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Era inverno, la mia stagione preferita. Tutto sembrava immobile, imprigionato nel candore della neve e gli orrori sembravano quasi cancellarsi. Ero un Alchimista, per questo passavo la maggior parte della mia giornata chiuso nel laboratorio deciso a trovare un metodo per effettuare la trasmutazione umana senza l'utilizzo della Pietra Filosofale.

Finalmente, dopo anni e anni di ricerche approfondite, riuscii a trovare una soluzione per quello che era stato il mio cruccio per troppo tempo.

Disegnai a terra un pentacolo e disposi su di esso dei recipienti contenenti 35 litri di acqua, 20 chili di carbonio, 4 litri di ammoniaca, 1 chilo e mezzo di calce, 800 grammi di fosforo, 7,5 grammi di fluoro, 250 grammi di sale, 100 grammi di salnitro, 80 grammi di zolfo, 5 grammi di ferro, 3 grammi di silicio più altri 15 elementi in minime quantità. Ma qualcosa andò storto: un mio capello cadde nell'ammoniaca. In quel momento però non me ne accorsi e aggiunsi tre gocce del mio sangue per compiere il rito. Lasciai riposare il tutto per 100 giorni e 100 notti senza toccarlo né rivolgergli sguardo alcuno, ignaro di tutto.

La mattina del centunesimo giorno, scesi le scale che portavano al mio laboratorio di fretta, ansioso di rivedere il fratellino deceduto alcuni anni addietro. Arrivato in fondo alla scalinata vidi con soddisfazione che il composto che avevo lasciato riposare sul pavimento era scomparso, al suo posto mi aspettavo di vedere il mio caro fratello giocare in qualche angolo della stanza, come era solito fare in vita.

Con mia grande sorpresa vidi un essere umano -o almeno quello appariva- aggirarsi per la stanza, costantemente in penombra, ma non si trattava di un bambino bensì di un uomo della mia altezza. Accesi le candele ed egli continuava a vagare in cerca di qualcosa. Si voltò e riuscì a vedere la sua faccia, quasi svenni: davanti a me c'era un uomo con il mio stesso viso, che mi guardava dritto negli occhi, scrutandomi l'anima. Notai in quel momento che nella sua affinità al mio aspetto peccava in qualcosa, erano i suoi occhi, azzurri e freddi come il ghiaccio, gelidi, fissi. I miei invece erano verdi e splendevano di luce calda.

L'uomo continuava a fissarmi insistentemente, io non riuscivo a fiatare, a pensare, a scappare. E nel suo puntarmi vidi l'espressione morta trasformarsi lentamente in un ghigno orrendo. Un brivido percorse velocemente la mia schiena, come se il freddo di quegli occhi fosse penetrato nel mio petto. Con uno scatto disumano spense le candele. Cos'avevo creato?

L'unica luce ancora presente era il flebile bagliore che filtrava dalla porta in cima alle scale, debole e bianca, quella che produce il sole invernale che a malapena definisce i contorni degli oggetti. La creatura si avvicinava come un serpente affamato, vedevo i suoi occhi, i suoi occhi quasi luminescenti brillare nella semioscurità che avanzavano verso di me, distinguevo il suo viso illuminato parzialmente dal bianco bagliore. Un balzo e mi fu addosso.

Ti rivedrò mai, fratello?

L'ultima cosa che riuscii a percepire furono le sue unghie che lacerando la mia pelle si conficcavano nella carne. Poi tutto fu immobile, imprigionato nel candore della neve e, finalmente, gli orrori sembrarono cancellarsi.

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