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Si svegliò di soprassalto, Denise, mandida di sudore, destata da un orribile incubo. “Non era niente”, pensò quasi subito, ma mentre si sdraiava qualcosa la bloccò: alcuni suoi sensi si erano ripresi dal torpore del sonno e le raccontarono una realtà strana; il suo naso, la sua pelle, le sue orecchie odorarono, toccarono e udirono qualcosa che non era la sua camera. “Ce ne sono altri...” Di cosa? “Queste non sono le mie coperte” Sicura? “E questo... Questo non è l'odore dei miei profumi...” No, non lo è. E quando anche i suoi occhi si abituarono al buio, si rivelò una realtà strana, diversa. No, quella non era casa sua. Denise deglutì a vuoto, allora anche la sua bocca assaporò qualcosa: ma cosa? Sangue? No... Forse. Si accorse di essere legata: a cosa? Ad un pilastro di pietra, al centro della sua buia, scura e ottusa stanza. O cella? La scoperta prigioniera non poté pensare, un fascio di luce esplose in quel tugurio, come un incendio in piena notte e, come tale, le bruciò gli occhi. Udì degli schiocchi, dei chiavistelli si mossero e della ceramica cozzò, strusciò contro ciò che doveva essere della pietra. “Ci arrivi da lì?” “Che cosa?” Mugugnò lei nella sua testa. Poi l'oscuro spense le fiamme e lei tornò a vedere. Annusò l'aria, cibo? Spostò gli arti per la prima volta, facevano male, molto, poté appoggiarli? Solo per poco tempo. Si trascinò verso il piatto, o quello che le sembrava tale “Si mangia?” Forse. “Cos'è?” No, non chiedere. Si ingozzò come se fosse il suo primo, vero pasto da anni, si sentiva una bestia vecchia, grinzosa e avvizzita, incapace di cacciare, e destinata a morire. “No, mangio e sono viva...” Si accasciò per terra. C'era puzza, era viscido. Non importa. No. È troppo caldo. Svenne.

“Denise...” “Eh?” “Denise!” “Cosa?” No, non c'era nessuno con lei. Poi l'istinto di sopravvivenza si fece un po' da parte. “Va bene, non sono nuda, ho forse fame? No. Sete? Si, tanta sete” Si spostò per la cella ispezionando e cercando qualcosa da bere; trovò una branda in un angolo, tutto puzzava molto, i muri erano viscidi e bagnati, poi un buco a terra, no un secchio per i bisogni, di legno. Tastò le corde su collo, mani e piedi, “No, se tiro le stringo soltanto...” Non poteva scioglierle, sembravano inoltre fuse col materiale di quel pilastro. Si domandò dove, quando e perché fosse lì, ma le rispose solo il buio spesso della cella. “Nulla” Sedette sulla branda, alle orecchie le arrivarono parole, suoni, mugugni, lamenti indistinti, alla gola solo secchezza, agli occhi l'isolamento e al naso... Aspetta, cos'era? Un odore familiare. Le venne a mente il nonno. Perché il nonno? Un altro lampo la bloccò. “Lei deve stare bene, ecco, acqua” Al ritorno del buio bevve avidamente da quella bacinella ammaccata, fino a starne male. Si sistemò, schiena al muro e mente vuota. Sibili, squittii, grugniti, fruscii e scuotere di piume. “Cosa? Una voce? Oddio, è umana!” Tac, tac, tac, tac, schiocchi sul pavimento. “No! Lasciatemi!” Tutto si concluse con un chiasso scrosciante privo di anima e vita, erano solo pure emozioni che uscivano e si esprimevano. Una cella fu chiusa e serrata, ma nonostante quell'esilio le urla di quello spirito condannato permearono i muri, come se la pietra volesse far ricordare che quell'angoscia, quel terrore, erano reali ed avevano una forma. Un altro chiavistello, un'altra porta. Il nulla.

Fu così per giorni. Si sentivano solo gli echi degli spiriti rinchiusi in quei cunicoli, la paura aveva reciso a tutti la lingua. Anche a Denise. Provò a contare i giorni passati attraverso la frequenza dei pasti, come se fosse sicura che ne consegnassero due ogni ventiquattro ore. “Forse? Forse...” “Basta questo?” No. Cercava di combattere quel tarlo carnivoro, quella scolopendra velenosa che le sussurrava viscida di morire, tirando la corda al collo. “No, voglio vivere” “Poco tempo” “Cosa?” Urlava da sola strappandosi i capelli e graffiandosi il petto. “Forse, altro cibo, fame” No. “Ho freddo...” No. “Sete, altra acqua...” Altro giorno. “Viva, sto male... Forse.” Si accucciò nella branda. Lentamente i gorgoglii e i tumulti che la rassicurarono i primi giorni tornarono, per renderla felice. “Felice? Io? No. Forse...” Distingueva ora qualche specie di animale, qualche odore nuovo, mentre quello ignoto ma familiare persisteva e la accompagnava, senza però trovare spiegazione alcuna. “Nonno, perché nonno?” Sei giorni, o dodici, non lo sapeva ma aveva sempre più dubbi sulla frequenza delle razioni, il corpo era troppo debole e dolorante per essere nutrita a sufficienza. “Buio, freddo, umido, puzza, bagnata, forse fame... Forse io... Forse...” Poi il rumore di un chiavistello e quel posto fu un cimitero. Altro chiavistello, no, il suo, una, due, tre mandate, troppe. Luce. “È normale, va bene, no Denise, troppa” “Salve, vieni con noi...” Le corde furono mozzate, i vestiti strappati, qualcosa di scivoloso e duro la afferrò appiccicandosi alla sua pelle, collo, caviglie, e polsi, infilando anche qualcos'altro in luoghi dove nessuno l'aveva mai toccata. “Silenzio stupida vergine!” Urlò e con lei urlarono tutte le altre creature, come quella volta. “No! Dove?” Non voleva. Si sentì trascinare via, impotente, dalla sua squallida casa, incapace di dibattersi. Tac, tac, tac, tac. “No, schiocchi!”La portarono dove quell'odore familiare era più forte, qualcosa di dolce e orribile che le contorceva le viscere. Il suo inconscio sapeva ma non lei. Una porta si chiuse in lontananza, il caos era ormai al culmine, ormai i rimbombi di quell'inferno facevano vibrare ogni anima all'identico rintocco del terrore, degli schiocchi di quei passi. Un chiavistello. Il silenzio uccise la parola.

Scivolò via, si sentì scivolare via. Si vide grattare, graffiare su colei che ormai pareva ferro arrugginito, crucciata ritentava, ma il corpo cadendo liscio le sfuggiva tra le fini dita come l'acqua fra i ciottoli di un fiume. “No.” Le sue mani si sfaldarono. “No.” Le sue gambe si spezzarono. “No!” Si strappò l'addome, si distrusse il petto, il seno, si schiacciò la faccia, l'essenza, gli occhi. Ne rimase solo un guscio. Esalò l'ultimo respiro di coscienza, di vita come creatura senziente, e se ne andò lasciando un contenitore vuoto. Senza mente, senza spirito. “Il macellaio, nonno faceva il macellaio...”

“Buongiorno esperimento 146!”

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