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Quando ero piccolo giocavo molto spesso da solo. Vivevamo in una casa molto grande distribuita su tre piani. Correre da una stanza all'altra con i miei soldatini per giocare "alla guerra" mi divertiva un sacco. Crescendo, i miei giochi preferiti cambiavano sempre più in fretta, ma a me piaceva sempre giocare per i fatti miei. Ricordo che la mia immaginazione era in grado di elaborare storie assurde, realistiche e divertenti. Invidio molto la fantasia dei bambini per questo, gli basta poco per divertirsi.

Ricordo quando salivo su in soffitta fingendomi un esploratore a caccia di tesori perduti, quando mi rifugiavo giù in cantina per allenare al buio le mie doti da ninja, quando scommettevo con Tom quanti scalini avrei saltato. Già, Tom... come ho fatto a scordarmi di lui? Tutto quello stare da solo mi faceva forse lavorare troppo di immaginazione, e fu allora che cominciai a parlare con Tom. Tutti i bambini hanno un amico immaginario, anche se a dirla tutta il mio era un po' strano . Tom era un bambino di circa sei o sette anni che vestiva dei larghi pantaloni grigi, una T-shirt azzurra e delle buffe bretelle rosse. Non giocava mai con me, lo immaginavo sempre in un angolo, o seduto su qualche sedia o divano, sempre pronto a lanciarmi una nuova sfida con quella sua vocina stridula. Quella voce che mi entrava in testa, spingendomi a fare piccole pazzie, che ora riecheggia nella mia mente: "Scommetto la tua testa che non riesci a saltare giù dal tavolo."

"Scommetto la tua vita che non riesci a scalare l'armadio nella camera di mamma e papà."

"Scommetto la tua anima che non riesci ad acchiappare il gatto."

Già, ero proprio un tipetto strano; preferivo inventarmi storie complicate invece che farmi degli amici o giocare con mio fratello. Fortunatamente, crescendo sono cambiato e mio fratello ora è anche il mio miglior amico. Abbiamo preso casa insieme ad altri due ragazzi e ce la spassiamo ogni giorno, la mia "passione" per la solitudine se l'è portata via l'adolescenza, grazie a Dio.

- "Ehi Rob, pronto? Ci sei? A che diavolo stai pensando? Sono cinque minuti che ti chiamo! Pensavo di aver perso di nuovo le chiavi dell' auto e inv-... Ehi, ma mi stai ascoltando?"

- "Scusa Jack, viaggiavo con la mente. Le chiavi della macchina? Sono lì, sul tavolino vicino al divano."

- "Sì, sì, le ho trovate, lascia stare. Piuttosto, a che pensavi? Qualche nuova ragazza? Dai su, racconta!"

- "A dire il vero ripensavo alla nostra infanzia e a quanto fossi idiota. Te la ricordi la nostra prima casa, quella con la soffitta enorme? Avremmo potuto divertirci un sacco insieme e io invece ho buttato via quegli anni standomene sempre per le mie, a crear trincee per le stanze o a parlare con quell'inutile Tom."

Ad un tratto, Jack si bloccò davanti a me. Cominciò a fissarmi e con voce tremolante riuscì solo a ripetere quel nome.

- "T-Tom?"

- "Sì, Tom! Ah, da bambino avevo fin troppa immaginazione, lascia perdere queste sciocchezze, ero davvero troppo strano. Allora, programmi per stasera? Una birretta con gli altri?"

Jack non rispose, né ricambiò il mio sorriso. Era immobile davanti a me. La sua faccia era tesa, si guardava intorno e strizzava le palpebre.

- "Jack, ora sei tu quello strano, però. Che hai?"

- "Tom, eh?" - un sorriso nervoso gli si disegnò in volto - "E dimmi, faceva delle scommesse anche con te?"