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Nathan stava guidando la sua lincoln continental nera in una buia strada che passava attraverso un bosco, la notte ne era padrona. L’illuminazione artificiale era completamente assente e l’unica fonte di luce più forte della sigaretta ormai arrivata al filtro che teneva tra le labbra era il faro destro della sua vettura, l’unico funzionante. Era un po’ alticcio, ma completamente cosciente di sé, l’unica nemica che aveva era la stanchezza. Dopo qualche kilometro in quel boschetto il susseguirsi delle sagome degli alberi venne interrotto da un qualcosa di differente. Era un autostoppista. Nathan rallentò solo, giusto per cercare di identificare l’uomo, non si fermò mai, non era né il luogo né il tempo più opportuno per tirare su uno sconosciuto. Una strana sensazione lo colse quando gli passò di fianco, continuò a tenerlo d’occhio con lo specchietto retrovisore finché gli fu possibile.

Fece ancora qualche kilometro, ma finalmente uscì da quell’ammasso contorto di rami e foglie. La strada cominciò a costeggiare il lago, dalle acque di gran lunga più nere del cielo parzialmente nuvoloso che le sovrastava. «Un altro colpo di sonno, dannazione! Non posso permettermi di chiudere le palpebre» disse fra sé e sé. Non poteva far altro che accendersi un altro concentrato di nicotina, doveva solo aspettare che l’accendisigari scattasse, era vecchio, ci avrebbe messo un po’. Quella macchina era un catorcio, neanche la radio poteva intrattenerlo, era rotta da tempo. Non gli rimaneva altro che tirare giù i finestrini e farsi accarezzare dalla fresca aria notturna e guardare l’oscurità inghiottire il serpeggiante asfalto di fronte a sé, in attesa.

  • Tic-tic* «Finalmente, non potevo più aspettare». Si portò il marchingegno incandescente alla bocca, cercando di tenere d’occhio la strada. «Maledizione!» La sua distrazione fece cadere la sigaretta tra i pedali della macchina. Diede un’ultima occhiata alla strada, poi si tuffò sotto il volante alla ricerca della bionda.

«Eccoti qui!» Riportò il capo sopra il cruscotto… Non ebbe tempo di reagire, se non premendo impercettibilmente il freno… qualcosa era in mezzo alla strada… l’airbag esplose ustionando le sue mani all’altezza dei pollici e provocandogli un abrasione sul volto. Solo fumo al di là del parabrezza. Rinvenne poco dopo con un filo di sangue che dalla tempia gli scendeva lungo il viso. Era tramortito, e a fatica uscì dalla vettura incidentata. Cadde sulle ginocchia, nel tentativo di riprendersi dallo shock, era terrorizzato dall’idea di vedere cosa c’era oltre il paraurti della sua macchina, ma sapeva che avrebbe dovuto farlo. Si alzò sulle gambe dolenti e lentamente si diresse difronte alla suo veicolo, un passo dopo l’altro. Superato lo spigolo disegnato dalla fiancata, quello che vide fu solo una macchia nera sull’asfalto, presumibilmente olio motore, illuminata dalla ormai luce intermittente del malconcio fanale. Nathan era pietrificato. Nessun essere vivente sarebbe facilmente sopravvissuto a quello schianto, tanto meno sarebbe stato in grado di rialzarsi sulle proprie gambe. Qualsiasi cosa avesse investito, vivente o no, doveva essere nei dintorni.

«Cosa sta succedendo qui? Cosa diavolo ho investito?» era sconvolto…

Un riverbero uscì dalle casse dell’automobile: «Cosa si prova ad uccidere una persona, Nathan?» Nathan trasalì e corse verso la portiera con il finestrino abbassato della sua continental… La radio, come ormai da un anno, era spenta, morta. Improvvisamente una figura apparve dall’altra parte del veicolo. «Cosa si prova ad uccidere un persona in carne ed ossa, eh, Nathan? Sono curioso». Raddrizzò la schiena inarcata, portando il suo sguardo al di sopra del tettuccio… non c’era più nessuno. «Sto impazzendo?». Fece frettolosamente il giro della macchina, ma di quell’uomo nessuna traccia, solo asfalto e ghiaia.

«Ora basta scherzare, ti farò capire cosa vuol dire morire…»

L’uomo era alle sue spalle, che impugnava un ascia. Era vestito come il classico boscaiolo, con una camicia a quadri, un giubbotto arancione smanicato e un paio di jeans. Il volto era coperto da una inspiegabile e densa oscurità. Le gambe tremarono e Nathan cadde a terra all’indietro. Sollevandosi sui gomiti si rivolse all’uomo piangendo:

«Mi dispiace, è stato un incidente, era buio e tu eri mezzi alla strada, non ti ho visto»

«Basta con queste scuse Nathan, sono stanco di giocare, di te e della tua carneficina…»

«Co… come fai… come fai a sapere il mio nome?» chiese terrorizzato.

«Ma come, non mi riconosci, “papà" disse ironicamente l’uomo.

«N… non puoi essere tu, è impossibile!»

«Eppure eccomi qui, che tu lo voglia o no»

Nathan conosceva bene quell’uomo, in fondo era stato lui a crearlo. Era il personaggio di un suo giallo best seller, Jonah Anderson, il serial killer che uccideva tutte le sue vittime con un ascia, che dopo un estenuante inseguimento venne freddato dalla polizia al termine del suo racconto. Cominciò a guardarsi intorno freneticamente alla ricerca di una via di fuga. I suoi occhi caddero su una vecchia scalinata di legno che scendeva lungo la scogliera e che portava ad una baracca con un pontile dove era ormeggiata una piccola barca, se l’avesse raggiunta avrebbe avuto una chance. Purtroppo era alle spalle dell’uomo che lo minacciava, non aveva molte possibilità, doveva aspettare il momento giusto per scattare. «Sei tu che mi hai obbligato a compiere quelle orribili azioni, sei un uomo senza scrupoli. Te la farò pagare, tu mi hai fatto uccidere e mi hai fatto morire senza pietà, ora sarò io a farlo con te!»

Corse verso di lui facendo oscillare l’ascia sopra la sua testa… la lama illuminata dalla pallida luce lunare sferzò l’aria…

«È finita per te!»

Il metallo vibrò schiantandosi contro il terreno facendo saltare pezzi di ghiaia ovunque. Nathan riuscì a schivare il colpo per miracolo, rotolando su un fianco. Si alzò concitatamente e cominciò a correre nonostante le ossa gli dolessero per l’incidente di poco tempo prima mentre l’aguzzino sfilava la sua arma dall’asfalto incrinato. Sentiva che gli mancava il fiato, ma stava combattendo per la sua vita, non poteva fermarsi. Iniziò a scendere le scale malconce, in molti punti mancavano persino assi e parapetto.

«Se non mi uccide quel pazzo, ci penserà questa fottuta scalinata»

Un grido bestiale arrivo da sopra di lui: «Perché devi rendere tutto così difficile Nathan! Muori e basta, fai un favore al mondo!» Il suo passo si fece più svelto, troppo svelto. Mise il piede incautamente su una tavola marcia che si spezzò intrappolando la gamba. Jonah si avvicinava a gran velocità. Ormai era come il cacciatore con la sua preda intrappolata in una tagliola. Era a meno di due passi… Portò l’ascia all’altezza della spalla per assestare un colpo dritto al petto. Nathan in un gesto disperato lo spinse deviando il fendente sulla scalinata e il violento contatto con essa liberò il suo piede. Prontamente però l’aggressore colpì in volto Nathan con il manico dell’arma che, accusando il colpo, urtò il parapetto spezzandolo, cadendo inevitabilmente sulla rampa inferiore, ma, seppur malridotto, praticamente illeso. In qualche modo, ancora una volta, il suo istinto di sopravvivenza gli aveva permesso di uscirne fuori.

Un urlo spezzò il silenzio della notte: «Perché non vuoi morire! Sarebbe così semplice se collaborassi!»

C’era una sola possibilità, raggiungere quella barca. Quella caduta fortuita gli aveva fatto guadagnare parecchio vantaggio, sapeva che poteva salvarsi. Si scapicollò di corsa verso il pontile mentre Jonah dall’alto gli inveiva contro continue minacce. Salendo sulla piccola imbarcazione, con l’inseguitore ancora sulla scalinate lignea, Nathan tirò un sospiro di sollievo, ma questa sensazione di salvezza in breve tempo venne sostituita dal panico: la barca imbarcava velocemente acqua a causa di una falla sullo scafo, era inutilizzabile, non avrebbe fatto che qualche metro. Non poté fare altro che vedere le sue speranze affondare e ributtarsi sul pontile con i pantaloni completamente fradici. Dovette pensare in fretta e capì che l’unica possibilità era rintanarsi nella baracca lì vicino, nella speranza di trovare qualcosa con cui difendersi. L’ultima cosa che vide prima di chiudere la porta era Jonah che si apprestava a fare gli ultimi gradini. Chiuse la porta con l’asse di legno che trovò lì di fianco, e ci mise davanti uno dei vecchi mobili impolverati che erano all’interno della casetta. Subito si mise a cercare qualcosa, qualunque cosa, che gli avrebbe permesso di avere salva la vita, ma non passò molto che Jonah cominciò prima a battere sulla porta, poi a prenderla ad accettate abbaiando: «Cappuccetto rosso? Cappuccetto rosso?», si mise a cercare ancor più freneticamente, nella disperazione, non c’era assolutamente nulla, «Su, apri la porta. Su, apri! Non hai sentito il mio toc, toc, toc?», svuotò disordinatamente l’armadio e aprì tutte le scatole che trovò accatastate in giro sul pavimento, solo carta straccia, ancora nulla, «Allora vuoi che soffi? Vuoi che faccio puff? Allora devo aprirla io la porta?», aprì i cassetti della vecchia scrivania, e proprio quando aveva perso le speranze, una piccola custodia arancione attirò la sua attenzione. Al suo interno trovò una pistola lanciarazzi, si mise quasi a piangere… Con un unico calcio l’uomo assetato di sangue sfondò quel che rimaneva della porta e dell’asse di legno spostando allo stesso tempo il pesante mobile che avrebbe dovuto rallentarlo: «Sono il lupo cattivo!» berciò con un ghigno disumano. Si avvicinò, lentamente, trascinando l’ascia sul pavimento, la sua preda ormai era in trappola. «Non posso sbagliare il colpo» sussurrò tra sé e sé, indietreggiando fino a toccare la parete coperta di muffa della casupola.

«Siamo alla resa dei conti, vendicherò l’inchiostro che hai versato…»

Alzò l’ascia sopra la sua testa, contraendo tutta la muscolatura, non voleva semplicemente ucciderlo, voleva massacrarlo. Si avventò contro di lui e Nathan estrasse la pistola e premette il grilletto… l’ascia affondò nella sulla spalla. Il colpo non venne esploso, era troppo umido. Cadde a terra a peso morto, con il sangue che colava copiosamente dalla ferita appena aperta.

Si mise sopra di lui: «Per te nessuno ultimo desiderio, questo privilegio non è concesso ai demoni»

Un altro colpo di accetta venne portato contro l’uomo a terra… il pavimento vibrò, per poco non gli centrò il volto. Un razzetto rotolò fuori da sotto l’armadio…

Alzò lo sguardo al soffitto esasperato, ma tornò subito a fissarlo negli occhi.

«Ok, facciamola finita… Mi sono stancato!»

L’ascia vibrò nell’aria che odorava di muffa… un bagliore rosso illuminò l’interno della polverosa baracca, il corpo esanime di Jonah cadde a terra con un razzetto ancora acceso in pieno petto. L’oscurità che lo aveva sempre attorniato si dissolse.

«So… sono salvo. Questo incubo è finito» pianse.

Stette diversi minuti a terra tenendo premuta la ferita pulsante più forte che poteva finché non svenne…

La casa cominciò a tremare… le scosse si fecero sempre più forti e Nathan riprese conoscenza…

Si diresse disperatamente alla porta ma il rifugio si inclinò e venne scaraventato contro la parete opposta. Le uniche due lampadine che illuminavano il capanno esplosero, una densa oscurità penetrò da ogni fessura ed una donna dalla veste corvina entrò con esse… Si avvicinò a Nathan sfiorandogli il volto con una gelida mano «Dormi Nathan adesso, basta resistere, smetti di soffrire…». Perse i sensi definitivamente. La baracca crollò su se stessa inghiottendo i due uomini…

Lo scrittore Nathan Wallake non si risvegliò mai dal suo sonno. Venne ritrovato sotto le macerie della sua casa delle vacanze al lago, crollata per un cedimento strutturale. A fianco a lui la sua antica macchina da scrivere, una continental nera, con la quale probabilmente era intento ad ultimare il suo ultimo libro.

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