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Ho fatto lavori di bonifica per poco più di un anno. La chiamavamo bonifica, ma è un eufemismo per “gettare via la merda di gente matta”. Lavoro per CLK, uno dei più grandi proprietari di immobili nel Sud-Est. Chuck L “Chuckles” Langtry comprò migliaia di proprietà in difficoltà per pochi spiccioli rispetto al loro costo originario, durante la recessione, e costruì un impero affittandole di nuovo alle stesse povere persone che erano state sfrattate dalle banche.

Cominciai a lavorare lì dopo che mia sorella mi cacciò di casa. Prima di morire, nostra madre mi fece promettere di avere buoni voti a scuola e fece promettere a mia sorella, Carla, di farmi stare da lei purché io lo facessi. Il college non andava d’accordo con me; me la cavavo abbastanza bene, ma se mi avessi messo davanti un foglio di carta e mi avessi detto che era un test, la mia mente sarebbe diventata un vuoto completo. Ho fatto anche due anni di college comunitario, ma non ce l’ho fatta a superare la classe Junior. Carla sembrava sollevata, seduta al vecchio e graffiato tavolo della cucina di mamma, quando mi disse che dovevo andarmene. Rimasi sul divano per alcune settimane e fortunatamente trovai il lavoro di bonifica per puro caso. Trenton, un amico che faceva il barista part-time, mi raccontò una storiella di suo cugino, che venne morso da un topo mentre lavorava.

“Hai mai visto ‘Sepolti in casa’?” mi chiese Trenton. “Barry va dentro le case di quegli accumulatori compulsivi, dove tengono una cosa come quaranta gatti morti e barattoli di piscio e merda, e pulisce tutto. Viene pagato abbastanza bene. A parte il fatto che nell’ultima casa c’erano topi e uno lo morse. Così ha dovuto prendersi un bel po’ di dosi, per il tetano, la rabbia, tipo venti iniezioni nel culo. L’assicurazione lo ha risarcito del tutto, ma quando è tornato a lavoro lo hanno semplicemente schernito dicendo che ‘non indossava i dispositivi di sicurezza adeguati’.” Dopo alcune accurate domande ero assunto. Il manager di Barry, ora il mio, mi assunse su due piedi. Mi ero messo un bel paio di pantaloni e una maglietta di Oxford – gli unici vestiti buoni che avevo. Penso che avesse odorato la mia disperazione; la paga era veramente schifosa. “Stai per metterle a soqquadro con quei pantaloncini, ragazzo” mi disse. “Inizi oggi.”

Le persone sono sporche. Io non sono un maniaco della pulizia, ma il modo in cui alcune persone vivono è peggio di quello di animali nel recinto. Anni di stoviglie lasciate sui lavelli, sui banconi, sul pavimento. Aghi arrugginiti di drogati dappertutto, che aspettano di infilzarsi in un braccio o una mano. Bagni intasati da mesi o addirittura anni, coperti di giornali, cagati sopra e poi di nuovo ricoperti, strato dopo strato, di merda e giornali fino a formare una specie di cartapesta fecale. Sono molto serio riguardo alla mia attrezzatura di sicurezza. Il cugino di Trenton era un idiota; non si va in mezzo a quei posti senza un bel po’ di roba che ti separi da tutto il resto.

La maggior parte delle case in cui lavoravo non erano zone disastrate; erano solo case che, per qualche ragione, solitamente pignoramento, erano rimaste vuote per molto tempo. Le case non sono fatte per restare vuote. Un piccolo problema che sarebbe istantaneamente notato e riparato da un occupante, come un rubinetto che perde, un pezzo di guarnizione mancante da una porta, o un animale che graffia il solaio, diventerebbero un completo disastro dopo sei mesi di abbandono. Dovevo portare un camion dei rifiuti davanti a una casa e io e il mio partner dovevamo tirare fuori mobili rotti, gabinetti spaccati, tappeti sudici, cartongesso rovinato. Le persone che vivevano in quelle case spesso se ne andavano quando non volevano farlo, e alcuni se ne andavano disperati. Ho visto interi impianti idraulici riempiti con cemento, fili elettrici tirati via dai muri e infissi distrutti a martellate. Il mio partner di turno, Hank, aprì un armadietto della cucina solo per scoprire che era pieno di cuccioli di procione. La madre cercò di mordere la faccia a Hank. Alcuni giorni erano più fortunati di altri, però. In un posto, mi resi conto che lo strano odore che avevo sentito era kerosene, solo un attimo prima di innescare un filo nascosto che qualche tossico aveva piazzato da un lato all’altro del corridoio. I poliziotti dissero che l’intero posto era caricato di esplosivo —  il filo da inciampo, e diversi altri, erano stati agganciati a delle rozze mine riempite di chiodi e c’erano bombe artigianali collegate agli interruttori. Da allora, ho sempre tolto la corrente a un posto per prima cosa, e ho sempre annusato l’aria.

L’aria mi disse che c’era qualcosa che non andava nella dimora dei Kelling. A prima vista, dalla strada, la casa sembrava piccola, una modesta casetta a un piano, nascosta da alberi e cespugli incolti. Quando parcheggiammo il camion lungo lo stretto vialetto curvo, potei notare che la casa era molto grande, più simile a un palazzo. Sembrava avesse tre diverse fiancate distinte. Tre piani si ergevano sopra la veranda, di cui il primo decorato con una fila di piccole finestre. Ero appena riuscito a farmi strada attraverso la larga e pesante porta d’ingresso con un piede di porco, dopo non meno di tre catenacci. L’aria era tiepida e umida, come l’esalazione della bocca di un animale carnivoro. “Merda, come puzza!” esclamò Jacob, il mio partner di turno. Aveva diciannove anni, alto circa un metro e novanta, pesante centotrenta, con un bel faccione paffuto contornato da riccioli di capelli biondi. Sembrava un bambino di enormi dimensioni, con la pancia che premeva contro la sua tuta protettiva. Questo era il suo primo vero lavoro. Dubitai che lo avrei visto dopo venerdì.

“Mettiti il respiratore” gli dissi, indossando il mio. “Questo posto puzza di muffa. Non vorrai mica avere quella merda nei polmoni.” Aprii la porta e entrai nel corridoio. Il caldo era opprimente dentro la casa. Era appena ottobre, e fuori faceva freddo, dunque il riscaldamento doveva essere acceso. La luce del giorno da oltre la veranda ribassata mostrava un corridoio pieno di pile di carta dal pavimento al soffitto, con solamente un percorso stretto in mezzo. Polvere grigiastra, o muffa, copriva tutte le cose, accatastate in piccoli mucchi negli angoli, e fluttuava alla luce del Sole. “Fantastico, la casa di un accumulatore compulsivo.”

“Come quelli in TV?” chiese Jacob.


“Già, come quelli in TV.” Accesi la mia torcia. “Stai molto attento quando passi vicino a quelle pile di roba. Se inciampi addosso a una, rischi che ti cada tutta addosso.” Jacob era rimasto a guardare dei lunghi millepiedi zampettare via per nascondersi dal fascio di luce della sua torcia. Fece una risata nervosa e si allontanò dalle pile di carta. Poi raggiunse il vecchio interruttore a due tasti vicino alla porta d’ingresso. Gli bloccai la mano. “No, usa la tua luce. Non sappiamo se l’impianto elettrico di questo posto è in buone condizioni.” Indicai le carte. “Non voglio rimanere bloccato qui con un incendio.” Ci facemmo strada più lontano nel corridoio, fra le pile barcollanti di fogli impolverati e pieni di ragnatele. La luce andava infievolendosi man mano che la casa dei Kelling ci inghiottiva.

Jacob ed io entrammo in quello che una volta doveva essere un grande atrio alla fine del corridoio principale. Le nostre luci scoprirono bellissima carpenteria e fecero luccicare un complesso candelabro che pendeva tre piani più in alto. Scaffali coperti di polvere contornavano i muri, alti fino al soffitto, ognuno pieno zeppo di cianfrusaglie e carte. Galassie di polvere turbinavano nell’aria fitta, disturbata dalla nostra intrusione. Nell’oscurità, la stanza dava le vertigini; la mente aborriva tutti quei dettagli, il dover tracciare e descrivere così tante cose. Il respiratore di Jacob fischiava sempre più velocemente. Gli posai una mano sulla spalla. “Calmati, amico. Respira.”

“Scusami. È solo… così tanto.” I suoi occhi apparivano molto scioccati dietro la maschera.

“Dobbiamo trovare il contatore principale e togliere la corrente. Abbiamo tempo solo fino a venerdì per sgombrare tutta questa roba. A quanto pare, resteremo qui dentro fino ad allora.” Calpestando carte sparpagliate, camminai attraverso un’arcata dentro a un nuovo corridoio, opposto a quello d’entrata. Quest’ultimo era più stretto e aveva solo degli scaffali in legno rozzamente montati da un lato. Controllai ogni porta lungo la strada. “In queste vecchie case, il pannello è in cucina la metà delle volte.”

La cucina era orribile come temevo. Il cibo non era semplicemente marcio; si era disintegrato e si era fuso in uno strato di sostanza decomposta che appiccicava le pile di piatti e stoviglie formando un groviglio semi-solido. Un frigorifero ‘Amana’ screziato, un tempo giallo, o addirittura bianco, era accasciato in un angolo come la vittima di un omicidio. Lo sportello aperto mostrava cibo vecchio e ammuffito, schiacciato sotto le griglie spezzate. La superficie di ogni scomparto era stata riempita con delle stoviglie, come se chiunque le avesse portate in cucina le avesse lasciate lì, aspettandosi che venissero pulite da una domestica che non c’era più, o non c’era mai stata. Jacob ed io scegliemmo la nostra strada attorno a delle macerie che dovevano essere stati tavoli o sedie, le nostre torce puntate alle pareti su cui speravamo di trovare un pannello elettrico. Non trovammo nulla. “E l’altra metà delle volte?” chiese Jacob, sebbene la rassegnazione della sua voce lasciava intendere che conoscesse la risposta.

“Bè, è nel seminterrato.” L’altra porta che conduceva fuori dalla cucina era saldamente bloccata. Nemmeno Jacob, che aveva quasi cinquanta chili più di me, fu in grado di smuoverla. Tornammo indietro fino all’atrio. “Ascolta, dobbiamo dividerci. Tu vai in questo corridoio, io andrò nell’altro. Cammina sul lato destro per tutto il tempo.” Gli diedi un colpo sul braccio. “Hai capito? Sempre a destra. Io seguo il lato sinistro. Devo essere sicuro che controlli tutti i muri in ogni singola stanza. Questa è una casa enorme, c’è spazzatura ovunque ed è buio. Abbiamo già sprecato due ore e abbiamo tempo solo fino alla fine della settimana. Non abbiamo tempo da perdere a controllare la stessa stanza due volte. Se lo trovi, mandami un messaggio. Hai il tuo telefono con te? La suoneria è attivata?” Lui annuì. “Hai segnale?”

“Sì, amico. Non sono un idiota.”

“Lo so” dissi, anche se ero abbastanza certo fosse un idiota. “A Langtry non frega un cazzo di quanto sia grande questa casa. Vuole che sia ripulita per il fine settimana. Se facciamo un buon lavoro e tiriamo fuori un mucchio di roba, ci darà un compenso.” Avrebbe dato a me un compenso. Jacob avrebbe ricevuto una pacca sulla schiena e non si sarebbe presentato a lavoro lunedì mattina. “Andiamo. Tieni quella maschera addosso.” Mentre Jacob barcollò lungo il corridoio, goffo per via della sua tuta, granelli di polvere grigia luccicarono nel fascio di luce della sua torcia, finché l’oscurità non lo inghiottì.

Un’ora dopo, dovetti ammettere che mi ero perso. Ero furioso. Era una grande casa, e sì, c’erano rifiuti dappertutto ed era buio, ma era comunque soltanto una casa. Avevo individuato una porta promettente alla fine di un corridoio, ma essa era bloccata da una pila impenetrabile di mobili e, stranamente, di utensili da giardino. Tornai indietro fino a una stretta scala a chiocciola e la salii. La mia idea era di salire di un piano, percorrere tutta la lunghezza di un corridoio più in alto e trovare una strada che conducesse giù dalla parte opposta.  Alla fine della scala c’era un altro corridoio lungo, ma questo non aveva né immondizia né porte. Muffa grigia, o forse polvere, ricopriva fittamente un tappeto che probabilmente in origine era rosso. Percorsi la lunghezza del corridoio senza trovare un’altra tromba delle scale. Al contrario, il corridoio svoltava bruscamente a sinistra. La prima porta a destra era leggermente aperta. La aprii ed entrai in una camera da letto polverosa, ma a parte questo pulita. Delle larghe finestre a golfo davano sul vialetto. Potevo vedere la parte frontale del camion, salvo che ero troppo in alto. In qualche modo, invece di essere salito di un piano soltanto, ero salito sul piano più alto della casa.

Quando suonò il mio telefono, me la feci quasi addosso. “Sì?” dissi.

“Io … zzz … mio … qui” disse Jacob. La ricezione era terribile.

“Non riesco a sentirti. Avvicinati a una finestra.”

“… tutto … andato … me …”

Guardai il telefono. “Funzione di chiamata: Chiamata non riuscita.” Non riesco a capire come faccia ad essere una funzione di chiamata. Gli mandai un messaggio. “Vediamoci al camion.”

Avevo caldo, avevo sete e dovevo proprio pisciare, perciò ero pronto a buttare giù una porta e saltare fuori da una finestra pur di raggiungere il camion. Uscii dalla camera da letto, pensando di ripercorrere i miei passi. Dopodiché, non sono sicuro di cosa accadde. Avevo sempre pensato di avere un buon senso dell’orientamento, soprattutto dentro un edificio, ma la dimora dei Kelling era diversa. So che andai a sinistra dopo essere uscito dalla camera, poi a destra attraverso il lungo corridoio vuoto e poi giù per la scala a chiocciola. Ma quando raggiunsi la fine, la cassettiera con la pila di rastrelli e cesoie era sparita. Sembrava che fosse lo stesso corridoio, all’inizio. Mi precipitai verso la fine del corridoio, in direzione di quella che prima avevo pensato dovesse essere la porta che conduceva al seminterrato. Tirai la porta per aprirla, ma la stanza era riempita quasi del tutto di bambole. Feci marcia indietro di nuovo, aprendo porte. Un’altra era accatastata fino all’alto di libri. Guardando meglio scoprii che si trattava di romanzi rosa tascabili, ammuffiti e pregni d’acqua. Nessuna stanza aveva un pannello elettrico sul muro. Ma ancora peggio, le finestre in ogni stanza erano state sbarrate e poi dipinte. Dopo la terza stanza, notai che il motivo del tappeto nel corridoio, solo scarsamente visibile sotto le carte ammuffite e la polvere, era cambiato: da scacchi rossi era diventato a scacchi verdi con fiori gialli. Controllai di nuovo il mio telefono: nessun segnale e nessun messaggio. Provai a chiamare Jacob comunque, ma ovviamente la telefonata non andò a buon fine.

Cominciai a tornare indietro per trovare la scala a chiocciola. Preoccupato com’ero, quasi non vidi la porta conducente al seminterrato. Era fatta in modo da risultare simile ai muri del corridoio nel quale mi trovavo, con finiture in legno scuro e coperta di intonaco ingiallito. Non appena camminai oltre, notai qualcosa vicino al pavimento – una torcia? La porta si aprì facilmente, rivelando una breve serie di scalini di legno, fiocamente illuminati da una vecchia lampadina incandescente. I gradini terminavano davanti ad un’altra porta. Questa porta non era di legno, ma di metallo, ed era molto più larga. C’era una ruota fissata nel centro della porta. La feci ruotare e la aprii. Aria calda, abbastanza da essere sentita attraverso il polietilene della mia tuta, mi venne addosso. Delle luminose luci bianche e blu si riversarono attorno ai bordi della porta d’entrata, accecando i miei occhi abituati all’oscurità. Gemetti involontariamente, proteggendomi gli occhi dall’intensità del bagliore. Dopo che i miei occhi si abituarono, entrai dalla porta in un pianerottolo di metallo bianco. Una lunga serie di bianchi scalini metallici scendevano dalla piattaforma. Le pareti, anch’esse bianche, erano pulite da cima a fondo, come anche il pavimento e gli scalini. Il mio telefono fece un suono e vibrò. Mostrava una tacca scarsa di segnale. Tre chiamate perse, tutte da Jacob. Diversi messaggi.

“Dove 6?” “Non è divertente” “ME NE VADO” “Vieni qui sì o no?”

Lo chiamai. La chiamata partì, ma partì la segreteria telefonica. Gli mandai un messaggio: “Ho trovato il seminterrato. Ci vediamo al camion” e premetti Invia. Nella quiete della scalinata, giurerei di aver sentito il suono di ricevimento squillare in lontananza. I riflettori splendevano sopra la mia testa mentre scendevo le scale verso lo sterile pavimento bianco del seminterrato. Non c’era sporcizia, né polvere. File e file di scaffali d’acciaio silenziosamente ritirate dentro l’illuminata e immacolata distanza. Gli scaffali brillavano sotto le luci e in ognuno giacevano dozzine di scatole di cartone bianche.

Presi in mano una delle scatole che vicino a me. Apposta sul fronte della scatola c’era una piccola etichetta elegantemente scritta a mano. “623”, lessi ad alta voce. La scatola era leggera, ma c’era qualcosa dentro. Rimossi il coperchio. Dentro alla scatola giaceva un abito da donna, un tessuto rosa di poliestere o forse acrilico. Sotto di esso c’erano un paio di scarpe rosa con la fibbia e una borsetta. “A quanto pare a qualcuno piace un sacco travestirsi” mi dissi, mentre riponevo la scatola sopra lo scaffale. Ma in fondo, non ci credevo. In fondo, sentivo che dovevo andarmene. Proprio in quel momento. Ma non lo feci.

Udii un suono forte, che rimbombò contro il cemento e l’acciaio. Era il telefono di Jacob, che gli ricordava del mio messaggio. Mi guardai intorno, ma non lo vedi nella luminosa stanza cavernosa. Camminai verso la direzione da cui mi era sembrato di sentire il suono e presi un’altra scatola. “898”. Pantaloni eleganti bianchi da uomo, camicia rosa, giacca sportiva bianca, dei mocassini. Occhiali da sole Ray-Ban. Un portafogli. Lo aprii, ma era vuoto. Nell’angolo della scatola, notai un anello d’oro. Una fede. Benché la stanza fosse torrida, sentii freddo all’improvviso. Rimisi a posto il coperchio e rimisi a posto la scatola. Il ronzio era più rumoroso qui, più di un borbottio, quindi proseguii per la mia strada lungo il corridoio di scaffali, verso la sua fonte.

Ad un certo punto, gli scaffali si svuotarono di scatole, le loro mensole di metallo luccicavano.  Nell’angolo più lontano della stanza, che occupava quasi l’intera parete, giaceva un’enorme fornace. No, era un forno. La sua larga superficie di ghisa nera era coperta di chiodi. Dall’altra parte della sua facciata scura c’erano cinque grandi porte, su di esse degli oblò, e oltre di essi il fuoco danzava e scoppiettava. In parte al forno c’era un carretto. Era piccolo e di acciaio, molto pulito. Dentro c’era un’unica scatola bianca. La sua etichetta riportava “1248”. La scatola suonò forte. Aprii il coperchio. All’interno conteneva un respiratore, una tuta protettiva in polietilene e il telefono di Jacob.

Traduzione di "Reclamation" (autore: Unxmaal)

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