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**Rumore di sintonizzazione**


Esattamente 34 giorni fa l'epidemia portò all'antivita, dell'antiDio. Stando alle notizie ufficiali, un folle progetto per colonizzare la luna, o un pianeta, diffuse niente meno che l'antivita. Si trattava di un virus, capace di infettare cellule e trasformarle in batteri. I batteri, più complessi, grazie alla ricombinazione riuscivano a colpire i tessuti adiposi ricchi di staminali mesenchimali, creando strutture tumorali. Dal tumore però, nascevano dei parassiti. Qualcuno pare si sia divertito a rimescolare il DNA come un pittore si diverte a mescolare i colori nella tavolozza. Un fottuto Picasso della genetica. E ora gente, abbiamo piantine nei vasi da fiore alle finestre, e enormi tentacoli-vermi che sbucano da ogni tombino, dobbiamo sparare tra gli occhi ai nostri familiari e a tutti i nostri fratelli per evitare che ci depongano quella merda nel colon, per sopravvivere noi. Ma sopravvivere a cosa? Se ci fosse un Dio la fuori, non dovremmo essere ora al suo cospetto a ricevere le nostre pacche o essere sculacciati per goderci poi una meritata vacanza a Paradise City? Dio, io ti riconosco! TI RICONOSCO, DIO!!

Fratelli, e i presidenti, i politici, quei fottutiss-

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Buttai giù la radio e mi chinai sul lavandino ancora di più per evitare che i riflussi di ciò che stavo rigurgitando nel lavello finissero a terra. Non avrei mai permesso che mamma dovesse poi pulire. So già che si sarebbe preoccupata e mi avrebbe mandato a letto, non facendomi andare a scuola. E che il mattino avrebbe aperto la porta per controllare come stessi, passarmi una mano sulla fronte, e infine tra i capelli.

No, dovevo stare attento. Scivolai con le poche forze che mi rimanevano fin sotto il lavello, inzuppando le maniche nel vomito. Frugai in cerca del disinfettante, e mi rovesciai il contenuto direttamente sulle ferite, non curante del dolore. Non avevo altro da rigurgitare nemmeno volendo.

Mi rialzai appoggiandomi con la destra a terra, quasi scivolando sulla pozza della soluzione da me creata. Disinfettante, sangue, e pus. Ah, mi sbagliavo. Disinfettante, sangue, pus e vomito.

Finito di dare il meglio di me, mi tirai su. C'era poco tempo. Il sole cominciava a sanguinare all'orizzonte, e questo li avrebbe scossi. Caricai abilmente il fucile con la sola destra e uscii fuori. Sapevo già dove andare, qui a Blackfall Riverside si conoscono tutti. Chissà se il piccolo Jimmy si ricorda di me.

A giudicare da come tentò di mordere la mia caviglia, avrei detto di no. Mi inzuppò di bava i jeans. Un calcio in faccia bastò a stenderlo, e a frantumargli quei pochi denti da latte che si ritrovava. Pulsava ancora di vita non sua, il parassita era ancora dentro e non era fuoriuscito per fuggire. Perfetto. Misi la piccola incubatrice sulla spalla e uscii sulla strada, evitando quanto possibile i tombini per evitare di perdere la mia preda, e attraversando i prati maniacalmente ordinati dei vicini. Arrivato a casa, sentii dei rumori di sotto provenire dal seminterrato. La mamma si era svegliata. Posai il fucile per prendere la cassetta con le medicine e mi precipitai di sotto, felice. Spinsi la pesante porta in metallo verso l'interno. Un rumore di catene. Strisciando velocemente sulle braccia, mamma abbracciò la mia gamba e strofinò freneticamente il suo viso imbavagliato e coperto di cinture mugugnando. Posai il corpo di Jimmy e cautamente slacciai le cinture. Mamma era troppo presa a constatare quanto fosse buono il figlio dei vicini per pensare a me. Andai al banco di lavoro in fondo alla stanza, aprì la cassetta e in fretta mi infilai l'ago di una siringa contenente antidolorifico nella spalla sinistra. Feci avviare la sega circolare da banco di papà, e mi segai ciò che rimaneva del mio braccio sinistro fino alla spalla. Gli occhi quasi mi uscirono fuori dal dolore. Ma anche oggi era andata. Tornai dalla mamma, e delicatamente le appoggiai il pezzettino di me vicino. Il buon Jimmy avrebbe fatto in modo che mamma mi mangiasse senza preoccuparsi che è un pezzo di me morto. Si è sempre preoccupata tanto per me, mamma...

Le accarezzai i capelli. Mi rimasero in mano, e a lei oramai quasi non ne rimanevano. Mi ha sempre dato tanto. Mi ha dato tutto.

“Non preoccuparti, mamma. Da te sono venuto e in te tornerò. Presto.”