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Max Foreign)

Doctor Corpse, Fanart di SpicyValilla

Le originiModifica

Salve, il mio nome è Joseph Miller ma per varie motivazione il mio titolo "ufficiale" è Doctor Corpse.

Ho 18 anni e poco più di sei anni fa mi trasferii a causa di un tragico incidente che mi aveva, come dire, traumatizzato. Mi trasferii a Fort Wayne nello Stato dell'Indiana, dove ho vissuto fino a tre anni fa e frequentato il mio secondo ed ultimo anno al liceo Bellamy.

La causa del nostro trasferimento fu in un certo senso colpa mia. Non riuscii a superare subito l'accaduto, per questo motivo i miei genitori pensarono che cambiando ambiente avrei potuto dimenticare la faccenda o cose simili. Magari fosse così semplice dimenticare un evento simile.

Dal giorno dell'incidente diventai un tipo che non parlava molto e tre anni passati a Fort Wayne non avevano cambiato la mia situazione. Anzi, l'avevano addirittura peggiorata, in un certo senso. Ogni giorno che passava era sempre la solita routine. Mi svegliavo, mi preparavo, facevo colazione e di corsa a scuola, dove arrivava la parte più brutta della mia giornata.

Un giorno scoprii che l'unica cosa che mi permetteva di sfogare il mio dolore era il mio diario. Beh... Non proprio il mio, in realtà apparteneva a una persona molto importante per me. A pensarci bene, chi lo avrebbe mai detto che l'unica cosa che mi faceva sentire al sicuro mi avrebbe completamente rovinato.

Forse è per questo che adesso mi trovo qui: in un ospedale, chissà in quale parte del mondo, all'interno di un obitorio, a fianco ad un cadavere. Con una penna in mano intento a scrivere la mia storia.

Sembra una cosa da pazzi ma io... io non lo sono.

Quello che ho passato io, quello che mi ha portato qui, non lo augurerei nemmeno alla peggiore feccia al mondo.

Ma forse, anzi, sicuramente sarebbe meglio spiegare tutto dall'inizio.

Scriverò la mia storia sulle pagine del diario che ho appena menzionato.
Questo sarà un uso migliore del poco tempo che mi resta prima di mettermi all'opera.

Ma premetto una cosa: le parole che leggerete, i racconti che sentirete, o quelli che vorreste sentire, non sono storielle, ma avvertimenti.

Io sono diventato quello che sono a causa delle mie scelte, dei miei sbagli, del mio piacere personale.

Non ripetete i miei errori... perché non sopravvivereste.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

25 - Settembre - 2015

Erano le sei e mezza del mattino e quel giorno cominciava il mio secondo anno al liceo Bellamy.

Anche se quello era il mio secondo anno in quella scuola, non ero ancora riuscito a farmi degli amici. Il motivo era molto semplice: non parlavo con nessuno, evitavo tutti e preferivo stare da solo. Non ero proprio il tipo di persona che stava simpatica alla gente.

Dopo essermi trasferito ho lasciato la mia città natale, Indianapolis, i miei amici, la mia scuola, la mia felicità. Non avevo nessuna voglia di ricominciare tutto da capo. Ma soprattutto, avevo fatto uno strano sogno quella notte. Un sogno che mi aveva riportato indietro nel tempo. Un sogno che mi aveva fatto ricordare tutti i bei momenti trascorsi ad Indianapolis. Un sogno che, sfortunatamente, mi aveva ricordato il motivo per cui c'eravamo trasferiti.

Per questo non avevo voglia di andare a scuola. Uscire mi sembrava la peggiore delle idee. Così, cercai di riaddormentarmi ma, prima di riuscire a chiudere occhio, sentii mia madre chiamarmi dal piano di sotto:

«Joseph! Svegliati! Non vorrai mica far tardi il primo giorno di scuola».

«Fantastico. Non poteva mica mancare questa frase. » pensai, alzando gli occhi al cielo.

Rotolai, letteralmente, giù dal letto e, con l'entusiasmo praticamente a zero, cominciai a prepararmi. Feci una doccia, mi lavai i denti e agguantai i primi vestiti che mi capitarono a tiro.

Quando finii di vestirmi e di prendere tutto il necessario andai verso il piano di sotto, ma prima di scendere mi fermai a fissare quella camera. L'unica camera della casa a cui non posso, anzi, non voglio accedere, perché quella camera doveva appartenere a...lei.

Smisi di fissare la stanza e scesi al piano di sotto.

Come ogni mattina i miei genitori erano i primi ad alzarsi. Mio padre era seduto a tavola e leggeva il giornale, al suo solito. Mentre mia madre si trovava dietro il bancone della cucina, intenta a preparare la colazione.

«Buongiorno dormiglione, dormito bene?» chiese mia madre, con un sorriso in volto.

Annuii, ma non risposi. Era dal giorno dell'incidente che i miei non sentivano una sola parola da me. Oramai se n'erano fatti una ragione, ma si sforzavano molto per cercare di "ridarmi la parola". Si sforzavano davvero tantissimo ma, ogni volta che ci provavano finiva sempre che io rispondessi con un lungo silenzio.

«Buongiorno campione. Sai, ci ha telefonato la tua scuola riguardo al nuovo plesso...» disse subito mio padre per spezzare quel silenzio angosciante.

«Oh, giusto. Joseph, il nuovo plesso è finalmente pronto quindi ci hanno riferito che quest'anno trasferiranno le classi lì.» continuò mia madre.

«Sai dove si trova il nuovo plesso, vero? È proprio dopo la fermata che prendevi di solito, dopo il parco cittadino.» mi spiegò mio padre.

Feci cenno con la testa per dire che avevo capito e mi affrettai a mangiare quello che mia madre aveva preparato.

«Se riesco ad arrivare prima degli altri alla stazione, posso cercare un posto tranquillo dove stare da solo» pensai mentre finivo la colazione.

Dopo aver finito, salutai i miei genitori con un cenno di mano e mi incamminai verso la porta d'ingresso per andare alla stazione. Quando misi piede fuori di casa venni travolto da una fredda brezza, come se fosse una gelida carezza. I raggi del sole, che filtravano tra i rami degli alberi, riscaldavano lievemente il mio viso, e le pozzanghere lasciate la notte scorsa dalla pioggia, sembravano specchi che riflettevano il cielo stesso. Quel giorno, per l'intero tragitto, il panorama era splendido. In ogni casa, la rugiada che bagnava tutti i fiori dei giardini e si cristallizzava nei loro colori, formando un bellissimo arcobaleno che brillava al solo contatto dei raggi solari. Oramai ero quasi arrivato alla stazione. C'avevo messo più tempo di quando ce ne volesse, visto che camminai più lentamente del previsto, ma il tempo era così bello quel giorno che ne valeva ogni secondo.

Quando arrivai alla stazione vidi che c'era già molta gente. Cercai un posto dove poter aspettare tranquillamente. Dalla ferrovia 13-B alla 14-C era pieno di studenti della mia scuola, non lo considerai nemmeno. Invece, un po' meno numerosi erano quelli dalla 15-E alla 16-A, ma erano dipendenti o universitari, meglio evitare. Scrutai ogni fermata, ma niente di niente. A parte un piccolo spazietto isolato vicino il bigliettaio. C'era una piccola panca messa tra lui e una delle colonne portanti che sorreggevano il tetto.

«Finalmente! Un posto tutto per me » pensai, sospirando per il sollievo.

Mi sedetti lì e cominciai ad aspettare il treno. Anche se non era la prima volta che andavo alla stazione, quel giorno avevo uno strano presentimento. Mi sembrava che stesse per succedere qualcosa e, proprio mentre mi domandavo cosa stesse per succedere, una voce proveniente da uno degli altoparlanti della stazione comunicò qualcosa:

«Attenzione! Si avvisano i gentili passeggeri che la locomotiva C-3, diretta alla stazione centrale, avrà un lieve ritardo a causa di alcuni problemi tecnici»

Dopo che l'altoparlante comunicò la notizia, vidi alcuni studenti che cominciarono a gesticolare, sembravano molto irritati. Altri invece parlavano così forte che riuscivo a sentire tutto quello che dicevano. Cose del tipo:

«Maledizione! E io che ero così eccitata per oggi» o «Se l'avessi saputo prima avrei preso il l'autobus».

Da quelle parole riuscii ad intuire che il treno che stava ritardando era quello che doveva andare nei pressi della mia scuola. Tuttavia, a me non interessava affatto che il treno ritardasse. Avevo solo voglia di stare un po' tranquillo e, in qualunque caso, sarebbe passato prima o poi. Molti studenti, stufi di aspettare, cominciarono ad andarsene e dopo qualche minuto di confusione la stazione era quasi deserta, tranne per qualcuno che sicuramente non aveva voglia di fare viaggi a vuoto.

Era diventato tutto così tranquillo, mi sentivo meno a disagio. Così decisi di godermi quei momenti di pace ascoltando un po' di musica. Cominciai a cercare i miei auricolari nello zaino ma, prima di riuscire a trovarli, sentii qualcuno in lontananza che si avvicinava a me:

«Ma guarda chi c'è! Il mio migliore amico».

Sentii qualcuno che molto probabilmente si riferiva a me, ma non mi voltai. Avevo qualche idea di chi fosse e pertanto non volevo averci nulla a che fare. Lo ignorai e continuai a cercare i miei auricolari. Ci vollero pochi secondi per fargli perdere la pazienza.

«Ehi! Non accetto di essere ignorato da te stronzo!» gridò, dopo avermi voltato con forza e afferrato per il cappuccio della giacca.

Immaginavo che fosse lui: Ben Johnson, un classico esempio di bullo della scuola o qualcosa di simile. Era più grande di me di uno o due anni ma, visto che il suo cervello era inversamente proporzionale alla sua massa muscolare, si trovava indietro col suo programma scolastico. Giocava nella squadra di Football del nostro istituto ed era rispettato da tutti.

Rispettato? No. Il termine più adatto era temuto, insieme agli altri due, Mike e Tom. Loro tre si conoscevano dalle medie e, ovviamente, già allora avevano un carattere abbastanza discutibile. L'ho scoperto a mie spese la prima volta che ci conoscemmo: dato che non gli davo retta e non gli rivolgevo la parola attirai il suo disprezzo e, visto che nessuno voleva fare la stessa fine, gli altri per paura fecero la stessa cosa. Molti dei suoi amici si potevano definire "seguaci"Sì, questa è la definizione perfetta. Somigliavano molto a delle pecore. Non avendo un cervello abbastanza sviluppato, andavano dietro alla prima del branco che riusciva a fare qualcosa. Erano patetici.

«Allora? Ti sono mancato?» disse con un'espressione compiaciuta in viso, dopo avermi alzato dalla panca dove mi trovavo.

Lo ignorai, ero troppo occupato a fissare Tom intento a frugare nel mio zaino. Tom, cominciò a tirare fuori quello che c'era all'interno del mio zaino. Libri, quaderni, penne, insomma tutto. Quando finì li lasciò a terra e, facendo finta di non vederli, cominciò a calpestarli. Avevo capito che cercare di oppormi era inutile così li lasciai fare, prima o poi se ne sarebbero andati.

«Che ti prende Joseph? Sei il solito cadavere. Sbaglio o sei più pallido del solito?» disse Mike, seguito dalla risata generale di tutti.

Cadavere. Era un un bel modo che avevano avuto per definire il mio essere. Perché proprio un cadavere? Beh. Ricevetti definizioni simili o altri soprannomi per via del mio aspetto.

La mia pelle è molto chiara, quasi bianca. I miei capelli sono tutt'ora di biondo ossigenato e molti credevamo che li avessi tinti, ma li avevo così per natura. Non mi piaceva né la mia pelle né i miei capelli, ma, potevo andare fiero dei miei occhi. Il loro colore era... speciale. Il contorno dell'iride era di un blu acceso che, man mano che si avvicinava alla pupilla, diventava sempre più chiaro. Probabilmente erano dei semplici occhi blu ma per me erano speciali. Ovviamente però tutto quello che era splendido doveva, per forza, essere rovinato da qualcosa. In quel caso erano le mie occhiaie. Erano di un nero pece, sembrava che non dormirsi da settimane. Le avevo dalla nascita, ma prima di trasferirmi non si notavano molto.

Quel soprannome mi si adattava a pennello, era diventato parte di me, e lo è tutt'ora. In quel momento, mentre si divertivano a deridermi, l'altoparlante avviso che il treno stava arrivando. Dopo un paio di secondi si riusciva ad intravederlo mentre sfrecciava sui binari.

«Ooh. Che peccato. Vorrà dire che parleremo di più la prossima volta» disse, con un falso senso di dispiacere mentre si avvicinava al mio viso.

Mi lasciò andare e si incamminò verso il treno, insieme a tutto il gruppo che, intanto, mi salutava in modo spocchioso. Quando entrarono tutti cominciai ad alzarmi e sistemai tutto nello zaino. Era strano. Fino a pochi minuti fa ero così tranquillo. Eppure in quel momento un senso di odio mi perforò la mente ed il cuore dandomi una strana sensazione.

Mi incamminai anch'io verso il treno e, una volta salito, mi sedetti agli ultimi posti e mi tranquillizzai. Avrei dovuto immaginare che non mi sarei potuto aspettare molto da quella giornata.

Una volta arrivato scesi dal treno e mi incamminai verso il cancello della scuola. Mi guardai attorno notando studenti da tutte le parti. Provavo disagio, molto disagio.  L'unico pensiero che mi passava per la testa era il fatto che prima sarebbe finita e meglio sarebbe stato. Passare da lì era impossibile. Si trovavano tutti di fronte l'ingresso della scuola aspettando la disposizione delle classi o a parlare di come avevano passato l'estate. Mi feci strada e quando finalmente mi allontanai dalla folla notai che ero finito vicino alla bacheca scolastica e che le classi del secondo e terzo anno erano già state predisposte.

Cominciai a leggere tutti gli elenchi e vidi che io ero già inserito.

Classe 2ºD - Joseph Miller

Non mi preoccupai di sapere chi avessi in classe. Più o meno erano gli stessi dell'anno precedente. Così, mi diressi prima degli altri in classe e mi sedetti in fondo alla fila vicino la finestra. Fortunatamente nella mia scuola i banchi erano a posto singolo e si distanziavano abbastanza tra di loro. Nessun compagno di banco fastidioso, nessuna distrazione, niente di niente. Mentre guardavo fuori dalla finestra mi accorsi, dal riflesso del vetro, che gli studenti appartenenti alla mia classe erano entrati e stavano cominciando a prendere posto. In mezzo a loro, come mi aspettavo, c'erano anche Ben, Mike e Tom. Mi girai per guardare meglio chi entrasse e Ben mi notò facendomi in seguito un sorriso. Voltai lo sguardo nuovamente e continua a guardare fuori.

Dopo qualche minuto entrò il preside insieme ad un'insegnante ed una ragazza. Il preside Morgan cominciò col salutarci e a scherzare colla classe. Era un uomo avanti con l'età, ma era abbastanza simpatico e giocherellone. Subito dopo si congratulò con noi per essere riusciti a passare all'anno successivo e cominciò a parlare di alcune cose. Finito di parlare presentò la ragazza che era entrata con lui:

«Bene ragazzi. Come avrete notato da oggi avrete una nuova compagna. Anche se la scuola è iniziata oggi voi vi conoscete già dall'anno precedente mentre lei si è trasferita da poco. Il suo nome è Samantha Brown.»

«Buongiorno a tutti. Spero di passare un buon anno scolastico insieme a voi.» disse la ragazza in modo educato.

Aveva una voce davvero dolce ma non la guardai attentamente. Preferivo ricambiare meno sguardi possibili. Riuscì però a sentire alcuni di loro dire quanto fosse carina. Dopo aver presentato la nuova studentessa la invitò a sedersi e ci presentò anche il professore che, fino a poco prima, era stato in silenzio, accanto a lui.

«Oltre ad una nuova compagna da quest'anno avrete anche un nuovo insegnante. Vi presento il vostro professore di chimica e fisica.» disse indicandolo e invitandolo a presentarsi.

«Buongiorno a tutti voi. Come anticipato dal preside Morgan io sono il vostro nuovo professore. Il mio nome è Edward Moore».

Quando finì di presentarsi ed aver salutato il preside cominciò a spiegare i suoi programmi e i suoi metodi d'insegnamento. Sia lui che il suo metodo sembravano molto severi. Per conoscere meglio la classe preferì non fare l'appello ma lasciare che ci presentassimo da soli. Per me sarebbe risultato molto difficile presentarmi, almeno con l'appello avrei solo alzato la mano. Cominciò con le prime file fino ad arrivare alla mia. Aveva un atteggiamento davvero autoritario con chiunque, ma immaginavo che con qualcuno come me sarebbe stato ancora peggio.

«Tu, laggiù!...» disse il nuovo professore ripetutamente.

Nessuna risposta.

«EHI! Sto parlando con te! Come ti chiami?» gridò con un'espressione furiosa in volto.

Di nuovo nessuna risposta, ma in compenso tutta la classe cominciò a fissarmi.

«Allora? Ce l'hai un nome?» ripeté il prof.

Quando lo disse per l'ennesima volta si potevano sentire alcuni membri della classe sfottermi sussurrando su quanto tempo c'avrei messo a rispondere o su come facessi così anche l'anno precedente. Strinsi i pugni e continuai a non guardare nessuno in faccia. Il professore a quel punto rimase in silenzio e cominciò ad avvicinarsi. Quando si trovo davanti a me mise una mano sul mio banco e disse:

«Sai, non sono diventato un insegnate per farmi mancare di rispetto da uno piccolo demente come te. Il preside mi ha detto tutto sulla tua situazione, ma la cosa non mi riguarda minimamente. Vedi di ricordartelo.» disse con un tono di superiorità.

Quando disse quelle parole molti in classe cominciarono a ridere silenziosamente. Sembravano divertirsi. Io, invece venni travolto nuovamente da quella strana sensazione. L'odio si mescolava con ogni sentimento che avevo in corpo. Appena incontrato e già l'odiavo.

Suonò la fine della prima ora e prima di andarsene il Professor Moore disse alla classe un'ultima cosa: "Ricordate bene che io qui dentro sono l'autorità massima e per questo vi insegnerò qualcosina sulla mia materia già da adesso: pensatela come una legge psicologica della fisica. Più rispetto porterete nei miei confronti, più probabilità avrete di passare il nuovo anno sereni.".

La prima ora era stata quella più stressante, ma in compenso le altre passarono velocemente. Quando suonò la campanella dell'intervallo fui il primo ad uscire dalla classe ed andai nell'unico posto dove non sarebbe andato nessuno: Il giardino della scuola. Nessuno ci andava dato che eravamo in autunno e tutti preferivano stare al caldo in classe. Era un posto bellissimo. Gli alberi cominciavano a perdere le loro foglie di vari colori, che cadevano praticamente dappertutto. Davano un po' di colore a quella deprimente scuola grigia. Mi sedetti sulla panchina e cominciai a guardare le foglie rosse che cadevano dall'albero sotto il quale mie ero seduto. Era così piacevole. Solo io e quell'albero di un rosso intenso.

«Ciao, posso sedermi?» Chiese una figura che prese il posto dell'albero rosso.

Balzai di colpo e mi ritrovai con la schiena rivolta verso il braccio della panchina. Prima la figura non si distingueva per via della luce sopra di essa, ma quando sentì la sua voce la riconobbi. Era lei, la ragazza di stamattina. Quando entrò in classe la guardai solo di sfuggita e non notai il suo aspetto. Dicevano che era carina e non avevano tutti i torti. I suoi capelli erano di un biondo brillante, come il colore dell'oro e i suoi occhi verdi si illuminavano alla luce del sole.

«Ti ho spaventato?» disse, seguita da un dolce sorriso.

Dopo di che si sedette acconto e me e cominciò a parlarmi:

«Mi chiamo Samantha Brown e mi sono trasferita qui da Detroit. Tu invece non ti sei presentato in classe. Hai avuto ansia?»

Nessuna risposta.

«Scusami se lo chiedo ma è successo qualcosa in particolare?» disse con un espressione abbastanza curiosa.

Niente. Feci scena muta dall'inizio alla fine. Dopo un po' di silenzio lei mi guardò e mi disse una cosa che all'inizio mi rese perplesso:

«Ho trovato! Aspettami qui. Torno subito» disse alzandosi e tornando dentro.

Io rimasi molto perplesso da quelle parole, ma decisi di aspettare, giusto per curiosità. Passò un bel po' di tempo è di lei nessuna traccia. Mi sembrava ovvio. Voleva solo prendermi in giro come tutti gli altri. Ripresi a fissare l'albero che si trovava sopra di me, mentre le sue foglie rosse continuavano a cadere. Rimasi in quel modo per un po'. Mi sarei anche addormentato se non fosse stato per una lieve voce affaticata:

«E-Eccomi! Scusa se ti ho fatto aspettare» disse, mentre respirava a fatica tra una parola e l'altra.

Era lei. Aveva portato qualcosa, ma in un primo momento non vidi cos'era dato che lo teneva nascosto dietro di se.

«Allora? Ti va di parlare un po'?».

Cominciai a domandarmi cosa le prendesse e per quale ragione si comportava in modo così strano. Ma lei continuò:

«Che succede? Pensavi che non sarei più tornata?» disse sorridendo «Bene. Abbiamo un po' di tempo prima dell'inizio delle lezioni, quindi...TA-DA~»

Ero abbastanza confuso. Aveva corso avanti e indietro per la scuola solo per portarmi un...quaderno. Rimasi li a fissare le sue mani mentre mi porgevano il quaderno. Non sapevo che fare. Lei si sedette accanto a me e lo aprì, cominciando a scriverci sopra qualcosa, poi me lo mostrò:

«Sai...quando sono triste o c'è qualcosa che mi turba, scrivere è una delle cose che mi fa sentire meglio. Potresti provare anche tu, che ne dici?»

Era inutile. Più cercavo di capire che intenzioni avesse più domande e dubbi mi assalivano.  Così decisi di assecondarla. Mi diede la penna e, in un certo senso, mi presentai:

«Mi chiamo Joseph Miller. Piacere mio» scrissi lentamente.

Quando finì di scrivere glielo mostrai. In qualche modo sembrava che si fosse tranquillizzata. Riprese la penna e continuò a scrivere:

«Visto? Non era così difficile.» scrisse rapidamente mentre sorrideva.

Continuò a scrivere domandandomi di tutto, e dovevo ammettere che in quel momento mi sentivo un po' felice. Se non fosse stato per una domanda di troppo:

«Un'altra cosa, posso sapere perché non hai voglia di parlare con nessuno?».

Non ci fu domanda peggiore che potesse farmi. Diventai di pietra, le mie mani cominciarono a tremare e i miei occhi si spalancarono, come se avessi visto un fantasma. Poggiai la mano sul petto e comincia a stringere la giacca. Mi faceva male il cuore. Era un dolore davvero atroce. Però, all'improvviso, lei afferrò la mano che si trovava sulla mia gamba e mi guardò con gli occhi lucidi, come se stesse per piangere al posto mio.

«Mi dispiace. Non avrei dovuto chiedere, ho già detto abbastanza...» disse, abbassando la testa e continuando a scusarsi.

Ero felice che in quel momento qualcuno, all'infuori della mia famiglia, si fosse preoccupato per me. Così per farglielo capire afferrai la penna e scrissi:

«Grazie per l'interessamento. Non devi scusarti di nulla e poi, a dir la verità, mi ha fatto piacere "parlare" con te».

Quando lo lesse si strofino gli occhi e mi sorrise. Rimasi a fissarla per qualche secondo prima che la campanella suonasse segnando la fine dell'intervallo.

«Andiamo le lezioni stanno per ricominciare» disse lei mentre si alzava.

Scrissi che sarei entrato in classe un po' più tardi perché non avevo ancora voglia di entrare in classe. Mi diede l'Ok e cominciò ad andare.

«Che strana ragazza» pensai sorridendo lievemente ed alzando la testa verso l'albero rosso.

Tornai in classe poco dopo e la prima cosa che notai fu Samantha ridere con alcune ragazze della classe. Aveva un carattere davvero socievole e per quello la invidiavo un po'. Le ore passarono e suonò l'ultima campanella della giornata, pertanto tutti cominciarono ad uscire fuori. Io ovviamente fui uno dei primi ad uscire ma, invece di andarmene subito alla stazione, mi fermai al cancello della scuola e mi voltai qualche secondo giusto per curiosità. La vidi in lontananza mentre usciva fuori con altri membri della classe. Ero contento per lei del fatto che si fosse già ambientata così bene, ma mi sentivo un po' strano. Mi voltai nuovamente e cominciai ad andarmene verso la stazione. Ero già arrivato a metà strada quando qualcuno mi batté la spalla. Mi voltai e con sorpresa vidi lei.

«Certo che vai proprio di fretta tu, eh?» disse sorridendo. «Volevo darti questo. È il mio numero. Se mi dai il tuo possiamo mandarci qualche messaggio. Sempre se ti va»

Era una richiesta un po' insolita ma per qualche ragione non riuscì a trovare nessun motivo per rifiutare, così accettai. Ci scambiammo i numeri e ci salutammo. Io continuai a dirigermi verso la stazione e lei invece tornò a casa in auto. Per tutto il viaggio da scuola fino casa rimasi a fissare il suo numero cercando di capire con quale coraggio avrei potuto scriverle, ma, una volta arrivato di fronte alla porta di casa, decisi di pensarci più tardi con calma. Entrai in casa e mi diressi in cucina per avvertire i miei che ero tornato.

«Bentornato tesoro! È andato bene il primo giorno?» mi disse immediatamente mia madre dopo avermi visto nel salone.

La guardai e le sorrisi. Lei esitò un po' prima di ricambiare con uno dei suoi soliti abbracci che era più soffocante del solito. Probabilmente era sorpresa del fatto che invece di un triste cenno con la testa, le sorrisi. Dopo qualche domanda sulla giornata mi chiese qualcosa di curioso:

«Comunque tesoro, per caso ti ricordi che giorno è oggi?».

Aggrottai le sopracciglia e la guardai confuso. Per provare ad indovinare poggiai il mio dito sul calendario e indicai la data di quel giorno: Venerdì 25.

«Immaginavo che te ne fossi dimenticato. Tuo padre mi ha riferito che oggi ti avrebbe fatto fare il tour dell'ospedale. Passerà a prenderti tra poco».

Mio padre era uno dei migliori dottori di tutta Indianapolis e dopo esserci trasferiti qui ricevette molte proposte da numerosi ospedali. Uno in particolare aveva attirato la sua attenzione ed era l'ospedale dove aveva fatto il suo primo tirocinio. Lavorava li già da tre anni ed era diventato oramai un membro abbastanza rispettato di quell'ospedale. Io ero molto attratto da tutto quello che riguardava la medicina. Tutt'ora penso che sia davvero una cosa unica come si possa salvare una vita trapiantando o esportando organi.

Visto che mio padre probabilmente era riuscito a farsi dare il permesso per potermi mostrare l'ospedale nella sua interezza, mi prepararmi e cominciai ad aspettarlo. Ero ansioso di vedere quell'ospedale. Ero ansioso di vedere le loro attrezzature. Ma ero anche molto spaventato all'idea di rivedere la morte trionfare nuovamente sulla vita.

Era già passata l'ora di pranzo quando mio padre venne a prendermi. Salutai mia madre ed uscii di casa dirigendomi verso la macchina. Mio padre si scusò per il ritardo e dopo di che uscimmo velocemente dal vialetto andando verso l'autostrada che portava all'ospedale. Ci sarebbe voluto un po' prima di arrivare quindi cercai qualcosa per ammazzare il tempo. Cominciai ad osservare fuori dal finestrino guardando quello che si trovava oltre la staccionata dell'autostrada. C'era solo una fitta foresta piena di altissimi alberi, oltre quello non sembrava esserci nulla.

«Ti piace proprio la foresta, vero?» disse sarcastico mio padre cercando di farmi distogliere lo sguardo dal finestrino.

In realtà ero davvero incuriosito. La chiamavano Black Forest. Passando da quella foresta si poteva raggiungere l'ospedale semplicemente andando dritto da casa mia. In poche parole era una scorciatoia per arrivare subito in posti molto distanti tra di loro. Ma nessuno entrava mai in quella foresta per via della fitta vegetazione che aveva reso quel posto davvero oscuro, come se li dentro il giorno non esistesse. Ma a parte la possibilità di usare quella foresta come scorciatoia mi incuriosivano molto di più le storie legate ad essa. Si vociferava su internet e su numerosi forum di uomini privi di tratti somatici del volto che rapiscono bambini, incendi provocati di proposito da taniche di benzina, donne uccise e stuprare ritrovate tutte con una rosa.

In somma, quella foresta era luogo di molti miti e tragedie, anche se nessuno pensava che fosse quella la foresta che ospitava tutti quei miti e tragedie. Osservavo quella terrificante foresta continuando ad avere una strana sensazione mentre ripensavo a quei racconti così macabri ed inquietanti. Odiavo quelle storie. Attiravano lettori che voleva solo sentire sventure su persone innocenti. Morte, stupro, vandalismo, rapimento, vendetta, insomma tutto quello che poteva farti salire l'adrenalina era ben accetto. Chi scriveva certe cose era gente malata. Cosa ci si poteva aspettare da qualcuno che uccideva senza alcuna motivazione? Odiavo DAVVERO quelle storie. Ma ero il primo a leggerle...

Dopo un paio di minuti arrivammo a destinazione. Lasciai quella strana sensazione alla spalle e mi concentrai semplicemente sul motivo per cui ero li: la visita completa dell'ospedale. Era un enorme struttura piena di finestre e con un ingresso abbastanza ampio. Rimasi a fissarla per un po' di tempo prima di uscire dall'auto e dirigermi con mio padre verso l'ingresso. Appena entrai notai che la sala d'attesa era arredatissima di scaffali con libri, poltrone e distributori di caffè e vivande di ogni genere.

«Un posto davvero confortevole» pensai fissando la gente che, anche avendo fasciature o gessi, era tranquilla e rilassata.

«Gli altri ospedali hanno molte sezioni nello stesso piano, invece questo ha un piano per ogni sezione specifica. Qui, oltre a gestire le telefonate di soccorso e la gente che arriva, trattiamo i pazienti con fratture, lesioni o altri casi minori. Andiamo, ti faccio fare il giro e poi saliamo al secondo piano» mi spiegò mio padre.

Mi fece fare il giro di tutto il piano ma, non trovandolo particolarmente interessante, non prestati molta attenzione. Salimmo al secondo piano e li era dove si trovavano tutte le stanze dove potevano riposare i pazienti dopo anestesia, operazioni, trattamenti e quant'altro. Si poteva percepire che l'aria di tranquillità che si respirava prima era svanita quasi del tutto. I medici e i pazienti, così come i parenti o conoscenti venuti a trovarli, erano calmi e turbati allo stesso tempo. Come biasimarli. Tutti si sentirebbero stressati a restare fermi su un letto d'ospedale o turbati a vedere una persona a lei cara che sta male. Quel piano era davvero affollato, ma l'ordine non mancava. Le stanze erano contrassegnate con i nomi dei pazienti ed erano tantissime e abbastanza lontane l'una dall'altra. Non appena mio padre ebbe finito di accertarsi che i pazienti ricoverati nelle loro stanze avessero tutto quello di cui avevano bisogno, prendemmo l'ascensore e salimmo al nostro ultimo piano. Erano rimasti ancora molti altri piani ma mio padre si occupava del terzo quindi ci dirigemmo li.

Arrivati li l'atmosfera cambio del tutto. Si riuscivano a sentire i medici dalle sale operatorie gridare cose del tipo: «Il suo battito cardiaco è stabile» o «Presto! lo stiamo perdendo».

In quel piano si trovavano tutte le varie sale operatorie e le strumentazioni. Era quello il piano che suscitava il mio interesse e, insieme all'interesse, la stessa sensazione che avevo provato guardando la Black Forest. Un senso d'ansia unito ad un pizzico di eccitazione, qualcosa del genere. Uscito dell'ascensore cominciai ad incamminarmi con mio padre in quel lungo ed ampio corridoio. Tolte le voci dei medici, che risuonavano dalle sale operatorie, non c'erano altri rumori e, quasi nel totale silenzio, continuammo a camminare per quel corridoio per un po'.

«Dr. Miller!» gridò una voce interrompendo il silenzio. Era una delle infermiera, sembrava piuttosto agitata.

«Dr. Miller! Le ferite del paziente della stanza 15-D si sono riaperte. Gli altri medici stanno operando e non trovo il Dr. Turner da nessuna parte!» disse velocemente l'infermiera.

«D'accordo, ci penso io. Joseph io devo andare. Medison ti porterà nel mio ufficio. Tu aspettami li.» disse mio padre dirigendosi subito dopo verso il piano inferiore.

Non cercai di fermarlo. Era il suo lavoro e non potevo permettermi di distrarlo facendo il bambino capriccioso. Così l'infermiera mi portò nell'ufficio di mio padre e mi disse anche lei di aspettare li. Era un ufficio davvero grande e arredato in maniera molto elegante. Appese al muro c'erano targhe, riconoscimenti, diplomi e molto altro. Ma la cosa che mi stupiva di più erano le foto che aveva fatto con alcuni dei suoi pazienti più celebri, come cantanti, attori perfino politici.

Una foto in particolare aveva attirato la mia attenzione, la nostra ultima foto di famiglia. In quella foto...lei era ancora viva. Vedere quella foto mi aveva, letteralmente, scosso l'anima. Cominciai a sentire gli occhi bruciare e le lacrime rigarmi il viso finendo col far cadere alcune gocce sulla cornice. Stringevo talmente forte la cornice che sembrava che da un momento a l'altro il vetro si sarebbe frantumato in mille pezzi. Quella foto, quella che sembrava una semplice foto di famiglia, mi aveva fatto provare un'angoscia tale da farmi venire la nausea.

Tremavo molto ma, a parte alcune lacrime, non riuscivo a sfogarmi. In quel momento piangere mi avrebbe aiutato ma non ci riuscivo. Rimasi a fissare quella foto fino a quando un rumore di passi proveniente da fuori la stanza non mi allarmò. Mi asciugai le lacrime, posai la cornice al suo posto e velocemente mi sedetti sulle poltrone che davano il fronte alla scrivania. I passi cessarono e la porta si aprì. Era mio padre. Mi sorrise ed entrò, chiudendo lentamente la porta alle sue spalle.

«Devi scusarmi Joseph. Lo so. Ti avevo promesso che oggi saremmo stati io e te ma...come vedi in un'ospedale non si ci ferma mai" mi disse sconsolato.

Scossi la testa per dirgli che non doveva preoccuparsi. Era il suo lavoro dopo tutto. Mi guardò e mi sorrise lievemente.

«Grazie figliolo. Posso sempre contare su di te. Cambiando discorso: hai visto che bel posticino ha il tuo vecchio?».

Quando disse quella frase scrutai ancora la stanza, notando nuovamente l'arredamento, ma la mia attenzione era ricaduta nuovamente su quella foto.

«Carino, non trovi? C'è di tutto qui dentro» concluse con una risata.

Mio padre continuava a parlare ma io ero ancora in quella specie di limbo pieno di ricordi offuscati. Solo un ricordo era preciso. L'unico ricordo che volevo dimenticare.

«Mi trovo davvero bene qui quindi...Joseph? Che cosa stai-» si bloccò mio padre, notando che stavo fissando l'unica cosa che, sicuramente, non voleva che vedessi.

Si avvicinò alla cornice e la prese, asciugando le lacrime che avevo lascito sopra di essa. Si sedette sullo spigolo della scrivania continuando a fissare anche lui la foto.

«Era bellissima. La mia piccola principessa» disse facendosi scappare un impercettibile sorriso.

Non appena disse quelle parole distolsi lo sguardo dalla foto e cominciai a guardare lui.

«Non volevo che vedessi questa foto. Ma non ho avuto il coraggio di toglierla. Questa foto e uno dei pochi ricordi che ho di lei. Perdonami».

Si alzò e posò la foto al suo posto. Dopodiché si sedette dietro la scrivania e restammo un po' di tempo in silenzio. Aveva un espressione triste ma con un lieve sorriso, come se stesse ricordando dei momenti felici che però sapeva per certo che non si sarebbero ripetuti mai più. In quel momento capì e mi sentì peggio di prima. Mio padre era sempre stato il mio punto di riferimento. Anche se accadeva qualcosa di orribile o le cose non andavano per il verso giusto lui guardava avanti, come se sapesse che prima o poi le cose si sarebbero sistemate da sole, ma non era quello il caso. Lui non era mai riuscito a guardare oltre quel tragico evento. Oltre la morte della sua unica figlia. Quel giorno capì che mio padre si era sempre tenuto dentro un'enorme tristezza che non aveva mai esposto a nessuno. Cominciai ad avere i sensi di colpa per averlo fatto sentire così. Avevo intenzione di scusarmi o almeno di dirgli che non era colpa sua, ma quando tentavo di aprire bocca subito mi bloccavo. Era più forte di me, non ci riuscivo.

Rinunciai all'idea di scusarmi e abbassai lo sguardo a terra. Io non riuscì a dire nulla, ma mio padre si:

«Vieni qui Joseph, voglio mostrarti una cosa» disse togliendo i gomiti dalla scrivania e poggiando completamente la schiena sullo schienale della sedia.

Rimasi li a fissarlo per un po'. Non riuscivo ad immaginare cosa mi volesse mostrare o perché proprio in quel momento, ma spinto dalla curiosità mi alzai dalla poltrona e andai da lui. Prese dal cassetto della sua scrivania una scatolina di metallo nero abbastanza lunga e sottile. La poggio sulla scrivania e gli passò le dita delicatamente, come per accarezzarla. Notai nuovamente quel triste sorriso e continuai a domandarmi cosa potesse esserci all'interno.

«Lo sapevi che quando un bambino nasce, i genitori possono scegliere se tenere o no il suo cordone ombelicale?» mi chiese mio padre, continuando a contemplare quella piccola scatola.

Ero stranito da quella domanda, ma feci cenno con la testa per dirgli che ne ero al corrente. Volevo capire perché me lo avesse chiesto, e lui continuò:

«È bello far vedere a qualcuno il ricordo della nascita dei propri figli, ma non a tutti piace vedere un pezzo di essi. Fa ribrezzo a molti» continuò con una lieve risata. «Così, prima che voi nasceste, io e tua madre pensammo ad un modo unico per ricordarci della vostra nascita».

In quel momento la mia curiosità prese il sopravvento e non appena mio padre finì di parlare aprì lentamente la scatola. All'interno di quella scatola, sopra il rivestimento di tessuto rosso, c'erano due bisturi d'argento. In entrambi c'era inciso un nome: Joseph ed...Emily.

Emily...era il nome della mia sorellina. Morì tre anni prima ad Indianapolis a causa di un incidente. Beh, io fino ad allora l'ho sempre chiamato incidente ma non era proprio così. Io ero li quando lei è morta. Quando ha inalato il suo ultimo respiro, io ero li presente. Io ero li è non sono riuscito a fare nulla. Sono rimasto li a fissarla mentre soffriva e non ho fatto nulla. Ero io il responsabile della sua morte. Non meritavo di essere ancora vivo dopo quello che avevo fatto. Non meritavo di essere felice, di amici o tanto meno di parlarne con qualcuno. Forse il mio più che un trauma era una punizione verso me stesso.

«Questi bisturi sono la prova dei miei due più grandi successi come medico...e come padre» disse con un nodo alla gola.

Ero sicurissimo che stesse per piangere ma riuscì a trattenersi. Poggiai la mano sulla sua spalla, lui si voltò e gli sorrisi. In quel momento, guardando il volto triste di mio padre, mi ripromisi che avrei tenuto la mia angoscia soltanto per me. I miei genitori non avevano nessuna colpa e non volevo fargli credere che ne avessero. Volevo chiudere in fretta la questione, così, presi la scatola che conteneva i bisturi e la richiusi, posandola nuovamente all'interno del cassetto della scrivania. Si sentiva molto triste, ne ero sicuro, ma lui non poté fare a meno di sorridermi a sua volta. Passarono circa dieci minuti e mio padre ed io tornammo in noi. Non feci in tempo a risedermi sulla poltrona che qualcuno bussò alla porta:

«Ehi grande capo, ci sei?» canticchiò una voce fuori dalla porta dell'ufficio.

Aprì la porta, senza aspettare una risposta, ed entrò. Era un uomo molto alto ed indossava un lungo camice bianco, come quello di mio padre, il che mi fece capire che era uno dei medici dell'ospedale. Nella spilla appesa al camice c'era il suo nome scritto sopra: Dr. Turner.

«Nicolas! Circa un'ora fa ad un paziente, sotto la TUA tutela, si sono riaperte delle ferite da trapianto. Si può sapere dove eri finito?» gridò immediatamente mio padre, non appena lo vide entrare.

Quando mio padre tirò fuori il discorso del paziente, che poco prima aveva soccorso, riconobbi il nome. Lo aveva pronunciato Medison, l'infermiera, dicendo che non riusciva a trovarlo da nessuna parte.

«Ah ah! È per questo che sono qui. Avevo delle pratiche da sbrigare e...sai no? Comunque grazie per essertene occupato, grande capo!» rispose, mentre una piccola goccia di sudore freddo gli scendeva in viso.

«Pratiche? Che genere di pratiche? Non ricordo di avertene assegnata alcuna!»

Mio padre era tornato quello di prima. Era calmo e allo stesso tempo molto severo, ma sembrava divertirsi ascoltando le scuse poco plausibile del collega. A dirla tutta nessuno avrebbe creduto ad una sola parola di quello che diceva, era troppo nervoso, ma di sicuro non era la prima volta che succedeva. Continuarono la discussione per un pezzo fino a quando il Dr. Turner non seppe più come giustificarsi:

«Beh, come dire...Ehi ma quello è tuo figlio?» disse a scatti mentre mi fissava come se fossi una specie di ancora di salvezza.

Si avvicinò e, con un sorriso, allungò una mano verso di me. Gli strinsi la mano e gli sorrisi lievemente. Era troppo impulsivo, probabilmente neppure lui sapeva che stesse facendo. Mi lasciò la mano e, ignorando mio padre, cominciò a parlare con me:

«Sai, tuo padre mi ha detto che non parli molto, ma non preoccuparti. Puoi fidarti dello zio Nic e se hai bisogno sono a tua disposizione» disse, poggiandomi una mano sulla spalla.

Dovevo ammettere che in quel momento mi sarebbe piaciuto essere come lui, spiritoso e socievole con quel pizzico di gentilezza che basta. Prima di quel giorno avevo sempre incontrato persone "malate", capaci solo di provare piacere nel veder soffrire qualcuno. Ma dopo molto tempo ero riuscito a trovare delle persone "sane", che ti accettano per quello che sei e non per quello che vorrebbero che fossi. Sarebbe stato bello se quelle prime impressioni fossero state del tutto reali. Mentre ero avvolto nei miei pensieri non mi accorsi che il Dr. Turner ricomincio a discutere con mio padre su alcune documentazioni, così mi allontanai lasciandoli discutere in pace. Finita la discussione salutò mio padre e si diresse verso la porta, aprendola:

«Oh! Dimenticavo. Se ti va Joseph uno di questi giorni di porto io a fare un bel giro. Che ne dici?» disse rivolgendosi a me.

Guardai mio padre, che mi diede l'Ok, ed accettai.

«Fantastico! Allora ci si vede» mi disse sorridendo mentre chiudeva la porta alle sue spalle.

«È un vero confusionario, ma è un buon medico. Se c'è qualcuno di cui mi posso fidare, di sicuro, è lui» aggiunse mio padre mentre riordinava alcune pratiche. Ero felice che avesse delle persone di cui fidarsi. In quel momento desiderai che continuasse ad averle, fino alla fine.

Le ore passarono ed era già molto tardi. Così mi accompagnò a casa. Ripercorremmo l'autostrada e, come per l'andata, cominciai a fissare nuovamente la foresta che però, a parte il buio più totale, non lasciava intravedere nemmeno gli alberi. La sensazione che avevo avuto, la prima volta che fissai la Black Forest, adesso era più intensa. Era come se qualcuno in mezzo a quell'oscurità mi stesse osservando. Mi voltai di scatto ricordandomi una frase che lessi in uno di quei racconti che leggevo spesso su internet. Ricordo quella frase tutt'ora: «E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te»

Decisi di smettere di fissare quella foresta e di appisolarmi fino a casa, cosa che feci con molta facilità. Circa dieci minuti dopo arrivammo a destinazione. Salutai mio padre ed entrai a casa. Una volta entrato a casa trovai mia madre seduta sul divano del soggiorno intenta a guardare un po' di televisione.

Appenai entrai mi salutò ed io le sorrisi solamente, andando verso le scale. Mia madre, capendo che stavo andando in camera, mi diede la buona notte. Entrato in camera, senza nemmeno togliermi le scarpe, mi fiondai a letto. Ero molto stanco e stavo per addormentarmi, ci mancava davvero poco, ma la vibrazione del mio cellulare mi privò del sonno. Presi il cellulare dalla tasca e, pensando che fosse qualche mail di spam, ebbi l'istinto di spegnerlo, ma lo lessi:

«Ciao, sono Samantha, la ragazza di stamattina. Mi ce voluto molto più tempo del previsto per trovare il coraggio di scriverti ma...mi chiedevo se ti andasse di parlare un po'».

Era passata un'intera giornata ed io mi ero completamente dimenticato di lei. Mi sentivo un incompetente a non essere riuscito a trovare un modo per poter iniziare una semplice conversazione. Cosa potevo dirle? Che mi ero dimenticato di lei e che stavo per cancellare il messaggio senza nemmeno leggerlo? O magari, potevo semplicemente dirle che ero in ospedale con mio padre? Ci pensai un attimo e non trovai nulla da poterle dire. Così scelsi la soluzione più semplice: la verità.

«Ciao. Scusami ma oggi è stata una stranissima giornata e, a dirla tutta, non sapevo con quale coraggio scriverti. Volevo pensarci con calma domani, ma non immaginavo che mi scrivessi tu per prima»

Inviai il messaggio con un po' d'esitazione e aspettai. Dopo quello che le avevo scritto pensavo che non mi avrebbe più risposto perché, più che una spiegazione, sembrava una scusa. Cominciai a farmi una miriade di complessi, non sapevo che fare. Potevo solo aspettare una risposta. Così mi sdraiai sul letto e cominciai a fissare il soffitto...

Silenzio. Tutto quello che ricordo in quel momento era un mortale silenzio. Sola la luna, della quale i raggi filtravano dalla finestra, riusciva ad attirare la mia attenzione. Quell'atmosfera era così familiare e nostalgica.

26 - Settembre - 2015

Mi svegliai il mattino seguente, sdraiato a terra e totalmente sudato. Sicuramente avevo avuto un incubo, ma non riuscivo a ricordare nulla. Era da un bel po' di tempo che non ne avevo uno, ma prima per me gli incubi erano una cosa normale. Notai che l'orologio della mia camera segnava le 07:15, molto più tardi del mio solito risveglio. Mi preparai e scesi al piano di sotto. Salutai i miei ed uscì di casa, ero già in ritardo e non feci neanche colazione. Corsi fino alla stazione ma, non essendo molto atletico, arrivai senza fiato, fortunatamente prima che il treno partisse. Come mio solito presi posto tra le ultime file, tentando di riprendere fiato e di rilassarmi un po'. Arrivai a scuola ed entrai subito in classe, prima degli altri. Mi sedetti al mio posto e presi il mio quaderno di Algebra, dato che il giorno prima non avevo avuto né il tempo né la voglia di fare gli esercizi per quel giorno. Andavo molto bene a scuola e non avevo particolari problemi nello studio, ma quel giorno svolgevo gli esercizi con molto disinteresse e non vedevo l'ora di finirli.

«Buongiorno. Compiti dell'ultimo minuto, eh?» disse una voce familiare.

Quando alzai la testa incrociai lo sguardo con quello di Samantha. Mi stupiva come fosse così solare già dal primo mattino. Samantha mise la mano all'interno della sua borsa ed estrasse il suo quaderno di Algebra.

«Tieni. La professoressa sta per arrivare. Puoi copiare i miei se ti va. E poi, anche se li consegnassi incompleti credo che la prof capirebbe. E' solo il secondo giorno no?» disse sorridendo, mentre me lo porgeva.

Afferrai il quaderno e le sorrisi, come per ringraziarla. Lei tornò al suo posto ed io aprì il quaderno per copiare gli esercizi. Una volta aperto il quaderno, un foglietto di carta cadde sul mio banco e, per semplice curiosità, lo lessi. Nel foglietto c'era scritto che dopo l'intervallo Samantha mi avrebbe aspettato in cortile, con il quaderno del giorno prima. Guardai nella sua direzione e vidi lei che mi guardava a sua volta, sorridendo. Era opera sua, non si poteva negare. 

Le ore passarono in fretta e arrivò il momento dell'intervallo. Andai nel cortile e mi sedetti sulla panchina, nuovamente sotto l'albero di foglie rosse. Non faceva particolarmente freddo, pertanto si stava piuttosto bene. Non aspettai molto e Samantha arrivò portando il quaderno come aveva detto. Lei aprì il quaderno, senza aspettare un solo istante, è cominciò a scriverci sopra:

«Buongiorno di nuovo, Joseph». scrisse, mostrandomelo velocemente.

«Mi hai salvato prima nell'ora di Algebra. Ti ringrazio. Se mi avesse beccato il secondo giorno senza esercizi sai che ramanzina? La Prof. non è così clemente come credi» scrissi io.

«Ringraziarmi? Per cosa? Al contrario, sono io che devo ringraziarti!».

Era una ragazza davvero premurosa, ma mi stava facendo impazzire. Ero io a non capirla o era la che non voleva farsi capire? Mi arresi e le chiesi il motivo per il quale fosse lei a ringraziarmi, in fondo ero stato io quello che era stato aiutato. Lei esitò qualche istante prima di rispondermi e poco dopo scrisse:

«Pensavo che ti saresti tenuto a distanza da me, come fai con tutti gli altri. Tu eviti le persone, ti emargini, e questo mi rattrista molto. Non so per quale motivo ma...con te mi sento me stessa.»

Dopo aver letto la frase mi imbarazzai e voltai lo sguardo dall'altra parte. Credo che lei notò subito il mio imbarazzo perché le scappò una piccola risata. Lei rideva di me, ma non per deridermi. Almeno questo riuscivo a capirlo. 

Quel giorno parlammo del più e del meno, facendo passare così l'intervallo. In così poco tempo scoprì molte cose su di lei. Il suo colore preferito, il suo compleanno, il sue genere di libri e musiva preferiti, insomma di tutto e di più. Mi raccontò anche che non molto tempo prima, a causa di una serie di avvenimenti, cominciò ad evitare le persone e a vederle come suoi nemici. In un certo senso somigliava molto alla mia situazione e quindi in parti capì perché fosse così gentile con me. Lei voleva aiutare me, come qualcuno aiutò lei.

Quando suonò la campanella decidemmo di tornare in classe insieme, in questo modo potevano parlare ancora un po'. Fu in quel momento che avrei davvero voluto che quel corridoio, che portava alla nostra classe, non finisse mai. Arrivati all'ingresso della classe mi accorsi di non avere più il cellulare in tasca e, dopo aver fatto cenno a Samantha che sarei tornato un attimo indietro, corsi a cercarlo. Arrivato alla seconda rampa di scale notai che il mio cellulare era li a terra. Credevo di averlo perso in cortile. Pertanto cominciai a domandarmi cosa ci facesse li, ma senza interessarmi molto alla risposta in fin dei conti. Mi avvicinai al cellulare e, quando mi chinai per raccoglierlo, qualcuno cominciò a parlare alle mie spalle:

«È passato solo un giorno ed hai già fatto colpo. Da quando sei così popolare, Joseph?» ridacchiò la voce.

Era Ben. Notai che lui si trovava sulla terza rampa di scale, cioè quella dove ero sceso io. Questo mi fece capire che non era una coincidenza il fatto che lui si trovasse li in quel momento, ma che mi avesse aspettato. Seguiva il manuale del bullo provetto alla lettera.

Dopo aver raccolto il cellulare presi un po' di coraggio e decisi di andarmene, come se lui non ci fosse nemmeno. Salì le scale e gli passai di fianco. Ma prima di riuscire a raggiungere la cima vidi avvicinarsi la coda di Ben: Mike e Tom. Capì subito che stava per succedere qualcosa e, di fatto, non riuscì nemmeno più a muovermi. Ben salì le scale e si mise di fronte a me, mi poggio una mano sulla spalle e mi disse semplicemente una frase:

«Te l'avevo detto, no? Odio essere preso in giro, soprattutto da te»

Tutto quello che senti dopo quelle parole erano le risate di Mike e Tom ed un forte spintone alla spalla. Dopo quelle risate, quel colpo, quegli attimi...il buio.

Ricordo di essermi svegliato alle fine delle lezione, nell'infermeria della scuola. Avevo un gran mal di testa e la prima cosa che feci fu massaggiarla, notando così le bende che coprivano la nuca. Sapevo benissimo cosa era successo, ma volevo far finta di nulla. In fin dei conti, quello segnava l'inizio del mio solito anno scolastico. Uscì dall'infermeria, cercando di non farmi notare da nessuno, e tornai a casa. Arrivato davanti all'ingresso di casa esitai un attimo prima di aprire la porta. Continuavo a pensare a cosa dire ai miei se mi avessero visto in quel modo, ma la cosa non mi preoccupava. In fin dei conti, ero solo scivolato dalle scale, tutto qui. Entrai, ma non trovai nessuno in casa. C'era solo un biglietto d'avvertenza sopra il tavolo del soggiorno che mi avvertiva di chiudere tutto a chiave e di non dimenticarmelo, visto che sarei rimasto a casa da solo.

Nient'altro.

Ero sorpreso solo da una cosa: che mi avessero lascito solo in casa dopo quello che era successo in passato. Dopo quello che avevo combinato anni prima. Chiusi tutto a chiave, come mi avevano detto e decisi di rilassarmi un po' prima di andare a dormire guardando un film. Non ricordo che film fosse, ma ricordo bene che era uno di quei film che ti suscita nostalgia per qualsiasi cosa.

Una volta finito il film spensi la TV e sali di sopra. Credo che fosse già mezzanotte o poco più. Ma non ero stanco. Avevo voglio di parlare con qualcuno, ma non sapevo con chi. Non avevo la minima intenzione di disturbare Samantha data la tarda ora. Era stata fin troppo disponibile verso di me. Ma dopo tanto tempo, e grazie a Samantha, avevo voglio di sfogarmi.

Senza accorgermene mi trovai di fronte ad una stanza, la stanza di Emily. Anche se c'eravamo trasferiti dopo la sua morte, decidemmo comunque di concedere una stanza in sua memoria, arredandola come a lei sarebbe piaciuto. Conoscevo molto bene i suoi gusti perché passavamo molto tempo insieme, anche se era più piccola di me di circa tre anni. Le volevo un mondo di bene e mi confidavo sempre con lei. Potevo dirle tutto e, anche se molte volte non capiva quello che volessi dire, mi consigliava come solo lei sapeva fare: con un dolcissimo sorriso e un candido abbraccio.

Forse...era per questo che le mie gambe mi avevano portato di fronte la sua stanza. La mia piccola Emily era l'unica con cui potessi confidarmi. Così, solo per quella volta, decisi di assecondare un mio capriccio. Volevo parlare con lei, almeno un ultima volta. Aprì lentamente la porta della sua camera e, dall'interno della stanza, uscì un dolce profumo. Una volta entrato, rimasi a scrutare la stanza per qualche minuto.

Non so come descriverla, ma era la stanza di una bambina. Una semplice stanza. C'erano giochi e peluche dappertutto: sugli scaffali, nel letto, sulla scrivania e perfino a terra. Al centro della stanza c'era un piccola tavolo con un set da tè giocattolo e le sedie, dove c'erano seduti alcuni peluche, erano disposte in cerchio. Mi ricordai quando Emily mi costringeva a giocare in quel modo. Mi assillava e, se non riusciva a convincermi, mi faceva gli occhi dolci. A quegli occhi non sono mai riuscito a resistere. I miei genitori avevano disposto tutti i mobili della sua stanza come erano nella casa precedente. Era tutto così nostalgico.

Passarono una decina di minuti e cominciai a dare un'occhiata alla stanza. Dopo essere stato li per un bel po' di tempo mi ero ormai rassegnato, come potevo mai parlare con lei, era una cosa tanto impossibile quanto triste. Non potevo fare molto li dentro. Prima di uscire dalla stanza però, la mia attenzione si spostò sulla sua scrivania accanto al letto: sopra la scrivania c'era una foto, e quella foto raffigurava me mentre portavo alla cavallina Emily. Eravamo così felici a quel tempo. 

Oltre alla foto c'erano tutti i suoi libri di favole, fiabe, racconti e vecchi quaderni di scuola. In mezzo a tutto questo, c'era un quaderno di troppo. Molto diverso dagli altri. Lo presi e mi accorsi che non era affatto un quaderno, ma era un diario. Mi ricordai del perché fosse li. Glielo regalai al suo settimo compleanno. Gli piaceva molto disegnare e, da quando aveva imparato a scrivere, scriveva sempre lettere a tutti: compleanni, feste, quando tornavo da scuola o i miei genitori da lavoro, era così dolce e innocente.

Ma non arrivò mai a scriverci sopra, era immacolato. Fissai quel diario per molto, pensando a quante cose Emily avrebbe potuto scriverci e a quanti disegni avrebbe potuto farci. Questi pensieri però mi ricordano le parole che mi disse Samantha.

Mi disse che quando lei si sentiva triste la cosa che la faceva stare un po' meglio era scrivere. Ma poteva essere vero? Potevo davvero sentirmi meglio solamente scrivendo su un pezzo di carta? In fondo non avevo nulla da perdere e decisi di provare. Presi una penna e cominciai a scrivere tutto quello che mi passava per la testa su suo diario:

«Ehi piccola mia. Sono io, il tuo fratellone, Joseph. Spero che vada tutto bene dove ti trovi adesso».

Mi sentivo un idiota a scrivere quelle cose.

«Sai...ci siamo trasferiti a Fort Wayne e adesso viviamo qui. È molto bello come posto, non come Indianapolis, ma ha il suo fascino».

Scrivevo ogni cosa, pensando che fosse la cosa migliore.

«Papà si è impegnato più di prima e adesso è diventato un bravissimo dottore, mentre la mamma ha cominciato a scrivere un romanzo come hobby. Certo non è il massimo, ma fa del suo meglio.».

Avrei pianto da un momento all'altro. Me lo sentivo.

«Io invece sono stato vittima di bullismo fin da quanto ci siamo trasferiti qui. Mamma e papà non lo sanno, ma sta tranquilla, adesso va tutto bene. Oh! Ho anche conosciuto una ragazza davvero dolce e...».

Stavo lacrimando, ma non riuscivo a smettere di scrivere.

«Emily...mi manchi, mi manchi troppo».

Scoppiai in lacrime e comincia ad urlare, tenendomi la testa per il forte dolore.  

«Emily ti prego...ti prego torna da me!».

Ricordo che dopo aver pianto per un buon lasso di tempo posai il diario sopra la scrivania e andai a dormire, ancora in lacrime.

27 - Settembre - 2015

«Svegliati~ Ehi~ Fratellone sveglia~» ricordo che disse una voce nella mia testa.

Aprii gli occhi. Ero nella mia stanza, sdraiato sul letto e con tutti i vestiti ancora addosso. Era tardi, circa le 10:00 passate, ma non importava, era Domenica. Mi misi seduto sul fianco del letto per cercare di svegliarmi del tutto. Ero molto assonnato, come se non avessi dormito per nulla. Dopo essermi leggermente ripreso dal sonno mi ricordai perché fossi così stanco. Quella notte avevo pianto fino al punto di addormentarmi.

«Emily...» pensai poggiando le mani sul letto.

Mi alzai per andare a fare una doccia, ma, mentre mi alzavo, feci cadere qualcosa che si trovava sul mio letto. Era il diario di Emily. Quello dove avevo scritto la sera prima.

Mentre una goccia di sudore freddo cominciò a rigarmi il viso, cominciai a chiedermi perché quel diario fosse li e come ci fosse finito. Pensai ad ogni spiegazione possibile, tanto che ad un certo punto pensai che fosse stata mia madre a portare il diario nella mia stanza. Ma perché? Perché mia madre, una delle persone che ha sofferto di più la morte di Emily, dovrebbe fare una cosa simile. Però in quel momento non potevo pensare ad altro. Quel diario era li perché qualcuno ce l'aveva messo. Ma chi?

Volevo delle risposte, così mi presi di coraggio e aprì il diario. Andai nella prima pagina, dove avevo scritto ieri sera e cominciai a rileggere quello che avevo scritto, era tutto normale, almeno credevo. Cominciai a sentire le mani tiepide e subito dopo sentì uno strano odore. Gettai velocemente il diario a terra e mi guardai le mani...erano ricoperte da un inchiostro rosso, ma molto più viscoso di un semplice inchiostro.

Realizzai: le mie mani erano ricoperte di sangue. Caddi all'indietro in preda ad un attacco di panico, continuando a fissare le mie mani ricoperte di sangue.

Cosa stava succedendo? Perché Stava succedendo? Era tutto quello a cui riuscivo a pensare in quel momento. Poi, cercando di auto-convincermi, pensai che fosse tutto un equivoco. Stavo ancora dormendo, era la cosa più ovvio. Guardai nuovamente il diario per cercare di dare un senso alle mie convinzioni, ma non avrei mai dovuto farlo. Il diario era caduto dall'altro lato e dava vista sulla pagina successiva. La pagina da dove usciva quel fluido rosso. In quella pagina c'erano scritte testuali parole:

«Anche tu mi sei mancato tantissimo~ Adesso va tutto bene. Ti prometto che non ci lasceremo mai più...Fratellone!»

Non riuscì a trattenermi. Corsi in bagno e cominciai a vomitare. Ero sconvolto. Quelle parole, quel sangue, quella sensazione...erano tutte vere. Cercai di riprendermi il prima possibile. Dovevo fare qualcosa. Qualcuno aveva risposto a quello che avevo scritto sul diario di Emily. Ciò stava a significare che qualcuno sapeva che io avessi scritto li sopra, e quindi che si trovasse in casa con me la sera prima.

Tornai in stanza, presi il diario e mi fiondai al piano di sotto. Non c'era nessuno. Mio padre quasi sicuramente era già andato a lavoro da un pezzo, mentre mia madre era uscita per le sue solite commissioni, ma stava per rientrare. Passarono pochi minuti e mia madre tornò. Mi fiondai da lei tremando e con il cuore a mille.

«Joseph! Che ti prende? Va tutto bene?» disse con tono preoccupato.

Le porsi il diario e lei spalanco gli occhi cambiando espressione di colpo, lo prese e lo strinse a se, rimproverandomi:

«Perché ce l'hai tu? Ti avevamo detto di non entrare in quella stanza» disse lei, quasi in lacrime.

Avevo bisogno che lo vedesse. Così l'ho presi e lo aprì di fronte a lei. Non c'era nulla. Non c'era scritto assolutamente nulla. Il sangue, la frase e quello che avevo scritto io: non c'erano più. Rimasi immobile a fissare le pagine completamente bianche.

«No. Non può essere vero? Io ho...ho immaginato tutto?» pensai, mentre fissavo ancora quelle pagine, immobile.

Descrivere la sensazione che provai in quell'istante era impossibile. Oramai credevo di essere impazzito. Mia madre mi fissò a lungo, poi cominciò a piangere e a chiamarmi:

«Joseph!? Ehi, Joseph!? Rispondimi. Ti prego» continuò piangendo.

Io non ebbi nessuna reazione. Buttai il diario a terra senza rendermene conto e tornai in camera. Passai la notte in bianco, ma decisi di andare comunque a scuola l'indomani, sperando di poter dimenticare l'accaduto.

28 - Settembre - 2015

Quel giorno andai a scuola più turbato del solito. Quello che era successo la sera prima l'ho rivivevo ancora. Era impossibile che me lo fossi immaginato, era troppo vero, ma era anche vero che non c'era nessuna spiegazione ragionevole a quello che era successo.

Ci pensavo continuamente. Ignoravo qualsiasi cosa intorno a me, come sempre del resto. Arrivato alla stazione mi sedetti e cominciai a fissare il vuoto. Lo fissai per un paio di minuti, ma poi qualcosa, anzi, qualcuno attirò la mia attenzione:

«Buongiorno»

Mi voltai e vidi Samantha, sorridente come suo solito. Le feci un debole e malinconico sorriso, ma un sorriso, anche se falso, è pur sempre un sorriso, no?

Lei si sedette accanto a me, estrasse dalla borsa il suo solito quaderno e comincio a scrivere:

«Va tutto bene? È successo qualcosa?»

Abbassai la testa, cercando di non guardarla negli occhi. Se gli avessi raccontato quello che era successo probabilmente mi avrebbe preso per pazzo. Fino a quanto il treno non arrivò io rimasi in silenzio. Poi, quando mi assicurai che il treno si fosse fermato per far salire i passeggeri, scrissi, evitando di incrociare il suo sguardo:

«Faremo meglio ad andare, altrimenti arriveremo tardi»

Io mi alzai e andai verso il treno, ma prima che riuscissi ad entrare lei mi trascinò via con sei. Mi trascino fuori dalla stazione e mi porto fino al parco comunale, vicino la fontana. Non ricordo perché, ma avevo io il quaderno in mano, così le feci una domanda piuttosto ovvia:

«Dimmi Samantha, perché siamo qui?»

Lei mi fisso confusa in un primo momento e poi mi rispose con il suo solito, innocuo, sorriso:

"Non è ovvio? Mariniamo la scuola»

Marinare la scuola? Non avevo mai fatto una cosa simile prima d'allora. Era una cosa nuova per me e mi sentivo abbastanza a disagio, ma anche molto eccitato.

«Perché vuoi marinare la scuola? Non mi sembri una persona del genere»

"Non ho mai fatto una cosa simile. È la prima volta che salto le lezioni. Se mio padre lo scoprisse sarei in un mare di guai».

Ormai era troppo tardi per riuscire a prendere il treno. Così andai a sedermi su una panchina, che dava il davanti alla fontana, e cominciai a guardarla. Era li, sorridente e immobile, intenta a guardare il suo riflesso nella fontana.

«Dimmi Joseph...Ti fidi di me?» mi domando avvicinandosi a me.

Rimasi stranito dalla domanda che mi fece. Non sapevo che risponderle. Da un lato sapevo di potermi confidare con lei, ma dall'altro non potevo dire di fidarmi del tutto, visto che la conoscevo da troppo poco tempo. Non scrissi nulla e rimasi a fissarla. Lei continuava a guardarmi, poi si si sedette. Mi prese la mano e la strinse a se.

«Lo so. Sono pochi giorni che mi conosci, ma posso assicurati che di me ti puoi fidare, credimi».

Restai sorpreso nel vederla così sconsolata sul fatto che io non mi fidassi. Così, un po' per galanteria e un po' per sincerità, gli scrissi che mi fidavo di lei. Al leggere quelle parole la sua espressione torno quella di prima.

«Allora potresti dirmi perché sei più pensieroso del solito? Che è successo?» continuò lei.

Oramai il dado era tratto. Le avevo dato la mia fiducia, così provai a scrivere l'accaduto della sera prima. Non avevo mai scritto così tanto in vita mia. Quando lei finì di leggere l'accaduto restò pietrificata.

«Tutto questo è pazzesco» disse lei mentre fissava da un'altra parte. «Però...potresti essertelo immaginato. Hai detto di essere caduto dalle scale e aver ricevuto una violenta botta, giusto? Potrebbe essere che dal forte choc tu abbia immaginato di parlare con Emily?».

Quel giorno, mentre Samantha cercava di aiutarmi nuovamente, mi accorsi di provare un sentimento nuovo, che mi bruciava nel petto. Ad ogni suo sorriso, quel dolore nel petto aumentava. Ero felice perché stesse cercando di aiutarmi? O era altro?

«Comunque sia io ti credo Joseph. Dovevi voler molto bene a tua sorella. E sai, trovo questo lato di te molto carino» disse ridendo.

Nonostante le avessi raccontato una cosa così strana cercò comunque di aiutarmi. Forse era arrivato il momento. Samantha mi aveva fatto capire che era il momento di lasciarmi tutto alle spalle, era il momento di riprendermi la mia vita. Emily non c'era più, dovevo accettarlo, farmene una ragione. La fissai negli occhi e finalmente mi convinsi. Mi convinsi che mi sarei ripreso la mia vita.

«Grazie» dissi dopo anni di completo silenzio.

Lei mi fissò, con gli occhi lucidi e mi abbraccio, come se stesse per piangere, ma ancora con quel dolce sorriso in volto. Sarebbe andato tutto per il meglio, lo credevo.

Ma come citano gli innumerevoli cliché: tutto cambiò da quel giorno.

4 - Ottobre - 2015

Passò una settimana ed io e Samantha cominciammo a frequentarci.

Ovviamente non era cambiato proprio tutto dato che ero ancora vittima di bullismo e facevo ancora quegli strani incubi, ma era tutto ok.

Avevo ricominciato a dire qualche parola solo con i miei genitori e Samantha, ma ero ancora lontano dal fare anche le più piccole discussioni. I miei erano felicissimi del radicale cambiamento che avevo fatto grazie a Samantha. Erano così felici che la vollero conoscere, fu una cosa imbarazzante, ma piacevole al tempo stesso.

11 - Ottobre -2015

Quel giorno mi trovavo in centro, volevo testare i miei miglioramenti e vedere se riuscivo a stare in mezzo alla gente anche da solo. Avevo ancora dei piccoli disagi, ma non me la cavavo male.

Ero molto spensierato, pensavo solo a Samantha e a quanto non vedessi l'ora di vederla.

Ogni volta che poteva, mi madre continuava a dirmi di come mi fossi infatuato di lei. Probabilmente era vero, ma i sentimenti che provavo verso di lei erano differenti dal semplice affetto.

Finito il giro in centro tornai a casa. Volevo solo mettermi a letto e scambiare qualche messaggio con Samantha o magari una telefonata. Non è che parlassi un granché al telefono ma mi piaceva ascoltarla. Però, non mi sarei mai aspettato che al mio rientro a casa avrei avuto una tale notizia. Aprì la porta di casa, entrai, e vidi mia madre pallida in volto e con occhi rossi, come se avesse appena finito di piangere.

Appena mi vide corse da me e mi abbraccio, molto forte, anche troppo. Ero preoccupato, perché mentre mi abbracciava cominciò a piangere e a ripetere che le dispiaceva e a promettermi che sarebbe andato tutto bene. Anche non sapendo cosa stesse succedendo, il mio cuore comincio ad andare a mille, come se sapesse già tutto. In preda al panico, cominciai a domandarmi perché mi sentissi così e a cosa stesse succedendo.

Mia madre allentò la presa ed indietreggiò.Senza guardarmi in faccia e singhiozzando mi diede la peggiore delle notizie:

«Samantha...Mi ha chiamato tuo padre dall'ospedale e...» si bloccò lei.

«S-Sam?»

«Ce stato un incidente e l'hanno portata subito in ospedale. Joseph piccolo mio...»

Mi sentivo morire dentro. Non piansi nemmeno. rimasi zitto, immobile. Non potevo perdere anche lei, non volevo perdere più nessuno. Andai fuori e cominciai a correre verso l'ospedale. Dovevo arrivarci il prima possibile.

Così, senza pensarci due volete, entrai dentro la Black Forest, sapendo che era il modo più veloce per arrivare in ospedale. Era buio, silenzioso. Tutto quello che riuscivo a sentire era il battito del mio cuore che aumentava sempre più. Non vedevo nulla, non sentivo nulla. Era come se fossi in un incubo, correre nel vuoto senza nessuna meta, senza nessuna via d'uscita.

Il panico, il buio, il dolore, il silenzio...poi una voce:

«Visto fratellone? Non sei riuscito a salvare nessuno nemmeno questa volta»

Correvo accompagnato solo da quella voce.

«Non hai bisogno di nessun'altra. Io sono più che sufficiente».

Ero stanco. Volevo fermarmi, ma le mie gambe continuavano a correre.

«Perderai anche lei, come hai perso me. Accettalo.»

perché stava succedendo a me? Perché tra tutti doveva succedere nuovamente a me?

Stavo per arrendermi, era troppo. Non poteva andare avanti così.

«Fratellone...perché non giochi con me? Ahah~»

Nuovamente il silenzio. Ad un certo punto però, riusci ad intravedere una luce e, insieme alla luce, l'ospedale. Ero finalmente arrivato Corsi ancora, fino all'entrata. Presi direttamente le scale e, una volta arrivato, esausto, vidi mio padre uscire da una stanza. La stanza era targata col nome Brown. Appena la vidi cercai immediatamente di passare, ma lui mi fermò. Lo implorai di farmi passare. Volevo sapere come stesse Samantha, dovevo saperlo. Lui mi strinse a se e cercò di farmi calmare.

«Va tutto bene. Non è in pericolo di vita, ma per il momento devi calmarti, ok?» disse lui con un tono pacato, ma triste e amareggiato al tempo stesso.

Quelle parole furono come un benedizione per me. Samantha stava bene, ed era questo l'unica cosa che m'importasse.

Feci come mi disse lui. Mi calmai e aspettai qualche minuto prima di entrare. Dopo un po' di tempo, che in quell'istante sembrava un eternità, mio padre mi chiese se volessi entrare. Accettai senza alcuna esitazione, entrai e mi sedetti accanto a lei.

Vedendo Samantha in quello stato riuscivo solo a domandarmi se stesse bene.  Mi sentivo tranquillo all'idea che non fosse in pericolo di vita, ma non mi sembrava in ottime condizioni. Quando domandai a mio padre la situazione di Samantha, mi prese in disparte e mi spiegò come stavano realmente le cose:

«Samantha ha un trauma cranico. Per evitare un eventuale choc, l'abbiamo messa in coma farmacologico. Sembra che un gruppo di persone, dei liceali si presuppone, l'abbia tramortita più volte ed abbiano abusato di lei. Almeno, questo e quanto ha detto la polizia»

Non riuscì a dire nulla. Gli chiesi soltanto se potessi restare con lei. In quel momento più che triste, mi sentivo furioso. Lui restò incredulo da come glielo chiesi, ma mi diede il consenso. Restai li tutta la giornata, fino alla fine dell'orario di visita. Poi dovetti per forza andar via.

Tutto quello che era successo mi sembrava solo un incubo. Solo un lungo e doloroso incubo. Quella notte non riuscì a chiudere occhio.

19 - Ottobre - 2015

Dal giorno del suo incidente andai da lei ogni giorno, smettendo quindi di andare a scuola. Tutto quello che mi restava erano i miei genitori e lei. Non potevo perderla. Non volevo perdere più nessuno.

Quel giorno le sue condizioni erano stabili. 

24 - Ottobre - 2015

Erano passate tre settimane dall'aggressione di Samantha, ma le autorità erano talmente incompetenti da non aver scoperto nulla. Non potevo sopportare quella situazione, ma tutto quello che riuscivo a fare era restare li con lei ed aspettare che succedesse qualcosa. Ma era davvero tutto li? Non c'era nulla che io potessi fare per alleviare il suo dolore...o il mio?

Mentre pensavo alle più disparate idee, mi accorsi che Samantha aveva un braccialetto attaccato al polso. Quello che aveva attaccato al polso era un codice d'identificazione. Il codice veniva assegnato ad ogni paziente a seconda della situazione. Il suo era rosso. Ciò stava a significare che aveva almeno una delle funzioni vitali compromesse. Aver visto quel bracciale mi ricordò che la situazione di Samantha non era una delle migliori e mi turbai alquanto. Dopo circa mezz'ora uscii un po' dalla stanza, volevo prendermi del tempo per calmarmi.

Andai verso un distributore che era in fondo al corridoio, giusto per prendere qualcosa da bere. Nemmeno il tempo di prendere la moneta dalla tasca che venni interrotto dal buongiorno di qualcuno. Mi voltai riconoscendo la voce che apparteneva a Medison, una delle infermiere del reparto.

«Ho saputo ciò che è successo alla signorina Brown, mi dispiace molto» 

Non sapevo cosa rispondere, così le feci un cenno e mi voltai nuovamente.

«Devi stare tranquillo, si riprenderà presto, vedrai» mi rincuoro lei. «Facciamo così: devo portare questi documenti al Dr. Miller, e poi dovrei controllare come sta la signorina Brown. Che ne pensi se questi li porti tu a tuo padre nel suo ufficio e nel frattempo le do un'occhiata adesso? Così dopo non mi avrai fra i piedi» mi propose lei con un sorriso.

Non mi sembrava una cattiva idea e accettai prendendo i fascicoli. Medison era stata molto gentile con me e per un attimo mi tranquillizzai.

Arrivato al piano superiore mi diressi nell'ufficio di mio padre e, nel frattempo, cominciai a curiosare nelle varie stanze operatorie. Mi chiedevo come facesse mio padre a non distrarsi con tutto quel frastuono, ma sicuramente era oramai un abitudine. Quando mi trovai di fronte al suo ufficio notai che la porta era socchiusa. Medison avrebbe dovuto portare dei fascicoli a mio padre, quindi probabilmente sapeva che l'avrebbe trovato in ufficio. Non c'era nulla di stano.

Aprì lentamente la porta e, prima di poter fare qualunque cosa, notai che in ufficio non c'era mio padre, ma il Dottor. Turner, intento a frugare tra gli archivi. Non si accorse di me così, per enfatizzare la mia presenza, bussai alla porta. Lui si voltò di scatto e mi guardò sorpreso, come se non si aspettasse che qualcuno potesse entrare da un momento all'altro. Continuò a guardarmi per un paio di secondi prima di lanciarmi uno strano sorriso. La prima cosa che mi domandai fu il motivo per il quale il Dottor. Turner fosse nell'ufficio di mio padre e che cosa stesse cercando. Mi avvicinai alla scrivania e gli posai sopra i fascicoli che mi erano stati assegnati. Fu in quel momento che lui chiuse il cassetto dello schedario e si avvicino a me, con in mano una cartella.

«Scusami se ti ho sorpreso Joseph, ma stavo cercando questa!» disse lui mostrandomi la cartella che aveva in mano.

Quelle parole non spiegavano ne' il motivo per il quale fosse li ne' perché volesse quella cartella. Così gli lanciai una o due occhiate, come se avessi qualche sospetto, il che era vero.

«Wow! Che sguardo truce» ridacchio lui. «Sicuramente ti starai domandando cosa ci faccio qui. Beh, la risposta è semplice ragazzo mio» continuò lui porgendomi stavolta la cartella.

La presi, ma continuai a non capire che intenzioni avesse, così l'aprì e notai che quella cartella apparteneva alla paziente del secondo piano, stanza 56-I, Samantha Brown.

Quando lessi il nome di Samantha molte domande mi passarono per la testa, ma prima che potessi formularne una concreta lui mi fece un discorso che che tutt'ora trovo alquanto fastidioso. Ricordo ogni singola parola, ogni singola tonalità di voce con cui lo disse:

«Vedi: quella paziente è stata assegnata al Dr. Miller, tuo padre. Il che è ovvio dato che, non solo è una persona a te molto cara, ma è anche la figlia di uno dei più importanti finanziatori in campo medico. Vedi? Quello è James J. Brown» continuò indicando una foto appesa alla parete.

Nella foto erano raffigurati mio padre e un uomo molto robusto, il Signor Brown. Quella foto la vidi la prima volta che entrai in ufficio ed era datata: 15 Marzo 2009. Se non fossero successe così tante cose sicuramente mi sarei soffermato sul fatto che mio padre e il padre di Samantha già si conoscessero, il che sarebbe stata una bizzarra sorpresa. Ma in quel momento non m'importava di coincidenze simili. In quel momento volevo solo sapere che cosa c'entrava tutto ciò con me o con Samantha.

Volevo delle risposte e, sfortunatamente, lui me le diede. l'atmosfera era diventata più spaventosamente angosciante. Tutto quello che il Dr. Turner aveva detto sembrava così normale, ma dava una sensazione di disagio e paura. Sensazione del quale adesso capisco bene l'origine. Il Dottor. Turner continuò il suo discorso e nel frattempo girovagava per la stanza guardando tutto quello che si trovava attorno.

«Vedi Joseph...da quando tuo padre si è trasferito qui è diventato il mio mentore. Una persona che mi ha insegnato molte cose e che mi ha fatto capire chi sono realmente" continuò lui con un sorriso in volto. «Già. Lui è un medico di successo che è riuscito a raggiungere l'apice scavalcando tutti quelli che lo precedevano. Mentre quelli come me possono solo stare nascosti dietro la sua enorme ed ingombrate ombra»

Il sorriso che aveva prima mentre elogiava mio padre era svanito, anzi, era stato sostituito da un'espressione piena di odio e disprezzo come le sue parole stesse. Non riuscivo a credere che il Dottor. Turner, una persona così simpatica e gentile, avesse un lato così oscuro. Lui continuò a parlare con quell'espressione disgustosa in volto, ma non ricordo ciò che disse in seguito, perché tutto ad un tratto era come se avessi perso l'udito. L'unica cosa che sentivo era un basso fischio e le parole con il quale mio padre definì il Dottor. Turner. Una persona in gamba e di cui potersi fidare. Erano davvero queste le parole con le quali mio padre lo descrisse? Mio padre conosceva davvero quell'uomo?

Non riuscivo a crederci. Alla fin fine avevo ragione io: a questo mondo esistono solo persone malate, marce e senza nessuno scrupolo.

Pian piano mi calmai e smisi di provare qualunque tipo di odio, rancore o disprezzo, e cominciai a provare pena per lui. Sembrava un uomo capace di fare grandi cose, invece era come tutti gli altri. L'inquietante silenzio sparì e cominciai a risentire la sua disgustosa voce, ed i sui discorsi non avevano più alcun senso per me. Non avevo più voglia di starlo a sentire e volevo tornare da Samantha, ma lui mi precedette:

«Beh...non ho motivo di lamentarmi ancora con te. In fondo tutto questo sta per finire. Devo solo avere un po' di pazienza ed aspettare il momento giusto» disse lui avvicinandosi a me e poggiandomi una mano sulla spalla.

Stava sorridendo. Ma non era un normale sorriso. Poi si avvicino e mi sussurro all'orecchio una frase alquanto provocatoria:

«Sai Joseph, spero che tu sarai presente quando finalmente prenderò in posto di tuo padre, quello che mi spetta di diritto»

Dopo aver detto questo riprese la cartella e si incammino fuori, ma prima di uscire mi saluto dicendomi in modo molto sarcastico:

«È stato un piacere parlare con te. Sei davvero un ottimo ascoltatore. Peccato che parli davvero così poco» 

Dopo di che andò via come se non fosse successo nulla. Era davvero sorprendente come quell'uomo ai miei occhi fosse cambiato così tanto. Cominciai a perdere del tutto la speranza di riuscire a trovare un singolo essere in grado di non farmi provare disgusto, mentre l'unico raggio di sole in quell'oscurità così fitta era Samanta. Un'anima innocente e pura.

Spensi le luci dell'ufficio ed uscii. Volevo tornare da Samantha il prima possibile ma mi sentivo parecchio strano, come se qualcosa dentro al mio torace non ci fosse più. Mi sentivo più leggero, ma bruciava molto. Scesi al secondo piano ed andai nei bagni, giusto per darmi una sciacquata al viso con un po' d'acqua fredda. Entrai e mi misi davanti alla specchio con il rubinetto aperto.

Avevo la testa china, fissa sul lavello mentre l'acqua scorreva. Ad un tratto il senso di bruciore nel mio petto aumentò. Il senso di leggerezza che avevo prima sparì ed era come se fosse stato sostituito da un macigno. Sembrava come se a pesare così tanto fosse il mio cuore, che batteva più forte del normale.

Il mio respiro si fece affannoso ed avevo un forte senso d'ansia. Ad un certo punto cominciai a sudare freddo. Alzai lentamente lo sguardo e scoprì in quel momento la causa del mio malessere. Dietro di me, con le braccia attorno al mio collo come se fosse un cupo abbraccio, c'era Emily. Ero terrorizzato. Non sapevo che stesse succedendo. C'era silenzio. Lei non accennava parola e in quel momento credevo che fosse solo una mia allucinazione causata dallo stress e dal sonno arretrato, ma non poteva essere quello. Perché ero sicuro che non fosse tutto falso? Perché riuscivo a sentire perfettamente le sue piccole e gelide braccia che mi abbracciavano.

«E-Emily?» dissi con voce tremante.

Lei non rispose. Era li, aggrappata al mio collo con la testa poggiata sulla mia spalla, mentre fissava il vuoto, con il suo volto privo d'occhi.

Feci un altro tentativo:

«Emily, sei davvero tu?» dissi mentre con un po' d'esitazione le afferravo le mani che erano davanti al mio petto. Erano come le ricordavo: piccole e aggraziate, ma adesso anche fredde e prive di vita.

Dopo un paio mi minuti, dopo averle afferrato le mani, finalmente disse qualcosa:

«Non sei cambiato per nulla fratellone. Sei sempre il solito. Sei troppo gentile, non hai il coraggio di reagire e ti fai sottomettere da chiunque. È per questo che la tua vita sta andando a rotoli così in fretta»

Non riuscivo a credere che quelle fossero parole pronunciate da lei. Ero davvero sorpreso di sapere come io apparissi ai suoi occhi adesso. Ero molto arrabbiato, perché sapevo benissimo anch'io che era tutto vero. Avrei anche accettato quel commento e il fatto che lei si trovasse li se non fosse per qualcosa detta di troppo:

«Ma non è colpa tua fratellone. Sono le persone che ti circondano ad essere cattive. Ecco perché Emily ti aiuterà. Emily si sbarazzerà di tutti, promesso»

«Si può sapere cosa stai dicendo?» le chiesi con tono irritato.

«Emily farà in modo che il fratellone non pianga più per nessuno. Perché Emily farà in modo che non ci sia più nessuno per cui piangere».

A sentire quelle parole non ci vidi più. Lei non avrebbe mai detto quelle cose. Lei non era più mia sorella: era un mostro creato dal mio subconscio, ne ero certo. Avrei voluto che fosse così. Volevo ricordare mia sorella per quello che era, non per quello che era diventata. Volevo che sparisse.

«Va via» dissi a tono basso.

Lei mi sentì, ma fece finta di non capire e continuò a dire cose inquietanti. Ero terrorizzato.

«Non hai bisogno di nessun altro fratellone. Noi staremo sempre insieme. Emily farà la brava bamb-»

Non finì in tempo la frase che chiusi gli occhi e scaraventai un pugno allo specchio, rompendolo in mille pezzi:

«HO DETTO CHE DEVI SPARIRE. NON NE POSSO PIU' DELLE TUE IDIOZIE. TU SEI MORTA, QUINDI SPARISCI DALLA MIA VITA!» gridai in preda al terrore e alla rabbia.

Ero arrivato al culmine, avevo completamente perso il senno. Però, quando riaprì gli occhi lei non c'era più, era sparita. Tutto quello che era rimasto era il mio riflesso frammentato nei cocci di vetro ricoperti dal mio stesso sangue. Uscì lentamente dal bagno, lasciando tutto com'era, e m'incamminai per il corridoio con la mano ricoperta da vetri e sangue, ma non faceva male, al contrario, era un dolore stranamente piacevole.

Per il momento era tutto finito, ma non ero sicuro di aver fatto la cosa giusta. Prima di quel periodo non ero sicuro di nulla e credevo che in futuro non ci avrei dato peso. A quanto pare mi sbagliavo.

29 - Ottobre - 2015

Quel giorno pioveva a dirotto e in ospedale c'era un silenzio angosciante.

Ricordo che mi trovavo seduto in una sedia con la testa poggiata alla finestra, mentre guardavo le gocce scivolare sul vetro.

Ultimamente le cose sembravano andare sempre per il peggio. Le condizioni di Samantha non accennavano miglioramenti ed io non riuscivo a dormire granché. Mi sentivo davvero a pezzi.

6 - Novembre - 2015

Più il tempo passava, più Samantha peggiorava. Non era normale.

Per tutta la settimana che aveva preceduto questo giorno avevo svolto numerose ricerche sul coma farmacologico o su un eventuale trauma, ma Samantha non sembrava soffrisse per quello. Ero piuttosto stanco della situazione così andai da mio padre e gli chiesi delle spiegazioni. Una volta arrivato nel suo ufficio entrai immediatamente, senza neanche bussare.

Mio padre alzò la testa e mi guardò stupito. Mi chiese che ci facessi li e mi ricordò che gli dissi che sarei rimasto con Samantha fino a tardi, dopo di che mi sorrise e cercò di strapparmi un sorriso con qualche battutina. Non ero dell'umore giusto per qualcosa di così infantile, così andai subito al sodo:

«Perché Samantha sta peggio di prima? Perché è passata più di una settimane e non ha fatto alcun miglioramento? Dimmi la verità: lei si riprenderà, vero?»

Mio padre mi guardò negli occhi senza accennare la minima espressione e mi disse semplicemente che non lo sapeva. Tutto li. Tutto quello che mio padre riuscì a dirmi era quello. Inizialmente non dissi nulla e m'incamminai fuori. Però, mentre chiudevo la porta alla mie spalle, gli dissi ciò che pensavo veramente. Gli disse che il dovere di un medico era quello di prendersi cura dei suoi pazienti, e lui non ne era stato capace.

Quella fu la nostra ultima discussione e le ultime parole che gli dissi. Per i giorni a seguire avrei ignorato mio padre, senza rivolgergli minimamente la parola, fino alla fine.

11 - Novembre - 2015

Erano circa le 06:00 del pomeriggio ed io dormii nella stanza di Samantha, passando quindi la notte in ospedale. Mi sentivo abbastanza stanco e avevo bisogno di cambiarmi, così pensai di andare a casa per fare una doccia e di tornare più tardi in ospedale.

Mio padre quel giorno avrebbe cominciato il suo turno più tardi, così non ebbi altra scelta che tornare a casa a piedi. La strada più veloce per tornare a casa sarebbe stato il sentiero all'interno della Black Forest, ma essendoci passato già una volta sapevo quanto fosse impercorribile ed inquietante quel sentiero, così optai per la strada più lunga ma indubbiamente più sicura. Per tutto il tragitto, per qualche ragione, cominciai a pensare a mio padre e a quello che gli dissi. Avevo sempre avuto molta stima di lui e ovviamente non pensavo che la colpa di quello che era accaduto a Samantha fosse sua. Ci pensai molto e alla fine scelsi di scusarmi non appenai fossi arrivato a casa.

Ero quasi giunto a destinazione, mancavano solo un paio di isolati e finalmente mi sarei scusato con mio padre per il mio comportamento. Ne ero sicuro, almeno fino a quando una macchina della polizia non interruppe i miei pensieri. C'era molto trambusto e tutti i residenti del quartiere si trovavano fuori dalle loro abitazioni intendi a discutere tra di loro. Non capivo che stesse succedendo e nel frattempo altre macchine della polizia continuarono a sfrecciare in strada andando tutte verso una direzione. All'inizio pensai che ci fosse stato un qualche incidente automobilistico o un furto, ma la conferma mi venne data da due donne che si trovavano nella casa di fianco a me:

«Guarda, è lui. Il figlio del Dr. Miller» disse la prima donna.

Stavano indubbiamente parlando di me. Volevo chiedere delle spiegazioni sull'accaduto ma prima che potessi anche solo voltarmi la seconda donna le rispose:

«Povero ragazzo, non sai quanto mi dispiace. Entrambi i genitori...in quello stato poi».

Mi paralizzai. Sentì il mio cuore cominciare a battere all'impazzata e il respiro affannarsi. Mi voltai e fissai le donne negli occhi. Dal loro sguardo intuì qualcosa di davvero spiacevole e senza accorgermene cominciai a correre verso casa. Il mio cuore non voleva decelerare, andava all'impazzata. Continuai a correre senza fermarmi, pregando che non fosse successo nulla, sperando che fosse tutto uno sbaglio. Ma non era così. Ero arrivato di fronte a casa mia. Il vialetto era circondato da machine della polizia e da gente che guardava sconcertata. Io mi avvicinai ancora, con il cuore a mille, e mi feci strada tra la gente. Una volta arrivato tra le prime file li vidi. I miei genitori, le persone che mi avevano cresciuto e mi avevano amato indipendentemente da ciò che facessi, giacevano sulla veranda di casa, senza vita e completamente ricoperti di sangue.

Caddi in ginocchio e mi paralizzai alla vista di quella scena. Non riuscivo a crederci, per me era tutto un incubo. I miei occhi cominciarono a riempirsi di lacrime e le mie mani a tremare. Non sentivo nulla, a parte uno strano picchiettino sopra di me. In qualche modo alzai lo sguardo e, nella finestra che dava alla camera dei miei, c'era una piccola figura. La figura in questine, con le mani ancora sporche di sangue, scrisse una frase sul vetro, prima di scomparire:

«Perché non vuoi giocare con me?»

In quel momento senti il cervello scoppiare e cominciai a gridare, tenendomi la testa tra le mani. Ero prono al suolo, gridando e piangendo come un'ossesso. Anche il mio cuore, che prima batteva all'impazzata, si era ormai fermato.

12 - Novembre - 2015

Mi svegliai il giorno seguente, in una stazione di polizia, molto probabilmente ero svenuto per lo choc dopo gli eventi del giorno prima. Ero ancora troppo instabile e tremavo al solo pensiero di quella scena così raccapricciante e spietata. Non potevo credere che fosse davvero successo, non sapevo più come reagire. Mentre continuavo a domandarmi se tutto quello fosse vero, una donna mi chiamò in appello:

«Joseph Miller?»

Non riuscì ad alzare lo sguardo. I miei occhi ormai spenti, erano fissi al suolo e non accennavano movimenti.

«Sono la Dottoressa Taylor Wilson e sono qui per parlare della tua situazione. Ti andrebbe di parlarne in un posto più tranquillo?» disse lei mostrandomi la strada con la mano. Non acconsentì ma la seguì lo stesso. Mi aveva portato in una stanza completamente bianca con solo un tavolo e due sedie al centro. Sembrava una stanza degli interrogatori ma non mi sembrava che nello stato in cui fossi ne avessi bisogno. In quel momento tutto si fece silenzioso. Ci sedemmo uno di fronte all'altro e, a quel punto, la donna che mi aveva portato li dentro cominciò a parlarmi. In un primo momento non avevo idea di che stesse dicendo, ero troppo turbato. Solo dopo un paio di minuti cominciai a prestare un po' d'attenzione e a comprendere il discorso che era in atto in quel momento.

«È tutto chiaro signor Miller? Essendo ancora minorenne e non avendo alcun famigliare nelle vicinanze ci siamo presi la briga di contattare i suoi zii paterni che hanno accettato di prendersi cura di lei fino alla maggiore età. Partirà per l'Europa tra una settimana, il tempo di sistemare delle piccole faccende» concluse lei.

Ero stato giocato. Era quello il mio destino? Perdere così tanto in così poco tempo, dimenticare tutto quello che era successo e andare via come se nulla fosse? Il mio respiro si fece più pesante e il mio corpo cominciò a tremare più di prima. Non potevo, anzi, non volevo accettare quella situazione. La donna che ancora si trovava in stanza con me si accorse che la mia reazione al suo discorso non fu delle migliori. A quel punto si avvicinò a me posando una mano sulla mia spalla e chiedendomi quale fosse il mio stato d'animo. Ma una delle domande più stupide che potesse farsi fu la seguente:

«Signor Miller, sta bene?»

A quella domanda la mia mente collassò. Alzai il capo e la guardai con gli occhi spalancati e uno sguardo ormai perso, quasi assente:

«Stare bene?...Che razza di domanda è?» dissi io alzandomi e avvicinandomi a lei. «Come può domandarmi una cosa simile? La mia famiglia non ce più, la mia defunta sorella mi perseguita e l'ultimo sentimento che ho provato verso mio padre è stato un profondo senso disprezzo, mentre l'unica persona che mi abbia fatto stare bene dopo tanto tempo è in coma, e molto probabilmente non si sveglierà mai più!» continuai io afferrando la donna per le spalle. «È ovvio che sto' bene, no? Sto' BENISSIMO!» conclusi stringendole le spalle e sorridendo.

La donna mi guardò per qualche istante negli occhi, prima di spintonarmi ed uscire in tutta fretta dalla stanza. Io rimasi solo. Rimasi in piedi, a fissare la parete di quella candida stanza con un malinconico e depravato sorriso.

15 - Novembre - 2015

Dopo la faccenda alla stazione di polizia la Dott.ssa Wilson, notando il grave choc che avevo subito a causa della perdita dei miei genitori, riuscì a farsi dare un permesso speciale per farmi vivere, ormai per quell'ultima settimana, a casa mia. Ovviamente ero sorvegliato 24 ore su 24 e quasi tutte le stanze erano state sigillate, soprattutto la stanza dei miei genitori. Non mi turbava per nulla stare in quella casa, al contrario, mi sentivo più tranquillo. Anche se per pochi anni avevo vissuto in quella casa, con la mia famiglia avevo creato un paio di ricordi che non mi sarebbe dispiaciuto conservare. Erano passate un paio d'ore, poiché senza accorgermene mi appisolai in soggiorno, rimuginando su tutto quello che mi era successo. Era ormai notte fonde, molto probabilmente era già passata la mezzanotte e, in quell'istante sentì come un senso di déjà-vu. Cercai di capire per quale motivo avessi avuto quella sensazione ma non ci riuscì in un primo momento. Non riuscendo a capire quella sensazione di "già visto" salii al piano di sopra e mi diressi nella mia stanza, molto probabilmente non avrei dormito, ma era meglio che stare in soggiorno a fissare il nulla.

Una volta arrivato al piano di sopra ed aver aperto la porta mi accorsi solo in un secondo momento di essere entrato nella stanza sbagliata. Ero entrato nella stanza di Emily. Mi sentii stranito. La sensazione di déjà-vu si era fatta più forte, e dopo di che sparì tutto ad un tratto. Fu in quel momento che capii. La prima volta che entrai nella stanza di Emily era tutto molto simile.

Oramai mi trovavo li. Ero fermo di fronte alla stanza di Emily e la fissavo come se fossero passati anni dall'ultima volta che la vidi. Entrai, chiudendo la porta alle mie spalle, e mi sedetti sul suo letto. Non ero per nulla angosciato, ma ero molto triste. Quella sarebbe stata l'ultima volta che sarei potuto entrare in quella stanza, tanto valeva restarci ancora un po'. Poggiai la mano sul letto e accidentalmente urtai qualcosa. Era il diario di Emily. Ricordo molto bene quel momento e posso dire con tutta sicurezza che il diario prima non si trovava li. Non mi feci domande, ormai era tutto fin troppo surreale. C'avevo fatto l'abitudine? No, più che abitudine ormai ero rassegnato all'evidenza. Eccolo li. Era esattamente tra le mie mani, il diario che un mese prima mi aveva terrorizzato a morte. Il diario che mi aveva dato la possibilità di parlare ancora una volta con la mia Emily. Il diario che molto probabilmente aveva dato inizio alla decadenza della mia sanità mentale. Ci pensai giusto un po' e decisi. Era giunto il momento degli addii. Così scelsi di salutare nuovamente la mia sorellina per sempre. Presi una penna è scrissi:

«Ehi Emily...Questo è nuovamente un addio»

Alla fine era giunto il momento di dire nuovamente addio ad Emily. Chi l'avrebbe mai detto che se avessi avuto la possibilità di rivederla l'avrei abbandonata nuovamente. Il destino era sempre stato così sadico? Scrissi il mio addio e attesi una risposta. In quella stanza l'atmosfera si fece bizzarra. Non vi si sentiva alcun rumore e la stanza era illuminata solamente da una brillante e gelida luna. Quella sera era così familiare e piacevole da dare i brividi. Mentre mi lasciavo trascinare da quella confortevole sensazione, notai che Emily non comunicava minimamente con me. Era come se non ci fossi, come se mi ignorasse. Alla vista di quelle pagine vuote non seppi che fare. Era come se nemmeno io sapessi quali fossero le mie intenzioni. Ero confuso ma allo stesso tempo molto lucido. Troppe domande e futilità assalivano la mia mente.

Per circa mezz'ora continuai a scriverle, tentanto di avere un briciolo di contatto da parte sua. Ma nulla. Questa volta, almeno questa volta, volevo solamente dirle addio come si deve. Mi alzai dal letto e posai il quaderno sulla scrivania, uscendo dopo di che dalla stanza per dirigermi in bagno. Mentre camminavo per quell'infinito corridoio cominciai a fissare la mia mano ricoperta da piccole cicatrici, e mi tornò in mente ciò che successe nei bagni dell'ospedale. Quel giorno diedi sfogo a tutto ciò che provavo. Fu a quel punto che mi domandai se i sentimenti che provai allora non fossero anch'essi dei falsi. Cominciai a sentirmi male e a provare un forte senso di disgusto. Caddi a terra, in ginocchio, stringendo la mia mano al petto cercando di alleviare l'immenso dolore che mi provocava. Più rimpiangevo quelle scelte, più ne soffrivo. Non ne potevo più, dovevo rimediare a tutti i costi. Dovevo porre fine a tutto quello.

«M-mi dispiace» continuai a ripetere silenziosamente. «In tutta la mia vita ricordo un singolo momento dove abbia preso una decisione della quale non mi sia pentito. Ed è stato scrivere nel quaderno di quella bizzarra ragazza. Ma adesso sto per perderla, come ho perso te. Ti prego Emily, non abbandonarmi. Non voglio perderti di nuovo».

In quel momento un forte odore di sangue e ruggine mi assali e, mentre continuavo a delirare al suolo, delle piccole e fredde mani mi presero il volto e alzarono il mio sguardo.

«Te l'ho promesso. Emily resterà per sempre con te.»

Alzai completamente il capo e cominciai a contemplare la figura che si trovava dinnanzi a me. Lei continuava a tenermi il volto e a sorridermi. Tolsi quelle piccole mani e mi alzai, poggiandole una mano sulla testa. In quel momento grazie ad Emily capì cosa volessi davvero. In fondo Emily non era altro che la reincarnazione dei miei desideri. Era il miscuglio di odio e paura che avevo sempre provate e che lei aveva portato con se quando è deceduta. Quello che volevo era palese. Ormai era ovvio che io fossi l'unico a sapere la verità sulla maggior parte di quelle che noi chiamiamo "persone". Loro non sono altro che tumori troppo evoluti, cancri incurabili che distruggono la terra e quel poco di "sano" che ne deriva. Distruggono e uccidono qualsiasi cosa, anche loro stessi, se è necessario, pur di raggiungere i loro scopi e crescere ulteriormente.

Ma quando capii cosa volevo mi accorsi anche che mi sbagliavo su una cosa. Mi accorsi che dopotutto non erano così incurabili. Sarebbe solo bastato che li rimuovessi alla radice. 

16 - Novembre - 2015

Poche ore prima dello stesso giorno ebbi la conferma che l'unica soluzione per risolvere tutto quel trambusto era di prendere in mano la situazione. Ormai non c'era più posto per tutta quella feccia, bisognava farla scomparire.

Ogni 1-2 ore da casa mia passava una volante della polizia per verificare la mia situazione. Approfittai di quell'intervallo di tempo per uscire di casa senza essere visto. Era ora che prendessi in mano la situazione e che cominciassi a fare le mie scelte, pertanto il primo luogo dove cominciai a dirigermi era l'ospedale dove lavorava mio padre. Avevo bisogno di accertarmi di alcune cose. Per far in modo di non essere visto da nessuno imboccai il sentiero della Black Forest e continuai per li. La prima volta che entrai li dentro non mi accorsi dell'atmosfera che vi risiedeva. Era buio pece, ma si intravedevano gli alti alberi ed i folti cespugli. Si respirava un aria umida, come se li dentro stesse per piovere, mentre e un piccolo vento faceva risuonare il fruscio dei rami in maniera innaturale. Io continuavo a camminare, come se fosse naturale per me trovarmi in un ambiente così tetro e innaturale. Mentre camminavo, notando che per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo veramente me stesso, mi voltai istintivamente intravedendo un'alta sagoma che mi scrutava dai distanti alberi. Continuai a fissarla per un breve periodo, dopo di che mi voltai, ignorandola completamente. Avevo altro da fare in quel momento, non potevo permettermi distrazioni.

Passò circa un quarto d'ora e finalmente arrivai a destinazione. Appena entrai in ospedale l'infermiera addetta alla reception, notandomi, mi venne incontro domandandomi cosa ci facessi da solo e così presto in ospedale. Mi basto guardarla negli occhi per farla indietreggiare spaventata. Potevo immaginare il perché. Ormai anche i miei occhi, come il mio cuore e la mia anima, dovevano essersi spenti. Salì al quarto piano e mi diressi nell'ufficio di mio padre. C'era una persona con cui dovevo assolutamente parlare e, molto probabilmente l'avrei trovata li.

Aprì la porta dell'ufficio e come immaginavo trovai il Dr. Turner. Questa volta non si fece sorprendere, e mi noto immediatamente.

«Joseph, che ci fai qui?» disse lui sorridendo.

Rimasi inespressivo, chiusi la porta ed entrai, notando che tutti gli effetti personali di mio padre non c'erano più.

«Ho saputo cos'è successo. Mi dispiace molto. Chi l'avrebbe detto che avrei preso il posto di tuo padre in questo modo. Se avessi saputo prima che sarebbe stato ucciso, non avrei somministrato cosi tanto oppiaceo alla Signorina Brown. Avrei potuto aiutarla a rimettersi ed aggraziarmi il padre. Che enorme perdita.» continuò lui mettendosi una mano fra i capelli.

Oppiaceo. Gli antidolorifici oppiacei sono considerati analgesici particolarmente potenti e vengono utilizzati spesso nelle operazioni importanti o come antidolorifici. In grandi quantità possono causare danni all'apparato respiratorio, avvelenando l'individuo. Quindi non solo Samantha non aveva alcuna possibilità di sopravvivere, ma stava soffrendo terribilmente. Ormai per lei non c'era più nulla da fare. Come avesse fatto a resistere così a lungo è ancora un mistero per me. Le mie precedenti scelte avevano portato alla morte un essere innocente. Un'anima sana e pura. Quello fu l'ennesima prova che tutto quel caos non poteva continuare. Il Dr. Turner si alzò dalla scrivania e si incammino verso la porta:

«A proposito, questo è tuo» disse gettandomi ai piedi la scatola di metallo che conteneva i bisturi d'argento di mio padre. Lo fissai disgustato mentre continuava a fissarmi con quell'aria di falsa superiorità. Prima che aprisse la porta fissò nuovamente la scatola di metallo e disse con uno sprezzante sorriso:

«Che inutilità»

Fu a quel punto che ebbi la mia ultima conferma. Così, prima che potesse uscire dall'ufficio, afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro dalla scrivania e lo colpi in testa. Un oggetto di media grandezza era sufficiente per fargli perdere i sensi, ma non per ucciderlo. Non potevo permettere che morisse senza che prima provasse ciò che aveva fatto provare a Samantha. Presi la scatola ed estrassi i bisturi dal suo interno, erano più pesanti di quanto sembrassero. Era giunto il momento del mio debutto in campo medico, ma prima di cominciare non potevo permettermi di lavorare in modo poco idoneo. Così mi attrezzai, procurandomi un camice, dei guanti ed una mascherina. Finalmente tutto era pronto per l'operazione. Mi avvicinai alla porta e mentre mi accingevo a chiuderla mi lascia scappare una frase piuttosto bizzarra. Gli dissi che andava tutto bene e che presto sarebbe tutto finito.

In tutto l'ospedale non si sentiva più nulla. C'era solo un cupo silenzio accompagnato da qualche debole suono proveniente dalle attrezzature. Io ero ancora nell'ufficio di mio padre, avevo appena finito la mia prima operazione che, modestamente, era stata un gran successo. Per tutta l'operazione aveva avuto una grande paura, non mi era mai piaciuto quel sottile "filo" che collegava la vita e la morte. Un piccolo errore e potevi "strapparlo" accidentalmente. Ma non era quello il caso. Quel giorno, in quella mia prima operazione, riuscì a sostituire la mia paura con la soddisfazione. Ero fiero del mio lavoro, anche il Dr. Turner sembrava esserne contento. Finalmente dopo molti anni forse aveva ritrovato la serenità ed aveva finalmente capito il suo errore. All'ora giaceva al suolo, con un espressione innaturale, quasi mostruosa. Per tutta la durata dell'intervento cercai di non staccare quel sottile filo, cercando dunque di mantenerlo in vita. Doveva capire cosa si provasse a ricevere un tale dolore. Prima di tutto tagliai i tendini di braccia e gambe, ovviamente all'inizio avendo un enorme paura feci un piccolo errore tagliando così una delle tre vene principali del braccio. Cominciò a perdere molto sangue e ad imbrattarmi completamente. Tutto quel sangue non aiutava la mia situazione, tanto che dal forte choc il Dr. Turner riprese temporaneamente i sensi. Quell'espressione di paura e orrore mi calmarono completamente. Stavo facendo la cosa più giusta e, in quanto medico, era mio dovere aiutarlo.

Fu li che cominciò l'operazione vera e propria. Col bisturi tracciai perfettamente una linea che si estendeva dal torace allo stomaco, creando così un'apertura. Dopo di che continuai spostando tutti gli organi all'esterno, lasciando trasparire solo la gabbia toracica, dove si trovava la fonte del suo male. A quel punto l'operazione era conclusa. Feci attenzione a non danneggiare nulla, prendendo in mano solo il suo cuore. Il Dr. Turner, impossibilitato perfino a parlare, mi guardava rassegnato, sicuro ormai del destino che lo attendeva.

«L'operazione è stata un successo» dissi stritolando in una morsa il suo cuore.

Era la fine per lui. Prima che al cervello smettesse di arrivare ossigeno rimisi tutti i suoi organi al loro posto e ricuci il tutto. Quello che era rimasto al suolo ormai era solo un cadavere circondato da una pozza di sangue. Avevo fatto il mio dovere combattendo perfino la mia paura della morte. Rimasi ancora un po' in ufficio, dopo di che uscii, lasciando li solo un cadavere. Scesi al terzo piano e mi incamminai in quell'ampio corridoio. Comincia a visitare ogni singolo paziente, controllando le loro cartelle cliniche. Molti di loro assecondavano la mia idea di "tumore maligno", avendo fatto del male ai loro simili o causato gravi disastri. Non avevo idea di chi fossero ma il loro volto diceva più del dovuto, così cercai di curare il loro male. Appena ebbi finito con alcuni di loro entrai nella stanza dove mi sarei dovuto recare prima di qualunque altra: la stanza di Samantha. Come sempre vederla in quelle condizioni era un dolore insopportabile. Entrai e chiusi porte e  finestre, e mi sedetti accanto a lei rimanendoci per parecchio tempo. Mi tolsi la mascherina che tenevo addosso dalla mia prima operazione. Avrei desiderato che in quel momento si svegliasse e mi guardasse con odio per quello che stavo per fare. Ma prima di fare ciò, volevo raccontarle del terribile passato che mi aveva perseguitato fino ad allora. Avrei voluto che almeno lei lo sapesse. Le strinsi la mano e cominciai a raccontarle ciò che successe qualche anno prima:

«Da quanto tempo Samantha. Mi sei mancata davvero molto» cominciai io.

«Vedi...c'è una cosa che ho sempre voluto raccontarti. Ricordi il nostro primo incontro? Mi chiedesti perché non parlassi con nessuno. Beh...il fatto è che ho avuto un enorme trauma quando ero ancora un ragazzino. È successo poco più di tre anni fa. Era una sera come tante e come quasi ogni volta mio padre era stato invitato ad uno dei suoi soliti convegni, al quale andava anche mia madre. Io e mia sorella eravamo troppo piccoli per parteciparvi e per tanto rimanevamo a casa con una babysitter. Quella sera mio padre era in ritardo per uno dei convegni più importanti al quale avesse mai partecipato e la babysitter aveva avuto un contrattempo, pertanto non sarebbe arrivata. Come ogni ragazzo in fase di crescita volevo sentirmi più autoritario e maturo, così convinsi i miei a lasciare me e mia sorella da soli fino al loro ritorno. Non ci fu errore più grande che potessi commettere. Prima di uscire mi avvisarono di innumerevoli cose. Io ovviamente li ascoltai e passai una tranquilla serata con la mia sorellina. La feci giocare fino allo sfinimento e verso le dieci la misi a letto. Era molto più tardi del suo solito orario, ma una volta tanto non mi sembrava male. Quando mi accertai che si fosse addormentata, scesi di sotto e andai in soggiorno. Per qualche ragione faceva più freddo del solito e non riuscivo a spiegarmi il perché. Quando andai ad accertarmi della temperatura sul termostato, notai che la finestra della porta sul resto era spalancata. In un primo momento mi preoccupai, ma pensai che non ce ne fosse motivo. Credetti di essermi dimenticato di chiuderla e non ci pensai più di tanto. Un po' di tempo dopo però, cominciai a sentire degli starni rumori al piano di sopra. Io mi ero quasi appisolato ma riusci a svegliarmi del tutto per accertarmi che andasse tutto bene. Man mano che salivo le scale per qualche ragione il mio cuore batteva sempre più forte. Cominciai a preoccuparmi e a correre verso la stanza di Emily. Ero terrorizzato. Quando però arrivai di fronte alla sua stanza mi arrestai di colpo. La sua porta era socchiusa. Io ricordavo perfettamente di averla chiusa. Aprì la porta e cominciai a piangere ancor prima di vedere quella macabra scena. Ciò che vidi mi scosse dal più profondo del mio cuore. La mia sorellina, la dolce bambina con cui avevo passato una vita, ormai era diventata irriconoscibile. I suoi occhi erano diventati delle orbite vuote straripanti di sangue e sul suo piccolo petto si intravedeva un enorme buco. Io caddi in ginocchio, piangendo con gli occhi spalancati, silenziosamente. Solo dopo qualche secondo notai che ai piedi del suo letto si trovava un'enorme figura. Quell'enorme figura, ricoperta di sangue, impugnava un grosso coltello. Quando mi vide, cominciò ad avvicinarsi a me. Ero troppo scosso per muovermi, per me poteva anche uccidermi in quell'istante, non avevo la forza per reagire. Ma non lo fece. Si inginocchio d'innanzi a me e mi guardò negli occhi, sussurrandomi che un giorno avrei capito cosa lui aveva fatto. A quelle parole non riusci più a distinguere se fosse un incubo o la realtà. Dopo di che svenni. Mi svegliai molto tempo dopo, tra le braccia di mia madre, in lacrime, e circondato da macchine della polizia e paramedici. Tra di loro si trovava anche mio padre, in lacrime anche lui. La polizia era stata del tutto inutile e mio padre, per salvaguardare la sua famiglia lasciò la città e tutto il resto alle spalle. Pertanto giorni dopo quell'incidenti ci trasferimmo.»

Le avevo raccontato tutto nei minimi dettagli e finalmente potevo dirle addio con serenità. Staccai ogni apparecchiatura al quale Samantha era collegata. Avrebbe sofferto un po', ma finalmente avrei dato una fine a quella lunga ed irreversibile agonia. Proprio quando al suo cervello l'ossigeno doveva ormai essersi esaurito lei aprì gli occhi, mi guardò e mi sorrise. Poco dopo morì. In quel momento Medison entrò e cominciò ad urlare. Io mi voltai, in lacrime ed esclami:

«Sono il peggiore».

Si fecero circa le sei del mattino quando il mio turno in ospedale si concluse. Gli unici ad essere rimasti in quell'ospedale oramai erano i neonati del reparto maternità. Essendo venuti alla luce in questo mondo marcio da troppo poco tempo, non avevano ancora commesso nessun danno al loro essere, quindi non ci fu bisogno di alcun tipo di cura o trattamento. Per lo meno...non ancora.

Oramai in quella città avevo quasi finito. Avevo gli ultimi interventi urgenti di cui occuparmi. Così uscii dall'ospedale solo con la mia divisa, i miei bisturi e una siringa contenete cloruro di potassio.

Arrivai alla mia ultima meta: il Liceo Bellamy. Gli unici a trovarsi nell'edifico dovevano essere gli insegnanti e la squadra di football, per gli allenamenti mattutini. Mi recai nel luogo dove doveva avvenire una delle mie ultime operazioni. Entrai nella stanza ed aspettai l'arrivo del mio paziente che, come da programma, non si fece attendere. Prima che entrasse nella stanza, imbevvi un panno con del cloroformio e lo "anestetizzai". Era stato più facile del previsto. Essendo nel laboratorio di chimica era impossibile non trovare una sostanza che riuscisse a stordine in pochissimo tempo. Dopo di che aspettai il suo risveglio. Quando si sveglio cominciò a dimenarsi con un ossesso. Molto probabilmente disse anche qualcosa ma, essendo legato e imbavagliato, non riusci minimamente a capirlo. Io rimasi li a fissarlo, pensando come un un uomo che prima credeva di essere superiore a chiunque altro potesse essersi ridotto in quello stato. Era davvero una scena deprimente. Preferii stavolta svolgere un operazione molto più rapida, ma non per questo meno dolorosa. Estrassi la siringa contenente il cloruro di potassio e, con molta ferocia, lo iniettai nel suo muscolo cardiaco, arrestandone lentamente il battito. Quando oramai il tempo a suo disposizione stava per arrivare agli sgoccioli, mi trovai in obbligo di riferirgli ciò che pensavo:

«Sa, sono diventato un dottore proprio per curare un enorme male come lei. So benissimo che non accetta questa situazione e che vorrebbe continuare a vivere, ma la cosa non mi riguarda minimamente. Veda di ricordarselo...Professor Moore»

Quando finii di parlare, vidi gli occhi del professore spegnersi davanti a me. 

Una volta finito col professor Moore, era giunto il momento della mia ultima operazione che si sarebbe svolta negli spogliatoi della squadra di football. Ma prima volevo accertarmi di una cosa di enorme importanza. Finito l'allenamento l'ultimo ad entrare negli spogliatoi fu il diretto interessato: il quarterback, Benjamin Johnson. Quando entrò negli spogliatoi la scena che si trovò davanti fu una delle peggiori che si potesse aspettare. Mike e Tom, i pazienti entrati molto prima di lui, erano stati sgozzati e lasciati dissanguare sotto le doccia. Prima di lasciarli al loro destino, ovviamente, gli feci confessare il fatto di aver abusato e ferito Samantha. Ovviamente avevo la certezza della loro colpevolezza sin da subito, ma volevo sentirmelo dire da loro. Ben, in stato di choc, cadde a terra e ci restò per parecchio. Sarebbe stato meglio ucciderlo subito, ma preferii aspettare.

«Allora? Ti sono mancato?» dissi io, mentre mi trovavo seduto su una panca, subito dopo di lui.

Quando mi vide si alzò di colpo e cominciò ad indietreggiare. Dalla sua bocca non uscì una singola parola, mentre io ero li, adesso di fronte a lui, ricoperto dal sangue dei suoi compagni. In quel momento la mia espressione cambiò di colpo. Durante le operazioni precedenti la mia espressione, il mio essere, era completamente assente. Ma più guardavo quell'essere, quel tumore rivoltante di fronte a me, più il mio sangue ribolliva. Accecato dalla rabbia gli lasciai intuire il mio, ormai ovvio, intendo. Lui indietreggiò ancora e subito dopo scappò via. Non gli avrei mai permesso che scappasse, e tutto quello che dissi fu una frase già usata in precedenza:

«Va tutto bene. Tra poco sarà tutto finito.»

24 - Novembre - 2015

Dopo solo una settimana, a Fort Wayne e in tutto lo stato dell' Indiana si era sparsa la voce dell'apparizione di uno spietato serial killer. Le autorità competenti cercarono di mantenere la calma comunicando che, quando sarebbe stata accertata l'identità dell'omicida, il suo arresto sarebbe stato da immediato. Ma con ben 125 omicidi, del quale solo 58 confermati, la gente cominciò a temere la situazione e a rinchiudersi in casa.

18 - Dicembre - 2015

L'identità dell'omicida venne comunicata: Joseph Miller, un ragazzo di soli 15anni che, dopo un enorme choc dovuto alla perdita prematura dei genitori, ebbe un grave crollo psicologico e cominciò ad uccidere gente innocente senza alcuna motivazione. Gente innocente? Era quello il modo in cui venivo descritto: un mostro che uccideva senza alcuno scopo. Ma d'altronde cosa poteva importamene. Dopo un mese il numero dei pazienti non accennava a diminuire.

14 - Febbraio - 2017

Dopo anni di ricerca ero ancora in servizio. Il motivo era molto semplice: svolgevo sempre un numero limitato di operazioni a città, spostandomi così più frequentemente. In pochissimo tempo la mia fama di medico aveva fatto il giro dello mondo. La gente cominciò a rivolgersi alla mia persona con lo pseudonimo di "Doctor Corpse". 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E questa è la mia storia. La storia di come sono diventato un pluriomicida per il bene altrui.

Qualcuno doveva farsi carico di una simile responsabilità. Io non l'avrei mai fatto, se non mi avessero portato via ogni cosa. Ma il progresso comporta sacrifici, e i sacrifici delle perdite.

Grazie al mio lavoro ho viaggiato molto ed ho avuto l'opportunità di accertarmi che quei sacrifici siano valsi tutto ciò. In rarissimi casi ho incontrato gente con lo stesso animo di Samantha, dandole la possibilità di vivere, tenendo a bada la loro malattia da soli. E chi non rispecchiava quell'animo, era considerato un male da curare assolutamente.

Tutto quello che faccio è eliminare un virus per dar spazio ad un vaccino. Eliminare il male per dar spazio al bene. Sostituendo così le parti marce e danneggiate della società.

Come ho già detto mi resta poco tempo. Tra un paio di minuti comincerà il turno serale, ed è qui che iniziano le operazioni più importanti della giornata. Almeno per me.

Ho già una lista dei miei prossimi pazienti. Annoto in questo diario anche le loro cartelle cliniche. Di quelli prossimi ad un operazione e di quelli già stati sottoposti ad essa. Annoto i dati personali, il luogo del decesso, la data e l'ora esatta. Ho annotato tutti. Dal primo all'ultimo, senza nessuna eccezione.

Grazie ad Emily riesco a finire l'operazione nell'ora che stabilisco precedentemente. Chissà. Magari il prossimo potresti essere tu. Dipende tutto dalla gravità della tua situazione. Ma visto che sei entrato in possesso di questo diario credo che tu sappia già il destino che ti attende. Molto probabilmente la tua cartella è già stata inserita e compilata in qualche pagine.

Quindi mettiti comodo...e aspettami. Verrò presto da te a prendermi ciò che mi appartiene.


Firmato: Doctor Corpse

Operazione a cuore chiusoModifica

Cos'è esattamente il potere? È uno stato autoritario delle cose? È la facoltà di piegare tutto è tutti al proprio volere? O è solo una stupida parola che ci permette di influenzare la gente e i loro rapporti per far in modo di farci raggiungere le vette più alte nel minor tempo possibile?

Qualunque sia la risposta non ha importanza. Da sempre ho desiderato essere al vertice della società, di possedere quell'ignoto potere che rende l'uomo così importante, anche se per raggiungerlo ho dovuto fare cose che la gente non avrebbe mai fatto. Ma non è anche questo il significato di potere: fare cose che la gente comune non riuscirebbe mai a fare?

Ho raggiunto il potere, la fama, la ricchezza, ma allora...

"argh..un'altra volta?! Continua a farsi sempre più forte"

...allora perché mi sta succedendo questo? Le mie mani tremano, il mio respiro si affanna e il mio cuore sembra esplodere. Perché io, l'uomo che possiede tutto, devo soffrire così?

Sarà meglio chiamare il mio autista, tornerò a casa prima oggi.

Appena arrivato a casa trovo le luci della cucina accese, con una nota sul tavolo che cita testuali parole:

"Robert, mia madre sta poco bene quindi starò con i bambini a Washington per un po'. Cerca di non strafare.

P.s. Ha chiamato un certo Dr. Mengele ma non sono riuscita a rispondere. Doveva essere qualcosa d'importante? Chiama se succede qualcosa"

Il Dr. Mengele è il mio medico. Si occupa del mio stato di salute e si procura ogni tipo di farmaco che desidero a mia specifica richiesta. Essendo l'unico a conoscenza del mio stato di salute gli ho sempre ordinato di tenere all'oscuro chiunque, per non inceppare in spiacevoli inconvenienti. Per chiamare direttamente a casa mia doveva essere davvero qualcosa d'importante.

Provai a richiamare: nulla. Era strano che non rispondesse al telefono, soprattutto a me. Neanche il tempo di riattaccare la cornetta che caddi a terra a causa dei dolori lancinanti al petto. Erano atroci. Non potevo più resistere a quel dolore. Avevo bisogno delle mie pillole, avevo bisogno di sentire un po' di quiete.

Mi feci portare in ospedale ed entrai da solo, non potevo permettere che qualcuno sapesse di me e dei miei rapporti con Mengele, dovevo sbrigarmela da solo. Una volta dentro mi diressi di fronte alla reception, ma a mia sorpresa non trovai nessuno. In tutto l'ospedale si respirava una strana aria e c'era indubbiamente più silenzio del solito. Comunque sia in quel momento non avevo bisogno di chiedere il consenso di nessuno per incontrare Mengele, sapevo già dov'era il suo ufficio e di certo non avevo il bisogno di prendere un appuntamento per incontrarlo.

Salì al piano superiore e mi incamminai per quel tetro corridoio senza fine. Una volta arrivato di fronte all'ufficio di Mengele cominciai ad avere un a fortissima angoscia. Sentivo come se qualcosa non andasse. Tremante, afferrai la maniglia della porta, cominciando a sentire un forte e pungente odore provenire dall'interno.

"Le chiedo scusa ma il Dr. Mengele non è disponibile al momento"

Mi voltai di scatto sentendo la tetra voce provenire dalle mie spalle. Mi venne un colpa, ma forse era un po' esagerato visto chi mi si trovava davanti: un giovane medico, forse un'apprendista, dalla pelle bianca, come i capelli, e gli occhi di ghiaccio. Indossava un semplice camice sotto una camicia nera e cravatta rossa. Continuava a fissarmi negli occhi, probabilmente aspettando una mia risposta. Cercai di accontentarlo:

"Disponibile o meno non importa. Hai idea di chi sono io?"

Silenzio. Quello stupido ragazzo non seppe come rispondere, o almeno così credevo. Estrasse dall'interno del camice una specie di quadernetto nero pece e lo aprì. Una volta aperto comincio a sfogliare velocemente le pagine fino ad arrivare a quella che probabilmente stava cercando. Pochi secondi dopo aver preso quella pagina, mi fisso di nuovo con quello sguardo agghiacciante:

"Si sbaglia, so benissimo chi è lei: Sig. Williams"

Non né rimasi molto sorpreso sul fatto che mi conoscesse. In fondo ero l'uomo più influente della città, però qualcosa mi turbava. Il ragazzo continuò a fissarmi negli occhi, come se stesse cercando qualcosa. 

"Sig. Williams, il Dr. Mengele ha affidato le sue cure a me. Le chiedo gentilmente di seguirmi in sala operatoria" disse indicandomi il corridoio alle sue spalle.

Ma cosa va dicendo? Sala operatoria? Affidato a lui? Come poteva Mengele aver detto a qualcuno di noi? Quel maledetto bastardo!

Preso dalla collera, aprì velocemente la porta del suo ufficio, urlando:

"Come ti sei permesso brutto trad-"

Non riuscì a terminare la frase che restai paralizzato. Tutta la stanza era ricoperta da un liquido rossastro e la puzza era insopportabile. Di fronte a me, nel frattempo, si trovava un corpo, totalmente ricucito da capo a piedi e con degli scarabocchi in tutto il camice. 

Caddi a terra, sulla pozza di sangue che si propagava nella stanza. Avevo il volta stomaco. Dovevo andarmene da li, non potevo farmi trovare in quello stato. Mi sollevai rapidamente e cercai di correre via. 

"Lei versa in gravi condizioni Sig. Williams. Di questo passo non ce la farà" disse quell'inquietante ragazzo dopo averlo superato.

Continuai a correre, in preda al panico. Il corridoi sembrava ancora più lungo di prima e le mie gambe erano diventate pesantissime. Continuavo a pensare che se mi avessero trovato li il mio nome sarebbe stato macchiato. Non potevo permettermelo.

Mi fermai un secondo in preda al panico, di fronte a me si trovava un incrocio che prima non c'era. 

"Mi sono perso? No, no, no! impossibile!"

Imboccai il primo corridoio e continuai a correre. Continuavo a sentire lamenti, urla, suppliche...risate. Quella inquietante e sottile risata che continuava a seguirmi mi stava facendo impazzire.

Non capivo più nulla, volevo solo andare via di li. E finalmente eccola, l'uscita. Bastava un ultimo sforzo, un solo passo. Un passo che però non riusci a compiere. 

"L'avevo avvertita no? Le avevo detto che non ce l'avrebbe fatta"

6 ore dopo

"Allora? Cosa abbiamo qui?"

"Ispettore! Le vittime sono Robert Williams, ricco imprenditore, e Rodrigo Mendele, chirurgo accusato di frode e contrabbando di droghe illegali. Dalle prime analisi sembra che si tratta di un di omicidio e tentata fuga"

"Come sarebbe a dire dalle prime analisi?"

"Beh, non saprei come spiegarlo. Analizzando la scena sembra che una delle vittime sia stata fatta a pezzi e ricucita, mentre l'altra si morta per arresto cardiaco dovuto da precedenti problemi fisici"

"E quindi? L'omicida cercando di scappare avrà avuto ciò che si meritava. Uno scherzo del destino, no?"

"Lo escluderei. Entrambe le vittime riportano un bracciale di identificazione nero con la data e la causa della morte. Sembra tutto troppo dettagliato anche per il destino. In più abbiamo trovato questo quaderno. Lo stringeva a se Williams. Non so se è solo uno scherzo ma...al suo interno sono appuntati centinaia di casi di omicidio"

"E questo cosa starebbe a dire"

"Ispettore, le pagine sono tutte compilate e non si sbagliano di un solo dettaglio. Ma la cosa che dovrebbe sapere...e che lei è in una di esse"

(Creepypasta originale di Max_Foreign ©)

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