorata recentemente, dopo una chiacchierata col mio amico Nigel, che mi descrisse un incontro ravvicinato nei pressi della fattoria in Inghilterra di suo zio. A quanto pare, verso il crepuscolo di un nebbioso Mercoledì, il bestiame di questo cominciò a sbraitare, sollecitandolo a saltare giù dal letto e imbracciare il fucile. Quando l’uomo spalancò l’ingresso, vide fra i cespugli di fronte al suo rustico un canide dal crine moro, che fissava, con sguardo iniettato di carminio, le stalle. Senza esitare, aprì il fuoco e l’essere svanì nella campagna.

Non badai molto alla veridicità della sua storia, perché l’immagine di quell’agghiacciante avvistamento, mi riportò alla mente orripilanti memorie, che speravo di aver seppellito nei meandri del mio subconscio. Adesso, quando lascio la magione, un nodo atroce strozza la mia gola e le viscere si intorpidiscono: trovo sollievo unicamente alla vista del quadro di mia madre, appeso nel salone. Sentire la sua presenza ancora vicina è sufficiente a cacciare quei ricordi nell’oblio della dimenticanza.

In questo momento le tenebre avvolgono la dimora e i suoi dintorni. Non avendo fatto scorta di altri calmanti, spero di riuscire ad abbracciare il sonno senza di quelli, seppur il timore di dover ascoltare ancora per una notte intera quei lamenti mi attanagli; questa volta, però, un’inusuale serenità circonda l’abitazione: la boscaglia disperde per i suoi verdi campi solo l’armoniosa musica dei grilli. D’un tratto, con mio sconforto, un graffiare assiduo tormenta la porta della mia camera. In uno stato di dormiveglia, mi alzo, maledicendo quella bestiola, quando realizzo, posata una mano sul lenzuolo, che il micio sta già riposando insieme a me.

Col cuore che cerca di trasalire la gola, spalanco gli occhi verso la vetrata della porta: deformata dalla lastra, una figura buia quanto l’ebano si erge davanti a essa; la creatura è macchiata di vermiglio lungo tutto il corpo e due cristalli di rubino sfavillano, maligni, sul volto.

Il crepitio delle sue grinfie contro il legno non si interrompe. Osservo l’abominio dilaniare, con crescente insistenza, l’unica barricata che ci separa. Quella grottesca assurdità sembra ricambiare il mio sguardo con una perfida occhiata; e contorce il muso in un sorriso perverso. L’orrore disumano a pochi passi da me guarda le mie pupille e imperversa il suo genio di idee contorte. Graffia la porta. Graffia la porta, incessantemente. Ancora, graffia la porta.

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Scritta da The Squid