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  • C’è qualcosa di sinistro nella cura con cui mia sorella Elizabeth ha provveduto a distruggere nel fuoco ogni minimo indizio che potesse rimandare alla nostra infanzia in quella casa.
    Da quel suo gesto ho iniziato a sentirmi oppresso da un pensiero ridondante — e fra le numerose incomprensibili anomalie che la psicologia ha tentato di spiegare nell'ultimo decennio, non ve ne è certo una più singolare di quella per la quale più la nostra mente si sforza a richiamare una cosa da lungo tempo dimenticata, più ci sentiamo lontani dal riuscire a recuperare quel ricordo.
    Sento ancora l’eco di quelle notti, che ora tornano in me, con un retaggio di quella paura che non ho mai affrontato. A volte mi sentivo persino colpevole, senza sapere di quale efferato crimine la mia coscienza si è macchiata.
    Forse, non sono in grado di spiegare esattamente quello che sto affrontando e che la mia mente è costretta a subire.
    C’è un costante rumore di fondo di pensieri e sentimenti sgradevoli, di follie e di terror panico che continuano a turbinare dentro la mia testa, al punto da essere divenuti causa di numerose e forti emicranie.
    Ho provato ad affrontare il mio problema affidandomi alla medicina convenzionale come avrebbe fatto chiunque, ma mi sono vergognato a dover ammettere con me stesso che l’alcool si è rivelato in più occasioni una panacea rispetto al quantitativo di antidolorifici che assumevo.
    Quando ho iniziato a sentire di non poter più andare avanti in quella maniera e che stavo rischiando di compromettere una brillante carriera come insegnante alla cattedra di lettere e filosofia ad Harvard, mi sono spinto disperatamente fino alla vecchia tenuta di famiglia in un velato pomeriggio di Novembre.
    Avevo il sospetto che da bambino avessi subito un forte trauma in quella casa, e che mia sorella si sentisse in qualche modo colpevole riguardo alla mesta vicenda cui poteva aver assistito.
    Mi trovavo dinanzi ad un edificio a due piani, che si ergeva su un ampio terreno nelle rigogliose campagne del Maryland, chiuso da un alto e solido muro di mattoni ricoperto, in alcuni tratti, da un fitto strato di rampicanti.
    Un refolo di vento si è sollevato dai campi e ha iniziato a soffiare piegando le grigie e spoglie chiome dei pioppi che crescevano al limitare di quel muro.
    Da moltissimo tempo la maggior parte delle camere non veniva calpestata da piedi umani. Un velo di polvere si è posato sull’antica mobilia che si andava via via accentuando insieme ad un odore umido e pungente di aria stagna provocato da una fioritura di muffa sui muri.
    Ero ben consapevole di essere sempre stato un bambino solitario e dotato di una febbrile immaginazione. Per anni ho cercato di convincermi che molto di quel che ho provato allora, se non tutto, poteva dipendere dallo sconcertante effetto di quella casa e di certe storie che la nostra matrigna era solita raccontarci la sera.
    Ricordavo con orrore la vecchia camera dove noi bambini passavamo le nostre notti, a nasconderci sotto le coperte, come per difenderci da una minaccia invisibile che ci spiava nell’ombra – ma io pensavo trattarsi di una sorta di gioco macabro con poche regole, tra me e mia sorella, in cui nessuno dei due doveva aprire gli occhi fino al mattino seguente.
    I letti erano esattamente disposti come un tempo, contro la parete, e tra la vecchia libreria e un baule che conteneva i nostri giocattoli. Il vecchio armadio in legno d’ebano era rimasto nell’angolo della stanza poco distante dall’ampia finestra celata da pesanti drappeggi riccamente adornati.
    Ho scostato le tende per far entrare più luce, e in quel momento mi sono accorto del rapido declinare del giorno che stava già lasciando spazio alle sfumature del crepuscolo; ma fortunatamente mi restavano ancora un paio di ore prima che l’ultima diligenza lasciasse il paese per la stazione.
    Abbassando lo sguardo mi sono accorto della presenza di alcuni graffi sugli infissi della finestra che erano stati coperti con una mano di vernice. Avevo appena iniziato a fantasticare sulla possibile causa, quando mi sono accorto di un altro dettaglio interessante: i segni continuavano anche sul pavimento.
    Così, deciso a investigare più a fondo su quei misteriosi segni sono arrivato ad addentrarmi fino alla stanza in cui dormivano i miei genitori e mi sono fermato davanti ad una vecchia culla.
    In balia di chissà quale visione onirica il mio sguardo è rimasto fisso nel vuoto, mentre la mia mente si inabissava in lontane reminiscenze e la mia coscienza sprofondava lentamente in uno stato di catatonia.
    Quella sera, di tanti anni fa, avevo deciso di portarmi dietro una torcia che nascosi sotto al cuscino. Mia sorella stava tenendo d’occhio la situazione in corridoio, mentre la sua mano sinistra era chiusa in un pugno in cui stava nascondendo qualcosa.
    «La matrigna sta arrivando». Sussurrò rivolgendosi a me con una certa tensione nella voce. Andandosi a infilare sotto le coperte mi fece cenno di fare silenzio.
    Pochi attimi dopo lei entrò, come di consuetudine, a rimboccarci le coperte e ad augurarci la buona notte. Era una donna molto più giovane di nostro padre, ma era così amorevole con noi che ci trattava come fossimo suoi figli.
    Quando spense le luci e chiuse la porta, io accesi la torcia e mi accostai al letto di Elizabeth.
    «Li hai portati?». Domandai con un leggero tremore nella voce.
    «Sì». Aprì la mano sinistra per mostrare quello che aveva tenuto nascosto fino a quel momento. Due piccoli globi biancastri rotolarono nelle mie mani.
    «Ah che schifo!». Mi lamentai.
    «Non farli cadere, e vai a metterli sul vassoio!». Ordinò perentoria, indicando il tavolino da tè che usava per giocare con le sue bambole.
    «Di chi sono questi occhi?».
    «Non fare domande cretine e mettili lì».
    «Pensi che funzionerà?».
    «Sì, vedrai che ci lascerà stare… ma soprattutto lascerà stare il piccolo Matthew».
    «Potremmo provare a incollargli le palpebre durante la notte, così non potrà aprirli».
    «Non essere scemo, lo sai che non si può».
    «Beth… posso sapere perché stai piangendo?».
    La vidi asciugarsi gli occhi con la manica del suo pigiama tutto merlettato, mentre i lunghi capelli biondi calavano sul suo viso rosso e rotondo.
    «Quegli occhi sono di Palla di Neve...». Spiegò.
    Per qualche attimo rimasi sbalordito, non sapendo cosa rispondere. Poi, realizzai il terribile gesto che aveva dovuto compiere per salvare il nostro fratellastro.
    «Hai ucciso il tuo coniglio!? Beth… ».
    «Zitto Daewon! O si prende il coniglio, o si prende Matthew».
    Mi tolse il coraggio di rispondere, e così feci semplicemente ciò che mi aveva chiesto. Posai con cura sul piattino i due bulbi oculari, per poi correre a nascondermi sotto le coperte nel mio letto.
    Non dovemmo attendere molto prima di udire il sinistro e ormai purtroppo familiare cigolio della finestra, e il rumore di quei passi leggeri che camminavano rapidamente per la stanza. Sentivamo tutti e due il suo respiro caldo e fetido. Si avvicinò prima al letto di Elizabeth, e poi venne anche da me.
    Lo potevo sentire respirarmi addosso, ma non avrei aperto gli occhi per guardarlo.
    Allora, la creatura che ci faceva visita ogni notte, da ormai un mese, si allontanò e la sentii avvicinarsi al centro della nostra camera.
    Forse, aveva appena visto gli occhi di Palla di Neve posati su quel piattino di finto argento. Speravo che accettasse la nostra umile offerta, per poi non farsi più rivedere – ma come potevamo sapere che si sarebbe accorto che quegli erano gli occhi di un coniglio?
    Ci fu un’improvvisa colluttazione.
    Il tavolino venne rovesciato a terra e la creatura ringhiò rabbiosamente. La sentimmo arrampicarsi per i muri della stanza, mentre faceva ticchettare orribilmente contro le pareti di legno i suoi lunghissimi artigli che noi potevamo solo immaginare nelle nostre fantasie.
    Ci fu qualche attimo di silenzio, poi sentii Elizabeth piagnucolare sotto al suo cuscino pregando perché ci lasciasse in pace.
    «Ti ho dato gli occhi che volevi… perché non li hai voluti?».
    Era straziante sentire quella creatura spostarsi sopra di noi, a volte lo faceva apposta a sfiorarci. Non ci avrebbe mai lasciato in pace.
    Qualche attimo dopo abbiamo sentito Matthew piangere nella camera accanto.
    La creatura si fermò a prestare ascolto e in quel momento, immaginai di veder sorridere nelle tenebre una fila di denti affilati come rasoi.
    Matthew aveva iniziato da pochi giorni ad aprire gli occhi e sentivo che la creatura se ne era accorta. Elizabeth continuava a singhiozzare sotto le coperte.
    Ero il fratello più grande e mi sentivo in dovere di fare qualcosa, ma la paura mi bloccava e onestamente, avrei avuto più dispiacere a perdere una sorella del mio stesso sangue che un fratellastro che non avevo ancora conosciuto. E non volevo certamente sacrificarmi per loro due. Credo che Beth fosse della stessa idea in quel momento, perché la sentii smettere di piangere, come se volesse colpevolmente far sentire meglio alla creatura il pianto di Matthew.
    La creatura accettò la nostra silenziosa offerta, e poco dopo udimmo i suoi inconfondibili passi lasciare la nostra stanza per dirigersi verso la camera in cui piangeva il nostro fratellastro.
    Sentimmo il piccolo Matthew strillare come non aveva mai fatto prima e l’orribile e agghiacciante rumore della carne che veniva strappata dal corpo. I nostri genitori non udirono nulla e se ne resero conto solamente al mattino quando si svegliarono.
    Quando mi sono ridestato da quell’incubo a occhi aperti, la luce intermittente di una mezzaluna gettava i suoi pallidi raggi sopra alla vecchia culla di Matthew.
    Adesso ricordavo tristemente che cosa mia sorella ha cercato di dimenticare per anni. Eravamo complici di aver causato la morte di un innocente.
    Quella orribile esperienza aveva lasciato traccia di un terrore incancellabile nei nostri animi, al punto da farci desiderare di non ricordare mai più di quella notte.
    L’orrore con cui abbiamo a che fare da bambini viene tramandato ancora oggi in una leggenda che si perde tra mito e realtà.
    Der Sandmann, o l'uomo della sabbia, ha un aspetto vagamente simile ad un uomo-uccello. Le sue mani hanno lo stesso numero di dita di un essere umano, ma le sue appendici sono più lunghe e nodose. Ogni estremità termina in un artiglio affilato, e i suoi arti sono esili e magri.
    I lineamenti del suo viso hanno la parvenza di qualcosa di umano, di simile a noi; ma i suoi tratti sono spigolosi e pronunciati, in modo particolare il naso, molto simile al becco di un uccello, e la sua bocca larga è evidenziata da un fila di denti acuminati. Si dice che il suo corpo sia costantemente segnato da una fame insaziabile. Le sue vittime predilette sono i bambini, che depriva dell’organo della vista per darlo in pasto ai suoi pargoli che vivono al sicuro in un nido sulla Luna.
    In altre leggende, l’uomo della sabbia, ha un aspetto più umano. Porta con sé una bisaccia dentro cui tiene una sorta di polvere magica che sparge sugli occhi delle persone per addormentarle, donando loro piacevoli sogni.
    Non so dire con precisione fin dove la leggenda tramandata sia vera e dove inizi la parte che il popolo ha deciso di aggiungere per dare nuove infiorettature, ma se io e mia sorella siamo vivi è solo perché abbiamo tenuto fede a questa storia che la nostra matrigna soleva raccontarci prima di andare a dormire.
    Ci sentiremo per sempre colpevoli per Matthew, ma se neanche Dio l’ha protetto, questo significa che al mondo esistono soltanto mostri, e che noi esseri umani siamo completamente indifesi contro di loro.


    Note dell'autrice --------------------->>

    Questa storia è stata scritta e pubblicata per un contest sulla Tela Nera. Dichiaro di essere lo stesso utente che l'ha pubblicata lì (anche se non penso serva palesarlo per via del nickname). Il proposito del contest era di raccontare le origini di un personaggio usando lo stile di un precursore dell'Horror (non a caso ho scelto Lovecraft). Volevo sapere sotto quale categoria posso pubblicare questa storia, ma soprattutto se si può considerare una Creepypasta. Grazie in anticipo. ^^

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    • Direi che va bene come Horror Story, e siccome di recente le HS sono state integrate alle Creepypasta può anche essere considerata tale, quindi ci vanno entrambe le categoria + quella relativa alla lunghezza.

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    • Un utente di FANDOM
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