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Le ombre della notte sussurrarono fugacemente un empio nome

S'aghatoth ripeterono i demoni dei venti sotto l'occhio lunare.

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"Per la città si era diffusa un’angoscia senza nome, le giornate si erano fatte più buie e vi era una forte inquietudine nell'aria, palpabile, pesante. Molti asserivano fosse dovuta alla terribile crisi del '29 ma nessuno ne era davvero convinto. La sera veniva continuamente scossa da terribili incubi, orrendi sogni mai apertamente raccontati ma solamente sussurrati da orecchio ad orecchio, e furono in tanti a cercare un conforto nelle attività notturne. In quanto a me, ricordo che in quei giorni oscuri ero tormentata da un sogno nebuloso, indefinito, che mi mostrava interminabili spazi di vuoto cosmico per i quali echeggiava una cantilena più profonda dei neri abissi."

- Hannah Barnes, americana, 1932.


Il Sole era già tramontato e la Luna scrutava un cielo non ancora avvolto dal velo notturno quando lo incontrai, all'uscita del teatro. Ed egli mi stregò, quella sera di primavera. Quale fosse la sua identità lo ignoravo, ma ora non posso fare a meno di immaginarlo.

Era giovane, capelli folti con sfumature cerulee, due occhi di un blu pavone innaturale, seducenti e freddi; una bocca sottile, più larga del normale, dava un’impronta serpentesca al suo viso, già espressa dai lineamenti delicati e singolarmente oblunghi. Si sarebbe potuto confondere con una donna molto facilmente, non solo a causa dei suoi tratti androgini, ma pure per il suo modo di muoversi, sensuale, elegante.

Ebbi la certezza che sarebbe stato capace di sedurre chiunque, uomini o donne, a prescindere dall'altrui orientamento sessuale. Ed egli mi stregò, sotto gli astri della sera.

Mi prese per mano e mi guidò attraverso giardini gentili e viali solitari fino alla mia camera da letto; e sebbene fosse stato lui a condurmi, non opposi alcuna resistenza, poiché era ciò che più desideravo.


Dalla finestra entrava il pallido chiarore lunare e una leggera brezza alleviava la fiamma erotica che mi consumava. Mi sdraiai sul letto, fremente per l’attesa. Lui si spogliava lentamente.

Qualcosa di indefinito si muoveva sotto i suoi vestiti.

Si avvicinò a me, strisciando sotto le fresche lenzuola. Finalmente mi raggiunse, i miei sensi s’offuscarono e caddi presto in uno stato di ebrezza terribilmente piacevole. Egli si insinuò in me.

Dentro di me sentivo la sua voce sussurrare, era calda e sibilante, ripeteva un nome sconosciuto.


Non ricordo cosa accadde durante la consumazione, né il numero di volte che raggiunsi l’apice del piacere.

Avrei desiderato restare su quel letto per giorni, alla luce della bianca Luna primaverile.


Fu un urlo stridulo a svegliarmi, dopo tre notti e due giorni di ininterrotto piacere.

Quando ripresi coscienza ogni cosa si trasformò in un incubo: subito avvertii il dolore delle necessità trascurate; la voluttà aveva steso un velo rosa sulla mia mente, inibito i miei sensi. La gola mi bruciava terribilmente, la testa mi doleva per la mancanza di riposo e non sentivo più le gambe, delle quali avevo perso sensibilità.

Alle sensazioni immediate seguì la percezione dell'ambiente esterno: ciò che subito notai fu la presenza di fluidi scuri su tutto il mio corpo: erano vischiosi, tiepidi ed emanavano un forte odore di sangue. Tuttavia non ero ferita e non capivo da dove fossero giunti.

Mentre tentavo di mettermi seduta e di liberare il mio corpo da quanto più di quella sostanza potevo, mi accorsi che il giovane era scomparso. Fu lì che avvertii che vi era qualcosa di anomalo nel mio addome; esso era curiosamente gonfio e pesava più del normale. Appena feci pressione con una mano su di esso udii nuovamente quel verso agghiacciante che mi aveva ridestato dal sonno, simile allo strido di una lucertola.

Poi, improvvisamente, avvertii una tremenda sensazione al ventre e notai, con orrore, che qualcosa si stava muovendo all'interno del mio sesso.


Tra le mie gambe fece capolino qualcosa di viscido e cinereo, cosparso di neri umori. Era assimilabile ad un serpente, ma sul capo presentava diversi filamenti cerulei ed era attraversato da un sistema circolatorio ben visibile; esso si dilatava e restringeva esageratamente ad ogni pulsazione, potevo avvertire la sua pressione sulla mia pelle.

Stordita, in preda a spasmi addominali e iperventilazione, rimasi paralizzata sul letto fino a che la bestia non fuoriuscì del tutto. Ho sempre cercato di cancellare ogni singolo momento di quella terribile esperienza, ma vi è una cosa impossibile da dimenticare, ed essa mi è rimasta impressa con orrenda chiarezza nella mente: poco prima di lasciare la stanza, passando per la finestra, il serpente mosse il capo nella mia direzione; quello che vidi mi fece perdere i sensi.

Sul pallido corpo squamoso dell’ofide, trovava posto la testa, terribilmente allungata e rimpicciolita, così deformata in modo raccapricciante, dell’uomo - mai fui sicura del suo sesso - che aveva giaciuto con me. Un sorriso rivoltante si insinuò sul suo volto. Fui investita da una forte sensazione di nausea e caddi dal letto sul pavimento di legno. Egli sparì nella notte mentre i miei sensi venivano meno un'altra volta.


Fui condotta in ospedale e circa due settimane dopo l’avvenimento, durante le ore notturne, incominciai ad udire un lieve sibilìo dentro me. Più volte controllai lo stato del mio addome e rinunciai a diverse ore di sonno pur di essere sicura che nulla vi fosse al suo interno. Pensai allora che la voce fosse solamente frutto della mia immaginazione, uno scherzo della mente ancora troppo suggestionata da ciò che era avvenuto. Dovetti però fare i conti con il manifestarsi della maledizione che mi aveva colpito: i medici, avendo notato un irregolarità nel ciclo mestruale, mi fecero un test di gravidanza. Quando mi fu comunicato che il risultato era positivo desiderai la morte, spesso da me invocata, sempre sognata ma, alla fine, mai raggiunta per mancanza di coraggio.

Non oso ripetere ciò che la nera voce mi raccontò durante quelle fredde notti di primavera. Essa mi privò del sonno; sapevo che a parlare era quella disumana presenza che sviluppavo nel grembo e, per ogni secondo che passava, il mio odio cresceva sempre di più verso il mio stesso corpo, contaminato da una vita empia, demoniaca, mai desiderata. Il parassita mi mostrò in sogno le blasfeme dimensioni dello spazio: tra nebulose violacee e aurore di zaffiro opaco vidi una nera corte di anime vorticare malate nel mezzo di un cosmo putrescente; al suo centro un bianco ofide coronato da una moltitudine di occhi folli pulsava esageratamente al suono di una cantilena più profonda dei neri abissi.

Abortii appena possibile e ringraziai cielo per essermi liberata dalla turpe presenza.

Fu un periodo felice; anche se rimasi a casa per riprendermi, ricordo sprazzi di piacevole rilassatezza e benessere fisico oltre che mentale, nonostante la mia memoria fosse ancora debole in quel momento e lo sia tutt'ora.

Ma la gioia durò poco. Un mese più tardi, dopo una notte agitata, ricominciai a sentire la voce; ero nuovamente incinta mi dissero i medici. Come era avvenuto? Com'era possibile che non me ne fossi resa conto? Cercai di ricordare cosa avessi fatto i giorni prima; scandagliai la mente ripetutamente, furiosamente fino a cadere esausta sul lettino medico. Scossa, nauseata, incapace di capire come fosse stato possibile tornare in gestazione chiesi nuovamente l'interruzione della gravidanza.


Quella volta però pensai di prevenire il male e così, qualche giorno dopo, subii un'isterectomia. Una risata incontenibile scaturì dalla mia bocca, mentre maledicevo il demone che mi aveva lasciato marchiata col suo seme corrotto, poiché ero sicura che in quel modo non avrei mai più potuto concepire nel grembo oscure esistenze, né udire nuovamente sussurri notturni.

Alcuni giorni dopo, al risveglio, sul comodino trovai un biglietto di teatro che risaliva ad un mese e tre settimane prima; si trattava dello spettacolo a cui avevo assistito il giorno in cui incontrai quell'"uomo", l'abominio, il demone, con cui avevo giaciuto.

Presto mi accorsi che i biglietti erano tre e non uno solo come avevo pensato.

Sul secondo era riportata una data che risaliva al mese precedente e, stando a quanto scritto, si trattava di una replica del primo spettacolo. Non riuscivo a capire perché avessi quel biglietto, non ricordavo di essere andata a teatro in quel periodo, anzi, a dir la verità, non avrei proprio desiderato andarci, stavo così bene a casa mia, tra le dolci coperte del mio letto...

Mentre strani pensieri e ricordi latenti incominciavano a farsi strada nella mia mente, il mio sguardo indagò il terzo biglietto. Quello che vidi mi fece mancare il fiato; i miei sensi si offuscarono sotto il martellante eco del battito cardiaco.

Sul foglietto di carta stampata, sotto all'indicazione "replica", vi era la data del giorno prima.

La nera voce sogghignò dentro di me...

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