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FunlandModifica

Sono cresciuto in una piccola città del Massachusetts durante gli anni novanta. Era un'epoca bellissima per essere bambini. La nostra Main Street era piena di attività legate ai bambini, c'era un'enorme pista da go-kart con una sala giochi piena dei più bei giochi degli anni ottanta e novanta. Ricordo che passavo ore a giocare ad acchiappa la talpa con gli alligatori al posto delle talpe.

Giù per la strada si trovava "Tune Town", non era niente di speciale, un tipico negozio di musica degli anni novanta, però avevano come mascotte un simpatico cagnolino con una bandana addosso che appariva in tutte le pubblicità televisive. Non mi ricordo come si chiamasse quel cucciolo, ma ogni volta che andavo a comprare una nuova audiocassetta, lui mi dava il benvenuto venendo a farmi le feste all'entrata.

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"Funland"

Ma di tutti i posti che adoravo visitare da bambino, Funland era in assoluto il meglio.

Aveva la proprie piste da go-kart, una piccola per i bimbi più piccini e una più grande per quelli più maturi. Non era sofisticato come quell'altra pista di Main Street, ma era bello lo stesso. C'erano anche le gabbie da battuta, molte, e anche un piccolo arcade, fornito perlopiù di flipper, e come videogiochi c'era Pac Man e il gioco per l’arcade popolare de I Simpsons.

Ma la cosa più bella di Funland era il campo da minigolf. All'epoca era l'unico presente nell'area, e attraverso gli occhi di un bambino di otto anni, quel posto sembrava IMMENSO. C'era l'iconico razzo spaziale col logo di Funland al centro del parco, potevi scorgerlo dal parcheggio, insieme all'enorme statua di una giraffa che guardava giù verso il parcheggio, a sorriderti mentre entravi. C'erano tante altre statue memorabili, incluso l'elefante rosa e la casa delle bambole che stava in fondo. La parte migliore di tutto il parco era la diciottesima buca.

Dall'esterno, la diciottesima buca non era altro che un piccolo bagno pubblico, ma se riuscivi a fare un hole-in-one, non solo vincevi un giro gratis, ma la latrina si sarebbe aperta emettendo il rumore registrato di un cesso che viene sciacquato, accompagnato dai sibili dei meccanismi idraulici che muovevano l'animatronico nascosto all'interno. Il robot aveva l'aspetto di un cane antropomorfo vestito in una tuta da lavoro con una bretella penzolante su una spalla, come se l'avesse appena indossata. I suoi occhi batterebbero, la sua bocca si aprirebbe mentre muoveva il braccio puntandoti l'indice addosso, rimproverandoti per averlo disturbato. Con un buffo accento del Sud avrebbe esclamato:

"Hey! Ma che te credi de fare? Pussa via!" poi il cane si ritirava sbattendo la porta mentre tu e i tuoi amici scoppiavate a ridere. Ogni volta che ci andavo, non vedevo l'ora di vedere quel cane.

Come tutte le cose dell'infanzia, però, i divertimenti della Main Street lentamente se ne andarono. Penso che la pista da go-kart e la sala giochi siano stati i primi ad andarsene, erano stati abbandonati ad arrugginire finché non hanno usato l’area per costruire una casa di riposo. La pista da go-kart si vede ancora, ma era sul retro con due kart rimasti ghiacciati nel tempo. Poi fu la volta di Tune Town, andò in bancarotta per non essere stata capace di tenere testa con le altre catene di negozi musicali come Newberry Comics e la F.Y.E., suppongo che il cagnolino deve essere morto da un pezzo, ormai.

E l'ultimo ad andarsene fu proprio Funland. Era davvero triste vedere come si deteriorava nei suoi ultimi anni di vita; la vernice delle statue degli animali si era sbiancata e gli occhi della giraffa guardavano tristemente il parcheggio dove giungevano sempre meno visitatori. Quando il parco venne ufficialmente chiuso, mi si era spezzato il cuore. All'epoca della chiusura ero al liceo ed era passato un pezzo da l'ultima volta che c'ero andato. Ci passavo vicino ogni giorno andando al lavoro, osservando il modo in cui si deteriorava: l'elefante rosa cedette cadendo su un lato, la catena che teneva la sua zampa adesso era esposta. Le porte e le finestre della casa delle bambole erano tutte distrutte come una vera casa abbandonata. La piccola latrina alla diciottesima buca era rimasta chiusa, le mura di legno si riempivano di crepe col tempo. Potevo solo immaginarmi lo stato di abbandono in cui doveva essere quel povero cane animatronico all'interno. Poi la natura reclamò l'area del parco e ormai non riuscivo a vederlo più. Tutto ciò che era rimasto visibile era la testa della giraffa che sbirciava oltre la ringhiera arrugginita.

Alla fine la curiosità ebbe il sopravvento e decisi di organizzare un'esplorazione con i miei due amici Kevin e Zack. Pianificammo di sgattaiolare nel parco di notte per dare un'occhiata. Quando raggiungemmo il parcheggio e la ringhiera, guardai su per vedere la giraffa... solo allora, per la prima volta, mi resi conto di quanto paurosa fosse: la vernice gialla del suo corpo era quasi completamente andata lasciando solo grosse macchie marroni e due enormi occhi neri a forma di mandorla.

Zack aveva portato un paio di cesoie da giardino per tagliare la ringhiera, giusto un poco affinché potessimo infilarci dentro. Mentre entravo nel parco per la prima volta dopo quello che deve essere stato più di una decade, mi guardai intorno in puro stupore. Tutto quanto era esattamente come me lo ricordavo: i go-kart erano ancora sulla pista, le gabbie da battuta che avevano ancora le palle... ma la zona arcade era completamente devastata e il percorso del minigolf era ricoperto di piante e tutto inumidito dallo straripamento della palude vicina. Sospirai, rattristito nel vedere quello che un tempo era un allegro e magico posto della mia infanzia. L'atmosfera del vecchio parco abbandonato in piena notte mi fece venire un brivido lungo la schiena. Non mi ero mai reso conto di quanto raccapricciante fosse prima di allora.

Ci incamminammo lungo il percorso in senso ordinato, partendo dalla prima buca: non era niente di speciale, solo le tipiche collinette impegnative di erba finta, ora zuppa e umida dalla pioggia; la palude non l'aveva ancora raggiunta. Mentre proseguivamo, passammo oltre l’elefante rosa, ormai solo di un bianco spettrale, che stava sdraiato su un lato, i suoi occhi che fissavano vacuamente il parco, come se fosse scaduto. Toccai l'enorme testa con la punta delle mie dita prima di proseguire. Raggiungemmo la casa delle bambole, che ora sembrava una casa infestata in miniatura. Mi aspettavo di vedere le finestre e le porte distrutte e abbandonato come la sala giochi, e guardando dentro vidi le piccole forniture sparpagliate sul pavimento.

Ormai avevamo raggiunto la zona del parco che era stata inondata dalla palude. L'odore non era pessimo come me lo ero aspettato, era tutto semplicemente ricoperto da muschio e piantagione della palude. Non potemmo attraversare tutta la zona sul retro, a meno che non avessimo voluto mettere piede in quelle putride acque. La nostra unica scelta era quella di camminare direttamente alla diciottesima buca.

Finalmente, la parte del parco che volevo rivedere di più. Più che altro volevo rivedere quel cane. Per metà era nostalgia, l'altra metà era una sorta di paura eccitata su che aspetto avrebbe avuto. Ma era ancora lì? Magari era in condizioni decenti, visto che era protetto dalla sua latrina? O era triste e tutto arrugginito e ammuffito dal tempo come il resto delle cose in questo parco? Non vedevo l'ora di scoprirlo.

"L'hai portata?" chiesi a Kevin.

Lui annuì e mi passò una delle palle da golf di suo papà. La tenni in mano, traendo un respiro profondo mentre passavo il pollice sui piccoli buchi. Mi avvicinai alla piccola latrina chinandomi verso il punto in cui c'era la buca. Improvvisamente fui abbagliato da una luce accecante.

"Ma che cazzo, Zack!" mi lamentai, battendo gli occhi per eliminare le macchie dalla mia vista.

"Stavo solo cercando di aiutarti!" rispose borbottando "Senti, sbrigati e andiamocene da qui."

"Già" aggiunse Kevin "questo posto mi fa venire i brividi..."

"Non finchè non l'ho visto!" sbottai.

Sono certo che sembravo pazzo. Stavo parlando di quel cane come se fosse una persona. Per me lui era molto di più che una decorazione o un fenomeno da baraccone che va deriso, era parte della mia infanzia. Era come se stessi per incontrare un vecchio amico che non avevo visto da secoli. I miei amici non dissero niente: Zack teneva la torcia puntata ai piedi della latrina mentre Kevin sospirò infastidito, battendo il piede impazientemente.

Riuscii a trovare la buca, un tubo bianco che portava tutte le palle al piccolo deposito all'entrata del campo dove venivano distribuite le palle e le mazze. Era un po' difficile da vedere per via dell'erba finta, ma era ancora lì e avevo un tiro facile. Posizionai la palla per terra e, facendo attenzione, la mandai a rotolare e cadere nel buco. Sentimmo tutti e tre la pallina che riecheggiava lungo il tubo per tutto il parco silenzioso. Zack si avvicinò a Kevin tenendo la luce puntata sulla latrina mentre io tenevo i pugni chiusi dall’anticipazione, sperando con tutto il cuore che funzionasse ancora, che la porta si fosse aperta e che il cane fosse ancora lì dentro.

Che stupido desiderio.

Sobbalzammo all'improvviso rumore familiare dello sciacquio di un cesso, ora leggermente distorto. Poi la porta iniziò ad aprirsi e gli acuti sbuffi dei meccanismi idraulici risuonavano nella notte.

Eravamo senza parole. Funzionava! Eravamo riusciti a farla funzionare! Finalmente l'avrei visto di nuovo. Ero così emozionato che potevo avvertire la mia bocca che si curvava in un magnifico sorriso, come se fossi un bambino che stava per aprire un regalo.

... Solo che il regalo... non era affatto quello che mi aspettavo.

Eccolo là.

Quel mio amico un tempo familiare, il mio premio per aver fatto un hole-in-one...

... Ma a malapena lo riconobbi.

La pelliccia che ricopriva il suo esoscheletro metallico era tutta bagnata e strappata, le bretelle della sua tuta da lavoro penzolavano come quelle di uno che ha perso molto peso. Deglutii con la mia gola che era diventata secca, i miei occhi si sbarravano aperti mentre pian piano raggiungevano il volto del cane.

Era una cosa orrida.

Metà della pelliccia che ricopriva la sua faccia era strappata, scoprendo i meccanismi, i fili elettrici e la sua mandibola. Non mi ricordavo affatto che avesse i denti. Sempre sul lato strappato ed esposto, il suo occhio di plastica era stato strappato fuori e penzolava sulla sua guancia lacerata.

Poi batté gli occhi, i meccanismi del suo occhio penzolante tremavano addentando i fili, rilasciando delle scintille. Altre scintille vennero fuori dalla sua ascella mentre fece scattare in avanti il braccio con un secco CLANG e la sua bocca cigolava mentre si apriva e si chiudeva a scatti. Parlò...

"CCChe coosa pensi di faree..?"

Il suo buffo accento del Sud se n'era completamente andato, rimpiazzato da qualcosa di rauco e arrabbiato. E anche se potevo avvertire un'agghiacciante disturbo nel suo autoparlante, la voce sembrava più umana di quanto ricordassi.

Kevin se la diede a gambe. Zack fece cadere il suo telefono mente indietreggiava urlando dal terrore quando l'occhio non strappato del cane sembrò muoversi per fissarlo quando sentì i tumulti.

Poi, in qualche modo... IL CANE SI ALZÒ!

Non era programmato per camminare, infatti per tutto quello che sapevo l'unica azione che era capace di fare era sbirciare fuori dal suo bagno, era fissato lì dai meccanismi idraulici che lo spingevano in avanti dal punto dove si sedeva, eppure stava proprio lì in piedi davanti a me! Quel simpatico cane animatronico della mia infanzia era uscito dalla sua vecchia latrina e si dirigeva verso di noi!! Io non riuscivo a muovermi, ero impietrito dal terrore mentre lo fissavo marciare giù.

"FANCULO!!" urlò Zack prima di abbandonarmi.

Ora ero tutto solo. Con 'lui'.

Avevo immaginato questo momento per molti anni. Avevo speso innumerevoli ore a pensare di questo cane e desiderare di vederlo per un'ultima volta. Ma ora sapevo che non avrei mai dovuto mettere piede in questo vecchio parco. La mia infanzia era morta, rotta e decadente come la struttura metallica che a malapena reggeva in piedi il cane.

Guardò Zack scappare via, il suo occhio ancora attaccato si girava producendo un suono scroccante mentre lo fissava sparire nell'oscurità. Poi si voltò verso di me.

"Vai... VIA!" comandò puntando il braccio verso il parcheggio, che ora era illuminato dai fanali della macchina di Zack, che egli aveva messo in moto. Io non riuscivo a muovermi, potevo solo guardare. Ero forse finito in un orrendo incubo?! Una specie di fantasia malata che il mio cervello aveva prodotto per togliermi il pensiero del tempo a cui non potevo fare ritorno?

Il cane... la COSA, si avvicinò a passo errante sempre più vicino, la sua faccia sfigurata a pochi centimetri dalla mia. L'olezzo del suo corpo marcio bruciò nelle mie narici.

"VATTENE VIA DA QUI!!!" tuonò, l'apparecchio che lo faceva parlare sembrò andare in cortocircuito come se fosse scoppiato, ma la sua voce sembrava una moltitudine di voci che parlavano simultaneamente, tutte basse e aggressive, quasi demoniche.

Questa volta lo ascoltai e mi misi a correre più veloce che potevo attraverso il parco, che era malamente illuminato dai fanali della macchina. I miei occhi guardavano da tutte le parti, quell’area un tempo familiare ora sembrava aliena e strana. Non riuscivo a capire dove andavo. Sentivo le risate di bambini, il barrito di un elefante... e il cozzare e scricchiolare di ingranaggi meccanici che si avvicinavano.

Quando raggiunsi finalmente la ringhiera, tentai di infilarmi attraverso il buco che ci eravamo tagliati per entrare, ma rimasi bloccato. Cercai di guardare in basso per vedere se per caso la mia giacca era stata agganciata dalla ringhiera lacerata, ma non lo era.

Guardai indietro... a fissarmi negli occhi era un occhio di plastica con una pupilla nera dipinta sopra. Fissai l'occhio deglutendo, come se mi aspettassi che quel buco nero si allargasse per ingoiarmi vivo.

Capii il motivo per il quale ero rimasto bloccato: la mano del cane animatronico era serrata sulla mia giacca. Io sapevo che la mano NON doveva essere così, sarebbe dovuta essere bloccata in posizione indicativa, non aveva le funzioni meccaniche per aprirsi e chiudersi. Ma poi c'è da considerare che il cane non sarebbe dovuto essere capace di camminare!

"Non saresssti dovuto tornareee..." mi sussurrò, facendomi venire un brivido lungo la schiena.

Poi mi lasciò andare spingendomi attraverso la ringhiera. Barcollai e caddi a terra, poi mi rialzai e raggiunsi la macchina di Zack, non osai voltarmi per guardare indietro una sola volta mentre attraversavamo Main Street a tutta velocità.

Sono passati anni da quella notte. Non parlo più con Kevin e Zack e non abbiamo mai discusso una sola volta dell'incidente, neppure quando era appena successo durante il rientro in macchina.

Decisi di non passare mai più per quella zona di Main Street... fino ad oggi.

Era tardi e la strada alternativa che prendevo di solito era bloccata per lavori, il che mi costrinse a passare per Funland. Suvvia, che male avrebbe potuto fare?

... Avrei dovuto sapere di meglio...

Mi sforzai a non guardare, davvero, ma non riuscì a dare una breve occhiatina. Non potevo vedere granché per via della pioggia, ma notai un grosso cartello che diceva 'da affittare' appeso sulla ringhiera. La giraffa se n'era andata o magari era caduta e nascosta dalla folta piantagione.

Sospirando, proseguii cerando di spingere i ricordi di quella notte fuori dalla mia mente. Il mio parabrezza si appannò per via dell’indeciso clima del New England, quindi accesi lo sbrinatore... a quel punto notai qualcosa.

Al posto di rimuovere l'appannatura del vetro come avrebbe fatto normalmente, si pulirono delle linee dritte, formando delle lettere. Fissai stupito e incredulo, sperando che fosse solo frutto della mia immaginazione. Ma stavano componendo una frase. Un messaggio molto chiaro:

'NON TORNARE'

Quando la polizia mi domandò che cosa mi fece schiantare contro il palo al di fuori del parco abbandonato, tutto ciò che feci, mentre stringevo forte la coperta con la quale mi avevano avvolto, era girare lo sguardo verso gli alberi e i cespugli che nascondevano il punto in cui si trovava la diciottesima buca.

"Il cane..." fu tutto ciò che riuscii a dire "È stato quel cane..."

Ritorno a FunlandModifica

Vivo in un piccolo paese del Massachussets dove non sembra mai accadere qualcosa di grandioso. Comunque, un paio di anni fa, il mio fratello maggiore fu coinvolto in un brutto incidente stradale, che parve più danneggiarlo mentalmente, anziché fisicamente. I nostri genitori finirono col portarlo in un ospedale psichiatrico, il Tewksbury State Hospital. La mia famiglia non ha mai parlato molto riguardo questo avvenimento. Ero troppo giovane all'epoca per capire davvero cosa stava accadendo. Tutto ciò che sapevo era che un giorno mio fratello stava bene, e il giorno seguente era segregato in quell'inquietante e fatiscente posto che chiamavano ospedale. Non sapevo nemmeno dell'esistenza di un edificio del genere prima di allora, e dire che ho vissuto qui tutta la mia vita.

L'incidente avvenne quand'io ero una matricola: stava piovendo e mio fratello stava guidando lungo la Main Street. Si schiantò su un palo della luce di fronte al Domino’s Pizza. Ma da quello che ho sentito in giro, dalle sussurrate conversazioni tra mia madre e mio padre, e dai racconti degli studenti delle superiori, l'incidente ebbe qualcosa a che fare con quel parco divertimenti abbandonato proprio a fianco del Domino's, dal lato opposto della strada del Country Club. Doveva essere un campo da minigolf chiamato "Funland". Non ho mai buttato un occhio su quel posto, tranne una volta o due. Ciò che avevo visto erano solo alberi e staccionate. Recentemente avevo però notato che parte degli alberi era stata abbattuta, e ora potevo vedere il parco per la prima volta. Cosa poteva esserci lì dentro da aver provocato così tanti danni a mio fratello? Dovevo scoprirlo.

Il mio amico Matt conosceva quel parco più di chiunque altro. Era davvero appassionato dei luoghi abbandonati e inquietanti. Alla sua fidanzata, Jenny, piaceva scattare fotografie sin da quando era più piccola. Le piaceva andare in posti sperduti per fare qualche foto. Quel vecchio parco Funland era nella loro lista di luoghi da esplorare già da un po' di tempo. Sono venuti da me un paio di settimane fa e mi hanno chiesto se volessi andare con loro. Matt è l'unico fra i miei amici che è a conoscenza di cosa sia successo a mio fratello, o per lo meno tutto ciò che so anche io. I miei genitori mi avevano proibito di parlarne. Non sono nemmeno autorizzato a porre loro della domande a riguardo. È qualcosa che mi ha roso dentro negli ultimi anni. Io voglio sapere cosa sia successo a mio fratello. Voglio sapere cosa ci sia all'interno di quel decrepito parco.

Ci siamo alla fine andati, circa una settimana fa. Matt insisteva sul dover arrivare lì un'ora e mezza prima del tramonto, in questo modo Jenny avrebbe potuto scattare delle foto con la luce del sole e noi avremmo potuto ficcare il naso in giro con più sicurezza.

"Non si è mai abbastanza al sicuro in posti del genere" mi disse. "Non sai mai cosa può esserci."

Secondo lui, alcuni bambini del paese avevano scavalcato la recinzione posteriore, sul lato sinistro, dietro quelle che erano delle gabbie da battuta. Fu una buona cosa il fatto che fossimo andati durante la stagione secca. Tutta quest’area era soggetta a inondazioni. Accidenti, tutto il paese lo è. Di chi è stata questa brillante idea di costruire su terreni paludosi?

Quando giungemmo alla recinzione, potevamo allora dire da dove la gente sarebbe potuta entrare nel parco. C'erano diversi punti dove il recinto era spaccato oppure sollevato, concedendo la possibilità o di scavalcarlo o di strisciarci sotto. Scegliemmo la prima opzione, aiutandoci con delle assi per salire. Matt si lasciò cadere dall’altro lato per primo, assicurandosi che la zona fosse sicura prima di aiutare a scendere anche Jenny.

Una volta giunti ufficialmente all'interno del parco, rimasi per lo più dietro al gruppo, lasciando che Matt e Jenny potessero svolgere i loro piani mentre io davo un’occhiata in giro. Jenny stava scattando delle fotografie alle vecchie gabbie da battuta. Erano molto più grandi di quanto pensassi. C'erano addirittura delle palle da baseball rimaste nei lanciapalle automatici, ma erano tutte rovinate e marcite dai decenni di esposizione alle intemperie. Quando guardai verso Jenny, lei aveva un sorriso da orecchio a orecchio, con in mano la sua macchina fotografica, scattando foto ad uno dei lanciapalle. La sua vernice verde era sbiadita, ma si riusciva ancora a vedere il numero 6 scritto sul lato. Matt stava nella zona centrale, poco più in là delle gabbie. Sembrava che lì qualcuno avesse istituito uno skate park di fortuna. C'era anche un go-kart lì vicino, ancora intatto.

"Giriamo un po' per il campo da golf, per iniziare. Pare che sarà comunque difficile aggirarsi in quel posto, anche se la maggior parte degli alberi è stata abbattuta."

Jenny ed io annuimmo in accordo e seguimmo Matt, addentrandoci di più in quel parco.

Il campo era ancora più rovinato rispetto alle gabbie da battuta. Il tappeto di finta erba era fangoso e ricoperto di foglie secche, in ogni buca. La prima struttura che intravedemmo fu quella che, a prima vista, sembrava essere un capannone. Si rivelò poi essere una casa delle bambole, ben più alta di me. Aveva addirittura un balcone. C'erano centinaia di frammenti di vetro delle finestre fracassate sparsi tutt'attorno, rotti e screpolati, sia a causa del degrado che dagli atti di vandalismo. Fui alquanto stupito di non trovare altro vandalismo al di fuori di questo. Una cosa è apprezzare un vecchio e lugubre luogo, esplorandolo e scattando foto; ma e tutt'altra cosa entrare solo per rompere la roba o usare la vernice spray dovunque. Quest'ultima cosa è semplicemente scorretta.

Se prima c'era qualcosa all'interno di quella casa delle bambole, adesso non c'era più. Procedendo per la nostra strada, incontrammo un piccolo pozzo dei desideri. Il tettuccio era rosso, di tegole, mentre la base era di mattoni. Trovammo poi un enorme e bianco razzo spaziale nell'esatto centro del campo, con la scritta 'Funland' sui due lati di esso.

"Cos'è quello laggiù?" Chiese Jenny, indicando nella direzione di un edificio bianco piuttosto piccolo, all'ingresso.

"Penso fosse il portico d'entrata" rispose Matt "e quella piccola cosa di fronte ad esso sembra il posto dove si noleggiano le palline da golf e i putter, vero?"

"Già" risposi io, gettando uno sguardo a tutta l'area. D'un tratto qualcosa catturò la mia attenzione: "E quella cosa laggiù, invece?"

Pareva essere qualcosa di simile ad una baracca di legno, con una porta trasparente. Il tappeto erboso era inclinato e andava al di sotto della porta.

"La diciottesima buca" disse Jenny, scattando un'altra foto. “È scritto proprio qui.”

"Certo, ma cosa dovrebbe essere?" Richiesi.

"Assomiglia ad una latrina." suppose Matt.

“Oh, capisco. Bizzarro.”

"Suona La Campanella Per Provare Con Una Giocata Gratuita A Fare Hole-In-One." Lesse Jenny.

"Hey, che è questo?" lei si inchinò in avanti, spostando alcune foglie da ciò che voleva vedere.

"Cos'è?"

"Un cellulare." disse lei, rigirandoselo tra le mani. Sembrava essere un reperto antico ed incrostato di sporcizia. "È inutile cercare di farlo funzionare. Almeno posso fargli una foto." disse, rimettendolo al suo posto, per terra.

"Ho l'impressione che debba esserci qualcosa qui dentro" feci notare, oltrepassando il monticello di erba finta e sbirciando oltre la porta trasparente.

"Stiamo perdendo il nostro amico sole" esclamò Matt, facendoci gesto di seguirlo, mentre lui si girava. "Voglio solo dare un’ultima occhiata a questa vecchia baracca." Jenny ed io lo seguimmo.

Raggiunto l’edificio rettangolare e bianco, io e Matt cercammo un modo per potervici ficcare il naso, mentre Jenny scattava delle ultime foto al crepuscolo. C'era una grande porta metallica su un lato, ma era evidentemente bloccata dal lucchetto. Dal lato opposto, nascosta da un po' di vegetazione e da una delle gabbie da battuta, c'era una porta di dimensioni normali. Era anch'essa di metallo, ma era un po' arrugginita e non sembrava essere difficile da aprire. Una barra di ferro diceva 'TIRARE'.

"Entriamo?" Domandai.

Matt la osservò con attenzione prima di decidere.

"Se riusciamo." disse, spingendo la barra di metallo. La porta arrugginita si mosse di circa un pollice, ma con un paio di buoni calci si spalancò con un rumore che echeggiò per tutta la struttura.

"Tanto per stare tranquilli."

"Andiamo!" esclamò Matt, accendendo la sua torcia e facendo un passo all'interno dell'edificio. Jenny lo seguì, scansionando ogni angolo, pronta per fare una foto a regola d'arte. Presi anche la mia di torcia per guardare un po' intorno.

C'era roba ovunque; mazze e palline da golf, palle da baseball, alcune componenti di go-kart, a pezzi vari di legno e metallo. Ma oltre a tutta quella cianfrusaglia, c'erano anche dei personaggi fatti in legno e gesso, e altre parti per i campetti da minigolf. Un grande e grigio elefante sembrava essere stato gettato in un angolo, mentre una grande giraffa, dagli occhi un po' alienati, era stata ficcata sopra di esso. Davano un effetto davvero innaturale buttati lì, come se fossero morti.

Sarei quasi tornato indietro, essendomi un po' spaventato, se devo essere sincero... Ma qualcos'altro catturò la mia attenzione.

Per come la vedevo io, pareva essere una sorta di vecchio costume da mascotte, ma poi notai i fili elettrici che fuoriuscivano da esso e dei luccichii delle parti metalliche. Mi avvicinai e puntai il fascio di luce della mia torcia direttamente addosso a quell'oggetto. Non riuscivo nemmeno a capire che animale dovesse essere, la finta pelliccia era fin troppo logorata. L'impianto elettrico e il metallo che costituiva le braccia e le gambe era esposto qua e là, dove la pelliccia si era strappata. La testa di quel coso era poggiata sulle sue spalle in maniera innaturale, facendo sembrare l'animale più vigile rispetto agli altri attorno a lui. Non riuscivo ancora a capire cosa fosse, quindi mi inginocchiai di fronte ad esso e illuminai con la torcia la sua faccia. Era un cane; un grande e buffo cane in tuta da lavoro. Uno dei suoi occhi era scomparso, rimanevano solo dei fili di metallo che spuntavano da quell'apertura. L'altro occhio era messo meglio di quello che mi aspettavo; il pallino nero che fungeva da pupilla pareva essere nuovo, come il primo giorno in cui era stato dipinto. Illuminando anche l'aria circostante, riuscii a vedere l'intera struttura metallica che componeva la testa. Solamente il pelo dal lato dell'occhio buono era riuscito a preservarsi.

"Ragazzi, date un'occhiata qui!" esclamai. "Ho trovato qualcosa simile ad un animatronico."

Mi sporsi verso il cane, con l'intenzione di sollevare almeno una parte del telo marrone che lo copriva per poter riuscire a vederne l'intero muso, immaginai che a Jenny sarebbe piaciuto molto fotografarlo.

Improvvisamente, l'occhio si mosse.

Non riesco a spiegarlo meglio, io vidi l'occhio muoversi! Lanciai un’imprecazione o due e caddi all'indietro, facendo cadere anche la mia torcia. La osservai rotolare via, fuori dalla mia portata, prima di rigirarmi verso l'animatronico. I miei occhi si spalancarono.

Si alzò in piedi! Il peso della sua testa faceva presumere che sarebbe caduta sul suo petto se il cane avesse guardato verso il basso, eppure riusciva ad osservarmi senza problemi anche con la testa inclinata in quel modo. Vidi la sua mascella spalancarsi cigolando, come se fosse sul punto di parlare, ma essa cedette con un clangore, scendendo di qualche centimetro, a malapena sorretta dal resto dei cavi del muso del cane.

Con alcun tipo di suono artificiale che sarebbe dovuto provenire dal’altoparlante o qualcosa del genere, il cane parlò. Le sue parole erano cristalline, come se ci fosse stata una persona di fronte a me e non un ammasso di ruggine e cavi. Era arrabbiato.

"Che cosa pensi di fare?" Domandò, facendo un instabile e rumoroso passo in avanti.

Ero troppo terrorizzato per muovermi. Ero congelato, fissavo il cane in preda al panico.

"Vattene..." sussurrò, il tono arrabbiato persisteva nella sua voce. "Vattene da qui... ORA!!!." Quel 'ora' suonava estremamente più profondo, quasi demoniaco.

"Dove sei?" Udii Matt chiamarmi: "Dovresti tenere accesa la tua torcia!"

Mi voltai per poterlo richiamare, ma non riuscii a formare delle parole. Sentii l'occhio dell'animatronico girarsi nella stessa direzione, prima che ritornasse a porre il suo sguardo su di me e riguadagnando la mia attenzione. Ci guardammo in silenzio finchè Matt non parlò di nuovo.

"Ho ritrovato la tua torcia." esclamò, raccogliendola da terra a pochi passi di distanza da me, controllando un lato della stanza con essa e dando le spalle a Jenny. Poi venni accecato da uno dei fasci di luce che venne gettato sull'animatronico. Risultava ancora più spaventoso in piedi.

Sentii Jenny urlare: “C-COS'È QUELLO?! Perché... Come ha fatto a muoversi!?"

Udii lo scatto della sua fotocamera e vidi il flash illuminare ancor più il muso del cane. Lei sussultò e la fotocamera cadde a terra con un tonfo.

"Matt! Dobbiamo andarcene!! ADESSO!!!"

"F-Forza!" Gridò Matt. "Uscite! Entrambi! Andiamocene da qui!"

Balzai su due piedi al suono della sua voce, solo per essere fermato poco prima di girarmi e andarmene. Una delle braccia dell'animatronico era tesa verso di me, con la fredda zampa avvolta attorno alla mia gola, in una morsa. Non riuscivo a respirare. Guardai sbalordito l'occhio buono di quel coso, cercando di far leva sulle metalliche e taglienti dita. Trasalii, percependole traforare la mia carne. Provato dal dolore e dalla mancanza di ossigeno, rimasi appeso tra le grinfie di quel cane. I miei occhi non si spostarono mai dai suoi, fino a che non sentii di spostarmi attraverso la stanza e sbattere contro un muro, prima che tutto divenisse nero.

Quando finalmente riacquistai coscienza, ero disteso a pancia in su nel parcheggio, a fianco all'auto di Matt.

"Ti sei svegliato!" Disse Jenny, in lacrime. Osservandola in volto, potevo dire che aveva pianto per un bel po'.

"Salite in macchina! Salite in macchina!" Sentii urlare Matt.

Jenny tentò di aiutarmi ad alzarmi, ma non riusciva a raccogliere abbastanza forze e io non riuscivo a muovermi; non ero sicuro se a causa del dolore o dello shock. Matt allontanò Jenny e mi fece sedere sul sedile posteriore. Lui e Jenny salirono un istante dopo e scappammo non appena il piede di Matt schiacciò l'acceleratore.

Mi accompagnarono all'ospedale, dicendo che ero caduto dallo skateboard ed ero rotolato giù da una collina. Era anche plausibile; io stesso faccio skateboard al parco, almeno una volta la settimana, e la collina a cui loro potevano riferirsi era quella artificiale e rocciosa lì vicino. Sia gli infermieri che i miei genitori cedettero a questa storia, per cui noi tre amici potemmo per una volta tirare un sospiro di sollievo.

Dopo ciò, noi tre ci siamo allontanati molto, sia a scuola che per il resto. Desidero disperatamente qualcuno con cui parlare di questa esperienza, per questo motivo sto scrivendo questo. Magari, in qualche strana maniera, riuscirò a dare aiuto. Ma devo stare in silenzio. Non posso dire a nessuno ciò che è accaduto lì dentro. Nessuno di noi tre può. Se lo facessimo, i nostri genitori ci ficcherebbero in un manicomio, come fecero con mio fratello. Jenny vorrebbe fare ritorno in quel luogo per recuperare la sua macchina fotografica, ma Matt insiste dicendole di lasciarla dov’è.

Ho continuato ad avere incubi ogni notte da quel momento. Sto correndo per il parco divertimenti con il cane alle calcagna. Non riuscirò mai a dimenticare quel metallico rumore. A volte lo sento ancora. Se riuscissimo a mettere mani su quella fotocamera, forse allora la gente ci crederebbe. E poi libererebbero mio fratello. Lui non era pazzo. Nessuno di noi lo è.

L'ho visto! Ho visto quel cane… lo riesco a vedere ancora, negli angoli della mia stanza, fermo, che mi fissa col suo occhio buono. Ho considerato l'idea di provare a fotografarlo un'ultima volta, ma non me lo permette. Posso combatterlo, alla fine, so che posso farlo. Sono più forte adesso. Posso far sì che mio fratello esca da quel postaccio. Troverò delle prove. Devo solo… devo solo evitare quel cane.

Non avrei mai dovuto mettere piede in quel vecchio parco divertimenti…

Funland







[Creepypasta originale qui | Traduzione del capitolo di Coffy ]

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