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Sono sempre stato curioso riguardo alle storie celate dietro gli effetti personali. Compro diverse delle mie cose di seconda mano in negozi dell’usato, specializzati nella vendita di oggetti retrò – o comunque quel genere di posti. Potete anche chiamarmi risparmiatore quanto volete, ma per me gli oggetti hanno sentimenti. Il disco in vinile che hai ascoltato la notte in cui sei stato lasciato, con graffi e tutto; le scarpe che avevi indosso mentre barcollavi verso casa da ubriaco dopo l’ultimo compleanno; quella vecchia chitarra che non ti sei mai preoccupato a imparare a suonare; tutti oggetti tangibili e reali, tutti con una storia da raccontare, tutti con una visione unica del mondo.

Una certa cosa nuova, è come un bambino. Un foglio bianco senza alcuna esperienza di vita. Una macchina nuova di zecca, per esempio, ha vissuto veramente poco. Così una fabbrica l’ha portata a esistere, uno showroom con un pavimento splendente e un venditore disonesto dal sorriso ugualmente splendente. Non ha alcuna conoscenza della strada aperta, dell’orizzonte che si distende in lontananza come una promessa senza limiti, o una minaccia sconfinata. No, è solo un bambino. Datemi una macchina che conta migliaia di chilometri e pneumatici che hanno assorbito la polvere di un giorno d’estate, lo sporco ghiacciato di una notte d’inverno, e che ha lasciato un segno sulla strada dietro di sé. Quella macchina ha visto cose, ha preso parte a un viaggio, ha avuto modo di conoscere la sua proprietaria – la musica che le piace, la strada che prende per andare a lavoro, quella volta in cui pianse sul cruscotto fino a prosciugare le sue lacrime quando sentì per la prima volta quelle notizie. La macchina conosce il mondo, o perlomeno parte di esso, conosce le persone che l’hanno posseduta, e ha accolto nelle sue braccia e assimilato tutte quelle emozioni crude, piccoli momenti e momenti che ti rovinano la vita – tutti.

Quando vago per un negozio dell’usato malmesso, so che sono circondato da tesori. Un libro da 50 penny – L’estate incantata di Ray Bradbury – una volta letto da un’anziana signora, che sfogliava ogni pagina rammentando dolorosamente la sua giovinezza. Il libro racconta due storie, una contenuta nelle parole d’inchiostro, l’altra è della vita e del tempo trascorso in ogni costa sgualcita e pagina di carta ingiallita. Eppure, certi ricordi, alcune esperienze, è forse meglio lasciarli disperdere e svanire come il respiro su uno specchio. Lo dico perché, sebbene abbia sempre romanticizzato il fatto che le storie dietro agli oggetti possano dire molto dei precedenti proprietari, non ho mai pensato neanche per un secondo che questi possano realmente descrivere un incubo; soffocante, violento e reale.


1.

In una luminosa giornata di primavera la vidi; mentre sporgeva da una pila di vecchi vestiti, nel retro del negozio dell’usato. Sono stato in questo posto diverse volte, prima di questa, dal momento che il negozio si trova in una silenziosa strada distante solo pochi minuti da casa mia. Ho sempre sorriso mentre ci passavo accanto e, guardando attraverso la finestra accarezzata dal sole gli oggetti abbandonati al suo interno, ho sempre sentito come se mi ricambiassero il sorriso. Una vecchia giacca sportiva, color grigio scuro, con una leggera traccia di gessato; i bottoni erano un misto di tanno e nero, che colavano l’uno sull’altro come uno stanco Ying e Yang: questo è ciò che ho visto quel giorno. Spuntava fuori da un sacco nero lacerato, il quale a sua volta giaceva schiacciato da una collezione senza riguardo di giacche stantie, cravatte, camicie e scarpe. Era chiaro che la donna nel negozio – un’amabile pensionata il cui nome era Sandra – non aveva avuto la possibilità di riordinare le buste, e sulla giacca non vi era attaccato il prezzo. Quando la sollevai, ne venni subito affascinato. In genere, i vestiti non fanno per me. Preferivo gli oggetti, come tavole da gioco fracassate, libri, e altre curiosità; ma c’era qualcosa di particolare in quella giacca.

L’interno era di un ricco blu scuro e al tatto sembrava seta, sebbene sicuramente non lo fosse. Immediatamente mi avvicinai a Sandra, seduta dietro alla cassa, frugando in un pacchetto di caramelle di zucchero cotto. Mi sorrise calorosamente, essendo uno dei suoi clienti più fidati, mentre le chiedevo entusiasticamente il prezzo. La giacca fu mia per poche sterline e, stranamente, uscii velocemente dal negozio per tornare a casa e provarla, lasciandomi addietro ogni altro tesoro nascosto che avrebbe potuto catturare la mia attenzione.

Stetti in piedi, con indosso la giacca, di fronte a uno specchio a figura intera, appeso sulla parete della mia camera da letto – un altro piacevole affare ottenuto dal negozio dell’usato. Compiaciuto della scoperta, la posi con attenzione su un appendiabiti all’interno del mio guardaroba in legno di quercia, posto alla fine del mio letto, e ricominciai a trascorrere la mia giornata. Ciononostante, i miei pensieri tornavano in continuazione al mio ultimo acquisto, non importava dove fossi o che cosa stessi facendo. Ne ero quasi ossessionato, alla stessa maniera di un bambino con il suo nuovo giocattolo. Fu strano per me, considerando che non ho mai provato particolare interesse per il vestiario, e non ho mai capito il piacere entusiastico che procura ad alcuni. Sono sempre stato un tipo piuttosto trascurato, da jeans e t-shirt, ma eccomi qui, ancora, dopo un breve periodo di tempo davanti allo specchio, mentre facevo da modello per una vecchia giacca sportiva, sentendomi innaturalmente compiaciuto di me stesso. Mi faceva sentire formale, in qualche modo e i miei pensieri, mentre la indossavo, si incentravano su un anziano uomo in una sala da ballo che mangiava e beveva nel lusso più sfrenato, intrattenendo i suoi compagni con storie di avventure avvenute durante il suo servizio.


2.

Quella notte mi svegliai, vivendo un’esperienza inquietante. Mi sedetti di colpo, come se mi avesse attraversato una scossa, dopo che un forte rumore mi aveva strappato via da un piacevole sogno. Essendomi addormentato mentre leggevo, la lampada sul mio comodino era ancora accesa e la lampadina opaca diffondeva una luce sempre più debole attraverso la stanza. Certamente non c’era nulla lì, nulla di palpabile, solo il silenzio della mobilia senza vita che restava immobile nella notte, ma dentro di me quel rumore, che ora era assente, continuava ad echeggiare, assieme ad un debole abbozzo di ciò che ricordavo. Per quanto ci stessi provando, non riuscivo a ricollegarvi niente se non la sua familiarità. Vagai per casa mia, accendendo prima di tutto le luci della sala davanti alla mia camera, per poi cautamente fare lo stesso anche con le altre, finché tutta l’abitazione non fu immersa nel giallo. Ma non riuscii a trovare nulla che suggerisse la causa di ciò che mi aveva svegliato. Le porte erano sotto chiave e le finestre erano tutte chiuse, così, confidando nel fatto che il rumore non fosse altro che il frutto senza volto di un sogno ormai ben dimenticato, ritornai a letto.

Tuttavia, per qualche ragione, mi sentivo ancora snervato, e lasciai la lampada sul comodino accesa, mentre cercavo invano di ritornare nella calda accoglienza del sonno. Il giorno dopo andai a lavoro, con i nervi a fior di pelle per via della notte in bianco, ma ancora avvertii i miei pensieri che ritornavano immancabilmente sulla giacca nel mio guardaroba; quanto elegante sembravo con quella addosso, quanto raffinato! Non vedevo l’ora di rimettermela. Non appena l’orologio dell’ufficio segnò le cinque, mi affrettai verso l’uscita senza dire niente, se non mormorando una parola ai miei colleghi, per poi dirigermi a casa il più veloce possibile.

Armeggiando con le chiavi per aprire la serratura, mi sono fatto strada per entrare in casa mia, lasciando bruscamente cadere la mia borsa e il cappotto sul pavimento, per poi precipitarmi verso il guardaroba in quercia della mia camera da letto; ed eccola, lì appesa come un contenitore vuoto che dev’essere ancora riempito. Feci passare le maniche tra il pollice e le mie dita, sfregando rassicurantemente il materiale grigio scuro. Con cura, la rimossi dal suo appendiabiti e stetti davanti allo specchio. Restai inorridito alla mia visione! Per tutta la mia età adulta sono rimasto trasandato, con i capelli scompigliati e disordinati. Indossando quella meravigliosa giacca, sentii che non poteva essere giusto. Mi vergognai di me stesso, del mio aspetto. Velocemente, andai in bagno e mi bagnai i capelli, prima di correre a pettinarli vigorosamente. Quando tornai allo specchio apparivo più accettabile, i miei capelli ora erano ben disposti ai lati della scriminatura. Sì, mi sentii molto più a mio agio, addirittura maggiormente presentabile. Un sorriso crebbe sul mio volto, mentre la mia mente esaminava l’immagine di un anziano uomo che indossava la giacca – un uomo diligente, un uomo con esperienza.

Sì, gli oggetti raccontano senza dubbio delle storie. Lui avrà visto cose terribili, avrà dato ordini ai suoi uomini con decisione. Proiettili e colpi di arma da fuoco. Un uomo che bada ai propri doveri. Sì, immaginai le storie che quella giacca avrebbe potuto raccontare, storie di un vecchio ufficiale che banchettava con i suoi ospiti tutti attorno. Sapevano ciò che il Capitano aveva realmente fatto, mentre sedevano lì, con le loro vestaglie da sera e gli abiti eleganti? Avrebbero potuto mangiare e ridere e bere e danzare; ma il Capitano, avrebbe potuto sorridere, certo, eppure, eppure dentro di sé il mondo stava cambiando, avvelenato dai cancerosi reperti di guerra.

Il Capitano ha senza dubbio visto cose. Ma è stato molto più che un innocuo spettatore.


3.

Negli spasimi di un sogno, venni involontariamente portato via da un sonno sereno. La familiarità ha poi interrotto il silenzio; un suono che conoscevo ma che non riuscivo a ricollegare, questa volta più forte rispetto alla notte precedente. Scoppiò improvvisamente, prima di interrompersi. Lentamente, mi alzai dal letto e vagai tra le stanze della casa per investigare, terrorizzato dalla prospettiva di un ladro che entrava dalla finestra. La casa era avvolta dal silenzio, i suoi muri senza via e le ombre della notte erano immobili e precisi. Conoscevo il suono: lo conoscevo. Ma come un nome reticente sulla punta della lingua, il ricordo a questo collegato si rifiutava di rivelarsi. Il giorno seguente ebbi delle difficoltà a lavoro, essendo distrutto dalle domande che avevano tormentato la mia mente durante la notte. Il rumore mi aveva sconcertato, mi aveva inghiottito.

Mi frustrava la sensazione di conoscere, eppure non conoscere. Che cos’era quel suono? L’ho sentito per due notti di fila, ma non c’è stato alcun segno o indizio circa la sua origine. Per superare l’irritazione dovuta alla mancanza di sonno, l’essere forzato a sorridere falsamente ai miei colleghi e circondato da documenti senza significato, il mio unico conforto durante la lunga giornata è stato pensare alla giacca, quella tiepida coperta di ricordi che mi aveva avvolto tra le sue braccia. Naturalmente, sapevo che il Capitano non fosse altro che un personaggio fittizio, frutto della mia immaginazione, per ora l’ultimo di una lunga fila di storie che ho creato per aggiungere sentimento al mondo, ma ero affezionato a lui tanto quanto ai suoi effetti.

Verso le 17:30 fui a casa, e, come ebbi fatto il giorno precedente, lasciai cadere la mia borsa e mi feci strada verso il guardaroba in quercia. Scrutando lo specchio, mi sentii deluso da ciò che stavo guardando. I miei capelli erano immacolati, pettinati alla perfezione, ma la camicia ora bianco sporco che avevo indossato a lavoro pareva scadente e sudicia. In effetti, questa fu la prima volta in cui notai quanto ordinario fosse realmente il mio aspetto a lavoro. Non andava bene, no; non andava per niente bene.

Riuscii a farcela giusto per poco prima delle sei – tirai un sospiro di sollievo notando che Sandra non aveva ancora chiuso il negozio. Mi sorrise mentre entravo, ma lo notai a malapena, mi precipitai invece verso il mio obiettivo, il luogo in cui avevo precedentemente trovato la giacca. Iniziai a rovistare tra le buste che giacevano lì, riempite dei ricordi scartati di altre persone invisibili. Sorridendo mentre mi avvicinavo alla cassa, con il sudore che si accumulava sulla fronte, acquistai l’oggetto e mi diressi a casa. In mezzo alle buste avevo trovato una vecchia camicia color borgogna. Non ero sicuro di che materiale fosse, ma era meravigliosa, confezionata da mani esperte, e avevo immediatamente capito che quella camicia sarebbe stata all’altezza della giacca del Capitano. E ancora, avevo trovato un panciotto che sembrava complimentare entrambi, ed eccomi ancora in piedi, apparendo ben più presentabile. Il capitano ne sarebbe rimasto compiaciuto.


4.

Ancora una volta mi svegliai nell’oscurità, un suono mi aveva violentemente strappato dal sonno – lo stesso rumore che sentii le tre notti precedenti. Rabbrividii lievemente, non per via della temperatura della stanza, ma per qualcosa dentro di me. Un virus o un insetto, qualsiasi cosa fosse, aveva provocato in me una debole febbre. Le mie coperte erano inzuppate di sudore e faticavo a prendere respiro. Sentendomi troppo debole per investigare sull’origine del suono, me ne stetti lì sdraiato, nelle strette di una strana e distorta apprensione. La stanza era nera, ma negli accenni degli oggetti, i contorni dei muri e della sedia e del guardaroba, alzai lo sguardo per vedere lo specchio. Non era vacante, no, ma colmo di un riflesso indistinto. Come un’ombra, il muto suggerimento di qualcosa. Il ricordo rimane vago, ma una cosa è restata con me fino ad oggi – due occhi, bianchi e spalancati, si aprirono per incontrare i miei dallo specchio. Uno sguardo accusatorio, rabbioso che mi travolse; una strana freddezza ghiacciata mi ha quindi riportato a dormire, sebbene avessi provato a resisterle.

Il giorno seguente mi sentii notevolmente bene, ignorando il riflesso nello specchio, fatto passare come un’allucinazione dovuta alla febbre; anzi, mi sembrava di essermi ripreso in gran parte dall’affaticamento. Avevo ancora la temperatura alta, tuttavia, così chiamai per prendermi un giorno libero dal lavoro. Devo ammettere che l’idea di avere una giornata tutta per me era piuttosto invitante e così, dopo una doccia ed essermi assicurato di essere presentabile, stirai la camicia borgogna, adornai il panciotto che pareva seta al tatto, e indossai ancora una volta la giacca, orgogliosamente.

E stetti lì in piedi – di fronte allo specchio. Sorridente e felice.

Solo quando il mio telefono squillò realizzai di essere rimasto in piedi, radicato in quell’unico punto per la maggior parte della giornata, con praticamente nessun ricordo delle ore precedenti; solo visioni vaghe e senza forma di luce e oscurità in movimento davanti a me, accompagnate da strani e distanti colpi e tonfi. Questo avrebbe preoccupato chiunque altro, ma non me. No, mi preoccupavo di una sola cosa – continuavo a non andare bene! Lasciai casa mia, il telefono che squillava e la porta principale aperta, per dirigermi ininterrottamente, quasi come se stessi marciando, al negozio dell’usato. Al suo interno, Sandra mi chiese se mi sentivo bene, come se lei si preoccupasse di vedermi leggermente smunto; ma le dissi bruscamente di farsi gli affari propri, mentre vagavo un’altra volta attraverso le buste non ancora riordinate.

Febbrilmente, tirai fuori un paio di pantaloni eleganti scuri, tra due camicie sbiadite, seguiti immediatamente da un vecchio paio di scarpe in pelle, che avevano perso la propria lucentezza anni e anni prima, e una cintura di pelle dalla fibbia similmente spenta. Non ricordo se le ho pagate o meno, tutto ciò che ricordo è aver percorso a passo barcollante le scale di casa mia, per poi arrivare allo specchio. Fui sopraffatto dalla nausea. Il mio stomaco doleva ed era sconvolto come se stesse lottando contro le onde invisibili dell’invisibile mare sotto ai miei piedi. Pur continuando a lottare, la mia pulsione non mi abbandonava, e presto scrutai persino più in profondità il mio riflesso. Pantaloni perfettamente stirati, una cintura ed fibbia brillanti, scarpe in pelle ora splendenti e sistemate, una camicia borgogna espertamente stirata, panciotto e, ovviamente, la giacca del Capitano.

Sì, apparivo presentabile. Mi stava bene. Ordinato. Respirando profondamente, continuai ad osservare e guardai il mio facsimile, che ricambiò il mio sorriso dallo specchio. La nausea sfumò e con quella ogni inspirazione che ostacolava il battito del mio cuore. I secondi diventarono minuti, e questi minuti si estesero in ore. Momenti; schegge frammentate di coscienza vi filtravano attraverso come la foschia del giorno che attraversa le persiane chiuse. Delle voci giunsero a me. Mormoravano, indefinite, eppure il tono era senza dubbio un tono che esprimeva rabbia. Vidi lampi di luce come mi accadde prima di quel momento, e forme di oscurità si muovevano vicino a me. La mia visione offuscata continuava a rinnegare la verità, le forme che tremebonde e in movimento, come se fossero viste attraverso del vetro distorto. Una serie di forti colpi, come degli spari, risuonarono; vicini, tuttavia distanti. Mentre il sole fuori tramontava, le voci rabbiose si combinavano – voci di innumerevoli persone, fuse in un’unica mente, un’unica dolorosa cantilena. Ebbi delle visioni.

Un sole insopportabile, la terra bruciata e infine qualcosa di compiuto, qualcosa di tangibile. Soldati. Bandiere spiegate da un vento senza fiato. Stivali, che marciavano, una folla di persone terrorizzate, e colpi di arma da fuoco. Poi c’erano corpi, infinite vittime sanguinanti sparse per l’appezzamento di terreno. La voce, ora più chiara, si avvicinava sempre più. Delle parole si facevano violentemente strada attraverso i denti digrignati, risuonando nelle mie orecchie, ma ancora smorzate, come se provenissero da un’invisibile membrana viscosa. Sentii quindi un peso, una pesantezza che opprimeva le mie mani, sporche e macchiate. In quelle, tenevo un fucile. Alzando lo sguardo, riuscii a vedere la luce e l’oscurità che si scambiavano in continuazione davanti a me.

I motivi che costituivano quello che ora sapevo fosse un cielo sbiadito, erano coperti ad un’alta figura ombrosa. I suoi occhi mi perforarono i pensieri, mentre gridava, urlava; rabbioso e desideroso di vendetta.

"Aprire il fuoco!"

Era sbagliato, sapevo che fosse sbagliato. Eppure sollevai il fucile e puntai all’obiettivo, persone disarmate e spaventate. La voce continuava, aumentando il numero delle vittime nella carneficina, esortandomi, ordinandomi di sparare. Il mio dito iniziò a fare pressione sul grilletto mentre luomo, quella torreggiante figura imperiale a cui mi rivolgevo affettuosamente con l’appellativo di Capitano, si avvicinava, gridando nel mio orecchio; il calore del suo fiato era vicino e palpabile.

Rabbrividii. Questo non ero io, non adesso, non prima, né mai. La mia esitazione provocò la disapprovazione del contorno ombrato del Capitano. Non volevo deluderlo, ma pur avvertendo gli spasimi del dovere e del patriottismo, non riuscii a sopportare la vista di quelle persone, che mi guardavano mentre affrontavano i loro ultimi istanti di vita.

Gettai l’arma a terra, e ne farlo mi ritrovai in me stesso, davanti allo specchio, con la mano sollevata per fare il saluto. A chi o a che cosa, non lo saprei dire.

La febbre era adesso ritornata, un dolore costante si faceva largo nel mio stomaco. Mi contorsi mentre il mio corpo cercava di espellere qualcosa dal suo interno, che però non aveva intenzione di collaborare. Dopo essere collassato al suolo, lottai per restare vigile, preso dal panico e pensando di aver bisogno di un medico. Mi sfilai la giacca del capitano, facendola scivolare via dalle mie spalle e lanciandola sul letto; seguita subito dal panciotto, le scarpe e i pantaloni. Stetti sdraiato a terra per un po’, tremando, in preda agli spasmi mentre il sudore trapelava dalla pelle per poi cadere per terra, come se stesse cercando di eliminare dal mio corpo una qualche insipida infezione.


5.

La mia forza non ritornò, almeno non fino a mezzanotte. Mi rialzai dal pavimento e barcollai verso il bagno, dove mi sedetti nella doccia, ripulendomi dagli orridi resti della mia allucinazione.

Le gocce d’acqua mi fecero riprendere e così, infine, ritornai nella mia stanza, guardando i vestiti, la giacca e tutto il resto, che ora giacevano su un cumulo disordinato del letto. Non andava per niente bene! Li raccolsi e li posi attentamente su alcuni appendiabiti, appendendoli all’interno dell’armadio. Mentre lo facevo, un momentaneo senso di timore mi travolse. Come desidererei avergli dato retta. Sotto sotto sapevo cosa avrei dovuto fare con quei vestiti, ma il pensiero di sbarazzarmi di loro mi riempiva di disgusto – come se fosse una mancanza di rispetto. Quei vestiti meritavano ammirazione; la richiedevano.

Esausto a causa del mio precedente malessere, barcollai verso il letto. Mentre i miei occhi si arrendevano al peso della stanchezza, vissi un momento di chiarezza. I miei pensieri erano stati ripuliti dalla nebbia, e con un sfuggente barlume di comprensione, mi posi delle domande sul malessere e sulle profonde visioni che ho avuto modo di vivere guardando lo specchio. Di chi erano le voci che ho sentito? Di quale atto violento sono stato informato? Il mio ultimo impulso fu piuttosto inquieto – scappare da casa mia per cercare riparo, fuori dalla portata di una forza malevola che per ora restava appesa all’aria, sotto forma di cadaveri e vendicatori. La nebbia di un’invisibile influenza ha poi soffocato i miei sensi.

Mi sentivo cullato, persuaso, persino scambiato con questo, fino a portarmi a un sogno di verdi colline curve, villaggi pittoreschi e una vita tranquilla ben lontana dagli orrori della guerra. Un posto in cui nessuno avrebbe potuto lasciarsi addietro le loro atrocità per poi andare avanti con una vita normale. Il suono. Quel rumore che mi ha svegliato in ogni singola notte tra le precedenti; mi richiamò ancora una volta alla coscienza. Cercai di tirarmi su dal letto, ma per mio orrore il malessere era tornato, potente, la nausea stringeva il mio stomaco. Gocce di sudore freddo sussurravano attraverso la mia pelle, aumentando insopportabilmente.

Tuttavia, il suono risuonava ancora nel mio orecchio, e nella stretta del malessere, la sua natura, la sua identità, finalmente mi furono chiare. La realizzazione mi scosse, brividi di panico percorsero il mio corpo. Un suono semplice, uno che sento ogni giorno, ma che nell’oscurità della stanza assunse un nuovo significato. Una minaccia, coperta dalla notte. Il rumore proveniva dal guardaroba, le grucce tintinnavano tra loro come se fossero di vetro.

Restavo lì, sdraiato, fissando il guardaroba, che ora appariva ai miei occhi come una tomba. Una bara in piedi, che ospitava qualcosa di invisibile e che aveva infestato il mondo esterno con una crudele apprensione. Trattenendo il respiro involontariamente, aspettai segni di movimento. Ne immaginai la porta scricchiolare lentamente, per poi rivelarne l’interno. Il mio cuore batteva all’impazzata, come un intollerabile rullare di tamburo, e nel mio stato di debolezza la paura prese realmente piede.

Mi sentii senza aiuto, incapace di difendermi se qualcosa di ultraterreno si fosse arrampicato dall’oscurità. Per un momento ho pensato di scorgere un movimento nel guardaroba, qualcosa che si spostava al suo interno facendone tremare impercettibilmente il telaio. Mi lasciai sfuggire un sussulto, e in quell’ammissione di paura, in quella dimostrazione del mio stato di veglia, la verità si rivelò; dal momento che vi era senza dubbio qualcosa, qualcosa di nefasto e intrusivo. Eppure non era dentro al guardaroba. Se ne stava in piedi in un angolo della stanza, nascosto dall’ombra.

Una figura, alta e dominante. Mi fissava coperto dalla notte, i suoi occhi erano spilli di luce in quello che sarebbe altrimenti stato un incubo stigio. C’è stato uno strano momento tra noi. Un silenzio che provocava in me più paura di quanta ne avessi mai conosciuta. Ci fissammo attraverso la stanza ed ebbi come la sensazione che mi stesse squadrando. Cercando di capire quanto valevo. Una strategia d’attacco, valutando quanto indebolito realmente fossi. Improvvisamente, si mosse verso di me, con le braccia distese e, mentre lo faceva, riuscii a scorgerne maggiori dettagli, essendo stato illuminato per pochi istanti da una debole luce proveniente da un lampione in strada. La giacca che mi aveva affascinato così tanto, il panciotto, la camicia, i pantaloni, le scarpe rilucidate, tutto lì, presentabili, rispettabili e indossati dalla figura di un uomo, indistinto e in movimento; i suoi tratti e le mani non erano altro che una foschia annerata.

Gli abiti si muovevano con precisione e, mentre piangevo per il terrore, l’intruso d’ombra si era avvicinato a me. Della nebbia color carbone, somigliante ad una mano, mi afferrò la faccia, e al tatto sembrava pelle consumata, più di quanto potesse suggerire il suo aspetto incorporeo. Caddi istintivamente all’indietro, rotolando sull’altro lato del letto e cadendo a terra. Malgrado il mio malessere, l’adrenalina mi spinse a fuggire verso la porta della mia stanza; ma l’uomo era svelto e mi prese per un braccio, lanciandomi nello specchio, che finì in frantumi sul suolo, ai miei piedi nudi. Il vetro mi squarciò, procurandomi un taglio sulla schiena mentre cadeva, e il dolore acuto di innumerevoli tagli si addensava assieme al terrore.

È stato in quel momento che la figura strinse le sue dita offuscate attorno alle mie spalle, sollevandomi prima di farmi schiantare contro le schegge sul suolo. Diverse incisioni e ferite mi lacerarono la pelle, mostrando in profondità il muscolo sottostante. Il silenzio avvolse la stanza, rotto solo dallo spostare del peso del mio aggressore, che schiacciava il vetro sotto ai suoi piedi.

In quel momento provai un dolore fisico che non saprei esprimere a parole. La figura di nebbia, cerimoniosa, formale e presentabile nei panni del Capitano, pose il piede sul mio petto e lo schiacciò con forza spietata. Ogni lama, scheggia e frammento di vetro venne spinto ancora più in profondità attraverso e poi sotto la mia pelle, spingendole ancora più in profondità nel mio corpo, ulteriormente violentemente schiacciate dalle piastrelle del pavimento e dall’innaturale piede. Non potevo urlare. Non potevo piangere. Potevo solo lasciarmi sfuggire involontari sussulti in cerca d’aria, e nel mentre la figura iniziò finalmente a parlarmi. "In piedi" ordinò, forte, deciso ed esprimendo un comando; e in tutte quelle parole sapevo di essere faccia a faccia con il Capitano. Inclinato su di me, le sue mani incorporee mi raggiunsero, stringendo il mio braccio sinistro con le sue dita. Con facilità mi sollevò da terra. "In piedi!" gridò ancora, per poi spingermi nuovamente sul vetro a terra. Rantolai e tossii mentre il mio fianco veniva percorso da un dolore violento, con l’impatto che mi aveva avvolto. Sentii un’incrinatura in profondità, mentre una costola cedeva all’attacco. "Ho detto: in piedi, soldato!" ordinò il capitano, chinandosi su di me e afferrandomi ancora una volta.

Panico e terrore fusi assieme mi attraversarono le vene – sapevo che non avrei potuto resistere ad un altro attacco. Le mani scure e nebbiose erano tese verso di me e in un ultimo disperato tentativo di salvarmi, mi aggrappai a qualcosa lì vicino. Un rumoroso strappo interruppe il silenzio della notte, seguito da un sussulto quasi inaudibile. Avevo inavvertitamente strappato la tasca della giacca del Capitano. Il mio aggressore barcollò all’indietro per un momento, come se fosse stato appena ferito. Velocemente, afferrai una scheggia dello specchio che giaceva a terra, e con quel poco di vita che mi rimaneva riuscii a rimettermi in piedi. Lanciandomi in avanti, tiravo fendenti e tagliavo febbrilmente, non all’uomo di ombra che mi aveva attaccato, ma ai vestiti che erano il tallone d’Achille del Capitano.

Mani macchiate di smog si alzarono per fermarmi, ma, ormai indebolite, non potevano difendersi dai tagli che procuravo alla giacca, al panciotto, alla camicia. Del sangue fuoriusciva dalla mia mano, poiché a ogni attacco la lama si infilzava ancora più in profondità nella mia pelle, ma non potevo permettere che il Capitano riguadagnasse terreno. Cadde sulle sue ginocchia mentre strappavo, graffiavo e riducevo in pezzi tutti i vestiti, permettendomi di prevalere. Infine, esausto, mi sedetti a letto. Dal quel momento guardai il capitano sdraiato a terra, la sua forza stava lentamente diminuendo. I vestiti si sollevavano e si riabbassavano ad ogni respiro spettrale, mentre l’oscurità, le appendici e la testa di ciò che vi risiedeva all’interno svanivano nel nulla. Rimasi seduto in quel silenzio, ma non per molto, prima che il dolore di ogni singolo frammento di vetro infilzato nella mia schiena ritornasse, mentre l’adrenalina lasciava posto ad un totale shock.

Nella notte nera, sentii una parola, distante e sussurrata da una qualche storia oscura.

"Ammutinamento".

E poi, fui solo.

* * *

Dopo aver speso diverse notti in ospedale per porre rimedio alla perdita di sangue, a due costole rotte e ad una concussione, finalmente mi avventurai di nuovo a casa mia. Volgendo lo sguardo al vetro rotto sul pavimento, al mio sangue asciutto e coagulato, fissai la giacca strappate e gli altri vestiti, che giacevano di fronte a me. Come la scena di un brutale omicidio, fungevano da contorno di una figura – scarpe, pantaloni, camicia, panciotto, giacca – tutti suggerivano la figura di un uomo.

Iniziai a pensare che fosse una dannata vergogna. Uno spreco. Meritavano di meglio, il Capitano meritava più di quello. Iniziarono a prendere forma certi desideri, e per qualche minuto ho analizzato l’idea di farmi ricucire gli abiti. L’avrei forse potuto fare da solo? Ago, filo e tutto? No, ritornai in me, e sapevo che qualsiasi influenza quegli effetti avessero esercitato, non avrei potuto cedervi.

In fretta, li raccolsi e li misi in un sacco nero, simile a quelli che avevo visto al negozio dell’usato. Dopo un’ora di viaggio, mi trovai in campagna. Scesi dalla macchina e camminai per un po’ attraverso alcuni campi e boschi, finché non arrivai finalmente a una radura. Non sapevo con precisione cosa stavo per fare, ma la foresta Blackwood sembrava essere un posto come un altro per fare ciò che andava fatto.

Lì accesi un fuoco, non volevo avere le ceneri di quelle cose vicino a casa mia. Mentre le fiamme crescevano, sentii una profonda necessità di prendere i vestiti del Capitano con me. Ma ho perseverato, ho resistito e ho tirato quei miserabili oggetti nel fuoco. Prima le scarpe e i pantaloni. Poi, la giacca e il panciotto. Ma poco prima di gettare la giacca sul fuoco, qualcosa catturò la mia attenzione.

All’interno della fodera, che era stata strappata dai miei attacchi, qualcosa ora vi faceva capolino. Una lettera scritta a mano di encomio per i servizi prestati "sopra ed oltre ogni dovere". La grafia era rovinata e sbiadita, così non riuscii a leggere il resto. Ciò che posso dire è che all’interno della busta vi era una medaglia, sulla quale era inciso "Capitano Everett, Amritsar, 1919". Buttai tutto nel fuoco e nel farlo sentii una profonda tristezza e un senso di smarrimento dentro di me.

Mentre le fiamme consumavano la giacca e gli altri oggetti, lo scoppiettio di ogni brace che bruciava ricordava sorprendentemente quello di un’arma da fuoco, tempo addietro, che echeggiava dal passato, o al di là di questo.

<div style=">* * * *

Sì, le cose hanno più che sentimenti, hanno ricordi. Assorbono i pensieri e le azioni delle persone che hanno attorno. Angoscia, risate, gioia – terrore. Non ho mai dimenticato qui giorni e il mio scontro con il Capitano. Spesso i miei pensieri tornano alla medaglia, che sono sicuro giaccia ancora in campagna, annerita dalla fuliggine, tuttavia indenne dal fuoco. Penso a quelle parole e al nome scavato nel metallo – la pressione dei suoi ricordi mi perseguita ancora, o addirittura mi pungola. Non ho mai cercato il nome del Capitano Everett, la medaglia, o la giacca, e sebbene i miei sogni siano spesso invasi dal suono degli spari, e occhi inaspriti si posino su di me, so per certo che non dovrò mai soddisfare la pulsione di cercare le risposte.

Perché quei vestiti provengono da un uomo che ha compiuto varie azioni, e le sue colpe hanno lasciato un segno nel mondo e, per associazione, un penoso fardello che ricade su di me.

Testo in lingua originale di Michael Whitehouse, tradotto da Nah'Kaal.
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