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«Ma mamma ti dico che non ha le gambe!» Sospirai. Mio figlio Jake mi stava rompendo ed ero già innervosita per il lavoro. Quella gita alla Rocca di Senigallia stava diventando struggente per me. «Jake. È un manichino. Non ha le gambe, ma una sbarra di ferro che lo regge» Jake si era impiantato davanti ad un manichino di un crociato che viveva in quella Rocca secoli fa. Era solo un costume su un manichino, ma, non so, forse l’aria di mistero che pressava i nostri cuori là dentro lo stava facendo impazzire. «Ma mamma, non quello, quello!» Fu in quel momento che vidi che Jake stava puntando il dito dalla parte opposta. Seguii con lo sguardo il suo dito, un po’ preoccupata di cosa avrei trovato alla fine della sua traiettoria. Fu allora che vidi un’ombra. Senza faccia. Senza volto. Completamente scura, vestita solo dallo stesso costume che aveva il manichino, solo che era… sporco di sangue… Urlai. «JAKE! SCAPPA!» Lo presi per mano, senza badare alle sue urla. Sapevo che gli stavo facendo male, ma non mi importava. Strinsi ancora di più il suo piccolo polso e corsi più veloce del vento. Sentivo questo sbattermi contro la faccia, mentre l’adrelina scorreva lungo il mio corpo e il mio cervello elaborava dove andare per nascondersi. Mi fermai improvvisamente. Tutti i visitatori erano svaniti, come la piazza che si rifletteva sulle finestre. Ora fuori si vedeva solo nero. Mi guardai intorno e scelsi una direzione a caso. Ripresi a correre e mi ritrovai in un cunicolo stretto. Non c’era via di fuga. Rimasi lì, stringendo Jake con tutta la forza che avevo. Dopo un po’ guardai fuori e sospirai. Pericolo scampato. Mi voltai a guardare Jake, ero già pronta a chiedergli scusa e riempirlo di baci. Mi ero talmente spaventata… Poi mi bloccai. Jake era impalato in una spada d’epoca come uno spiedino. Sopra di lui, che impugnava la spada, c’era l’ombra di prima. Questa sussurrò, con voce profonda, rauca e in tono solenne: «Omicidio, suicidio, Inferno… Non hai fatto il tuo dovere.» Urlai. «JAKE!» Con un gesto teatrale l’ombra estrasse la spada dal cranio di Jake, facendolo cadere a terra, morto e in una pozza cremisi che lì, al buio, sembrava inchiostro nero. Urlai ancora, mentre delle lacrime iniziavano a scorrermi lungo il viso. Urlai ancora il nome del mio bambino. Nulla, era inutile urlarlo. Lui era morto. Ad un tratto, però, la tristezza sparì, lasciando posto al puro terrore. Mi voltai lentamente di nuovo verso l’ombra, appena in tempo per vederla armeggiare ancora con la sua spada. «Onore, dovere, Inferno… Non hai fatto il tuo dovere.»

Castle

Questa creepypasta non mi appartiene. L'autore mi ha richiesto di pubblicarla rimanendo anonimo.

Non l'ho tradotta o modificata, è tutta opera sua. Grazie per aver letto!





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