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Non vi dirò da quale città vi sto scrivendo, quindi non provate nemmeno a chiederlo. Non desidero attirare ulteriore clamore per quello che ho fatto... anche se ancora non capisco cosa ci sia di male nel voler tenere con sé qualcosa che ci fa stare bene, in pace, in grado di ispirarci.

Era novembre, il primo giorno di lezione di scultura all'Accademia di Belle Arti. Il professore era una leggenda all'interno dell'ambiente universitario: aveva ottenuto la cattedra a trentatré anni e contava già un certo numero di mostre collettive, ma anche personali, nel suo curriculum. Si diceva che avesse l'inquietante abitudine di dare vita alle sue creazioni usando frattaglie di macelleria, per poi attribuire alle sculture nomi evocativi quali "Iside", "Zeus", "Kalì" e così via. Rimasi perciò un po' delusa quando lo vidi entrare dal fondo dell'aula, magro, dinoccolato, pallido e vagamente spaurito. Il classico Signor Nessuno. Ci salutò cordialmente: "Buongiorno, ragazzi". La sua voce era calma e gentile, ma soprattutto il timbro e la cadenza, per qualche motivo, mi ricordavano quelle di mio padre. La lezione finì dopo due ore; io non sapevo come definirmi, se non, letteralmente,... Stregata! Il modo in cui concatenava le parole, le variazioni del ritmo, dell'intonazione, mantenendo sempre quel tono pacato e suadente... A quanto pareva, però, pochissimi erano rimasti affascinati dal misterioso professore di scultura, perché alla lezione successiva si presentarono meno della metà degli studenti rispetto alla precedente. Ero molto arrabbiata e amareggiata per l'umiliazione che aveva dovuto subire il mio beniamino, ma a lui sembrava non importare granché, dopotutto. Si capiva che era un uomo timido, come tutte le personalità geniali, lui non faceva eccezione. Quel giorno avevamo Laboratorio. Ci avrebbe insegnato a costruire qualcosa, insomma. Lo guardavo aggirarsi tra i tavoli mentre spiegava qualche dettaglio anatomico. Padroneggiava perfettamente le proprie conoscenze, e quando le esponeva, il suo volto si illuminava, facendogli brillare gli occhi. Celestiale. Partecipavo a tutte le lezioni, anche quelle seminariali. Una mattina, addirittura, mi recai in università in bicicletta perché la notte prima aveva nevicato e non volevo rischiare di fare tardi prendendo il bus.

Un giorno ricevetti una sua mail. Ero talmente emozionata che il mio cuore mancò un colpo. Ma come aveva fatto a risalire alla mia mail istituzionale? Non sapeva il mio nome.

Gentile signorina X X Le scrivo perché i suoi lavori fatti con materiali di scarto mi hanno sinceramente colpito. Vorrei chiederle di venire a ricevimento da me, al terzo piano, domani pomeriggio, per discutere il suo lavoro. Cordiali saluti X X

Voi non potete capire quanto mi sentissi felice e spaventata in quel momento. Se avessi fatto brutta figura? Se si fosse accorto del profondo ascendente che aveva su di me?

Andai la mattina dopo nel suo studio. Mi spiegò che sapeva come mi chiamavo perché aveva visto un articolo di giornale che parlava di me, corredato con foto.

"A questo proposito, vorrei proporle di partecipare a una collettiva che sto organizzando per i miei studenti migliori. Visto che ha già vinto un concorso quando studiava all'Istituto d'Arte, suppongo non avrà problemi a rispettare la scadenza del mese prossimo."

Avrei fatto qualsiasi cosa per farmi bella con lui. Gli dissi che avei preparato una scultura memorabile, un'idea originale ed efficace. Lui mi sorrise: era colpito. Mi rispose che non vedeva l'ora di esaminare la mia scultura, e di portargliela prima dell'installazione, dopo un mese.

Le lezioni erano finite. Lui a dicembre ovviamente non aveva convegni. Stavo male. Le mie amiche più care mi consigliarono di procurarmi le registrazioni delle sue lezioni per rasserenarmi almeno un po'. Comprai anche tutti i suoi libri, ma dopo due settimane già non funzionò più. Si avvicinava la data fatidica della scadenza. Pensai che il modo migliore per evitare di dovergli stare lontana ancora fosse quello di confessargli i miei sentimenti e fargli un regalo prezioso, qualcosa di personale che gli potesse risultare gradito. Intanto lavoravo alacremente alla mia opera: avevo modellato della plastica su un manichino e utilizzando passamanerie avevo ricreato gli organi interni di un corpo umano, da inserire sotto la plastica. In corrispondenza della gola avevo applicato fiori di stoffa che fuoriuscivano dalla copertura, come se stessero sbocciando.

Il giorno della consegna scrissi una mail al professore per avvertirlo che sarei andata nel suo ufficio. Quando gli mostrai la scultura, si illuminò di un caldo sorriso: "Signorina, complimenti! Una magnifica celebrazione della bellezza del corpo umano e, soprattutto, della facoltà della parola!". Gli accennai timidamente che avevo un regalo per lui. Fissò un po' inebetito la scatoletta che gli porgevo. Gli dissi che speravo l'avrebbe usata in una delle sue opere.

Quando svolse la carta all'interno della custodia, divenne grigio e mi intimò di andarmene immediatamente, la sua bella voce rotta in un rantolo. Portai via la scultura in lacrime, dirigendomi verso l'aula dell'installazione.

L'avevo perso per sempre. Mi ero tagliata il mignolo sinistro per dimostrargli amore incondizionato e, magari, diventare parte della sua opera, ma evidentemente non aveva capito cosa lui rappresentasse per me.

Ora vi sto scrivendo da casa mia. Ieri la mia scultura, "Dio", ha fatto furore. Quando gli ospiti hanno notato l'aggiunta delle corde vocali nella gola del manichino, si sono tutti congratulati con me per il tributo sentito fatto al mio maestro.

Ma ormai è solo questione di tempo prima che si accorgano della sua sparizione e lo ritrovino, e allora verranno a prend--

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