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L'uomo scese dalla carrozza ed ammirò la facciata imponente del manicomio: calmi e silenziosi muri per nascondere rumorosa follia. Muti, osservavano la strada, pieni di oscuri segreti raccontati ai muri dai pazzi, segreti che non potevano confidare.

-Buona giornata, dottore!

-Buona giornata anche a lei, buon uomo.

Il vetturino lo salutò alzando il cappello e fece ripartire i cavalli con uno schiocco di frusta. Sarebbe tornato a casa dalla moglie, e il giorno dopo l'avrebbe uccisa e gettata nel pozzo.

Il dottore si pose davanti al grande portone dell'edificio e, afferrando l'elaborato batacchio d'ottone, bussò con calma.

-Arrivo, arrivo!

Il custode aprì e si trovò davanti un pingue individuo dai folti mustacchi bianchi, pallido, che lo guardava da dietro un paio di scure lenti rotonde. Chissà perché, ma quell'omino lo mise subito in soggezione...

— Buongiorno!

— B-buongiorno... cosa posso fare per lei?

— Sono un dottore. Desidererei incontrare una vostra paziente.

Apparve nella sua mano un biglietto da visita: "Dottor W.R. Abbitt, Psichiatra"

Il custode lo guardò svogliato ed annuì: aveva sonno, il suo turno stava per finire, e doveva ancora controllare che le porte fossero ben chiuse prima di lasciarle incustodite. Le sue manie l'avrebbero portato al suicidio.

— Va bene... chi desidera vedere?




La stanza era piccola, buia: il suo arredamento era composto solamente da un letto ed una toletta senza specchio. Dalla finestra filtrava una luce malsana.

La ragazza che l'abitava era seduta in mezzo al pavimento, stringendo spasmodicamente un coniglietto di peluche. I suoi capelli biondi erano sporchi e rovinati, e così l'abitino azzurro che si era rifiutata di togliere da quando era stata rinchiusa. Appena entrò il dottore lo ignorò, restando di spalle.

— Mi lasci solo con lei: se grida controlli pure dalla finestrella, ma è normale, la conosco. Non la toccherò con un dito.

Al suono di quella voce, la paziente si voltò di scatto, gli occhi iniettati di sangue. Tremava.

La porta si richiuse alle spalle dello psichiatra.

— Ciao, Alice.




Alice continuò a fissarlo senza dire una parola, strizzando senza pietà il povero peluche.

— Cosa ti hanno fatto?

Il dottore si chinò su di lei per accarezzarle una guancia, ma essa si scostò bruscamente.

— Non toccarmi!

— Perché?

— Io ti odio...

La ragazza si accucciò ed affondò il viso nella gonna del vestitino, singhiozzando.

— Alice, io...

— Ti odio, ti odio! Mi hai abbandonata lì, in mezzo al nulla, da sola!

— Ma...

— Mi hanno presa per pazza, capisci? PAZZA!

Lo psichiatra abbassò il capo, contrito, togliendosi gli occhiali e sbattendo gli occhietti rossastri.

— Ti odio, vi odio tutti, e... mi mancate così tanto...

— Alice, se vuoi puoi tornare da noi...

— Non voglio! Siete tutti matti! Io non sono matta!

L'uomo si abbassò fino ad incontrare il suo sguardo lacrimoso e sorrise, posandole le mani sulle spalle.

— Oh, sì che sei matta, e lo sono anch'io: se tutti fossero matti, non sarebbe forse un mondo più divertente?

Alice lo abbracciò di slancio, affondandogli il volto nella spalla, aggrappandosi a lui a costo di fargli male.

— Portami via da qui!

— Non posso, piccola mia. Ma tu puoi, oh sì! Devi solo... perdere la testa.

Il dottor W.R Abbitt si rialzò e salutò la ragazza con un gesto della mano, anche se lei lo ignorò, inginocchiandosi sul letto, faccia al muro.

— Arrivederci, buon uomo.

Lo psichiatra si spolverò il panciotto e trasse fuori dalla tasca una grossa cipolla dorata osservandola critico.

— È tardi, molto tardi: devo andare.

Diede una moneta al custode e se ne andò senza una parola, lasciandolo di nuovo solo in quella casa di pazzi.



Poi cominciarono i colpi: ritmici, forti, provenienti dalla stanza della ragazza. Il custode subito non ci fece caso, ma dopo qualche minuto cominciò ad impensierirsi. Con un gesto secco, aprì la finestrella ed inorridì.




Nel pomeriggio di ieri si è consumata una tragedia dai risvolti grotteschi nel manicomio XXX di Londra: Alice Liddel, una delle pazienti, è stata trovata morta nella sua stanza con il cranio spaccato. Il custode racconta: “Cosa dire? Era una paziente tranquilla, non ha dato mai problemi. Finché non è arrivato quello psichiatra: la sentivo gridare e piangere, ma quando ho controllato non stava succedendo nulla, le stava solo parlando. Poi quando è andato via, ha cominciato a sbattere la testa contro il muro. Non ho fatto in tempo a fermarla.”
Vane sono state le ricerche del sedicente psichiatra, sembra che non esista nessun dottor W.R. Abbitt.
La ragazza era stata internata dopo il suo ritrovamento in stato confusionale in una buca, dopo ore di ricerche. Non si sa esattamente cosa raccontò, ma quello che disse le costò il manicomio.
La polizia sta ancora cercando le cause di questo raptus improvviso, ma non si trova nessun indizio.
Solo una frase incompleta sul muro, scritta con lo stesso sangue della vittima potrebbe essere di qualche utilità, ma purtroppo per ora non ha assunto alcun significato per gli investigatori: “Going To Wond”
Credits: DamaXion
Bonet4











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Scritta da DamaXion


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