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La neve aveva da poco cominciato a cadere, con estrema lentezza iniziò a ricoprire col suo bianco manto tutto il panorama e ad ammirare quello spettacolo, come ogni giorno, c’era lui: quel bambino un po’ paffutello davanti alla finestra della sua stanza, con gli enormi occhi nocciola incollati alla realtà dalla quale era separato da quel vetro.
Egli sospirò tormentandosi le guance; la sua salute ultimamente era assai precaria, anzi, non ricordava attimo della sua vita in cui poté vantarsi di una forma fisica accettabile.
I suoi sintomi cambiavano mese dopo mese e le monache, responsabili del collegio in cui si trovava, parevano ormai stufe di cercar di capire cosa avesse. Preferirono invece confinarlo nella struttura, diventata quasi una prigione, ma non importava, giocare con la neve in cortile con gli altri bambini non aveva importanza.
Lui non aveva amici.
Un nuovo sospiro appannò lievemente il vetro; a giorni avrebbe compiuto otto anni.


<< Spero di poter vedere il papà al mio compleanno!>>
<< Papà? Samuel, tu non hai i genitori…>>
<< … >>
                                                          

                

                                                              “NON È V E R O!!”

Quando riaprì gli occhi era disteso su di un lettino d’ospedale decisamente insolito.
Sentiva qualcosa che non riusciva a vedere bloccargli le braccia e, solo dopo che la confusione nella sua mente si alleviò, percepì quelle deboli voci al di là della tenda bianca << Quelle costrizioni alle braccia erano proprio necessarie, dottore? E’ solo un bambino.>>
<< Ovviamente no, ma il ragazzo è stato ritrovato in un profondo stato confusionale. Mentre era incosciente si è dimenato notevolmente.>> una breve pausa << Meglio essere cauti, sorelle.>>
La conversazione parve concludersi così e a quelle parole - “analisi”, “stato confusionale”, “accertamenti" – ruotavano nella sua mente come un uragano.
Che significava tutto ciò?
Perché era lì?
Il suo ultimo ricordo risaliva a quella che credeva e sperava fosse solo la notte precedente, quando scivolò giù dal letto, sgattaiolando via dall’istituto per precipitarsi nel bosco che, possente , sembrava quasi inghiottire la struttura stessa, circondandola.
Anche quella volta sognava di poterlo incontrare, ne sentiva il bisogno e pensava che fra quegli alberi lo avrebbe trovato come al solito, ma presto le immagini s’interruppero di colpo nella sua testa che  iniziò a dolergli.  Le tempie gli pulsavano incessantemente e si sentì pervadere da un senso di angoscia realizzando il fatto di non esser riuscito ad incontrare Lui. 
La tendina si spostò di colpo zittendo il ronzio che stava lentamente nascendo nelle sue orecchie, sostituendosi con la roca voce di un uomo anziano vestito di bianco << Ben svegliato, Samuel.>> Il vecchio afferrò la cartella clinica ai piedi del letto e dopo una rapida occhiata accennò un sorriso sotto i folti baffi. <<Ti senti meglio oggi?>>
<< Che sta succedendo?! Slegatemi!>>
<<Porta pazienza, tra pochi minuti arriveranno le infermiere a toglierti quella roba di dosso. Io sono il dottor Matis.>> si presentò accomodandosi su una sedia minimale <<Mentre aspettiamo ti va di chiacchierare un po’ con me?>>
Sam storse il naso << Chiacchierare?>>
<<Si, sono solo curioso di sapere di te, ad esempio: quanti anni hai?>>
<< Otto e mezzo…>> rispose in seguito ad un breve esitare.
<<Oh? Otto e mezzo? Ma allora sei proprio un ometto!>> esclamò il dottore con fare teatrale << E qual è il tuo nome completo?>>
<< ... >>
<< Allora…?>> Matis attese, ma il ragazzo non aggiunse altro << …capisco.>>
Sam con la coda dell’occhio scorse un piccolo taccuino sulla quale il dottore era intendo a scrivere qualcosa. <<Anche lei crede che io sia pazzo, non è così?>>
L’uomo, udendo la voce sconsolata del bambino, smise di scrivere e gli rivolse uno sguardo colmo di pena.
<<Perché continui a scappare dal collegio?>> tagliò corto con un tono di voce totalmente diverso.
Inizialmente Samuel rimase in silenzio col viso rivolto altrove per non incrociare gli occhi di Matis, poi rispose << Per il mio papà…>>
La porta si aprì e nella lattescente camera entrarono due donne, delle infermiere robuste che non parvero sforzarsi minimamente a mettere a loro agio i piccoli pazienti <<Dottore, se lei è d’accordo sleghiamo il rag…>> ma furono subito interrotte dall’uomo baffuto che non distolse per un solo secondo l’attenzione della conversazione col suo assistito. << Il tuo papà?>> Samuel annuì timidamente << Ragazzo, sei consapevole del motivo per il quale ti trovi in quella struttura, vero? I tuoi genitori…>> si fermò sospirando notando un velo di triste consapevolezza invadere quel giovane viso.
Si voltò poi facendo cenno alle infermiere di scogliere le cinghie; era inutile ormai continuare…

                                                                              ...






Samuel a passo lento attraversava il lungo corridoio dell’ospedale. Dal suo risveglio erano già passati tre giorni e come le altre volte, accompagnato da una giovane infermiera, si  stava dirigendo nella stanza in cui, come da routine, gli somministravano i più svariati medicinali.
A detta del dottor Matis, quelle iniezioni erano solo degli integratori e Sam era abbastanza sicuro di sentirne il bisogno.
Infatti era da quando si era svegliato lì che si sentiva stanco, spossato, certe volte confuso e spesso spaesato.
<< Eccoci arrivati!>> L’infermiera lo mise a sedere su di una fredda sedia blu in sala d’aspetto << Ora sta buono qui e aspetta che il dottore chiami il tuo nome, ok?>> concluse la donna dileguandosi dietro la prima porta.
Samuel sbuffò; certo, anche se consapevole dei benefici, nessun bambino farebbe i salti di gioia al pensiero di un ago nelle vene e per confermare ciò bastava dare un occhiata attorno: ragazzini intenti a frignare attaccati alle gonne delle mamme, altri che cercavano di filarsela, piccoletti che non facevano che piangere senza sosta e solo un ragazzino stonava tra tanti, seduto da solo, un po’ a disparte.
Aveva un’espressione molto malinconica e forse fu proprio questo ad attirare l’attenzione di Samuel che si alzò dal suo posto, raggiungendolo. << Ciao! >> esclamò timidamente. L’altro ragazzo semplicemente lo guardò, alzando lo sguardo dal pavimento senza proferir parola << Sei da solo? Posso sedermi qui?>>
Egli annuì e Sam sorrise accomodandosi vicino a lui.
In un certo senso era emozionante parlare con qualcuno della sua età che non provenisse dal collegio, luogo dove tutti i bambini non facevano altro che tormentarlo continuamente senza un perché.
<< Anche tu aspetti il tuo turno per la puntura? >>
<< Già… >>
Tutto l’entusiasmo svanì << Ehi…qualcosa non va?>> chiese preoccupato.
<<Mi pare ovvio. Sono stufo di venire qui tutti i giorni a farmi sedare come un animale.>>
<< “S-Sedare come un animale”? Che significa? >> Sam sussultò mentre l’altro, emettendo un lungo sospiro, si passava e ripassava una mano sull’avambraccio per poi sussurrare << Secondo te perché siamo qui?>>
La conversazione fu interrotta da un infermiera che apparve davanti a loro << E’ il tuo turno ora, Tim.>>
Il ragazzino si issò dalla sedia, posando un ultimo sguardo vuoto sul viso incredulo dell’altro, per poi seguire la donna e solo una volta che la figura di Tim svanì in una stanza, Sam concepì il reale significato di quelle parole. Scattò così in piedi e con denti e pugni serrati corse deciso verso la sua camera.
Lungo il tragitto non vi fu nulla sulla quale la sua ira non si scatenò; dalle tende, alle barelle, iniziò a distruggere tutto urlando furioso, attirando ben presto l’attenzione dei medici che avvertirono la sicurezza. 



<< Samuel? Samuel, svegliati!>>
Gli occhi annebbiati, aprendosi lentamente, misero a fuoco il volto del proprietario di quella voce.
<< Lei! >> Sam si sentì pervadere ancora dalla collera, ma appena tentò di balzare dal letto capì di esser nuovamente bloccato, rilasciando così un verso rabbioso.
<< Non agitarti. Questa volta ti abbiamo legato anche le caviglie.>> affermò sospirando Matis.
<< Perché mi avete legato ancora?!>>
<< Perché hai distrutto quasi un intero reparto, fatto fuggire la metà dei pazienti e preso a morsi degli addetti alla sicurezza.>> Sam, ascoltando, si placò di colpo. << Che cosa ti è saltato in testa? Sei impazzito?>>
<<Divertente…>>
Il dottore si accarezzò la rugosa fronte << Samuel, non volevamo prenderti in giro, ma…>>
<< Ma sono pazzo, giusto?>>
<< Penso solo che tu abbia bisogno di una mano per distinguere le cose reali da quelle presenti solo nella tua immaginazione.>> Matis tirò fuori dalla sua valigetta una piccola pila di fogli << Ieri ho avuto modo di esaminare degli oggetti che mi ha consegnato una tua educatrice.>> Il bambino sgranò gli occhi non appena posò lo sguardo sulla carta. << Questi disegni li hai fatti tu, non è così? Ti va di dirmi chi è lui?>> chiese sfilando un foglio in particolare fra gli altri dove il tratto forte di un pennarello nero dava forma ad una strana sagoma dalle braccia lunghe e poco dettagliata.
Sam ritirò il collo tra le spalle. << E a lei che importa? Non mi crederebbe! Nessuno mi crede!>>
<< E’ la stessa persona di cui mi hai parlato l’altra volta? E’ lui il tuo “papà”?>> continuò ignorando le urla del ragazzino che si zittì di colpo. << Allora? Ho ragione?>>
<< Lei non dovrebbe impicciarsi…>> Samuel si incupì; sul suo volto nacquero ombre inusuali per un ragazzino di quella età e l’anziano si sentì pervadere da un senso di disagio, come se al di là di quegli occhi innocenti si nascondesse un dolore tale da diventare un'inquietante speranza.

Così triste…











 




“E quindi ritengo opportuno che il paziente venga oggi dimesso per far ritorno alla struttura d’appartenenza, raccomandando la regolare assunzione dei medicinali prescritti al fine di riacquistare la propria serenità.
Ogni apparente disturbo psicologico del soggetto è collegabile unicamente al trauma dell’abbandono da parte delle figure genitoriali. Per tanto si consigliano attività che comprendano l’interazione con altri individui della stessa età, con l’intendo di rimuovere dalla mente pensieri, convinzioni ed immagini nocivi alla psiche stessa.”
                                                                                                                  Dott.re
                                                                                                                        Albert Matis 





 








                                                                        ...

Il tempo passava veloce ogni volta che si affacciava alla solita finestra. Samuel, nonostante fosse cresciuto, continuava ogni giorno a fissare il bosco dalla sua camera, anche se oramai il tempo libero a sua disposizione si era dimezzato dal rientro dall’ospedale nove anni prima.  
Le monache da allora cercarono costantemente di tenerlo il più possibile impegnato in sport vari e discipline o attività del tutto noiose e poco stimolanti come la musica alla quale non aveva mai rivolto interesse, come il club di lettura e scrittura con giusto una manciata di iscritti, l’odioso giardinaggio, perfino sartoria e un corso di recitazione.
Tutti passatempi  inutili, ma fu proprio quest’ultimo al quale andava il riconoscimento per avergli fatto scoprire un hobby divertente e soddisfacente.
Provò più e più volte a salire sul palcoscenico, ma la salute precaria, unita alla scarsa memoria ed alla goffaggine gli fece preferire il lavoro dietro le quinte; scenografie, oggetti di scena ed accessori d’ogni tipo divennero la sua specialità e anche se i riflettori non brillavano direttamente su di lui, vedere le sue opere prendere vita in quel modo era una sensazione incredibilmente appagante.
Il piccolo orologio sul suo comodino segnava le quattro del pomeriggio <<E’ già ora! Oggi è la volta buona che mi cacciano dal progetto!>> esclamò issandosi lo zaino sulle spalle, sgattaiolando velocemente verso il piccolo teatro della struttura al primo piano e una volta lì, proprio come temeva, i suoi compagni di corso erano già tutti indaffarati ad allestire il palco per lo spettacolo.
<< Eccoti finalmente!>> Una voce femminile lo richiamò alle spalle << Dove ti eri cacciato questa volta? Senza di te non possiamo iniziare le prove!>>
<<Ah! Jessica!>> Samuel balzò innanzi al viso adirato della ragazzina << Scusami… mi ero… mi ero incantato alla finestra…>>
<< “Incantato alla finestra”? Certo che sei strambo tu… o forse hai notato i tizi con le videocamere dalla tua stanza?>>
<< Videocamere…?>>
<< Si, è da un paio di giorni che vedo un gruppo di ragazzi girare vicino al bosco.>>
<< Cosa fanno lì con delle videocamere?>> chiese lui stringendo gli occhi.
Jessica fece spallucce << Non ne ho idea, è probabile siano del college in città. So che hanno un club di cinematografia o roba simile, non che m’importi, infondo. Preferisco un palco ad uno schermo.>> fece una pausa <<Anzi, l’hai portata vero?>>
<< Si, si, l’ho in borsa…>>
<< E che aspetti a darmela? Forza! Sono curiosa!>> sbuffò lei saltellando.
<< Veramente è incompleta. Mancano giusto un paio di dettagli.>>
La ragazza fece una smorfia, fermando l’entusiasmo. << Ok! Ok! Ma sappi che se non fossi così bravo mi sarei già lamentata delle tempistiche del sevizio!>> mormorò ironica.
<< Sto facendo del mio meglio.>> Sam cercò di ricambiare il sorriso un po’ forzato , quando da dietro l’enorme sipario rosso si udì una voce che chiamava il nome di lei << Beh, io vado mi chiamano. Dopo le prove spero di vederla!>>
Detto ciò, Jessica corse via sotto lo sguardo di Samuel che la seguì fino a quando scomparve dietro il palcoscenico, dopodiché sospirò sbollendo l’imbarazzo; era proprio una frana con le ragazze, anzi, era una frana con tutti a dire il vero. Non possedeva amicizie e anche lì erano davvero in pochi a rivolgergli la parola oltre a Jessica ed era più che convinto che lei lo facesse unicamente per il progetto, anche se c’era qualcosa nelle sue parole da renderla una persona, forse un po’ brusca, ma sorprendentemente gradevole. Così diversamente da alcuni individui che, in gruppetti, non perdevano occasione per tormentarlo da quel ricovero e che anche in quel preciso istante lo fissavano con fare intimidatorio dal fondo della sala.
Volendo fare un luogo comune, si potevano associare benissimo ai classici bulletti alla fermata del bus, pronti a rubarti il portafogli. Quel giorno, però, decise di ignorarli e le ore a teatro volarono rapidamente tra prove di luci e revisione dei copioni.
Samuel stiracchiò le braccia sbadigliando rumorosamente; per tutto il tempo non riuscì a non pensare a quello che Jessica gli disse; la presenza di quei ragazzi nei pressi del bosco lo impensierì tutto il pomeriggio e non poteva fare a meno di preoccuparsi.

Quelle telecamere…

<<Ehi! Stai cercando di svignartela per caso?>> Jessica apparve all'improvviso e lo spinse giocosamente alle spalle facendolo barcollare.
<<N-Non stavo scappando, ti stavo aspettando…>> balbettò lui ricomponendosi.
<< E allora andiamo, forza!>> la ragazza gli afferrò la mano e iniziò a trascinarlo verso il giardino poco lontano.
Quel contatto fece arrossire Samuel ed il suo sguardo cominciò  a spostarsi freneticamente sulla figura di Jessica avanti a lui; non si era mai reso conto di quanto fossero lunghi i suoi capelli castani o di quando la sua schiena fosse… “diversa”, così femminile.
Il suo ridicolo flusso di pensieri s’interruppe quando le loro mani si separarono << Bene! Qui si sta tranquilli!>> disse sedendosi su una panchina di pietra chiara <<Allora? Dai! Sono curiosa!!>>
Il ragazzo fece un colpetto di tosse nervosa e, cercando di sembrare il più naturale possibile, iniziò a frugare nel suo zaino. Dopo qualche sbuffo impaziente di lei, Samuel sfilò dalla borsa nera un fagotto di stoffa che avvolgeva accuratamente una maschera dorata dagli eleganti tratti femminili, gli occhi contornati da un intenso nero e le rosse labbra erano serie e minute. << Eccola…>>
<<Pazzesco!>> esclamò lei balzando appena la vide << E’ pazzesca! Con questa farò un figurone sul palco!>>
Sam accennò un timido sorriso. << Davvero? Ti piace?>>
<< Scherzi? Insomma, guardala! L’oro è formidabile! Riusciranno a vedermi anche al buio per quanto brilla!>> Jessica pareva realmente contenta e questo riempiva di soddisfazione Sam che, certo, era abituato a ricevere lodi per i suoi lavori, ma questa volta era diverso…
<< Come ti ho detto prima, mancano alcuni dettagli.>>
<<Però per le prove di domani…>>
<<Si! Sarà ultimata!>> tagliò corto lui, preso dall’entusiasmo.
Jessica gli rivolse uno sguardo per la prima volta davvero dolce. << Mi sorprendi sempre, Samuel.>>
<< Cosa…?>> quanto si sentì ridicolo in quel momento, solo Dio lo sapeva. Sentiva le orecchie e le guance così calde da andare a fuoco.
Poi la ragazza continuò << Beh, sì. Sei sempre sulle tue, è difficile capirti.>> ma a quelle innocenti parole l’atmosfera cambiò drasticamente. << Non fraintendere, sono solo un po’ in pensiero…>>
<< Sei in pensiero per me?>>
<< Mi pare ovvio! Nei tuoi lavori vedo tanta passione, mi piacerebbe sapere cosa ti passa per la testa e cosa ti turba al punto di isolarti nonostante tutto. Sarò schietta, so che la tua salute non è ottima, ma non voglio pensare che sia un problema a tal punto.>>
<<Io…>> Il suono di una campanella echeggiò per gli interni e gli esterni del collegio, indicando che era ormai giunta l’ora di cena.
<<Oggi sembra proprio che non possiamo tirare avanti una conversazione con tutte queste interruzioni ma è meglio non far aspettare le sorelle e faresti bene a fare lo stesso. Sembri deperito, magia qualcosa, ok?>> lei si avvicinò al ragazzo stampandogli sulla bianca guancia un rapido bacio, per poi andar via sorridente.

Più tardi salì in camera e quella sera decise di saltare nuovamente il pasto nonostante le raccomandazioni della sua amica.
Amica”, perché loro erano diventati amici, no? Altrimenti perché salutarsi in quel modo?
<< Che imbranato , tutte queste storie per un bacetto sulla guancia.>> si rimproverò accomodandosi alla scrivania, cercando di ignorare l’imbarazzo concentrandosi sulla maschera. Lo spettacolo era prossimo e lui così impaziente di terminare l’oggetto da dimenticarsi completamente di affacciarsi alla finestra come era solito fare ogni sera.
Il suo lavoro però fu troncato; lasciò cadere la testa sul palmo della mano aperta, quel mal di testa persisteva da un po’ e non sembrava voler andar via.
Lo sguardo vagò dal legno del ripiano, al pavimento, fino allo specchio di fianco a lui che, quasi con cattiveria, rifletteva la sua immagine: i capelli castani perennemente spettinati ed arruffati ormai avevano superato la mascella e gli cadevano sul viso e sugli occhi nocciola contornati da occhiaie che quasi camuffavano le lentiggini sparse un po’ ovunque. Il suo naso perennemente arrossito per le emorragie che si manifestavano principalmente durante il sonno, assieme al fisico asciutto fecero pesare le parole di Jessica come un macigno <<” Deperito”, eh? Sembro uno zombie.>> Un’altra fitta alla testa lo spinse a lasciar il lavoro nuovamente a metà.
Jess avrebbe capito.


Il sole sorse pigramente, inondando di luce la stanza di Samuel che era sveglio già da un po’.
Quella notte, negli attimi in cui il sonno prese il sopravvento sul dolore alla testa, strani incubi lo tormentarono assiduamente.

Fu strano…

Nel sogno protagonista fu quella maschera dorata, proprio quella alla quale stava lavorando da quando si era alzato dal letto, approfittando dell’ora prematura.
La vide distorta e circondata da simboli strani ed inquietanti. << Beh, non l’avrò completata, ma manca davvero poco ormai.>> cercò di rassicurarsi quando in realtà, in seguito a quella nottataccia, l’unica cosa che non avrebbe voluto era proprio toccare o solo vedere quell’oggetto.
Cadde in un silenzio intenso, quando un ronzio iniziò a risuonare nelle orecchie e come richiamato, il ragazzo si voltò verso la finestra di fianco a lui. Soltanto allora gli tornarono alla mente i ragazzi con le videocamere e Lui <<Lo avranno visto…?>> si avvicinò cupo alle tende che coprivano il vetro quando qualcuno bussò con foga alla porta, facendolo sussultare, tacendo il rumore nella sua mente.
Sam rimase per un istante a fissare confuso la porta; era innaturale che qualcuno girasse per il collegio all’alba.
<<Chi è…?>> ma nessuno rispose. <<Chi è?!>> insisté girando lentamente la maniglia e, una volta che la porta fu completamente aperta, qualcosa ai suoi piedi attirò subito l’attenzione: una testa mozzata di un piccolo gatto randagio, in una pozza di sangue, privo di occhi e dal muso mutilato.
Samuel rilasciò un urlo di paura e disgusto. Oltre a quell’orrore nei corridoi non vi era nessun altro, ma lui sapeva bene chi era l’autore di un simile scempio.

Il cielo si stava tingendo gradualmente dei colori caldi del tramonto.
Nel giardino, proprio sotto a quel crepuscolo vi era Jessica appoggiata ad un albero, intenta a tormentarsi i capelli. Era lì ad aspettare dalla fine delle prove con la compagnia teatrale e quando ormai iniziò a spazientirsi udì dei passi scoordinati avanzare verso di lei. <<Ah! Eccoti qui, stupido!>> la ragazza notandolo, corse verso Samuel che camminava barcollante e che non le rivolse neppure uno sguardo. <<Ehi! Mi hai sentita?!>> lui si fermò, girando il capo lentamente e solo in quel momento l’ira di lei si placò. << Stai piangendo…?>>Con gli occhi rossi, il ragazzo iniziò a singhiozzare parole confuse. << Samuel, cos’è successo? Ti sei assentato alle prove e … perché sei ricoperto di terreno?>>
<<Scusami, io… la maschera…non l’ho finita…>> detto ciò, sotto uno sguardo attonito, lui si mise a sedere sul prato.
<< Ma che vuoi che m’importi ora?! Mi dici dove sei stato?>>
<< Qui… nel giardino…>>
<< E perché sei ridotto così? Cos’hai fatto?>>
Un breve pausa << L’ho seppellito…>> dopodiché si portò le mani al viso, soffocando le parole << …sono stati loro.>>
Jessica rimase a pensare per un istante per poi sedersi al suo fianco. Sapeva bene che il compagno non era ben visto da molti ragazzi lì. << “Loro”? Dei bulli? Cosa ti hanno fatto?>>
<< E’ dal ricovero in ospedale, non mi lasciano in pace, è perché c’è Lui nel bosco…>>
<< "Lui" chi?>> Udendo quella domanda Samuel realizzò di blaterare più del dovuto, ma ormai la tristezza distrusse ogni freno << Io fui ritrovato in fasce dalle monache poco fuori dal bosco. Fin da quando ho iniziato a camminare ho sempre provato a raggiungere quel luogo…>>
<< Chi c’è nel bosco?>>
<< Mio padre, Jessica.>>
<< Tuo padre…?>> la ragazza si fermò ammutolendosi, come se fosse indecisa su cosa dire<<E… E perché è  lì e non ti ha con sé? Non capisco…>>
Samuel tirò su col naso << Non mi ha mai detto questo, ma sento sempre la sua voce quando guardo fuori dalla finestra. Lo sento con me in ogni momento e spesso ho come l’impressione di vedere il suo viso bianco come la neve ed il suo abito che si confondono nell’oscurità della mia stanza. Non so come, ma alcuni ragazzi del collegio sono venuti a conoscenza della sua esistenza e mi tormentano ogni giorno…>> Jess rimase a bocca aperta e solo quando gli occhi lucidi di lui si posarono su di lei, si ricompose << Adesso anche tu mi credi pazzo, non è così?>> aggiunse in fine.
<< N-No! Solo che…>> si grattò la nuca nervosamente. <<… è strano.>>
Samuel espirò sconfitto, pentendosi subito di aver raccontato quelle cose all’unica persona che ancora lo trattava gentilmente.
<< E’ per questo che ti fanno i dispetti?>>
<< Ragazzini idioti che mi odiano e mi credono fuori di testa. Io non gli ho fatto nulla…>> tra di loro subentrò un silenzio in cui riecheggiarono i singhiozzi di lui.
<< Sam! Io ti credo, hai capito?!>> esclamò lei afferrandolo improvvisamente per le spalle.
<< …davvero?>>
<< Sì! Sì, davvero e sono pronta a dimostrartelo!>>
<< Come?>>
Jessica balzò in piedi, sfoggiando un solare e sincero sorriso. << Andiamoci assieme da lui! Questa sera, io e te!>>
Quelle parole furono un esplosione dentro Samuel. “Assieme”. Fu probabilmente il momento più bello della sua intera vita. Un attimo in cui, per la prima volta, si sentì accettato. << Questo significherebbe dover scappare dal collegio di notte, è pericoloso!>>
<< Non m’importa! Voglio conoscere tuo padre e non sarà il giudizio di qualche bulletto o le monache arrabbiate a farmi cambiare idea!>>
“Questa ragazza è speciale”, non riusciva a smettere di pensarlo. La tristezza che provava in un attimo svanì. << Va bene.>>
<< Questa sera, dopo il controllo dei dormitori, ti aspetto vicino il cancello principale, ok?>> bisbigliò issandolo dalla panchina, rivolgendogli uno sguardo deciso.

                                                                        << Non tardare, Sam.>>


 
Era mezzanotte passata ormai quando Samuel si stava preparando alla fuga verso il bosco.
Decise di indossare una maglia di lana a collo alto ed il giubbino nero dall’enorme cappuccio che era solito indossare in inverno. Non ci diede peso, ma era da diversi giorni ormai che si sentiva come gelare. Un freddo insistente che partiva dalle ossa anche se le temperature rigide dovevano ancora giungere, ma infondo quello non era di certo un problema in confronto a tutti i suoi disturbi e non sarebbe bastato a fermarlo quella notte.
<< Sono sicuro che ne sarà contento…>> come un lampo, gli tornò alla mente lui.

“ E se non desiderasse intrusi?”

“ E se si infastidisse?”

Lo scorrere rapido dei rintocchi delle lancette lo distrasse da quelle preoccupazioni. << Jessica mi farà un’altra scenata tremenda se non mi do una mossa.>> bisbigliò alzando lo zaino sulle spalle, non curandosi di svuotarlo della maschera e degli altri attrezzi di lavoro ancora al suo interno.
Uscì dalla sua camera accertandosi di essere solo nei bui corridoi, senza far rumore raggiunse l’atrio e si avviò verso l’uscita. Decidere di percorrere la strada che portava al cancello principale, come suggerito dalla compagna, fu un grande azzardo, ma abituato a sgattaiolare via anche dalle finestre del terzo piano, quello era un gioco da ragazzi e detto fatto si ritrovò fuori, in giardino.
Si guardò attorno alla ricerca della sua amica mentre una strana sensazione lo invase, come un brivido dietro la nuca. << Ehi, Sam!>> la ragazza apparve alle sue spalle facendolo balzare. << Hai idea di che ore sono? Dai, dammi una mano a scavalcare il cancello!>>
lo afferrò per il giubbotto, trascinandolo fino ai piedi della cancellata in ferro massiccio nero e senza aggiungere altro iniziarono l’evasione verso il bosco.
Finalmente lo avrebbe rivisto e con lui c’era una persona tanto speciale!
Era felice, ma quella strana sensazione non svanì.
Fuori dalle mura del convento regnava il buio più profondo e Jessica sembrava chiaramente a disagio, abbandonando  l’entusiasmo di pocanzi, mentre  Samuel , invece, le faceva strada a passo deciso, come se quell’oscurità non fosse poi così diversa dalla luce del giorno.
Raggiunsero i primi alberi del fitto bosco dopo un rapido tragitto a piedi. << Dobbiamo entrare…?>> chiese in un sussurro lei.
<< Non preoccuparti, vengo qui da quando ero bambino, non c’è nulla di pericoloso.>>
Jessica si avvicinò spaventata, tremando. <<E se ci fosse qualche animale feroce o un qualche malintenzionato? Mi difenderai?>> Il cuore di Samuel sembrava voler uscire dal petto, costringendolo ad allontanarsi da lei che lo guardò confusa.
<<Ti assicuro che non ci sono né animali strani, né persone moleste… stai tranquilla…!>>
La ragazza sorrise serenamente << Mi fido di te!>> e dopo un lungo respiro iniziò ad inoltrarsi nella vegetazione. Samuel fece per seguirla guardandosi alle spalle; forse era la sua immaginazione, forse era solo teso, ma cercò di non mostrarsi troppo nervoso innanzi a lei.
Camminarono fino a quando l’uscita alle loro spalle non scomparve del tutto ed il buio attorno a loro si intensificò. Fortunatamente, però, il buon senso aveva detto loro di portar con sè delle torce, grazie alle quali riuscirono a farsi strada nell’oscurità ma, nonostante fossero lì da un po’, non s’imbatterono in nulla di strano. << Sicuro che stiamo andando nella direzione giusta?>> ma il ragazzo, assorto nei suoi pensieri, non rispose. Non riusciva proprio a capire come mai lui non si fosse fatto ancora vivo.
<< Samuel!>> Jessica - notando l’assenza del compagno – lo richiamò a voce alta, riuscendo così ad attirare la sua attenzione. Lui la guardò un po’ imbarazzato per averla ignorata, ma non appena si voltò verso di lei, la ragazza pareva strana: era ferma a pochi passi di distanza e con lo sguardo chino si tormentava le dita.
<< Tutto bene?>> le chiese preoccupato da quel cambiamento improvviso quando fruscii e rumori li circondarono. Riuscendo a distinguere qualche lugubre risata, lui cadde preda della confusione, confusione che si alimentò non appena constatò che ad essere impaurito fosse solo lui.
Dalle spalle di Jessica sbucarono due ragazzi vestiti di nero, con maschere bianche senza espressione sul viso ed a loro si unì un altro individuo abbigliato al medesimo modo, spuntato di fianco a Samuel. <<Figliuolo!>> canticchiavano ironicamente i tre senza fermarsi, in una danza scoordinata e beffarda.
<< Che significa?!>>
Due continuarono la cantilena, girando attorno al ragazzo. << Non dirmi che davvero questo qui non aveva capito nulla, Jess’? Ero sicuro non fosse sveglio, ma non lo facevo così stupido!>> fece l’altro avvicinandosi alla ragazza.
<< Per chi mi hai presa? Se a teatro mi assegnano sempre il ruolo della protagonista ci sarà un perché.>>
<< Jessica, che sta succedendo?!>> chiese a voce alta e disorientato, Samuel.
<< Idiota, credevi davvero che una come lei si potesse affezionare ad un fallito allucinato?>>
Gli altri due mascherati si accostarono di più. << Lei sta con noi, non si è mai interessata a te!>> <<Doveva solo convincerti a venire qui!>> così dicendo lo afferrarono per le braccia, immobilizzandolo, nel contempo l’altro cominciò ad avanzare verso di loro, indicandosi la maschera ed i vestiti. << Un “viso bianco come la neve”, “un abito che si confonde nell’oscurità”, come sei poetico! Descrizione al dir poco impeccabile.>>
<< Ma che cosa vi ho fatto?! >> Nonostante i ragazzi fossero mascherati fu tristemente facile riconoscerli, quei maledetti bulletti.
<< Perché ti arrabbi? Dovresti esserci grato visto che abbiamo avuto la premura di vestirci adeguatamente per metterti a tuo agio!>>
<<Già, già! Guarda la mia faccia, gli somiglio?>>
<< Il tuo paparino è alto quanto me? Forse sono anche io un'allucinazione!>>
La figura di Jessica rimase in disparte, dietro il ragazzo che era innanzi a Samuel e sebbene avesse il viso coperto, era percettibile la sua espressione infastidita. << Sei così patetico da far rabbia!>> così dicendo, lo colpì con un pugno nello stomaco così forte da far traballare gli altri due che lasciarono lo sventurato contorcersi al suolo.
<< Ehi! Non credete di star esagerando? >> Jessica fece per avvicinarsi, ma fu subito raggiunta dai teppistelli. << Sta buona, il tuo l’hai fatto!>>
Samuel steso sull’erba fredda ammirava la scena dal basso: uno dei tre prese un ramo secco e minacciosamente cominciò a passarlo nei suoi capelli. Non gli importava se lo colpisse, ormai non gli importava nulla per quanto si sentiva stupido ad essersi fidato di quella ragazzina, ma malgrado tutto, nonostante l’avesse tradito, Jessica rimaneva sempre Jessica e non appena un altro la toccò per portarla via, un fischio penetrò le orecchie di Sam che trovò la forza di alzarsi in una scarica di adrenalina. Spinse via il ragazzo che gli stava girando attorno armato e, afferrando una pietra, si fiondò contro quello di fianco alla compagna, spingendolo a terra. La vista gli si annebbiò come la ragione e, urlando come un ossesso, iniziò a colpire con foga il capo del giovane sotto di lui, innanzi gli occhi attoniti degli altri.
Colpo dopo colpo, il freddo nelle sue ossa lasciò il posto ad un’appagante sensazione di tepore simile a quello del sangue che gli schizzava sul viso. La maschera bianca andò in frantumi, il piccolo masso era intriso di sangue e la vittima riusciva solo a strillare disperato sotto la furia del suo aggressore fuori di se e solo quando il fiatone giunse si sollevò, permettendo all’altro di dimenarsi e di rotolare per il dolore.
Restò ad osservare il frutto del suo lavoro, concependo ciò che accadde solo quando gli altri gridarono impauriti. <<L’ha colpito! L’ha colpito in testa! Gli ha fracassato la testa!!>>
<< E’ un mostro, andiamo via!!>> I due che ebbero la fortuna di non imbattersi in quella furia, corsero lontano, lasciando Jess sola con Samuel che alla vista di tutto quel sangue, frutto del suo stesso operato, si sentì male e iniziò a vomitare.
<< S-Sam…>> la ragazza provò a parlare, tremando come una foglia e i suoi occhi spalancati incrociarono quelli di lui, frastornato dalle continue urla di quello a terra in una pozza di sangue, ma lei parve distrarsi subito da quello scambio di sguardi. Guardò oltre le spalle di Samuel, nell’ombra che le loro torce non erano in grado di neutralizzare.
Il ragazzo notandola si girò di scatto e una volta fatto ciò ogni brutta sensazione svanì, ogni dolore si neutralizzò di colpo, ma la sua espressione di paura non lo abbandonò neppure quando una voce familiare, soave e severa, sussurrò tra le foschie della notte.
Samuel mormorò qualcosa che Jessica non riuscì a capire e rivolgendole un'ultima veloce occhiata smarrita e triste, lasciò cadere la torcia cominciando poi a correre nella direzione in cui quei bisbigli parvero richiamarlo con insistenza.
In un battito di ciglia lui scomparve, inghiottito dagli alberi, lasciando la ragazza lì da sola urlando il suo nome.

                                                                     ...






                                                                            “Troy!”



 

                                                                                 ...


Il cielo era tinto del grigio delle nuvole ma in quella fitta vegetazione le condizioni atmosferiche erano di relativa importanza; con la pioggia o con un caldo sole lo scenario era lugubre come sempre, ma questo ormai non importava più.
Abituato a quel posto, smise persino di chiedersi quanti anni fossero passati da quel giorno. Il giorno in cui finalmente fu libero, scappando per sempre e lasciandosi alle spalle dolori ed amarezze, abbandonando perfino il proprio nome.
Ora poteva finalmente vivere sentendosi accettato al fianco dell’unica persona di cui gli importava realmente e che lo salvò da quella vita d’inferno.
Troy si trovava in uno dei suoi luoghi preferiti: era una torre rossa abbandonata e palesemente pericolante, ma adorava starsene su di essa a fissare il panorama dall’alto e spesso - se era fortunato - riusciva persino a scorgere Lui che, nonostante lo avesse preso sotto la propria ala, era solito rivelarsi molto raramente e in quelle occasioni non mostrava sempre tanta gentilezza. Tutt’altro pareva volerlo tenere a distanza, proibendogli di seguirlo ed il ragazzo, ormai cresciuto, non riusciva proprio a capacitarsi della cosa.
Capitò infatti che riuscì ad andargli dietro ed il più delle volte lo vide in compagnia di due individui, non arrivando però mai a capire chi fossero. Probabilmente perché entrambi indossavano maschere che coprivano interamente i loro volti: una molto simile ad un passa montagna nero, con una triste espressione dalla bocca e dagli occhi rossi fiammeggianti, l’altra era una semplice maschera bianca sul quale risaltavano in nero le piccole labbra, le narici, le fini sopracciglia e grandi occhi che non lasciavano trasparire però lo sguardo di chi si celava sotto, trasmettendo un senso indescrivibile d’inquietudine.
La loro costante vicinanza a Lui suggerì a Troy una certa somiglianza tra sè e quelle  persone e non comprendeva come mai gli fosse vietato rivolger loro parola o il perché, proprio come i due, dovesse camuffare il proprio volto con una maschera.
I tanti dubbi spesso lo rattristavano, la consapevolezza di un qualcosa che gli era ignoto ma che qualcun altro poteva sapere e che condivideva con Lui gli spezzava il cuore ed i pezzi annegavano in un mare di gelosia. Nonostante tutto, però, decise ugualmente di obbedire e, docile ogni volta, attendeva impaziente che lui tornasse, magari con un nuovo incarico.
Gli piaceva l’idea di poter essere utile in qualche modo anche se spesso le richieste erano insolite e curiose, come una delle prime che portò a termine con successo, per esempio. Il compito assegnatogli fu di affiggere dei fogli alla corteccia di alcuni alberi nel bosco, ma il fatto strano stava nella stessa carta datogli da Lui. Erano disegni e scritte agli occhi familiari che suggerivano alla mente frammenti di immagini di un luogo bianco, un ospedale, dove ebbe la sensazione di aver visto quelle pagine tra le mani di una persona anziana. Provò a ricordare, ma da tempo la sua memoria era come danneggiata.
Alcuni ricordi erano sostituiti dal buio più totale e queste frequenti amnesie aumentavano giorno dopo giorno, spingendolo a pensare che ciò che la mente non fosse in grado di ricordare, allora non avesse alcuna importanza.
Si ripeté che quella fosse solo una vecchia storia e cominciò a scendere dalla torretta grazie alla lunga scala di legno e una volta giù si avviò verso la vegetazione, issandosi il grosso cappuccio nero sulla testa che ombreggiava il viso sulla quale vi era quella splendida maschera color oro.
L’unico oggetto che legava i sui pochi ricordi vividi del passato al presente.

                                                ...


La sofferenza dovuta alla malattia rendeva ogni giorno sempre più interminabile. L’anemia causata dalle continue emorragie e le notti passate insonne per le crisi epilettiche lo resero così debole che persino i raggi del sole sul viso erano insopportabili, tanto da rendere impossibile camminare di giorno senza maschera. Sebbene ciò, quella mattina percepì una sensazione inconsueta che non andava via, al punto da spingerlo ad inoltrarsi per vie che mai aveva preso prima.
Come un richiamo, un desiderio del tutto ignoto lo stava guidando già da un paio d’ore senza conoscere la destinazione neppure il momento in cui si ritrovò ai piedi di un enorme struttura diroccata o almeno fino a quando non vi entrò.
Troy alzò sul capo la maschera, rivelando il viso pallido come un cadavere dove dei marcati rossori si espandevano su tutto il naso ed attorno agli occhi, fino alla guance , cominciò poi a guardarsi attorno palpitante: il pavimento era lercio e colmo di detriti impedendo quasi di camminare senza inciampare, le finestre erano prive di vetri e ogni tanto sui muri crepati vi erano tubi sporgenti ed insulsi graffiti che donavano un immagine raggelante al posto.
Benché fosse tutto semidistrutto, qualcosa sembrò tornare alla mente del ragazzo che cominciò a vedere brevi immagini di quelle pareti svariati anni prima, quando ancora era tutto bianco, quando ancora in quelle stanze si percepiva l’odore di medicinali e disinfettanti. Si piegò sulle ginocchia ed inspiegabilmente diede di stomaco avvertendo sui polsi camuffati dai guanti neri e sulle caviglie negli anfibi una pressione che gli rammentò quella delle cinte che lo avevano tenuto immobilizzato a letto, proprio in quella struttura.
Successivamente i ricordi cominciarono a distorcersi e la realtà prese il sopravvento in modo brutale. <<L’ospedale…>> sussurrò ancora nauseato dall’improvviso recupero di frammenti di memoria, ma egli non ebbe il tempo di elaborare ciò che gli era appena accaduto quando un rumore di passi lo distrasse; sottecchi vide un cappuccio bianco sgattaiolare via in fondo ad un corridoio e, riportando la maschera sul volto, fece per seguire il fuggiasco.
Mosso da un raptus di follia, corse tanto da raggiungere l’individuo che filava innanzi a lui con fare grottesco e nonostante questi fosse incredibilmente veloce, Troy riuscì a stargli alla calcagna fino al secondo piano dove, gettandosi contro, lo catturò. I due ruzzolarono per un po’, fino a quando il misterioso soggetto si ritrovò immobilizzato al suolo, sotto una finestra dalla quale penetrava la luce solare che parve infastidirlo al punto da irrigidire il corpo, scuotendo il capo per evitare di esporsi alla bagliore ed emettendo lamenti animaleschi. 
<< Chi sei?! Cosa vuoi?! Perché mi stavi spiando?!>> Troy, bloccando il suo avversario per le braccia, diede il via ad una sfilza di domande alla quale non ricevette risposte se non versacci. << Rispondimi! Mi stavi seguendo?!>> Con l’avambraccio bloccò la testa incappucciata che ancora l’altro stava dimenando come un ossesso e solo allora notò i lunghi capelli corvini e la maschera che portava sul viso: era bianca ma infangata e dei grossi fori sostituivano gli occhi e la bocca, creando un’espressione orribile. La felpa biancastra intrisa di sangue secco e terreno che indossava celava un corpo minuto dalle forme femminili e, notando ciò, Troy balzò in piedi liberando la spaventata ragazza mascherata che subito si allontanò dai raggi solari.
<< Sei una ragazza…?>> le domandò come nulla fosse accaduto prima. Lei ringhiò ed accostata alla parete cominciò ad avanzare osservandolo minacciosa, pronta ad attaccare qualora vi fosse stato il bisogno. <<Che ci fai in un posto come questo? Ti sei persa?>> Il ragazzo cercò di sembrare il più rassicurante possibile nei confronti della prima persona sconosciuta con la quale stava parlando dopo anni. << Perdonami se ti ho spaventata, non era mia intensione.>> fece lui avvicinandosi alla ragazza che, dopo un breve esitare, lo imitò. Ella incuriosita volgeva fisso sull’altro il capo mosso ogni tanto da rapidi spasmi, mormorando inaspettatamente un nome << Kate… >>
Sotto la maschera, lui  accennò un sorriso riscoprendo la piacevole sensazione di udire una voce nuova, ma quando fece per rispondere a quella presunta presentazione, si udì un lamento femminile provenire dalla stanza accanto che attirò la sua attenzione << Chi altro c’è in questo p…>> ma fu interrotto dall’incappucciata che, senza preavviso, lo spinse al suolo e con ferocia gli assestò qualche pugno per poi placarsi di colpo, scappando in preda al panico verso quel lamento lasciando Troy a tossire dolorante. <<Che diavolo…?>> gemette confuso per l’accaduto spostandosi la maschera per sputare il sangue che dal naso gli colava sulle labbra.
Chiunque emise quel lamento sicuramente era tenuto lì con la forza ipotizzò rotolando sui detriti per appoggiarsi sugli avambracci col capo rivolto verso il basso dove vide cadere delle gocce rosse dal suo viso e ancor prima di riuscir a metterle a fuoco o prima che il suo pensiero potesse tornare a quella voce femminile disperata, un fischio gli penetrò le orecchie causandogli un dolore tale da farlo dimenare per terra urlando. Infine la vista gli si annebbiò quasi del tutto ma ancor prima di perdere coscienza scorse un’alta figura in fondo alla stanza.
<< Papà… >>

                                                          ...


Un nuovo giorno era iniziato e nell’aria si percepiva l’umidità che filtrava e bagnava il terriccio rigato da una spranga che Troy trascinava, lasciando dietro di se un lungo solco. Lentamente e con passi scoordinati, avanzava fra gli alberi verso il luogo indicatogli per il nuovo incarico.
<< Traditori>> farfugliò. << Bisogna eliminarli. Le cose inutili… gettate…distrutte.>> Le spalle ed il collo erano penzolanti verso il basso e solo ogni tanto si abbandonavano in qualche contrazione involontaria.
Al termine del lungo cammino, raggiunse l’ingresso di quello che pareva un campus a South Creek Roa. Diede rilevante importanza all’auto parcheggiata lì vicino e, una volta nello spiazzale interno, udì echeggiare da un edificio specifico il suono di un’arma da fuoco, decidendo così di recarsi proprio in quella direzione.
Arrivò nei pressi di una zona apparentemente abbandonata e sicuro che fosse il luogo in cui qualcuno aveva sparato, iniziò a studiarlo dall’esterno, fissandolo da dietro quella maschera il cui color oro stonava a confronto dell’intero abbigliamento nero e che brillava da sotto il cappuccio che raggiungeva metà schiena.
<< I traditori non daranno più fastidio… >> Salì le poche scale lasciando che il paletto di ferro rumoreggiasse a contatto con i gradini e oltrepassando la porta fu finalmente all’interno; tutt’attorno era palpabile una sensazione di apprensione e tensione e non vi era neppure il bisogno di concentrarsi per sentire passi in corsa e colpi di tosse provenire dai piani soprastanti.  Percorse in lungo ed in largo la zona seguendo le numerose macchie scarlatte sul pavimento che lo condussero in un corridoio semivuoto dove, alla fine di questo, notò un uomo abbigliato con una camicia a quadri rincorrere qualcuno con una felpa gialla. A quella visione Troy iniziò ad ansimare cercando di mantenere il controllo innanzi a quello che riconobbe immediatamente come il suo bersaglio. Non ricordava molto, ma il giorno precedente, in quell’ospedale abbandonato, Lui gli ordinò di recarsi in quel posto chiamato Benedict Hall e di fermare un uomo incappucciato, parlando di lui come un problema da eliminare. Non aggiunse altro, ma quello bastò e così iniziò a seguire i due. Mentre correva sentiva come se qualcosa che faceva parte di lui da sempre svanisse passo dopo passo; l’innocenza dei pensieri che veniva inghiottita dall’insania.
Giunse all’angolo inseguendo i ragazzi che non parvero accorgersi del suo passo, ma non appena svoltò vide a pochi metri quello con la camicia atterrato dall’epilessia che sbraitava cose che facevano pensare che fosse preda ad allucinazioni violente. Di fianco a lui, invece, vi era l’altro appoggiato ad un pilastro chiaramente disorientato ed affannato dalla corsa e da un probabile precedente scontro tra di loro.
Troy non si fece scrupoli dinanzi alle condizioni disastrate di quelle persone; strinse a due mani la spranga e minacciosamente avanzò ignorando quello per terra che ancora gridava parole confuse.
Solo quando fu estremamente vicino l’incappucciato si accorse del pericolo, giusto in tempo per schivare il colpo diretto alle sue spalle che finì contro l’intonaco, generando una grossa crepa.
<< Non scappare… >> enfatizzò Troy al ragazzo che non sembrò poi così meravigliato, come se in qualche modo si aspettasse la venuta del suo aggressore. Egli non disse nulla, semplicemente si preparò a schivare il nuovo colpo che l’armato gli rivolse e quello dopo ancora, dando il via ad uno scontro rapido e violento. Troy agitava la mazza mirando alla testa ma il suo avversario, decisamente più alto di lui, scivolò sotto le sue braccia e gli afferrò i polsi. Lottarono per l’arma fino al momento in cui, sotto il passamontagna, si sentì un verso spazientito ed il ragazzo cominciò a colpire i gomiti certando di far mollare la presa all’altro. Riuscì e l’arma volò dalla finestra interna che affacciava in una grande sala generando un eco metallico.
Malgrado fosse stato disarmato e con le braccia doloranti, Troy era ben deciso a non concludere lo scontro in quel modo; non aveva mai fatto a pugni fino a quel momento, ma ad ogni colpo andato a segno e ad ogni botta incassata, sentiva i suoi muscoli vibrare, mossi dall’adrenalina alle stelle.
Colpì con una raffica di pugni all’altezza dello stomaco il ragazzo con la felpa gialla che cominciò a tossire ma, senza vacillare ulteriormente, bloccò l’ultimo colpo con la mano vestita da guanti neri in pelle e riuscì a girare il polso sufficientemente da dare all’altro la sensazione di una contusione e cominciò ad urlare di dolore. Fu schiacciato ed immobilizzato contro il muro e, anche se era alle sue spalle, percepiva chiaramente la fatica del suo bersaglio, la cui presa cominciava ad indebolirsi gradualmente.
Decise così di sfruttar quell’occasione per liberarsi; con un calcio all’indietro arrivò a colpire l’altro che barcollò sofferente poco più distante e che si trovò Troy corrergli contro, placcandolo contro il bordo della finestra lì presente. Una volta lì, l’incappucciato fece resistenza per non precipitare giù mentre la sua schiena si piegava sempre più su quel davanzale per via della violenza dei colpi che stava ricevendo. I pugni ben presto, però, scivolarono raggiungendo il collo e la mano del mascherato si trasformò in una stretta soffocante. << Devi sparire! Devi sparire! Sparire! Sparire! Sparire!!>> La trachea si irrigidiva sempre più sotto i palmi e il desiderio di portare a termine la missione per Lui era smisurata. Tutt’un tratto ai colpi di tosse della sua vittima asfissiata quasi del tutto, si unirono quelli del ragazzo alle sue spalle che durante tutta la loro lotta rimase lì esanime e che ora pareva riprendersi lentamente.
Senza mollare la presa, Troy lo osservava e la sua corporatura gli ricordò la stessa dell’altro individuo mascherato che vide nel bosco. << Dannazione!>> esclamò a denti stretti. Non poteva lasciare incompleto il suo lavoro in quel modo e decise così di concludere la partita con un colpo secco che rovesciò l’incappucciato al di là della finestra.
Fatto ciò, Troy arretrò di qualche passo per riprendere fiato, esaminando più attentamente l’individuo per terra. Avvicinandosi con lentezza avvertì un senso nostalgico nei suoi confronti e si convinse sempre più che egli fosse nel bosco con Lui tempo prima.
Il ragazzo cominciò a muoversi riprendendo i sensi perduti inaspettatamente pocanzi, ma non fu soccorso da Troy che andò via lasciandolo lì, avviandosi verso le scale che conducevano al piano di sotto dove scese affaticato. Una volta giù notò la spranga caduta durante lo scontro e l’assenza del corpo del suo oppositore, così iniziò a guardarsi attorno sicuro di averlo gettato nel vuoto e non ci volle molto per accorgersi dei piedi che penzolavano sopra il suo capo: l’incappucciato, infatti, si aggrappò all’estremità del davanzale per non precipitare. Sotto di lui, il mascherato sospirò udendo i rumori che provenivano dal piano superiore, emessi sicuramente dall’altro che si alzava da suolo ovviamente spaesato e sgomento.
<< Che osso duro. >> disse Troy. <<Se non ti decidi a mollare dovrò intervenire… >> e così dicendo fece un balzo sufficiente a raggiungere ed afferrare le caviglie del ragazzo ciondolante. L’aggiunta del suo peso ed il vigoroso strattone fece immediatamente allentare la presa delle dita alla finestra e ancor prima che quello con la camicia rossa potesse affacciarsi, l’incappucciato precipitò al suolo, provocando un forte tonfo.
Troy si riparò sotto la balconata e rimase a fissare quell’individuo vestito di giallo che aveva smesso di muoversi una volta per tutte, non trovando parole o pensieri che riuscissero a sostituirgli l’affanno. Quella persona non possedeva volto o nome, era un perfetto sconosciuto con una storia ignorata da Troy che lo aveva appena fatto cadere; la vita di quel soggetto si concluse con la missione assegnata da Lui e questo bastava a soffocare la nausea provocata dalla visione di quel corpo morto, destinato ad essere una delle tante immagini che l’amnesia avrebbe divorato presto o poi.
Per le scale rimbombarono i passi pesanti dell’altro ragazzo che fece per scendere a controllare, ma prima che egli potesse vederlo, Troy scappò via in preda a insopportabili dolori dovuti dalla battaglia e che solo ora si manifestarono, lasciando alle sue spalle la follia di quel giorno intrisa in un cadavere.
                                                       ...
Un’ora, un giorno o una settimana, Troy non sapeva quanto tempo fosse passato o da dove provenisse. L’amnesia lo stava corrodendo al punto tale che anche i suoi ricordi più recenti si sfocavano e ormai altro non gli rimaneva che lasciarsi guidare dall’istinto che lo condusse nei pressi di un largo spiazzale dove, all’interno di una pattumiera, ritrovò gettata una maschera bianca che riconobbe all’istante e come un lampo gli tornò in mente quel ragazzo svenuto nella Benedict Hall e la gelosia provata ogni volta che scorgeva Lui con quei tizi nel bosco.
Il respiro intrappolato sotto la maschera oro si fece bollente e nell’istante in cui lui batté le palpebre si ritrovò da tutt’altra parte come teletrasportato: era su un tetto di un edificio non molto alto sotto il sole cocente e con lo sguardo rivolto al parcheggio sottostante dove due individui erano intenti a parlare.
Aguzzò lo sguardo senza porsi troppe domande per mettere a fuoco i loro volti e riuscì a riconoscere il tema di quella camicia rossa che ben ricordava. La persona con cui era intento a dialogare il ragazzo invece era di spalle, ma dati i lunghi capelli castani, Troy capì che fosse una donna.
Guardandoli non si accorse neppure che nella sua mano stringeva ancora l’oggetto che raccolse nell’immondizia e che lo seguì in quel viaggio spazio-temporale, distratto da quel qualcosa che sentiva nascere dentro il petto e che esplose definitivamente non appena quella ragazza si voltò per un istante.

                                                    <<Jessica? >>

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