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Non so esattamente cosa stia accadendo attorno a me. C'è qualcosa che mi segue, che mi guarda. Quel qualcosa... Io so cos'è, e non ha denti lunghi, o un aspetto spaventoso. Non è un mostro. Beh, forse lo è: credo che ad inseguirmi sia una parte di me. La sento quando parla, odio quando sussurra, io mi giro, ma non c'è niente. Non so se capite la situazione: sono sempre stato di poche parole, un tipo solitario, sto da solo per scelta.

Ma ora... È un obbligo. Resto chiuso in casa, non possono vedermi così; oltretutto, voglio evitare di trovare ragioni per cui incolpare i miei compagni e conoscenti di quello che mi sta accadendo. Devo stare lontano dal mondo normale in cui ero abituato a vivere, non posso lasciare la mia pazzia prevalere tra le persone.

Beh, visto che io sono sempre stato lo stupido senza amici, non è che mi interessi molto la loro felicità o la loro incolumità, ma è un altro discorso. Prima di recludermi nel mio mondo, pensavo di vivere nella solitudine, e a dir la verità, all'inizio la sensazione di essere seguito, per non dire desiderato, mi aveva attratto come non mai. Sono mesi che aspetto un qualcosa da quella voce... Non è mai arrivato.


Avrei voluto iniziare qualcosa di speciale, me stesso con me stesso, per quanto sembri assurdo. E adesso non so più cosa voglia lui, che cosa voglio IO.

Voglio... Voglio fare del male? Voglio che tutti sentano la mia stessa voglia di morte, o di qualcosa di più nella vita? Non mi interessa degli altri, però datemi una risposta. Mi sento... al limite, al limite di questo incubo. Prendo un coltello, inizio ad incidere la mia spalla... Lentamente trapasso la pelle con la lama; è quasi poetico vedere la pelle aprirsi, e il liquido rosso scendere... Il silenzio regna, spezzato dal rumore delle mie urla, che danno un tocco in più a quella melodia che stavo creando.

Così faccio scendere la lama, lentamente, andando sempre più in profondità. Prima di arrivare al gomito, un pezzo di pelle pende dal coltello. Dopo averlo fissato, lo metto in bocca: sapore metallico di sangue. Guardo dentro l'enorme taglio sul braccio, il sangue esce velocemente. Con la forza che mi rimane, afferro con le unghie una vena. È difficile all'inizio, vedo male, e ci metto un po' prima di pizzicarla. Sai quando da piccolo tentavi di staccare un adesivo e grattavi il foglio con le unghie per tirarlo via? La sensazione è proprio quella.

E per quanto stia tentando DISPERATAMENTE e INCESSANTEMENTE di tirare via quel filo rosso in secondi che sembrano ore, non riesco a completare il lavoro. Così, una volta afferrata, tiro. Tiro con tutte le mie forze, sento qualcosa strisciare fuori dal mio braccio, lentamente. Vorrei vedere, ma il dolore sta annebbiato la mia vista. Finito il lavoro, mi metto a ridere. È da tanto che non rido. Non sento qualcosa osservarmi, o stupidi sussurri.

Ed è questo che porta nel mio cuore la speranza di poter stare bene finalmente, dopo anni in cui ero costretto a nascondere il risentimento che questo mondo malato ha creato in me.

Sento il sollievo, qui, appoggiato sulla mia scrivania, sopra quel bagnato e appiccicoso pezzo di legno dove ho completato la mia missione.


Non erano gli altri sbagliati. Ero io.

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