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Quell'estate avevo un tremendo bisogno di soldi.

Non sto cercando giustificazioni; anche se nessuno sembra crederci, non voglio trovare a tutti i costi attenuanti. Sto solo cercando di motivare il perché delle mie azioni, in quella lontana estate del 1983. 

Avevo ventun'anni, e mia madre mi aveva tagliato i viveri da quando, tre anni prima, ero rimasta incinta del mio fidanzato del tempo. Per non rovinare il 'buon nome' della nostra rispettabile famiglia, avevo intrapreso un lungo viaggio, in autostop, da Milano fino a Losanna, in Svizzera, dove avevo partorito quella figlia illegittima e l'avevo abbandonata lì. Poi ero tornata a casa, ma mia madre non mi aveva riammesso alla famiglia. Così, alloggiavo segretamente nella tenuta al mare della famiglia, ad Ostia. Tuttavia, non potevo rimanere lì per sempre. L'estate era alle porte e, trasferendosi come d'abitudine lì, mi avrebbero scoperta. 

Una sera di inizio giugno, tirava ancora un'arietta fresca. Il cielo era sereno, ed io sedevo in un bar, con un bicchiere di vino da quattro soldi in mano. Ad un tratto, mi si avvicinò un uomo. 

Era alto, robusto, aveva le spalle larghe e la faccia ovale, gli occhi scuri e piccoli e i capelli rasati. 

"Vuoi guadagnare dei soldi facilmente?" disse.

Ovviamente il primo pensiero che mi attraversò fu che si trattasse di un reclutatore di prostitute. 

"Vai a cagare." risposi, voltandomi. 

Lui scosse il capo e si sedette accanto a me. 

"Non voglio che tu ti venda. Non sono un protettore." disse. 

A quel punto mi voltai a guardarlo. Mi stava scrutando attentamente; fece scendere lo sguardo dai miei occhi verdi sino alle mie dita dalle unghie smaltate che stringevano il bicchiere, in procinto di svuotarsi. 

"Che cosa vuoi, allora?" chiesi. 

"Sto cercando una donna; deve essere giovane, alta, meglio se bionda. Tu saresti perfetta. Ti interessa un lavoro?"

Pensai che non avevo nulla da perdere e tutto da guadagnare. Se si trattava di un lavoro con paga da fame o con situazioni equivoche, ero pronta ad andarmene. Ma se, al contrario, mi avessero offerto soldi veri per qualcosa di fattibile, ero pronta ad accettare. 

"Di cosa si tratta?" chiesi. 

Lui sospirò e abbozzò un sorrisetto. Si voltò per un attimo intorno, poi posò nuovamente lo sguardo su di me. 

"Devi effettuare un trasporto in macchina. Ne hai una?"

"No." risposi.

"Te la procurerò io. Una macchina anonima, una A112. Devi passare più o meno inosservata. Devi essere anonima, ma abbastanza carina da evitare che ti facciano domande."

Annuii. Ero pronta all'evenienza che si trattasse di un lavoro illegale. Anzi, ne ero quasi certa; altrimenti perché avrebbe dovuto abbordarmi in tarda sera in un bar malfamato?

"Di che si tratta? Droga? Quanto mi paghi?" chiesi, poggiando i gomiti sul tavolo.

"Ti pago solo se tutto a buon fine. No, non è droga. E' un ostaggio." 

Ricordo ancora che il sangue mi si gelò, ma che, tuttavia, cercai di apparire il più incurante possibile. Non so perché. 

"Un ostaggio? Chi? Da dove a dove?" domandai io. 

"Fai già troppe domande..." sibilò lui. Mi zittii. In pochi minuti di conversazione, era riuscito a plagiarmi, ed a rendermi disposta a tutto pur di ottenere quell'incarico. 

Lui sospirò, poi riprese: "Se tutto va a buon fine, ti do sei miliardi."

Rimasi attonita. Sei miliardi di lire. Con tutti quei soldi avrei potuto fare qualsiasi cosa. Cominciai a sognare ad occhi aperti, ad immaginarmi auto lussuose e dispendiosi viaggi in giro per il mondo. 

Accettai. Mi lasciò un numero di telefono ed un indirizzo, al quale mi sarei dovuta presentare per il prelievo degli ostaggi. Mi disse che la buona riuscita dell'operazione dipendeva in buona parte da me. Non seppi mai il suo nome. 

Quando venne il giorno dell'appuntamento, come da sua richiesta, mi vestii con una certa eleganza ma stando attenta a non essere troppo appariscente. Era mattina presto, le sei e mezza credo. Ricordo che il cielo era chiaro ma che in lontananza, fra i palazzi, vidi qualche nube che incombeva. 

Le due auto arrivarono puntuali. La prima era un'auto grande, grigia, piuttosto lussuosa per l'epoca. Dietro, la A112 bianca che avevano promesso mi avrebbero prestato per trasportare il famigerato ostaggio. Ero piuttosto in ansia. Anzi, ero quasi tentata di disdire tutto, di andarmene. Ma il timore delle ripercussioni e il bisogno di soldi, mi fecero desistere. 

Le auto si accostarono vicino al marciapiede. Dalla A112 scese una donna giovane - non doveva essere molto più grande di me - dai capelli castano chiaro lisci raccolti in una coda di cavallo, gli occhi scuri e grandi e il viso rotondo, magra e mediamente alta. 

"Sali." mi disse. 

Obbedii senza proferire una parola. Salii e richiusi la porta. Dopo poco, la portiera posteriore di aprì e, dallo specchietto, notai che l'uomo a cui avevo parlato vi fece salire quello che doveva essere un bambino. Aveva dei vestiti sporchi, ma ciò che non dimenticherò mai era il sacco di tela che gli copriva la faccia. Un sacco beige, legato con una corda all'altezza del collo. Rimasi attonita per un attimo. 

Mentre stavo con lo sguardo fisso sulla strada, vacuo, e le mani sul volante, udii un lamento. Un colpo di tosse che si faceva pian piano più forte. Non volevo vedere cosa gli stava succedendo. Mi ricordo che mi girai piano, indecisa se affrontarlo o meno. E poi notai che il sacco che gli copriva il volto era, all'altezza della bocca, sporco di un liquido biancastro. Aveva appena vomitato. Mi voltai di scatto. L'uomo mi fece cenno di partire. Lo feci. 

Il mio compito era trasportarlo in un luogo piuttosto lontano da Ostia: Cortiglione, nell'astigiano. Un viaggio che mi avrebbe impiegato almeno sei ore. Dovevo arrangiarmi; mi era stato proibito di fermarmi lungo il tragitto. E in ogni caso non l'avrei fatto. Ero terrorizzata, anche se fortunatamente i vetri del sedile posteriore erano oscurati da due parasole che non destavano alcun sospetto. 

Il bambino sembrò dormire per quasi tutto il tempo. Pregavo che non si svegliasse; temevo che scalpitasse e in quel caso che avrei fatto? Non volevo pensarci. Ricordo che trascorsi sei ore da incubo. Fui divorata dai rimorsi più volte durante il tragitto. Ma come potevo tirarmi indietro, a quel punto?

Perché non l'avevo fatto prima, pensavo. Perché avevo accettato quel lavoro?

Quando eravamo giunti presso l'uscita di Alessandria Sud, e quindi mancavano circa venti minuti all'arrivo, udii un flebile suono dal sedile posteriore. Mi terrorizzai. 

"Mamma, dove mi porti?" sussurrò con una voce impastata dal sonno il bambino. 

Deglutii e rimasi in silenzio. Ripeté la domanda, e, o allora o alla terza richiesta, gli dissi "Tesoro, non sono la tua mamma, io."

Sembrava stordito. Quasi sicuramente era imbottito di sonniferi.

"Charlotte, la corda è stretta..." gemette. 

"Non sono Charlotte..." risposi io, mentre acceleravo su quella strada provinciale desolata nel tentativo di giungere il prima possibile al luogo del prelievo.

"Mi ha fatto tanto male..." singhiozzò.

Ricordo il cuore che mi pulsava nella testa quando, nei pressi di un binario abbandonato, lessi il cartello 'Cortiglione'. Tirai un sospiro di sollievo. Ricordo che, proprio a quel punto, un uomo mi fece segno di fermarmi. Temetti che si trattasse di un vigile, ma i vestiti casuali, il viso losco e il fatto che fossi a destinazione mi permise di non farmi prendere dal panico. 

Ricordo che era alto, avrà avuto 40 anni, e i suoi capelli erano brizzolati, gli occhi infossati e verdi. Aveva un'espressione truce dipinta sul volto. Con lui, due giovani che avranno avuto la mia età; uno dei due forse anche meno. Non li ricordo perfettamente; uno dei due aveva i capelli ramati ed era molto magro e pallido, l'altro i capelli corti e la bocca semiaperta, le labbra carnose. Prelevarono il bambino che, probabilmente stava smaltendo l'effetto dei sonniferi, e quindi cominciò ad emettere lamenti e dire: "No, mamma, non lasciare che lo facciano..." sempre con voce impastata e nella quasi totale immobilità.

Credevo che l'incubo fosse finito. Il mio, almeno. 

E per molti anni, quando anche ho cominciato a rispolverare questa storia, quando ho smesso di fingere che non fosse mai accaduta, ho sempre omesso la parte più terribile. Ma ora non voglio più farlo.

Dopo aver lasciato il bambino lì, uno dei due ragazzi, quello dai capelli ramati, mi bussò al finestrino e mi lasciò un bigliettino manoscritto. Poi corse via. 

C'era scritto: 'Martin Grigioni, Locarno. Michele Marchesini, Genova. Charlotte dice che forse tu ci aiuterai. Ti prego.'

Lo ignorai. Ma non lo buttai. Lo conservai. Presi i soldi, come la peggiore delle opportuniste, e ignorai quella disperata richiesta d'aiuto. 

Non seppi mai chi fosse quel bambino. Chi fosse Charlotte. Non seppi mai nulla. 

Certo è solo che anni fa mi distrussi l'anima. Cercai in tutti i modi di dimenticarlo, ma non credo di esserci mai davvero riuscita. 

Ma tutto ha una fine. Anche il mio silenzio.


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