FANDOM


La nostra gita cominciò nel tardo febbraio, quando i miei tre amici, John, Steve, Max ed io guidammo col mio furgone nelle profondità delle foreste selvagge di Boxwood Gulch per seguire la North Fork del South Platte River. Steve ha una casetta in una zona isolata, così lasciammo lì il furgone e cominciammo la nostra escursione di cinquantasette miglia nel bosco seguendo il fiume.

Avevamo impacchettato tutti i nostri kit da campeggio e da pesca e cibo sufficiente per un viaggio di tre giorni, andata e ritorno. Mentre ci stavamo incamminando, di prima mattina, iniziarono a cadere dei leggeri fiocchi di neve. Il terreno era boscoso e irregolare, e ci costringeva a camminare piano. La fredda aria di montagna soffiava attraverso gli alberi, e la luce del sole attraversava il tetto facendo brillare e luccicare i fiocchi di neve; gli uccelli cinguettavano e il fiume rumoreggiava in lontananza. Sarebbe stata una gita pressoché perfetta.

Ci fermammo per una pausa veloce dopo qualche ora. Il tempo stava lentamente peggiorando da quando eravamo partiti, ma fu solo allora che capimmo quanto brutto era diventato. La neve cadeva fitta intorno a noi in un turbine accecante e il vento ululava, facendo scricchiolare e ondeggiare gli alberi e minacciando di spezzarli in due. Sul terreno si erano già accumulati quindici centimetri di neve.

Era circa mezzogiorno, ma il cielo era nero.

E non intendo scuro a causa della tempesta sempre più intensa; intendo che negli spazi tra le nuvole non c'era del blu... solo nero massiccio.

Nessuno di noi ci fece davvero caso in quel momento poiché era difficile da notare attraverso la fitta precipitazione di neve e con la visibilità limitata. Dopo aver continuato la nostra escursione per un po' di tempo, tuttavia, divenne troppo evidente che c'era qualcosa che non andava.

Oltre al cielo, realizzammo che... non c'era nulla in lontananza.

Ci sarebbe dovuta essere qualche montagna o qualcosa di simile al paesaggio di partenza, ma in qualunque direzione ci voltassimo, sembrava che il mondo si estendesse fino a soli cinque piedi intorno a noi, poi spariva nella tempesta di neve.

Adesso sembrava notte... o almeno era tutto scuro, ma erano le due del pomeriggio.

Mentre andavamo avanti, poco a poco cose nuove diventavano visibili, ma tutto ciò che era dietro di noi spariva, e sebbene potessimo andare avanti... sembrava che non potessimo tornare indietro. Una volta lasciato qualcosa dietro di noi, non potevamo più raggiungerla. Steve aveva dimenticato il suo accendino poco fa quando ci eravamo fermati a mangiare, ma quando provammo a girarci e tornare indietro, venimmo sorpresi da un muro di neve e nebbia attraverso cui era impossibile vedere.

I raggi di luce delle nostre torce elettriche non riuscivano a penetrare la nebbia; si fermavano non appena la raggiungevano come se fosse un muro fisico. Curioso, Steve si avvicinò e agitò la sua mano nella nebbia. All'inizio le punte delle sue dita, poi tutta la mano scomparirono nella foschia. Tutti guardavamo increduli, osservando quel muro incredibilmente alto ed esteso che si perdeva verso l'alto. Non c'era nessuna pendenza. Le cose non scomparivano a distanza, ma c'era un chiaro punto in cui il muro cominciava, ed oltre esso non si poteva più vedere nulla. Stavamo prendendo nota di questo fatto quando Steve mormorò qualcosa. “Che cosa è stato?” chiesi. “Io... Non sento più la mia mano...” Lo disse lentamente, come se lo stesse realizzando mentre lo diceva. Perplesso, la ritirò lentamente ed urlò. Il suo guanto era stato ridotto a brandelli, quasi del tutto disintegrato, e sembrava che la mano fosse passata attraverso una cippatrice. I tagli profondi mostravano l'osso bianco scoperto, e la carne delle dita era stata del tutto strappata. Andammo tutti nel panico. “Oddio, oddio! E' orribile!” disse Max. Steve stava immobile, tenendo stretto ciò che rimaneva della sua mano e respirando affannosamente. Dovevamo portarlo in ospedale o sarebbe sicuramente morto per dissanguamento, ma eravamo ad un giorno di distanza dalla sua casetta, che era piuttosto lontana. Stavamo tutti controllando freneticamente i nostri cellulari in cerca di segnale quando avvenne il peggio. Steve svenne. I suoi occhi si chiusero, le sue gambe si piegarono, e cadde in avanti... nella nebbia.

Nessuno di noi se ne accorse all'inizio, ma quando lo notammo, tutto ciò che riuscivamo a vedere erano le sue gambe che fuoriuscivano dalla foschia. Senza pensarci, corremmo subito a tirarlo fuori. Afferrammo le sue gambe e cercammo di trascinarlo via. Tuttavia, ancor prima di vederlo, ce ne pentimmo subito. In qualche modo, sapevamo che cosa avremmo visto. La cosa che avevamo trascinato fuori non era Steve. Non più. Tutta la sua pelle era squarciata, la sua cassa toracica aperta con le viscere rovesciate all'esterno, e la sua faccia... mi perseguita ancora oggi. Non solo perché era stata orrendamente mutilata, non solo perché i suoi occhi erano stati strappati via lasciando le orbite vuote, ma perché... mi stava sorridendo. Un grande sorriso che doveva essere piccolo, ma i tagli sulla sua faccia lo allungavano... da un orecchio all'altro.

Max urlò e spinse il corpo sfigurato di Steve nella nebbia. Corremmo il più velocemente possibile, nell'unica direzione che potevamo prendere, nelle profondità dei boschi. Proprio come prima, la neve e la foschia si aprivano davanti a noi, ma divoravano tutto ciò che ci lasciavamo indietro. Mentre correvamo senza sosta, il paesaggio intorno a noi cominciò a cambiare lentamente: gli alberi che ci circondavano ora erano appassiti e morti; l'erba era spianata e scolorita. Tutto intorno a noi era morto. I colori erano spariti lasciando solo sfumature di grigio e un'intensa sensazione di solitudine e morte. Mentre correvamo, mi accorsi di qualcosa.

“Ragazzi!” urlai mentre correvo senza pensare di fermarmi, nemmeno per un minuto. “Non possiamo girarci e tornare indietro, ma forse possiamo prendere il giro largo fino alla casa di Steve. Poi possiamo prendere il furgone e andarcene da quest'inferno!” John e Max fecero un cenno con le mani e ci girammo di novanta gradi a destra, continuando a correre. Alla fine passammo attraverso quello che sembrava essere un branco di renne, che giacevano tutte sul terreno. Grigie... e senza vita. Tagliate a pezzi. Il sangue bagnava il terreno. Mentre correvamo attraverso il branco, schivando i cadaveri, era difficile non notare che quegli occhi senza vita sembravano seguirci.

Quando iniziammo a sentirci abbastanza sicuri da non tornare sui nostri passi, ci voltammo verso la casa di Steve. Verso la salvezza. Corremmo per circa un'altra ora, fin quando nessuno di noi poteva correre ancora. I nostri corpi non ce lo permettevano, e dovemmo fermarci. Dopo poco tempo, Max, John e io riuscimmo ad accendere un fuoco nonostante la neve e il fiammifero umido. Speravamo che ci potesse dare un senso di calore e sicurezza... ma ci sbagliammo. Le fiamme erano vivide e di color arancione, e stillavano un po' di colore in quel mondo sfumato di grigio. Certamente non ne facevano parte, e nemmeno noi. Più le fiamme crepitavano e scoppiettavano, più ci sembrava di sentire qualcosa: inizialmente era distante, ma poco a poco diventava più vicino, più forte, e più numeroso. Presto un coro di gemiti e lamenti raccapriccianti riempì l'aria intorno a noi. Concentrati sul fuoco e credendo di essere al sicuro, ipnotizzati dalla sua bellezza, non ci accorgemmo immediatamente di una carcassa mutilata di una renna che si trascinava lentamente fuori dalla nebbia, allo scoperto. Non notammo nemmeno la seconda... e nemmeno la terza.

Ci risvegliammo dal trance appena in tempo per scattare in piedi terrorizzati, dato che una miriade di carcasse animali diverse erano uscite dalla foschia, attirate dalla strana luce del fuoco. Eravamo intrusi nel loro mondo. Ero paralizzato dalla paura, non riuscivo a respirare. Mi sono girato verso i miei amici per scoprire che non erano più accanto a me. Avevano ripreso a correre, lasciandomi indietro. Mi preparai a correre dietro di loro, ma qualcosa mi prese per la spalla. Non ebbi bisogno di girarmi per sapere cosa fosse. Lo potevo dire dalla mano che stringeva la mia spalla. Una mano... che sembrava essere passata attraverso una cippatrice. Mi dimenai e riuscii a liberarmi prima che potesse afferrarmi meglio, e iniziai a correre. Non mi guardai indietro. Non volevo assolutamente vedere la faccia di quella cosa che un tempo era mio amico. Non riuscivo a scorgere John o Max, e pensai che dovessero essere davanti a me, ma io avevo le chiavi del furgone e Steve quelle della casa! Non sarebbero stati al sicuro se non li avessi trovati, quindi corsi e corsi più velocemente e più a lungo di quanto ogni essere umano potesse fare in circostanze normali. Alla fine, dopo Dio sa quanto, riuscii a vedere a malapena una struttura in lontananza. Era la casa. Sentii un barlume di speranza. I lamenti continuarono a risuonare nell'aria notturna, ma al momento non mi interessavano tanto. Raggiunsi il furgone, lo aprii, e saltai dentro. Controllai la zona cercando Max e John, ma non li trovai. Non potevo abbandonarli così, ma non potevo nemmeno aspettare per sempre! Mi sedetti sudando e tremando nervosamente quando i lamenti si fecero più vicini e forti. Avevo appena deciso di andarmene quando improvvisamente vidi qualcuno correre verso di me. Era Max! Misi in moto il furgone e gli feci cenno di correre più veloce. Ma per qualche ragione... Premetti inconsciamente il pulsante di chiusura, chiudendo tutti gli sportelli. Il mio istinto mi disse che c'era qualcosa di sbagliato. Guardai le mie mani, stavano tremando furiosamente. Alzai lo sguardo e vidi la faccia orribilmente mutilata di Max premere contro il finestrino del conducente, guardandomi, sorridendo. Stava cercando di aprire la porta. Premetti sul gas e fuggii, tremando come un pazzo e trattenendo il vomito. Mentre guidavo verso casa, il cielo riacquistò lentamente una tinta blu e riuscii a vedere il sole che spuntava dalle nuvole. Erano le 9.00 del mattino. Iniziai a vedere altre macchine sulla strada e le persone all'interno mi salutavano e io salutavo loro. Normali persone simpatiche. Tornai a casa e chiesi alla mia fidanzata di sposarmi.

Scherzavo. Sono a casa adesso, con la porta chiusa e barricata, le finestre sbarrate, e sto scrivendo questa storia... e mi sono sentito felice per la prima volta dopo tanto tempo di scrivere questo finale. Ma non è così che è finita. Desidero solo che fosse andata così. La verità è che, mentre guidavo, il cielo non si schiarì, il sole non riapparve, e la nebbia mi circondava ancora come ora circonda la mia casa. Sento i lamenti tutt'intorno a me e colpi alla porta costantemente, e quando guardo attraverso lo spioncino, tutto ciò che vedo è qualcosa che mi sorride. Il fetore di morte è ovunque. Il cellulare non funziona, la TV e la radio non trasmettono altro che statico, e la notte sento che la serratura viene scardinata e devo continuamente controllarla e aggiustarla. Sto semplicemente aspettando la notte in cui entreranno in casa mia quando mi dimenticherò di controllare la porta, o quando irromperanno attraverso la finestra, o quando mi sveglierò nel mezzo della notte per vederli vicino a me. I loro sorrisi... a pochi centimetri di distanza dalla mia faccia.

Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.