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I fari della mia vecchia Mini erano puntati sulla strada e sull'ipnotica linea bianca davanti a me.

La giornata era stata particolarmente stancante e l'odore della pioggia insieme alla musica avevano un effetto soporifero su di me. I pensieri iniziavano a perdersi quando mi accorsi che l'album nell'autoradio era partito ancora una volta ed era il momento di sostituirlo con un altro, magari più allegro per tenermi sveglio nel tragitto che mi separava dalla mia calda casa nella quale vivevo da solo.

Ho sempre maledetto quel momento in cui, nel cambio del disco, parte la radio con musica ogni giorno più odiosa o inutili indicazioni stradali ma mai avrei pensato quanto lo avrei maledetto quella volta. Nessuna canzone alla moda quella notte ma la flebile voce di una donna che avrei giurato di sentire rotta da dei singhiozzi, sofferente. Proprio quella nota di inquietudine nella sua voce mi fece rallentare nella ormai consueta pratica e mi fece soffermare qualche secondo in più, di troppo, su quello che stavo ascoltando.

Ripeteva sempre la stessa frase: "Casello 72, qui. Casello 72, qui. Casello 72, qui."

A intervalli irregolari lo statico di sottofondo lasciava spazio al rumore di un treno fin quando la registrazione terminò lasciandomi un lungo brivido.

Inutile dire che quella notte Morfeo non mi accolse tra le sue braccia e rimuginai a lungo su quello che avevo appena ascoltato fin quando ebbi come un flash la visione del casello 72 e ricordai che esso faceva parte del panorama nel mio percorso giornaliero tra casa e la bettola nella quale lavoravo.

Decisi di dormirci sopra rimandando all'indomani una visita al luogo che nella mia mente aveva già un alone di mistero.

Passò un'altra giornata stressante tra le lamentele dei clienti e i borbottii del capo ma ci diedi poco peso; la mia mente era altrove. Nel tragitto di ritorno allungai di poco il mio percorso passando davanti al casello nominato dalla donna. Situato al limite di un bosco, aveva un aspetto a dir poco decadente; l'edificio si sviluppava in due piani e le mura avevano perso parecchio intonaco mentre alcune finestre erano murate e qua e là sbucava qualche murales sbiadito.

Parcheggiai l'auto a pochi metri e mi avvicinai alla porta del casello. Mi sorpresi nel trovarla aperta.


Entrai e l'odore della polvere m'investì portando uno strano presentimento.

Non so dove trovai il coraggio ma accesi il flash del mio cellulare e mi feci strada nell'ingresso e notai che lo spazio che spettava alle porte interne era bloccato da assi di legno e cianfrusaglie varie lasciandomi come unica scelta quella di salire al piano superiore.

Salii per la scricchiolante scala di legno e dopo un brevissimo corridoio entrai nella unica stanza del secondo piano dove notai che c'era qualcosa che non andava.

La stanza aveva due finestre murate, un camino spento che emanava odore di bruciato come se fosse stato spento da poco e, cosa più strana, un unico tavolo al centro con una candela accesa.

Mi avvicinai e notai che sul tavolo c'erano una dozzina di foto sparpagliate fatte con una Polaroid che ritraevano una donna con un maglione rossastro e dei lunghi capelli castani, seduta su una sedia al centro di una stanza semi buia apparentemente vuota.

In alcune foto aveva lo sguardo basso e perso nel vuoto, in altre aveva una espressione sofferente e lo sguardo rivolto verso la macchinetta fotografica che mi fece rabbrividire.

Sul retro delle foto c'era delle scritte a pennarello che riportavano "Mrs. Eleanor #1", "Mrs. Eleanor #2" e così via, salendo con i numeri.

Poi notai una foto con la donna che indossava una maschera mortuaria completamente bianca.

Quella visione mi fece arrivare alla conclusione che forse avevo osato troppo e me la diedi a gambe; non fui tranquillo fin quando non mi allontanai con l'auto e decisi nel tragitto di dimenticare tutto.


Passai qualche giorno cercando di non pensarci e, complice il week-end, ci riuscii. Ci riuscii fin quando non arrivò un pacco a casa. Il postino me lo diede dicendomi che non c'era nessun emittente e siccome ero già in terribile ritardo lo abbandonai in cucina decidendo di dedicarmi a lui al ritorno.

Passò un'altra giornata di lavoro e mi ricordai solo la sera mentre ero in auto del pacco e crebbe in me una curiosità smisurata accompagnata da un presentimento tutt'altro che positivo.

Decisi di mettere prima qualcosa nello stomaco e quindi arrivato a casa cenai con un piatto di pasta e, tra un boccone e l'altro, tenevo d'occhio il pacco quasi con la paura che sfuggisse.

Al diavolo il resto! Lasciai il mio pasto e iniziai a scartare il pacco sul divano.

Quello che trovai dentro era una cassetta vhs con una sola chiarissima ed inquietante scritta rossa: "Mrs. Eleanor". Sospettavo qualcosa del genere ma mi pietrificai.

Presi un vecchio lettore vhs in soffitta che ormai non usavo da anni e inserii la cassetta.


Quello che si presentò davanti ai miei occhi era l'incubo dalla quale sfuggivo da giorni. Nel video apparve la stessa donna delle foto in piedi in un bosco che mi sembrava quello vicino al casello. Iniziò a camminare molto lentamente verso la telecamera fin quando non arrivo a poche decine di centimetri.

Il volto era in primo piano e la sua espressione era sofferente ed al tempo stesso sorpresa.

Delle lacrime iniziarono a scendere sul suo viso fin quando non accennò di colpo un sorriso e disse:

"Mi manchi tanto. Torna a trovarmi qualche altra volta, eravamo bellissimi a lume di candela".

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