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Avete presente quei sogni in cui corri, corri, corri, ma non arrivi mai da nessuna parte?

.. no?

Fortuna.


Notte. Camminavo in mezzo al nulla, la strada era deserta e la nebbia avvolgeva me e ciò che avevo intorno. Dopo qualche decina di passi, la nebbia lasciò il posto all’ingresso di un tunnel, buio più della notte che mi lasciavo alle spalle, che mi strinse tra le sue braccia gelide.

Non mi scomposi più di tanto, il mio era un lento ed indifferente camminare e tale rimase anche dopo l’ingresso nella galleria. Non c’era nessuna fonte di luce, tuttavia per qualche motivo riuscivo a vedere ad un paio di metri da me: l’ambiente era piuttosto stretto.

Il tunnel proseguiva dritto, dritto e basta, neanche la speranza di una banale curva veniva a rompere la monotonia ormai partorita da quel mio indifferente camminare.

All’improvviso apparve qualcuno: erano tre ragazzi e camminavano al mio fianco, nella mia stessa direzione, con il mio stesso stato d’animo, la mia stessa espressione.

Ero lì quattro volte, eppure non c’ero affatto.

Continuavamo a camminare, io mi ero accorto di loro, ma era come se il contrario non fosse vero. Sembrava che adesso il tunnel cominciasse a ripetere sezioni sempre identiche di se stesso, piuttosto che essere senza fine. Qualche passo e uno dei miei cloni, quello alla mia destra più lontano da me, sparì; lo ritrovammo pochi metri più avanti accasciato al suolo, con la schiena poggiata alla parete, gli occhi spalancati a fissarmi: era morto.

Nessuno di noi tre disse nulla, continuammo per la nostra strada come se niente fosse, quando un altro ragazzo sparì: pochi metri più in là ecco la stessa parte di tunnel, questa volta con entrambi i cadaveri nella stessa posizione l’uno di fianco all’altro.

Eravamo rimasti in due, ma mentre Lui sembrava ancora impassibile, io adesso iniziavo a provare un certo senso d’angoscia. Pensavo di potermi aspettare cosa sarebbe successo di lì a breve: un altro déjà vu, un altro cadavere... Mi sbagliavo.

Una decina di metri e il mio unico collegamento con qualcos’altro che non fosse soltanto me stesso nel nulla, sparì. A quel punto, non trattenendo più l'angoscia, cominciai a correre, sempre più veloce. “Tra qualche istante vedrò alla mia destra un gruppo di tre cadaveri tutti nella stessa posizione con gli occhi sbarrati, li supererò e l’incubo continuerà senza particolari conseguenze” mi dicevo. Mi sbagliavo eccome.

Il ragazzo-me comparì dal buio antistante in piedi, immobile, a fissarmi con gli occhi spalancati, ma vuoti. Era terrificante, non potevo fare niente e non riuscivo a smettere di correre: gli sarei finito addosso, scontrandomi con una copia senz’anima di me. Mentre mi avvicinavo correndo, lentamente alzò un braccio e in mano teneva un coltello, teso in avanti.

“È la fine?” mi chiesi senza un motivo, ma la risposta era chiara di fronte a me.

Fu un attimo: in un istante gli fui addosso e sentii una fitta lancinante al ventre, tutto il mio corpo e la mia pelle, fredda, sussultarono accogliendo il freddo acciaio dentro di sé. In quell’attimo, la mia intera vita mi si presentò davanti e volle sfidarmi in una gara di velocità, ma partivo svantaggiato, ero immobile. Non la mia mente, ma la mia anima pensò che presto mi sarei svegliato dall’orribile sonno. Sbagliava anche lei.

Caddi e tutto divenne bianco.

Notte. Camminavo in mezzo al nulla, la strada era deserta e la nebbia…

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