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Gli spettri nei castelli


Quasi tutti i castelli, in Italia e nel mondo, si collegano a storie di fantasmi.

I fantasmi sono di vario tipo: larve, immagini lemuriche, figure diafane ed evanescenti di cavalieri senza testa, accompagnate da rumori di armature e ferraglie medievali.

Si racconta persino di apparizioni di comitive di esseri incorporei, cortei di fantasmi e fiaccolate a mezzanotte. Se ne parla, ad esempio, a proposito del Castello della Rotta, a Moncalieri (Torino), dove si svolgerebbe una vera e propria processione di fantasmi nelle notti di giugno.

Nella maggior parte dei casi, però, l'anima in pena è quella di una donna, solitamente uccisa dal vecchio castellano, suo marito, dopo la scoperta di una relazione della giovane con un bellissimo cavaliere.


Anime in pena


Alcune teorie affermano che la presenza di un fantasma dura finché non si compie il tempo che il defunto avrebbe trascorso sulla terra se non fosse intervenuto l'evento esiziale non previsto dalla natura: incidente, omicidio o suicidio.

Altri studiosi e medium (che dicono di aver raccolto il lamento degli spiriti durante sedute spiritiche appositamente organizzate) affermano che i fantasmi stazionano nella loro vecchia casa per desiderio di contatto con i parenti, o per punirli di qualche mancanza e ricordare una morte ingiusta.

In altre parole: i fantasmi si mostrano per effetto di nostalgia e rammarico, oppure per rappresentare una doglianza.

Sono ipotesi in realtà azzardate, visto che molte apparizioni durano per secoli.

Azzardata è pure la teoria della morte violenta, dato che molte esperienze di contatto tra i vivi e i defunti fanno rivedere persone scomparse per cause naturali.

Unico dato certo è che i fantasmi, di solito, non comprano una casa nuova.



Fantasmi in Umbria, Abruzzo e Molise


Umbria

Il Castello di Macereto si trova in provincia di Perugia, in località Tavernelle. Si racconta che il luogo è infestato da una schiera di antichi uomini d'arme.

In fila per due, più o meno in forma di plotone, verrebero giù da una scalinata. Si dice che l'apparizione contenga elementi particolarmente tenebrosi, perché le figure umane mostrerebbero occhiaie vuote e immagini scheletriche. Per il resto i resoconti non sono precisi e nessuno spiega se gli spettri di Macerato hanno sembianze di guerrieri medievali o di militari di un tempo a noi più vicino.

I fantasmi che la tradizione descrive in località Poggio delle Forche hanno il fascino tenebroso che viene dal nome del luogo infestato. C'è il riferimento, forse, ad esecuzioni di giustizia o ad un eccidio di cui non vengono dati riferimenti storici.

Il posto è però vicino a Città della Pieve, nella cui rocca Cesare Borgia scannò Vitellozzo Vitelli, durante una cena organizzata appositamente per uccidere.

Racconta Machiavelli che a Vitellozzo fu propinato del veleno, che però non faceva effetto. L'impaziente padrone di casa si determinò allora a concludere rapidamente la serata aggredendo personalmente l'ospite.

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In questa zona, in pratica, c'è sempre un vago riferimento alle funeste imprese del Duca Valentino.

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Abruzzo e Molise

In zona di Isernia, in un palazzo di Agnone si parla di apparizioni e suoni dell'Aldilà. Spettri di donna e musiche paranormali farebbero da contorno al lamento dei fantasmi.



Lazio: spettri nei castelli medievali


La prigione di un Papa

Le province intorno a Roma sono le più ricche di storia, in Italia e forse nel mondo intero.

Consoli, imperatori e papi hanno riempito di fatti di sangue, stragi e avvelenamenti la Città Eterna e ciò che la circonda. Non fa meraviglia qui che qualcuno dica di vedere lo spettro di Giulio Cesare o di Nerone. Ma le leggende più belle sono quelle che nascono nei luoghi del medioevo, che hanno sempre il fascino di ciò che è meno conosciuto e, nel contempo, più oscuro.

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E' il caso della Rocca di Fumone, una piazzaforte a strapiombo sull'orlo di un precipizio, in provincia di Frosinone. Più volte utilizzato come prigione, il Castello conserva la memoria di sotterranei con nascondigli e trabocchetti.

Tra gli altri, fu rinchiuso in questo luogo sinistro il Papa Celestino V, più o meno costretto a lasciare il trono pontificio a Bonifacio VIII.

Il sant'uomo era tornato ad una vita semplice e austera nell'eremo di Santo Spirito, un convento scavato nella roccia, a ridosso delle montagne d'Abruzzo. Ma i partigiani di Bonifacio vedevano un pericolo nella sopravvivenza del vecchio pontefice.

Celestino V fu rinchiuso nel Castello di Fumone e qui lentamente avvelenato e poi ammazzato con una serie di feroci torture.

Nel momento della morte del Papa, si vide una grande croce nel cielo, svettante sul Castello.

Le cronache di Fumone, per questi ed altri fatti, parlano di urla e forti lamenti nelle notti più tenebrose.

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Il fantasma di Nencia

La storia parte, come al solito, dall'amore e dal desiderio, ma si colora di inganni e di voglie nascoste.

Lo scenario è un Castello in zona di Monterotondo, nella provincia romana, dove il solito prepotente signorotto, nel XIII secolo, vuole per se la giovane e bellissima Gigliola dei Belforti.

La ragazza, che invece ama riamata un cavaliere suo coetaneo, rifiuta le profferte del prepotente Conte.

Si arriva ad un tragico ultimatum. Il pretendente le dà un appuntamento notturno con la prospettiva dell'incontro d'amore. Se la donna non si presenterà, il Signorotto andrà ad ammazzarla.

La situazione è senza via d'uscita, ma la nutrice di Gigliola, una donna ancora piacente di nome Nencia, si offre di sacrificarsi al posto della ragazza e si sostituisce a lei, confidando nella complicità delle tenebre.

Il Conte però scopre subito l'inganno ed uccide Nencia, che da allora compare in forma di ectoplasma tra i ruderi del Castello.



Napoli: un fantasma nel castello


Il Castello di Castellammare: fantasmi napoletani

Si dovrebbe dire 'Castellamare di Stabia', ma la dizione napoletana porta tutto al raddoppiamento e ad una simpatica e giocosa esagerazione.

Per questo il bel paese della provincia partenopea che si protende sul blu del Tirreno viene chiamato in realtà Castellammare.

Vicino al lido è la fortezza, con la sua gran torre rotonda, difficile da espugnare.

La rocca di Castellammare fu a lungo inutilmente assediata, a metà del Quattrocento, durante il regno di Ferrante I d'Aragona, al tempo della 'Congiura dei Baroni'.

Il corteggiamento di un cavaliere nemico aprì un varco nel cuore di una castellana e una breccia tra le mura del Castello. L'amore riuscì a fare quel che le macchine da guerra non erano riuscite a fare.

Di notte la donna, non bella ma follemente innamorata, spalancò le porte all'esercito avversario, andando incontro al suo promesso sposo.

Subito dopo scoprì che il bel cavaliere si era solo servito di lei, per le ragioni della guerra.

La fortezza era stata espugnata e la castellana veniva accusata di tradimento dai difensori del maniero, mentre l'uomo dei suoi desideri rifiutava le profferte della donna.

Non le restò che uccidersi, per poi vagare in forma spettrale tra le mura del Castello.

La si vede ancora e la si sente in particolare in un salone, con il soffio della sofferenza e del senso di colpa.

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Ma nel tragico c'è sempre un piccolo spazio per il comico, a Napoli specialmente.

Fa tristezza, ma anche un po' fa ridere l'immagine della donna piantata all'ultimo momento. Nella tradizione popolare e nei proverbi c'è spesso l'allusione scherzosa alla 'zita della rocca', una donna brutta da cui l'uomo fugge, all'ultimo momento.

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Del suo sogno impossibile, a Castellammare, ride la stessa 'zita della rocca', perché il fantasma si tormenta, ma poi sghignazza, di sè e degli altri. Con un riso beffardo spaventa d'improvviso gli uomini in visita turistica al Castello e si vendica con loro.

E' forse la stessa risata con cui la disincantata Napoli si difende dalle lusinghe e dalle esagerazioni dell'amore.



Puglia: il fantasma del Castello di Otranto


Il Cavaliere senza testa

La leggenda di Otranto parte da un importante fatto storico: l'assedio e l'occupazione della città da parte delle truppe saracene di Mechmèt Pascià. L'attacco partì dal mare, nell'agosto del 1480. Per diversi giorni i cannoni delle navi turche lanciarono contro le mura di Otranto palle di pietra e di piombo, alcune delle quali fanno ancora da battistrada, adagiate al suolo agli angoli della città vecchia. Fu una svolta nella storia della guerra, una delle prime grandi esibizioni dell'artiglieria del mare. I turchi sbarcarono e il 15 agosto lo scontro si trasformò in una battaglia di terra.

Fino a notte alta le armate cristiane difesero coraggiosamente le spiagge e le terre del Salento contro i furiosi guerrieri del Sol Levante. Alla fine, lo sforzo risultò inutile. Meglio armati ed in numero preponderante, i soldati di Allah conquistarono la città.

Ottocento persone furono decapitate dai saraceni.

Ossa e teschi si vedono ancora, in apposite teche della famosa Cattedrale di Otranto.

Un forte ruolo aveva avuto, negli scontri e nei duelli del 15 agosto, il Conte di Conversano Giulio Antonio Acquaviva, luogotente del Re di Napoli Alfonso d'Aragona. Abile spadaccino aveva fatto strage di saraceni ma, alla fine, era stato ammazzato, decapitato da un colpo di scimitarra turchesca.

Stando alla leggenda, il <em>'cavaliere senza testa'</em> aveva però continuato a combattere, seminando morte e sgomento tra i nemici.
Poi il fido corsiero si era dileguato nelle campagne ed aveva portato il Conte decapitato al Castello di Sternatia.

Nel cortile del palazzo, il cavallo si fermò e il cavaliere cadde al suolo per sempre.

Nella Chiesa Maggiore di Sternatia il cadavere del Conte fu ricomposto e sepolto. poi fu traslato in altra cappella. A Conversano, capitale del feudo degli Acquaviva, nella Chiesa di S. Maria dell'Isola, fastigi e preghiere circondano il cenotafio di Giulio Antonio.

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Questa leggenda concorda in gran parte con la verità storica, anche se - a quanto pare - il Conte morì nel 1481, e non nell'80, combattendo contro i turchi a Muro Leccese. Fu effettivamente decapitato da un fendente nemico e il corpo morto, fermo sull'arcione, fu trasportato dal cavallo al Castello di Sternatia. I cavalieri allora erano bardati di corazze e legami metallici, al punto che quasi facevano un blocco unico con il cavallo. Ciò spiega l'arcano del guerriero che rimaneva in sella senza testa.

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L'idea dello spettro però sopravvive e più d'uno racconta di aver visto, nelle notti di agosto, un cavallo montato da un cavaliere senza testa che agita la spada nell'aria, cercando la guerra e l'avventura sulla linea degli antichi bastioni di Otranto.

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Tutto si svolge in un luogo relativamente vicino alla vecchia fortezza sul mare, quella che ispirò, nel 1764, allo scrittore inglese Horace Walpole il primo 'romanzo gotico', che appunto si intitola The Castle of Otranto.

Nel libro l'atmosfera è terrifica, degna di un horror che la realtà non asseconda, con il sole e le palme di una città che guarda al mare e all'Oriente. Otranto, però, ha anche memorie truci e solenni, come quelle che vengono dall'enorme mosaico pavimentale della Cattedrale. Qui c'è un altro mistero, forse più grande di quello del Cavaliere fantasma. C'è un altro Cavaliere, che appartiene ai miti e alle saghe del Nord Europa e che stranamente è ritratto nel medioevo del Sud.

Questo Cavaliere si chiama Re Artù.


Trani

Ispirata ad una storia d'amore e di morte è la leggenda che si ambienta tra le mura del castello di Trani, una delle città più grandi e più belle della provincia di Bari.

Qui la vittima è Armida, murata viva dal marito, che in questo modo punì la nobildonna, che lo tradiva con un bellissimo e nobile cavaliere. Immancabilmente, da tanti secoli, lo spettro di Armida si aggira senza pace per le stanze della fortezza.

Questa storia non è diversa da altre dello stesso genere, e si crede che a questa si sia ispirato Eduardo De Filippo per costruire la trama di una delle sue più famose commedie: "Questi fantasmi". Anche qui la vittima è murata viva, ed anche qui la donna si chiama Armida.

Ciò che conta però, è il significato della commedia di Eduardo. Il protagonista maschile scambia per fantasma l'amante della moglie e crede che dall'Oltretomba gli arrivino i soldi che il suo antagonista gli lascia per casa.

In pratica: vediamo i fantasmi tutte le volte che non vogliamo vedere altro.



Basilicata: il fantasma della baronessa di Valsinni


La poesia di Isabella

Questa volta i fatti sono veri, perché non c'è la solita leggenda di un omicidio più o meno raccontato dalla voce del popolo.

Fa da sfondo alla nostra vicenda la guerra franco-spagnola. Il periodo è la metà del Cinquecento.

Nel Castello di Valsinni, la Baronessa Isabella Morra fu uccisa dai fratelli, incapaci di tollerare la relazione, letteraria o amorosa, che la nobildonna intratteneva con il nobile spagnolo Diego Sandovàl de Castro.

I signori di Valsinni erano di parte francese ed ancor più soffrirono delle voci che riguardavano la vita sentimentale della sorella, legata ad un cavaliere della fazione opposta.

Per sdegno e per onore, uccisero il maestro di letteratura che Isabella riceveva. Questo le portava lettere di Diego, e gliele consegnava di nascosto. Subito dopo pugnalarono Isabella. Infine tesero un'imboscata a Diego Sandoval in un bosco. Dopo una notte di attesa lo ammazzarono.

Non si sa se questa delicata storia, fatta di sentimenti gentili e scambiata sul filo della poesia e delle rime petrarchesche in cui Diego e Isabella si cimentavano, avesse veramente forti significati amorosi. Certamente Isabella soffriva di solitudine in quel luogo distante dai luoghi di cortigiani e cantori. La baronessa era ottima poetessa, come anche affermò Benedetto Croce, e stupisce che ella riuscisse a tenere lo stile letterario del tempo senza contatti con accademie e salotti letterari.

I versi di Isabella sono tristi e talvolta alludono alla morte, che la giovane vede vicina. In una poesia chiede al fiume Sinni di ripetere il suo lamento, quando lei non ci sarà più. E il Sinni risponde alla poesia, con un lamento, in una notte di febbraio, scorrendo ai piedi del Castello dei Morra.

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Ogni tanto, qualcuno dice di vedere la sagoma evanescente di Isabella al di sopra dei bastioni del piccolo ma elegante Castello.

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Calabria: i fantasmi di Capo Rizzuto


Il mare della Calabria

E' forse il più attraente mare d'Italia, con spiagge famose che il turismo raggiunge più che altrove.

Il mare, però, non fu in passato luogo di sosta e riposo. Per secoli è stato insidioso con i suoi orizzonti che spesso davano il profilo dei veloci battelli con il vessillo della Mezzaluna.

Le torri costiere, che il turista solitamente vede, tondeggianti in prossimità dei lidi, sono il ricordo delle grandi paure del medioevo e dei secoli che seguirono.

Il pericolo veniva dal mare ed era portato dai Saraceni armati, da cui si tentava di difendersi con l'aiuto delle torri di avvistamento e con la fuga.

Così la Calabria fu terra di conquista degli audaci guerrieri di Allah e la paura del Turco invasore rimane nella leggenda e nel mito, come nelle altre regioni esposte ad uguale pericolo.

In Puglia resta il ricordo di grandi battaglie, in Calabria sopravvivono memorie dello stesso tipo, deformate dalla leggenda.

I fantasmi, le tenebrose presenze dell'impossibile, assumono la forma di guerrieri turchi e le sagome di schiere intere di spettri con l'apparenza di soldatesche saracene.

Urla, schiamazzi, rumori di spade e di scimitarre circondano il Castello di Capo Rizzuto.
Si vedono gli spiriti di uomini e cavalli, addirittura le forme dei cannoni e dei velieri dei soldati del 'Sol Levante'
. Sembra un po' troppo, come evoluzione della fantasia, ma spiega l'importanza di quello che in passato sviluppò la paura e il terrore.

Un modo di dire, oggi quasi scherzoso, rimane in Puglia, Calabria e Sicilia.

E' il buffo messaggio della paura quello che dice:

"Mamma, li Turchi..."



Sicilia: un fantasma, una canzone e una poesia


Un castello in Sicilia: la baronessa di Carini

La Sicilia fu terra di baroni, che esercitarono il loro potere su borghi di poveri contadini.

Angherie e abusi si esercitarono anche a danno dei parenti del barone di turno, il quale aveva per sola legge la sua volontà.

Degli antichi signori e dei loro soprusi rimangono leggende e Castelli, segnati da simboli di varie civiltà. A Carini, in provincia di Palermo, sono i resti di una fortezza di età normanna, passata nel Quattrocento ai Baroni La Grua Talamanca, discendenti di un casato di origine catalana che nel 1622 ebbero il titolo di Principi di Carini.

Nel 1503 il Barone Vincenzo La Grua uccise la figlia, per arbitrio e gelosia. L'accusava di una o più storie d'amore che il signore non condivideva. La storia è quasi uguale a tanti altri racconti d'amore e di morte, che le leggende ambientano nei saloni e nelle segrete di molti Castelli d'Europa, ma qui ci sono più toni di poetica melanconia.

Il caso è in parte simile alla drammatica storia di Isabella Morra, che negli stessi anni trovò l'amore e la morte nel Castello di Valsinni. La tristezza della giovane Baronessa, segregata in una solitaria e isolata fortezza ne fa comprendere i sogni e i desideri di una vita diversa.

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La tragica e ingiusta morte della Baronessa di Carini ispirò pietà, nel popolo e tra i letterati.

Un anonimo scrittore compose un poema, nello stesso secolo che i fatti erano accaduti.

Fu ripubblicato a Palermo, alla fine dell'Ottocento, e da qui - non si sa come - s'inserì nel filone della canzone napoletana.

'Fenesta ca lucive e mo non luce' è il titolo del brano canoro di Napoli, un componimento che si disse però musicato dal più lirico compositore siciliano: Vincenzo Bellini.

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'Chiagneva sempe ca durmeva sola,
Mo dorme co li muorte accompagnata'

E' questo il triste finale della canzone, ma la leggenda dice che la Baronessa di Carini gira ancora, di notte, nei meandri dell'antico Castello e vaga inquieta alla ricerca della sua giovinezza perduta.



I fantasmi della Sardegna


Tesori nei castelli: Casteldoria

La Sardegna è stata terra di guerrieri, capi clan passati alla storia come re-pastori. Fu punto d'incontro di genti e popolazioni differenti, che resero unica e particolare la capanna (il nuraghe) ed unico il dialetto, che è in realtà una vera e propria lingua.

La grande isola, che più si stacca dall'Italia e che sembra andare alla deriva verso l'Africa o la Spagna, raccoglie elementi delle varie culture avendo elaborato in realtà una cultura sua propria.

In questo approdo solitario e spesso dimenticato dalla storia si crearono i ripari di avventurieri e pirati, cui si collega l'idea del bottino e il sogno del Tesoro.

I meandri e le segrete di Casteldoria nascondono appunto tesori, sui quali vigila una vera e propria schiera di fantasmi pronti a tutto pur di impedire l'improvvisa fortuna del povero.

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Forze del male all'opera in questa funzione di custodi si trovano anche in altri storici edifici di altre regioni d'Italia: nei Castelli del Veneto e - stranamente - in alcuni luoghi religiosi di Puglia.

In Sardegna, bauli e forzieri sono nascosti nei Castelli, perché qui le rocche non furono (come fu altrove) domicili di baroni, quanto palazzi di corsari che occupavano i primi territori liberi.

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La conferma è nelle leggende del Castello di Medusa, un nome non casuale e conturbante che riprende il mito greco con l'immagine della Gorgone, che ha serpenti al posto dei capelli e con lo sguardo assassino.

Il tocco della Medusa e nel Castello omonimo, con il fascino e la tenebra dello sguardo che uccide.

Fu abitato da un'ammaliante e fascinosa africana, di nome Medusa, che si proclamò regina della zona di Oristano, o che tale fu reputata.

La nuova, negra Gorgone stipò tesori nei sotterranei del Castello e ancora li sorveglia, apparendo nottetempo e spaventando il passante.



I Castelli infestati della Val d'Aosta


Il fantasma di Bianca

Nel Castello di Saint Marcel più persone dicono di aver visto lo spettro di un cavaliere che porta abiti ed armi di foggia seicentesca.

Il timore del visitatore si trasforma in grande paura quando si vedono candele, candelabri e luci vaganti, trasportati da creature invisibili e impalpabili presenze.

Montagne, boschi e strapiombi assecondano, nel cupo buiore d'inverno, paure e fantasie ancora più forti. In questo scenario è il Castello di Verrès, in cui si ambientano tetri racconti.

Convegni e danze di figure spettrali, rumori e persino apparenti cedimenti del pavimento. Il tutto viene ascritto al dolore della bellissima Bianca di Savoia.

La presenza dello spettro è la proiezione di un amore contrastato e mai arrivato all'esito del desiderio.

E' uno degli argomenti classici della letteratura sui fantasmi, come è classico il racconto della donna perversa, lussuriosa e insaziabile, in qualche modo punita dal destino.

Asseconda questa ipotesi la storia di Bianca di Challant, il nobile casato che possedette per secoli il Castello di Verrès. La gentildonna ebbe diversi amanti, che regolarmente fece assassinare dopo alcune notti d'amore. Scoperta dal marito, appartenente allla potente dinastia dei Visconti di Milano, fu decapitata nel capoluogo lombardo.

Ma Bianca non si rassegna. Affianca i visitatori al Castello e, con un bacio, tenta di sedurre gli uomini più belli.

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Assomiglia a Bianca, ed ha quasi lo stesso nome Caterina di Challant. la leggenda non è chiara, ma sembra che un giudice la condannò reputandola strega. Con il suo incredibile fascino e con atteggiamenti insoliti (era, ad esempio, molto abile nel duello) effettivamente stregava gli uomini con cui veniva in contatto.

Oggi si mostra triste e avvolta dai ricordi del tempo che fu. Appare nel Castello di Chatillon e, soprattutto, nella cosiddetta Maison du Compte, a Brusson Fontaine.

Siede su una vecchia poltrona, guarda il paesaggio al di la delle finestre e porta un fazzoletto agli occhi piangenti.

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I motivi della passione e della lussuria femminile sono presenti nelle leggende sui fantasmi di tutta l'Italia.

C'è in queste storie la giustificazione del maschio, che sogna, teme e punisce con il racconto le possibili perversioni della donna non assoggettata al dominio dell'uomo.

Nei Castelli che furono del Regno di Napoli, il mito nefasto della Regina Giovanna la tiene all'opera in mostruosi convegni e addirittura amplessi con animali.

Giovanna I e Giovanna II sedettero in diversi momenti sul trono di Napoli, ma la tradizione popolare le unifica e le confonde per la paura della donna al potere.



Piemonte: la processione dei fantasmi


Il Castello più infestato d'Italia

Nel Castello della Rotta, a Moncalieri, spiriti, spettri ed immagini lemuriche sono veramente tanti, forse addirittura troppi.

Visioni e apparizioni descritte da giornali e libri, foto di presunti disincarnati ed entità di un'altra dimensione richiamano leggende. Questi racconti giustificano le 'presenze dell'Aldilà'.

Un sacerdote fu murato vivo nel Quattrocento - secondo un racconto - e per questo si vedrebbe l'ombra di un uomo in abito talare, assiso su uno scanno episcopale.

Una giovinetta di nobile casato si suicidò lanciandosi nel vuoto dalle mura del vecchio Castello. Rimane di lei l'evanescente spettro bianco, vagante intorno al maniero, nelle giornate uggiose d'autunno.

Un'altra, piccola figura diafana ricorda la morte di un bambino, travolto da cavalli di passaggio.

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Una volta l'anno, queste figure si riuniscono e formano un vero e proprio corteo di anime in pena. Sono spettri di incappucciati in processione, vaganti nelle notti di giugno, con fiaccole intorno al Castello, come monaci in funzione sepolcrale.


L'antica presenza dei Templari

E' strano che questi fenomeni non siano stati collegati ai Cavalieri Templari, che possedettero il maniero alla fine del 1100.

Da tempo il famoso ordine crociato è associato a storie di intrighi e vendette, narrate sul filo del mistero. I cavalieri del Tempio furono accusati di eresia e negromanzia dalla Chiesa e mandati al rogo, a centinaia, ai primi del Trecento. Secondo varie leggende, le loro maledizioni in punto di morte colsero nel segno.

I loro Castelli sono spesso immaginati come scenari di incontri segreti e riunioni esoteriche.

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Foto paranormali

All'esterno del Castello della Rotta sono state scattate, di recente, fotografie in cui, ad esempio, si sovrappongono figure spettrali o di animali alle immagini reali dei turisti.

Ovviamente, sono possibili trucchi e montaggi, ma alcune foto suscitano effettivamente forti dubbi.



Fantasmi in Liguria


I fantasmi e il diavolo

Il Castello di Savignone fu proprietà del casato dei Conti Fieschi, cui appartennero bellissime dame spesso protagoniste di forti storie d'amore. Sono sempre descritte consorti di un Visconti della grande famiglia milanese, e ciò rende probabile che la storia sia in realtà una sola, con qualche variante sui fatti e qualche confusione di nomi.

Nel primo caso si parla di una certa Fosca dei Fieschi, moglie infedele appunto di un Visconti e sentimentalmente legata ad un giovane, cui la donna consentiva l'accesso al Castello di Savignone porgendogli una corda da una finestra in alto. Come in una favola, l'amante la raccoglieva e scalava la parete raggiungendo la sua bella. Il marito tradito scatenò dei sicari però, alla ricerca dell'uomo.

Questo d'improvviso scomparve e, solo dopo un po', fu ritrovato morto sul fondo di un burrone, insieme ad un grosso serpente. La vendetta dei Visconti si era compiuta e, di questa, era stato lasciato il segno: appunto il biscione, che è al centro del blasone degli antichi signori di Milano.

Si rivede ancora oggi il serpente, stavolta in forma spettrale. Di notte, al Castello, mentre due fiammelle si agitano e si rincorrono, un serpente interviene e le separa.

La leggenda, quasi si ripete con una storia molto simile, in cui lei ha il nome di Isabella Fieschi e il marito Luchino Visconti. Anche qui c'è il tradimento, con la vendetta del marito e il biscione.

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L'immaginazione popolare non è, però, suscitata sempre e soltanto dalla vita delle corti signorili e dei castelli. Le zone di montagna e le terre franose vedono forze del male anche nel suolo e nel sottosuolo, intesi come fonti di sciagure.

Nella zona delle Caselline apparirebbe un intero paese fantasma: gli spettri delle case che una frana inghiottì tre secoli fa.

Ogni cinquant'anni il paese tornerebbe a vivere richiamando la curiosità di passanti che, visitandolo, entrerebbero in un perverso vortice del tempo, senza ritorno.

Con tutti questi eterogenei elementi folklorici, è naturale che qualcuno parli di processioni di fantasmi: frati, baroni, contadini, viandanti...

Dagli amori proibiti delle cortigiane e dai disastri naturali si passa ad un tema importante del folklore europeo, lo stesso che è alle origini della leggenda di Faust. L'uomo che vende l'anima al diavolo.

In Liguria, la storia è presente negli stessi termini. Qui protagonista è un monaco, costretto a dannazione eterna per il suo folle contratto e vagante nei pressi di un vecchio Mulino a Rossiglione, in forma di fantasma spaventevole.

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Il motivo del diavolo è diversamente presente in altre regioni. In altre zone d'Italia (ad esempio in Sardegna e in Puglia), il diavolo viene descritto come implacabile guardiano di tesori, che impedisce l'accesso a chi tenta di forzare il nascondiglio.

La leggenda pugliese vede anche il Maligno intento a duellare con S. Michele, che lo sconfigge. Quest'ultima tradizione è tipica dei monti del Gargano, dove è molto presente il culto dell'Arcangelo.

Molto diverso è il diavolo che compra l'anima. Si trova in Liguria e si ritrova in leggende del Piemonte.



Fantasmi e castelli in Lombardia


Il castello di Trezzo: il tesoro nascosto e la donna suicida

L'idea del tesoro nascosto e quella del suo difficile ritrovamento si accoppia spesso a figure del male: diavoli e cattivi folletti, intenti ad impedire che il ritrovamento avvenga.

Queste storie raccolgono il sogno e il desiderio di arricchirsi, uniti al dubbio sulla possibilità che il colpo di fortuna possa realmente verificarsi.

Tanti racconti dicono, un po' dovunque in Italia, che il furbo del paese, in una notte di tempesta, approfittò del sonno e della paura degli altri per andare a scavare, da solo, nel luogo leggendario che nascondeva tante monete d'oro. Quasi alla fine del lavoro, mentre già brillava tra le sue mani la ricchezza, comparve il demonio, mettendolo in fuga per sempre.

Sono racconti di tradizione contadina che in questo caso si ambienta a Trezzo, in un Castello.

Per stare in ambiente, qui non i diavoli, ma gli spiriti di guerrieri medievali stanno a guardia dei forzieri.

Rumori notturni e spiriti vaganti sono il risultato di queste presenze.

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La stessa rocca antica nasconde un'altra leggenda che spiegherebbe diversamente i fantasmi. E' la storia di tragico amore. Una castellana si lanciò nel vuoto, dall'alto del maniero, per il divieto del padre di sposare l'uomo dei suoi desideri.

Dopo tanti secoli, il gesto disperato viene ripetuto, di notte. Il passante è spaventato mentre un'ombra cade giù dal Castello, ma la figura della castellana si dissolve, prima di toccare terra.

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Un signore d'altri tempi

Più delicato è il lamento di un gentiluomo del Cinquecento, ucciso nel Castello di Malpaga, in provincia di Bergamo. L'uomo fu ammazzato e gettato in un pozzo da un marito tradito.

Il dongiovanni assassinato, da allora, vaga solitario senza dar segni di pena, quasi cosciente della sua colpa. Lo si vede ogni tanto, elegante nel portamento e nell'abbigliamento di cinque secoli fa.

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Perchè tornano dall'Oltretomba?

L'anima in pena ha una doglianza, un bisogno di ritrovare i momenti felici e funesti della sua storia. Continua a vagare per tutto il tempo che avrebbe avuto di vita se non fosse intervenuto l'evento violento della morte.

I fantasmi storici (quelli del Cinquecento, ad esempio) smentiscono questa ipotesi.



Veneto: rocche, castelli e fantasmi


Lo spettro di Ezzellino

E' descritto sempre come uno dei più spietati feudatari del medioevo italiano, anche se la cattiva fama potrebbe derivargli dalla propaganda antighibellina dei partigiani di Papa Innocenzo IV, che lo aveva scomunicato.

La leggenda si impadronì di lui già quando era in vita, attribuendogli crimini e misfatti di ogni specie, che quasi lo affiancano a personaggi come Nerone o Hitler.

Nel 1256, Ezzellino avrebbe ordinato l'eccidio di undicimila cittadini di Padova, sospettandoli di parteggiare per il partito guelfo; in altre occasioni avrebbe passato a fil di spada persone colpevoli soltanto di avergli portato lettere contenenti cattive notizie. Questo sinistro figuro fu Ezzellino III da Romano, signore e despota di Vicenza, Verona e Padova. Con il tempo il potere di Ezzellino si allargò verso Ferrara e la Val d'Adige con il conseguente dominio di vari Castelli.

Catturato e imprigionato a Soncino, il Signore del Veneto si lasciò morire strappandosi le bende che gli coprivano le ferite e senza far pace con la Chiesa. In questo modo, secondo la leggenda, si consegnò all'inferno, ma senza togliersi dal mondo. Tutte le fortezze, da lui visitate o abitate, risultano immancabilmente infestate da una forza del male che viene associata al diavolo in persona, più che ad un inquietante fantasma.

Il primo di questi Castelli è solo un residuo di rocca duecentesca e si trova a Bassano.

Ezzellino ne governa i ruderi e, dall'alto del colle che domina il paese, controlla le vie di passaggio.
Di sera, è forte il pericolo che l'immortale demonio in armi medievali si impossessi delle persone e della loro vita.

Il Castello di Monselice è un'altra postazione di Ezzellino. Fu lui che lo fece costruire e fu lui che lo destinò a dimora di una sua amante di nome Ivalda.

Donna crudele, dedita a pratiche magiche nonchè lussuriosa, costei avrebbe tentato di conquistare l'eterna primavera circondandosi di amanti giovani, ovviamente uccisi dopo l'amplesso.
Il maggior godimento le derivava dall'accoppiare amore e morte. Un sistema di trabocchetti faceva sprofondare gli uomini di Ivalda in pozzi con lance puntate verso l'alto.

Il ciclo erotico di Ivalda si chiuse per volontà dell'amante ufficiale, appunto Ezzellino da Romano, che la passò a fil di spada.

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La nobildonna perversa, che uccide dopo il rapporto d'amore con il sistema di piombatoi che fanno sprofondare su un letto di armi aguzze, è un classico della leggenda medievale e si ambienta in moltissimi Castelli e in tutte le regioni italiane.

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La fama negativa di Monselice è accentuata da un'altra fosca presenza: quella di Jacopino da Carrara, avventuriero senza gloria tenuto in prigionia nel vecchio maniero e poi morto di stenti.

Compare ancora, barbuto e sciatto, appoggiato ad un bastone che ne rievoca il declino.

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Altre leggende, tra castelli e fantasmi del Veneto, ruotano intorno alla descrizione di feudatari spietati e sanguinari, quale ultimo residuo dei tempi duri del dominio dei baroni.



Fantasmi in Trentino e nel Friuli: le dame bianche


Trentino

Non c'è più traccia dei merli e degli spalti di Castel Romano, ma fra i ruderi si mostra ancora lo spettro della cosiddetta Contessa Dina, la cui storia ripete il motivo delle perversioni sessuali, degli amplessi occasionali con passanti e sconosciuti, mandati a morte dalla nobildonna subito dopo la congiunzione carnale.

L'infestazione sarebbe l'effetto della morte violenta della signora, accoltellata dal un cardinale che lei aveva attratto nelle sue trame amorose e poi abbandonato.

Per gli spaventevoli suoni, rumori ed apparizioni che in quel luogo la leggenda ambienta, il posto è giustamente definito 'casa del diavolo'.

Meno appropriata è la definizione di 'dama bianca', che si dà della lussuriosa nobildonna.

L'espressione infatti è di ambiente mitteleuropeo ed indica pallide e silenti figure di dame semplicemente afflitte dalla più triste scansione del tempo nelle vicende del casato cui le stesse appartennero.

Così, ad esempio, le dame bianche compaiono nei Castelli degli Hohenzollern, nel momento stesso che muore uno dei membri della famosa dinastia reale.

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Castello d'Arco

Gli spettri di signorotti violenti e sanguinari si accompagnano alla leggenda di tesori nascosti, nelle segrete e nei cunicoli sotterranei del Castello.

Di pù colpisce però quello che la diceria popolare tramanda a proposito della struttura del maniero.

Avrebbe 365 finestre, tante quanti sono i giorni dell'anno, e 100 stanze. Il numero assume spesso valore di simbolo nei racconti legati al mistero ed ai fenomeni paranormali. Quando poi si parla di strutture architettoniche, le dimensioni insolite che si descrivono vengono associate ad interventi soprannaturali. Sono tanti, in Italia, i ponti, i campanili e i bastioni che si dicono costruiti dal diavolo in persona in una sola notte.

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Friuli

La magia dei luoghi e degli edifici può essere forte più dei fantasmi che eventualmente li popolassero.

Trieste, il Castello di Miramare è una figura del paranormale già di per sè. Lo si descrive come un posto che porta male, un fabbricato che porta jella.

Fu abitato da membri di case regnanti (dagli Asburgo ai Savoia), tutti poi morti in circostanze tragiche proprio per il maleficio di Miramare. La dignità dell'illustre architettura e dei suoi ospiti e padroni del passato non ha impedito che la principesca dimora venisse considerata alla stregua di una pura e semplice casa del diavolo.

In Friuli è anche molto presente la diceria del tesoro nascosto, con il contorno dei fantasmi o dei diavoli guardiani dei forzieri.

Leggende di questo genere riguardano i Castelli di San Servolo e di Saciletto.



Emilia Romagna: lo spettro di Grazzano Visconti


Il fantasma di Aloisa: profumo di donna

La storia dell'amore impossibile o del tradimento scoperto dal marito e punito con l'omicidio è molto spesso alla base delle storie di fantasmi.

In Emilia o in Romagna, l'amore c'è come altrove, ma il racconto è di solito meno truculento di altri luoghi. E' più raro il racconto di sepolti vivi e belle donne trafitte dalla spada del marito ingannato dall'amore della moglie per un giovane cavaliere.

L'atmosfera è composta e non si colora quasi mai delle forti passioni che caratterizzano le terre del sole e i racconti delle città mediterranee. Talvolta un fantasma di donna lascia al suo passaggio un profumo di viole.

In provincia di Piacenza, nel Castello di Grazzano Visconti, si aggira lo spirito di Aloisa, morta per una tradimento, ma stavolta all'inverso, rispetto alle storie più frequenti.

Aloisa era stata tradita dal marito e, per l'onta e il disinganno morì.

Si aggira tra gli antichi saloni, con atteggiamenti quasi infantili. Il suo passaggio genera profumi, ma il suo spirito chiede ricambi e gesti d'affetto, quel che non ebbe dal marito bugiardo e traditore.

Al centro del cortile c'è una statua che la rappresenta e qualche visitatore lascia in quel luogo piccoli regali. Aloisa è contenta.

In caso contrario diventa bizzosa e capricciosa. Abbandona le buone maniere e fa scherzi ai passanti.

Senza mostrarsi, qualche volta arriva anche a schiaffeggiare il turista che ha non mostrato attenzione per lei.


Castello di Montebello: il Fantasma di Azzurrina

Era una bambina, di nome Guendalina, ma tutti la chiamavano Azzurrina. Erano stati i genitori a cambiarle il nome e il colore dei capelli; tinti d'azzurro perché la piccola era nata albina. Scomparve misteriosamente nelle segrete del Castello di Montebello (oggi in provincia di Rimini) di cui il padre Ugolino - del nobile casato dei Malatesta - era signore e padrone, verso la fine del Trecento.

Azzurrina sparì per sempre in una notte di tempesta. Le guardie al Castello sentirono un urlo, nei sotterranei della fortezza, ma non trovarono la bambina, né viva, né morta. Era il 21 giugno di un anno imprecisato, e da allora nell'anniversario lo spettro si fa risentire. La voce sarebbe quella di Azzurrina, che dice 'Mamma'.

Fu captata per la prima volta il 21 Giugno del 1990 da una troupe televisiva della RAI, nell'anniversario della scomparsa di Azzurrina, mentre si girava un documentario all'interno del castello. Come succede durante gli esperimenti di Metafonia (o Psicofonia) la voce dell'Oltretomba non fu udita al momento, ma solo dopo, ascoltando la registrazione. Naturalmente, si tratta di suoni deboli, leggeri e sottili come lamenti, tanto sottili da suscitare forti dubbi.

La voce di Azzurrina sarebbe stata captata altre volte, da microfoni televisivi: precisamente ogni cinque anni (momento delle nuove apparizioni del fantasma) e ritrasmessa da varie emittenti. Il 'suono dell'Aldilà' non è nuovo, né recente, nelle cronache e nella leggenda di Montebello.

In un documento conservato nella biblioteca dello stesso Castello si parla - a quanto pare - di una voce dello stesso tipo ascoltata in quel luogo, nel Seicento. Nello stesso maniero, tra l'altro, ci sarebbe una stanza sotterranea murata, da cui la voce proverrebbe. La storica rocca, peraltro, conserva altre memorie simili: apparizioni di diafane figure di donna, a ricordo della morte inflitta a partorienti, affinché non aumentasse la popolazione del luogo.

C'è dell'altro, a proposito di Azzurrina. La voce registrata sarebbe allo studio di un apposito istituto dell'Università di Bologna, che però - a quanto pare - non conferma, non smentisce e non chiarisce.



Un fantasma in Toscana


Il Castello di Sorci

A mezzanotte, un rumore di ferraglie annuncia l'arrivo del fantasma. E' ormai un appuntamento annuale, cui partecipano, con alterne fortune, personaggi noti della politica e dello spettacolo.

Qualche volta, la sortita improvvisa dello spettro ha messo in fuga gli ospiti del suggestivo Castello, in parte adattato ad ottimo ristorante.

L'anima in pena è quella di Baldaccio d'Anghiari, capitano di ventura che ritrova il luogo della sua dimora felice, prima della tragica morte. Questo luogo è il Castello di Sorci, in provincia di Arezzo, dove il paesaggio e le antiche architetture ritrovano la compostezza del medioevo umbro-toscano. Baldaccio compare a settembre, nell'anniversario della sua morte, voluta da Bartolomeo Orlandini, Gonfaloniere di Giustizia a Firenze, nel 1441. Valoroso uomo d'arme, Baldaccio aveva accusato l'Orlandini di codardia per precedenti fatti di guerra. Simulando noncuranza il Gonfaloniere invitò a Palazzo Vecchio il suo denigratore. Nelle prestigiose stanze si era preparata un'imboscata, mentre Bartolomeo passeggiava per i corridoi con la vittima designata. Preso alle spalle da sicari, Baldaccio fu ucciso. Il suo corpo fu gettato dalla finestra e decapitato in piazza della Signoria.

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Nel suo castello Baldaccio pare che ricompaia, nella sua ultima parvenza di guerriero decapitato, in cerca di vendetta e di giustizia.

A volte il soffio della pena e della doglianza è leggero. Baldaccio si farebbe sentire soltanto con un lamentoso tintinnio d'armature.

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Lo scenario è comunque suggestivo. Il Castello con lo spettro di Baldaccio servì per l'ambientazione degli interni del film 'Non ci resta che piangere' con Benigni e Troisi.



Marche: i misteri di Sassocorvaro


Sassocorvaro

Le dicerie sui fantasmi sono numerose e diverse; tutte nello stesso Castello.

Il luogo è Sassocorvaro, cittadina della provincia di Pesaro Urbino, un'area geografica segnata dalla remota presenza di nobili cavalieri, duchi, mecenati e papi.

Nella provincia c'è l'eco di un grande passato e la leggenda richiama, ad esempio, figure come quella di Cesare Borgiadetto il Duca Valentino. Era figlio del Papa Alessandro VI e, con tutta la famiglia, lasciò alla storia memorie di intrighi, adulteri e veleni. Sembra che il Valentino abbia tenuto dimora nel Castello di Sassocorvaro e qualcuno lo rivede in quel luogo, identificandolo con uno spettro che ostenta abiti lussuosi dagli scuri velluti e piumati cappelli.

C'è pure un fantasma di donna, una inquieta dama che cerca invano l'amante, ucciso tanti secoli fa dai parenti di lei.

Un'altra diafana ed evanescente sagoma femminile è quella di una moglie infedele, ammazzata dal marito geloso
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Pergola

Tra i resti della Rocca di Pergola torna la fosca figura del Duca Valentino. Stavolta non è sua la figura spettrale, ma di alcune sue vittime.

L'appuntamento con gli spiriti è fissato naturalmente a mezzanotte, quando strazianti lamenti riecheggiano l'agonia di un signorotto della zona strangolato insieme ai figli per volontà di Cesare Borgia.

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Urbino

L'incontro con il medioevo e il rinascimento, con il tempo dei pugnali e dei baroni, ingloba anche figure più semplici e senza storie importanti da raccontare.

Accade nel Palazzo Ducale di Urbino, fastosa dimora dei Montefeltro e luogo d'incontro di letterati ed artisti nel momento più glorioso della Rinascenza. Qui non si vedono dame e cavalieri di ritorno dall'Aldilà e non compare Tomaso Parentucelli, famoso umanista, bibliotecario dei Duchi che poi sarebbe stato Papa con il nome di Niccolò V.

Semplicemente compare una servetta.

Non c'è lamento e non c'è doglianza, perché a lei in vita non successe niente. Tutto quel che le accadde fu soltanto di servire a corte.

E i suoi gesti soliti la donna ripete, ogni sera, ripulendo i pavimenti ad oltranza, come per dire che per i poveri non cambia mai niente, neanche dopo la morte

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