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Erano le undici di sera. Era autunno fuori la piccola stanza incolore di Emily. Questa stringeva il suo pupazzetto contro il suo petto, guardando la porta con due occhi sgranati. Il Padrone sarebbe tornato di lì a poco. Come prevedeva la bambina di soli dieci anni di nome Emily, il Padrone aprì di scatto la porta. Chiuse gli occhioni verdi, abbagliata dalla luce che proveniva da fuori la porta.


“Tu. Sgualdrina. Pulisci. Ho vomitato.”


Emily abbandonò il suo pupazzetto e scattò in piedi, pronta ad eseguire l’ordine del Padrone.

Camminò velocemente fino alla stanza da letto e iniziò a pulire, mentre una donna era sdraiata sul letto, mezza spogliata. Pulì velocemente con un panno già sporco, si alzò, fece un piccolo inchino alla Signorina e ritornò nella sua stanza, in silenzio.


“…” L’uomo non disse nulla, ma sbattè la porta, mentre la guardava riprendere l’orsacchiotto e risedersi al solito angolo. La sua stanza grigia non era male, dopotutto. Aveva visto sue coetanee che vivevano in posti peggiori. Eh, sì. Le bambine orfane in quegli anni andavano molto di moda come serve.

Emily prese con una mano un pastello colorato e iniziò a disegnare qualcosa che colava. Come se stesse disegnando dell’acqua che scorreva… o del sangue… o qualsiasi altro liquido. Dei rumori e dei gemiti inondarono la stanza. Emily continuò a disegnare imperterrita. Il Padrone era una persona gentile, dopotutto. Cioè, si ubriacava ogni sera, portava nella sua stanza ogni notte una Signorina diversa, la chiamava “Sgualdrina” anche se non sapeva che significava e se non eseguiva gli ordini la picchiava…

Ma le dava dei colori, la faceva disegnare sui muri della sua stanza, le dava dei fogli bianchi e la lasciava tranquilla quasi sempre. Quasi sempre. Tranne una notte. Era inverno e il Padrone non era uscito, per una volta. Entrò nella stanza di Emily e la guardò.


“Tu. Puttanella. Pulisci il cesso.” Emily, non sapendo il perché, in quel momento si sentiva particolarmente ispirata nel disegnare e lo ignorò. “Mi ascolti?”


“S… Sì… Vorrei prima finire ques…” Non riusci a dire altro che un calcio sulla schiena la costrinse a tracciare un profondo segno sul suo disegno. Il dolore era lancinante.


“Ora.”


Emily strinse i denti e uscì dalla stanza. Entrò in bagno e iniziò a strofinare il pavimento. Mentre strofinava le ritornò in mente i bei momenti con mamma e papà. Il suo orsacchiotto era un regalo di papà, mentre il fiocco rosso che teneva legati i suoi capelli corvini era un regalo della mamma. Ripensò a quando i suoi erano morti in un incidente, a quando il Padrone l’aveva adottata e a quando la sua vita era morta. Si sentì arrabbiata. Doveva sfogarsi. Prese a sgrassare il pavimento con forza, usando gesti meccanici e visibilmente arrabbiati.


“Maledetto…” Disse a denti stretti, mentre continuava a sgrassare le mattonelle del bagno bianco e azzurro.


“Cosa…?” Emily si bloccò, spalancando gli occhi.

“Cosa hai detto, sgualdrina dei miei stivali?” Emily si voltò lentamente, guardando il Padrone dritto negli occhi.


“E… ecco, io…” Il Padrone la prese per il vestitino e la sbattè con forza dentro la sua stanza. Emily, dopo aver colpito con la testa il muro, cadde a terra con un tonfo. Il sangue le colava dal capo e le bagnava i capelli e i suoi occhi verdi vedevano andare via il suo orsacchiotto.


“NON USCIRAI MAI PIU’ DI QUI!” Urlò il Padrone, portando via il suo unico amico e chiudendosi la porta alle spalle.

Emily scoppiò a piangere. Si accucciò a terra, piangendo disperatamente. Rimase lì per giorni. Il Padrone non le diede più da mangiare, portando rispetto a quello che le disse. La porta non si aprì più. Emily lentamente iniziò a mangiarsi da sola. Si sbranò il braccio a morsi e ogni volta che finiva guardava verso la porta, sussurrando:


“Exit…”


Dopo alcuni giorni il Padrone la trovò morta là dentro, nel suo solito angolino, con centinaia di scritte col sangue intorno a lei. - Exit - Giorni dopo il Padrone fu trovato morto, impiccato. Nei giorni precedenti non aveva più visitato il bar dove andava di solito, non aveva più portato Signorine a casa sua.

L’unica cosa che aveva fatto era stata chiamare parenti e amici, urlando al telefono:


“DOV’E’ L’USCITA?” E riattaccando subito dopo.

Il suo cadavere fu portato via e casa sua divenne un’attrazione per bambini. I più avventurieri entravano nella casa oramai piena di crepe e che cadeva a pezzi. Non ne uscirono mai più. Tutti quanti furono trovati ad almeno un giorno di distanza dalla loro scomparsa, davanti alla casa stregata dal signor Smith (Il Padrone), maciullati e con segni di tortura sul corpo.

Solo un bambino, un giorno, riuscì a scappare.

Corse a casa e urlò alla madre:

“MAMMA! LEI SI CHIAMA EXIT! MURATE! MURATE L’INGRESSO! È… OSCURA! È MALVAGIA!”

La madre informò la polizia che iniziò a murare l’ingresso, ma, chissà perché, i bambini continuavano ad entrare e a sparire. Il bambino sopravvissuto le diede il nome di Exit, dato che tutta la sua casa era ricoperta dalle scritte "Exit" fatte con il sangue e la descrisse come una nuvola di fumo nero, capace di trasformarsi e prendere la forma di qualsiasi femmina che più le aggradava. Di tutte le età.

Disse che era impossibile uscire da quella casa e che lei giocava con la sua mente, ma poi lo ha lasciato libero, dicendo che lui doveva presentarla al mondo.

Come lo so?

Beh, mi sembra anche ovvio.


Vi dico solo che prima di entrare in una stanza o in un qualche luogo dovete sempre cercare l’uscita.

-Exit.

Exit














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