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Caro amico mio! Non immagini come mi si riempia il cuore di gioia nel leggere le tue parole!

Capisco come ti senti, Amico mio, comprendo la sublime poesia nel tuo meraviglioso ballo con la morte: conosco l’irresistibile afrore della paura che infondi nei fortunati partecipanti al tuo gioco, posso quasi vedere nei loro occhi quella scintilla di disperata speranza quando gli offri uno spiraglio di salvezza, quando gli fai credere di essere a un passo dal poter fuggire dall'incubo, e riesco quasi ad assaporare la loro disperazione quando infine ti prendi quello che è tuo, liberando le loro anime dalle prigioni della mortalità.

Noi siamo uno su un miliardo, Amico mio! È già un miracolo se ci siamo trovati, ma lo è ancora di più se penso di averti incontrato per un puro caso su questo sito: un'interessante isola di pazzi nell'inutile oceano del web.

Come cercavo di spiegarti, Amico mio, i pochi illuminati come noi sono spesso condannati a una vita solitaria, soffocata nella noiosa monotonia di un’umanità grigia e senza scopo.  Ci giudicano come pazzi, assassini, maniaci  e depravati, ma pressoché nessuno si rende conto la nostra è una missione, una sacra chiamata a riempire di colori, di odori, di suoni un mondo altrimenti vuoto.

Ma lascia che mi presenti. Puoi chiamarmi dott. Squalo, o dott. Shark se preferisci un appellativo più hollywoodiano, e mi reputo uno dei più grandi artisti del nostro tempo in quella sublima arte che è la tortura.

Ho sentito la chiamata sin da subito. Quando ero bambino trascorrevo le estati nella polverosa fattoria del nonno e già allora mi dilettavo con i piccoli animaletti dell'aia, perlopiù adorabili pulcini o dolci coniglietti. Prima li accarezzavo e li coccolavo per qualche minuto, poi quando si erano abituati a me li legavo al tavolo da lavoro e cominciavo la mia opera: prima con grossi chiodi li crocefiggevo, poi li scorticavo con l'ausilio di un coltellaccio e infine con una sega circolare mi prendevo la loro vita un pezzo alla volta. Ah, Amico mio, è sempre piacevole ricordare quei rauchi squittii, tutta foga animale e istinto di sopravvivenza.

Presto però iniziai ad annoiarmi degli esperimenti sugli animali, credo soprattutto per via dei loro occhi senz'anima che anche nel momento della dipartita restavano cupi e inespressivi. Avevo bisogno di qualcosa di più, quindi decisi di mettere del sonnifero nel vino del nonno e di passare al livello successivo.

Ero ancora un ragazzo, avevo forse tredici o quattordici anni, e ci misi una buona ora a trascinare quel pachiderma addormentato sul letto, ho usato delle catene per legarlo alla spalliera e per immobilizzargli le gambe.

Fu un'esperienza nuova e inebriante. Quel vecchio bifolco ha passato la prima ora a urlare e insultarmi mentre delicatamente rimuovevo dal suo torace pezzi di pelle sempre più grandi, poi è passato a supplicare mentre gli tagliavo le dita dei piedi con una tronchesi, infine, mentre gli spaccavo una dopo l’altra le costole con un'accetta, ha addirittura chiesto scusa per quello che mi aveva fatto subire durante la mia infanzia. 

L'unica nota stonata di quell'iniziazione fu che forse l'ho ucciso troppo in fretta, credo di non essere riuscito a mantenermi freddo e professionale come un artista dovrebbe sempre essere. 

Magari ciò che non ha funzionato è che agivo spinto da motivi personali: ero troppo concentrato sull'odio che provavo per quel maiale e mentre sviluppavo la mia opera continuavo a rivedere i flash di tutte le volte che mi aveva spinto nel ripostiglio e costretto a mettermi a carponi. Di quei momenti, ciò che più mi ha segnato non fu né il dolore né l'umiliazione, ma l'irritante motivetto che il nonno fischietta mentre si riallacciava i pantaloni: la Primavera di Vivaldi... che Dio maledica quel musicista da quattro soldi e le sue irritanti armonie.

Dopo aver sistemato le questioni con il nonno, ero pronto a diventare finalmente e a tempo pieno il dott. Squalo. Non che sia stato facile, Amico mio! Ho dovuto lavorare molto per perfezionare la mia arte, ho studiato su libri di anatomia, psicologia e sociologia, ho fatto numerosi esperimenti e, senza falsa modestia, posso affermare di essere diventato un vero luminare.

Il segreto, secondo quanto ho appreso, è uccidere molto lentamente e suscitare terrore e inquietudine in ogni fase dello show, accompagnando la vittima in un percorso di progressivo abbandono di ogni speranza.

In questo senso, perdonami se te lo dico, ma l'apparenza conta molto. Io sono in parte aiutato dalla natura, che mi ha donato un viso dai contorni duri e spigolosi, su cui spiccano degli occhi grigio perla e capelli folti e arruffati che, nonostante non abbia più di trent'anni, sono già completamente bianchi come fili di ghiaccio.  Per dare un tocco più colorato alla mia figura professionale, ho inoltre limato tutti i miei denti per dargli una forma appuntita, come uno squalo appunto. 

Riesci a capacitarti, Amico mio, dell'effetto che posso fare ai miei ospiti quando si ritrovano legati sul mio tavolo dei giochi? Prova a immaginare cosa pensano quando gli compare davanti un professionista con indosso un professionalissimo camice bianco, dei guanti di lattice e una faccia da squalo con i denti aguzzi? Capisci da solo che con un inizio così il finale non può che essere scoppiettante.

Sulla scelta dei miei ospiti, Amico mio, ho delle mie idee ben chiare che derivano anch’esse dalla mia lunga esperienza. All'inizio, come tutti i principianti del mestiere, selezionavo accuratamente delle belle ragazze su cui applicare la mia arte, ma devo dire che sono sempre rimasto abbastanza deluso dal loro comportamento: le donne tendono a supplicare, a chiedere comprensione o addirittura a mercanteggiare per sottrarsi al mio trattamento e questo le rende decisamente insopportabili. Pensa, Amico mio, una volta una giovane scrofa si è addirittura offerta di giacere con me per salvarsi la vita! Ma ti rendi conto, Amico mio? Che mancanza di dignità e rispetto per sé stessi! Dove arriveremo di questo passo?

Stanco di avere a che fare con gli irritanti atteggiamenti delle ragazze, ho quindi iniziato a concentrarmi su vittime più giovani, mai sopra i tredici anni. Non puoi immaginare quale maggiore soddisfazione si ottiene da quelle anime acerbe! Con quale sincero terrore percorrono la strada verso l'oblio! Alla fine smettono anche di chiamare mamma e papà ed emettono solo dei dolci e strozzati singulti mentre nei loro occhi si spegne ogni luccichio di speranza. Ah, Amico mio, forse tu solo puoi capire quanto possa essere estatico spezzare una vita così bianca e inesperta!

Rileggendo la tua storia, Amico mio, ho solo un appunto da farti, ma non offenderti mi raccomando! Prendilo solo come un consiglio di un collega più esperto. 

Mi pare di capire che tu, alfine, sei molto rapido nel togliere la vita ai tuoi compagni di gioco. Questo è un errore, Amico mio! Devi prenderti il tuo tempo e gustare ogni istante di quel sommo rito!

Pensa che io, da vecchio veterano, a volte prolungo le attività di lavoro per due o tre giorni, alternando momenti in cui mi diverto a scuoiare, incidere e asportare pezzi a momenti in cui, come un’operosa infermierina, mi occupo di disinfettare, saturare e medicare le piaghe. In questo modo, i momenti dedicati alla cura delle ferite diventano quasi più insopportabili delle torture stesse. Puoi dirlo, Amico mio: questa si che è arte allo stato puro!

Permettimi poi qualche altro consiglio: in genere, quando è arrivato il momento di concludere il lavoro, mi prendo qualche minuto per asportare le palpebre del mio ospite, in moto da poter assistere in prima fila allo spettacolo dell'anima che abbandona il corpo. Per questa delicata operazione lo strumento perfetto è un coltellino dalla punta ricurva, come quello che si usa per intaccare le castagne prima di cuocerle.

Dopo avergli spalancato gli occhi, dovresti assicurarti che l'ospite non perda i sensi e per questo dovresti provare a iniettargli adrenalina direttamente nel cuore. In questo modo quando gli disegni il proverbiale sorriso sul collo (come so che ti piace fare) puoi guardarlo mentre muore dissanguato senza il rischio che un banale svenimento ti rovini lo spettacolo.

Non posso svelarti subito tutti i retroscena della mia arte, ma se, come spero, questo rapporto epistolare si trasformerà in sincera amicizia, potremmo giocare insieme e spingerci sempre più oltre ogni umana fantasia.

Scrivimi presto e senza indugio, Amico mio! 


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