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Sarebbero passati almeno altri sei mesi prima del suo ritorno a casa, e i suoi genitori non avevano risparmiato le lacrime, mentre la abbracciavano sulla banchina del binario.

Il viaggio in treno era stato lungo e lento, e dei fratellini litigiosi le avevano tolto il sonno e la pazienza. Tuttavia, durante il tragitto Dana era riuscita ad isolarsi, concentrandosi sulle vaste distese verdi che si stendevano all’orizzonte.

Improvvisamente, uno dei bambini spalancò di colpo il finestrino, e un’improvvisa folata d’aria fresca invase lo scompartimento, interrompendo il torpore degli altri passeggeri, compresa la madre del pargolo che, ridestatasi di colpo dal suo sonno leggero, assestò con poca convinzione uno scappellotto sulla nuca del piccolo colpevole.

La fresca brezza estiva riscosse Dana dai suoi pensieri malinconici, la luce crepuscolare stava lentamente lasciando il posto ad una maestosa distesa di stelle: era quasi arrivata a destinazione. 

Una volta scesa alla stazione di arrivo, un paesino sperduto in mezzo alla campagna, Dana si accorse che l’unica fonte di luce proveniva da un rugginoso lampione che rischiarava debolmente le prossimità della fermata dell’autobus. Sospirando, si sedette sull’unica panchina scrostata, e tirò fuori dalla tasca della felpa il pacchetto di Marlboro che aveva segretamente sottratto a suo padre la sera prima.

Un’ora e cinque sigarette più tardi, Dana si era rassegnata a passare la notte all’addiaccio, quando dalla curva in fondo alla strada apparvero due fasci di luce paralleli che si avvicinarono rapidamente alla fermata.

La macchina, un vecchio pick-up azzurrino, si arrestò di colpo proprio di fronte alla panchina e ne emerse una giovane donna in jeans e camicia che, sorridendo, si avvicinò a Dana.

“Ehi ciao! Non si vedono molti turisti da queste parti… soprattutto dopo il tramonto! Hai bisogno di un passaggio? Non è molto sicuro restare qui in piena notte… Ah, scusami, io sono Cora!”

Titubante, Dana abbozzò un sorriso, e subì l’energica stretta di mano della ragazza. 

“In realtà stavo aspettando l’autobus... sto andando da un’amica che abita a pochi chilometri da qui… ma finora non ne è ancora passato nessuno”

Il sorriso di Cora le si allargò ulteriormente sul viso.

“Un’amica, dici? Come si chiama? Magari la conosco! Sai com’è… in questi paesini si vedono sempre le stesse facce…”

“Si chiama Lavinia, si è trasferita qui da poco”

Il sorriso di Cora si incrinò, ma solo per una frazione di secondo

“Lavinia… Ma certo! Abita a mezzoretta da qui, sono stata spesso a casa sua! Ti ci accompagno volentieri!”

Dana sorrise confusa, incerta se accettare o meno.

Tentata dall’offerta di Cora, ma ancora titubante, Dana incrociò lo sguardo cordiale della ragazza. Prima di poter accettare l’invito, doveva essere sicura che Cora non si stesse sbagliando, o che non le stesse mentendo deliberatamente. Sorrise a sua volta:

“Ha ancora quel magnifico pastore tedesco?”

Cora la guardò più attentamente, aveva capito la sua mossa. Tuttavia, non si scompose.

“Remo! Certo! È un po’ ingrassato e sta diventando sordo… ma a parte questo è ancora vivacissimo”

Rassicurata, Dana aprì lo sportello, e salì in macchina. 

Cora guidava silenziosamente, e più di una volta Dana dovette scuotere la testa per non appisolarsi.

“Riposati pure, non preoccuparti! Hai viaggiato a lungo, è normale che tu sia stanca.”

Dana le rivolse un sorriso pieno di gratitudine e, finalmente, si addormentò.


Fu una brusca fermata a ridestarla, la cintura di sicurezza per un attimo le impedì di respirare.

“Che succede?” 

Cora guardava un punto fisso davanti a sé, il respiro accelerato.

Dana spostò lo sguardo nella stessa direzione, una figura correva scompostamente nella loro direzione. 

“Non muoverti” sibilò Cora, spegnendo i fari dell’automobile.

“Ma cos...” 

“SHHH. Fai silenzio.”

La figura si arrestò a pochi metri da loro, tuttavia Dana non seppe distinguere se si trattava di un uomo o di una donna, e aspettò che fosse più vicina per poter osservarla con più attenzione.

Lentamente, l’ombra si avvicinò, fermandosi esattamente davanti al muso del pick-up.

In quel momento, Cora accese di colpo gli abbaglianti, illuminando intensamente la figura davanti alla macchina.

Con sgomento, Dana notò che di fronte a loro, in mezzo alla strada, c’era proprio Lavinia.

Era sudicia e ricoperta di ferite, i lunghi capelli scuri erano unti e spettinati, e incorniciavano un viso pallido ed emaciato. Aveva il respiro affannato, e un’espressione animalesca, feroce. 

Dana notò che del sangue fresco le colava sul mento.

Lavinia puntò le pupille vitree e dilatate verso di lei, ed emise un rantolo gutturale.

Fu un attimo.

Con uno stridere di gomme, Cora accelerò e la investì in pieno, passando con le ruote sopra al corpo martoriato della ragazza.

Dana urlò terrorizzata, coprendosi gli occhi con le mani. 

“Non urlare! Attirerai anche gli altri!”

Il pick-up sgommò sull’asfalto.

Cora guardò Dana, che si era raggomitolata sul suo sedile, le lacrime che le rigavano il volto.

“Ti avevo detto che questo non era un posto sicuro per passare la notte.”

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