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Questa è una fanfiction basata sul personaggio di The Puppeteer, un Creepypasta OC ideato e disegnato da BleedingHeartworks su DeviantART. Questa storia tratta delle sue origini e si concluderà in 5 capitoli. Al momento sono in fase di elaborazione anche i video della narrazione di questa storia. Attualmente la fanfiction è ancora in corso.

Buona lettura!

~ Schrödinger’s Cat

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Abigail si svegliò nel buio della sua stanza.

Le Origini di Puppeteer-Between Dreams and Reality - Prologo

Le Origini di Puppeteer-Between Dreams and Reality - Prologo

Non sapeva bene il perché, ma il cuore le batteva all'impazzata, l'adrenalina le pompava in tutto il corpo, come qualcosa avesse attirato nei suoi muscoli la reazione "combattere o fuggire".

Batté le palpebre nell'oscurità e lasciò che gli occhi si abituassero.

La luna era abbastanza alta nel cielo da effondere nella stanza un chiarore argenteo e spettrale. Abigail riusciva a distinguere le forme familiari dei mobili. Il suo gatto soriano si allungava e stiracchiava il lungo corpo lucente, gli artigli conficcati nel copriletto. Zampettò fino a lei, gli occhi gialli che brillavano la luce riflessa. "Ehi, cosa c'è?", bisbigliò a Ben e allungò una mano per carezzargli la morbida testolina triangolare e premergli l'orecchio con il pollice, piegandolo e sfregandolo. Il gatto spinse il muso in avanti e iniziò a fare le fusa.

Toc.

Abigail ebbe un sussulto. Il gatto sibilò, le zanne bianche brillavano nella luce della luna, e balzò giù dal letto. Qualcosa di piccolo e duro aveva colpito la finestra.

Non si trattava dell'ultima eco di un sogno, di una fantasia. Qualcosa aveva colpito davvero il vetro della finestra, il quale era celato da due lunghe tende bianche con un motivo a fiori. Abigail si alzò dal letto e spostò le tende. Un soffio improvviso di vento scosse i rami all'esterno facendoli fremere. Abigail non riusciva a scacciare dalla mente l'immagine delle lunghe dita nodose degli alberi che sfregavano contro il vetro.

Toc. Toc.

Era ancora quel rumore. Realizzò in quell'istante che non proveniva dall'esterno, ma dall'interno della sua stanza. Abigail si voltò indietro. L'ansia che cresceva ogni secondo che passava. I suoi occhi color ematite si fermarono su una sagoma nera. Un sorriso dorato nel buio e due occhi che parevano due tizzoni ardenti, la stavano fissando.

Rimase in silenzio. Il suo sguardo era incollato su quella oscura figura, che aveva iniziato a farsi strada verso di lei. I freddi raggi della luna illuminarono il suo volto grigio, risaltando i suoi lineamenti mefistofelici. Era venuto per lei. Ne era sicura.

Non erano servite parole o promesse per inculcarle nella mente quel pensiero. Era così. Una amara verità che aveva realizzato l'altro giorno, quando lo aveva visto per la seconda volta a scuola mentre la fissava di sottecchi dall'angolo della classe. Nessuno si era mai accorto della sua presenza. Era come se lei fosse l'unica a vederlo. Il Burattinaio. Lo aveva chiamato così.

Non le aveva mai parlato. Non aveva mai sentito la sua voce. Non sapeva neanche se fosse capace di parlare. Era come se qualcosa, nei reconditi recessi della sua mente le avesse fatto pensare a quel nome.

Questa volta si era presentato con una graziosa bambola di finissima porcellana. Aveva un abito bianco, una cascata di delicati e soffici boccoli biondi di paglia e due grandi occhi di colore blu zaffiro. La bocca di quella bambola sembrava un petalo di rosa. Le sue braccia erano smisuratamente lunghe, quasi parevano sproporzionate con il resto del suo corpo. Le gambe erano nascoste dalla gonna del vestito di seta e di velluto.

Il burattinaio depositò la bambola sul letto. Abigail continuò a fissarlo. Troppi pensieri le stavano affollando la mente, mandando inevitabilmente il suo cervello in tilt. Non riusciva ad elaborare quella situazione così surreale. Cosa stava succedendo?

Il Burattinaio si mosse verso di lei. Non sembrava neanche che stesse camminando, ma piuttosto pareva che fluttuasse nell'aria. Pochi attimi dopo le fu dinanzi. Ogni fibra del suo corpo era attraversata da scariche di adrenalina, ma i suoi muscoli erano paralizzati e le parole congelate in fondo alla gola. In poco tempo era diventata una bambola di carne in balia del terrore. Era un sogno? O era la realtà?

Il fantasma si chinò su di lei, avvicinando le labbra al suo orecchio per sussurrare alcune misteriose parole...

"Se i sogni possono diventare realtà, dimmi Abigail, potrebbe la realtà diventare un sogno?".

La sua mente elaborava troppo in fretta per poter realizzare il significato di quelle parole. Non riuscì a capire. Scosse con il capo in segno di 'no', poi balbettò la risposta.

"I-io n-non so di cosa stai parlando".

Il fantasma si allontanò da lei in modo brusco. Gli occhi di fiamma viva che ardevano di una luce quasi vermiglia. Il sorriso del burattinaio si era piegato in una smorfia di spregio. Aveva persino stretto i pugni.

"Tu mi hai dimenticato... ".

Digrignò tra i denti. La sua voce era disturbata da un brusio di statico. Era quasi come se fosse stata una vecchia radio rotta ad averle parlato. E così come era apparso, il Burattinaio si dissolse nelle tenebre nella sua stanza lasciando quella bambola sul suo letto a testimonianza della sua visita notturna.

In quel preciso istante, Abigail ricordò qualcosa.

"Papà...".

Si accorse che qualcosa le stava sfregando le caviglie. Guardò in basso.

Ben, il suo gatto, la stava fissando coi suoi occhi gialli.

Capitolo 1. Un messaggio Modifica

Il cortile era molto fresco e già invaso dal crepuscolo per quanto la luce del tramonto splendesse ancora alta nel cielo. Una delle due finestre, quella a destra, era semiaperta, e seduta accanto ad essa a respirar l'aria con l'infinita tristezza di una prigioniera senza speranza, vi era Abigail.

Abigail era una ragazza di quattordici anni, e stava vivendo nel pieno della sua adolescenza. Una folta e indomata chioma di capelli neri le scendeva fino alla nuca, in pieno contrasto con la sua carnagione pallida. I suoi occhi scuri parevano dello stesso colore dell'ematite.

Aveva lunghe dita affusolate e le unghie erano corte e robuste, perché di quando di quando aveva ancora l'abitudine di mangiarle. Soprattutto nei periodi di forte stress, come in questo caso.

Si stava torturando l'unghia del pollice, mentre con l'altra mano stava ricopiando l'esercizio di matematica dalla lavagna, dove la Signorina Blacksprout, l'insegnante, stava svolgendo un impegnativo logaritmo. Abigail seguiva distrattamente la lezione, perché qualcosa aveva catturato la sua attenzione dall'esterno.

Nel cortile della scuola si poteva intravedere l'ombra di un uomo.

Era alto, longilineo e si presentava sempre abbigliato con un lungo cappotto nero e un basco. I lineamenti del suo viso erano vagamente latini, ma non era questo a renderlo particolare alla vista della ragazza.

La sua pelle era grigia come il fumo nero che usciva da una ciminiera, mentre dagli occhi e dalla bocca fuoriusciva una calda luce dorata. Non era la prima volta che lo vedeva. Tutto era iniziato circa dall'inizio di Ottobre, ovvero solo due settimane fa. Era solito posizionarsi fuori dalla finestra della sua classe, e fissarla dall'angolo del cortile all'ombra di un variopinto acero canadese.

La prima volta Abigail aveva segnalato immediatamente la presenza di un intruso nel cortile, alzando la mano e coinvolgendo tutta la classe a guardare fuori, ma... con suo grande rammarico la faccenda si concluse con una nota sul registro a suo nome per aver distratto i compagni e interrotto la lezione di storia.

Nessuno di loro vide l'uomo che Abigail continuava a vedere. E da allora non ne parlò più con nessuno. Scelse di tacere sulla faccenda, nonostante la stessa scena continuasse a ripetersi puntualmente ogni pomeriggio.

Finalmente si udì il suono acuto e squillante della campanella riecheggiare nel corridoio. La giornata era finita. Era ora di tornare a casa.

Abigail chiuse il quaderno e iniziò a metter via le sue cose, mentre i suoi compagni di classe stavano uscendo dall'aula elettrizzati che fosse già venerdì. Molti di loro si erano organizzati per trascorrere una piacevole serata in compagnia davanti a qualche bel film, mentre altri (i ragazzi indubbiamente) si sarebbero incontrati a raccolta nelle sale giochi per provare l'ultimo videogioco uscito.

Avevano tutto il week-end davanti... e una sfilza interminabile di compiti e di verifiche all'orizzonte. Abigail era una delle poche a preoccuparsi dei voti del primo trimestre, mentre molti suoi compagni se ne infischiavano altamente perché avevano fatto del motto – prima il piacere e poi il dovere – il proprio codice di comportamento. E sebbene ciò non fosse approvato dalla maggior parte del corpo insegnante che era in continua lotta per stimolare gli studenti ad aprire i libri fin da subito, sembrava che solo Abigail e pochi altri seguissero questo spassionato consiglio.

Abigail uscì dall'edificio. L'aria umida della sera le sferzava il viso. Cominciò a tirar su col naso e a stringersi nel cappotto di lana. – Brrrr! Si gela! – disse Emily, la sua compagna di banco che aveva fatto con lei lo stesso tragitto.

– Allora? Che intenzioni hai per Samhain? – le domandò un secondo dopo aver iniziato a fare il solito tratto di strada insieme verso la rastrelliera delle biciclette. Era così che Emily chiamava Halloween, la notte delle streghe o qualunque fosse il suo nome in origine.

– Ordinaria amministrazione. Accompagnerò il figlio del vicino a fare 'dolcetto o scherzetto' e rincaserò per le dieci. – rispose Abigal guardando le nuvolette di vapore che uscivano dalla sua bocca ogni volta che espirava aria calda.

– Perché non ti unisci a noi? Abbiamo intenzione di seguire la fantasmagorica maratona dell'orrore del Dottor Kreek sul canale 111! – lo disse con un tono elettrizzato. – Grazie, ma ho paura che non riuscirò ad esserci prima delle dieci.

– Tranquilla, ti possiamo aspettare.

– Grazie, allora ci sarò.

Emily salutò Abigail con un cenno, prima di sgusciare sul marciapiede dal lato opposto della strada. Abitava vicino alla scuola in un complesso di villette a schiera. Doveva essere davvero un bel quartiere – così aveva pensato Abigail, quando un giorno le aveva descritto la sua abitazione.

Si erano conosciute all'inizio dell'anno, ed erano diventante subito buone amiche. Anche se la loro amicizia era ancora fresca di vernice, tutto sommato Abigail era convinta che sarebbe divenuta presto quell'amica delle superiori con cui ne avrebbe passate tante, nella buona e nella cattiva sorte. L'anno non era iniziato affatto male, anche se quello che le stava capitando ultimamente le stava rubando i momenti migliori della sua adolescenza. Oltre a doversi preoccupare del compito di matematica del prossimo martedì, aveva costantemente alle costole quel raccapricciante uomo-ombra. E difatti eccolo lì.

Se ne stava accanto alla rastrelliera della biciclette. Questa volta aveva qualcosa di diverso.

In mano reggeva una bambola che pareva un pupazzo da ventriloquo. Abigail indugiò in mezzo al marciapiede, osservando la scena con una certa curiosità mista a sgomento. L'uomo-ombra fece muovere la bambola manovrandola con dei fili dorati e questa, con uno scatto improvviso che la fece quasi sobbalzare dallo spavento, aprì la bocca e ne uscì un piccolo pezzo di carta arrotolato e stretto da un nastro nero. La bambola sollevò il braccio e con le sue lunghe dita minute e affusolate, con degli scatti, estrasse dalla sua bocca il biglietto. Saltò giù dalle braccia dell'uomo e con passi leggeri e aggraziati da ballerina, facendo ondeggiare la stoffa leggera della sua gonna a ombrellino di quel suo vestito riccamente adornato di perline in tinta cremisi, si avvicinò fino a pochi passi da lei, per depositare a terra il rotolo e tornarsene così come era venuta dal suo padrone.

Abigail rimase scioccata dalla scena e da quella raccapricciante bambola che si era mossa da sola. Quando aveva alzato lo sguardo non vi era traccia né nell'uno né dell'altro, ma a testimoniare che quella scena non era stata frutto della sua fantasia era rimasto quello che doveva essere palesemente un messaggio per lei.

Si soffermò a osservare quel piccolo rotolo di carta avvolto da quel grazioso nastro nero, e tentennò non sapendo se raccoglierlo o lasciarlo lì. Magari poteva esserci una maledizione e se lo avesse toccato ne sarebbe rimasta colpita, e anche se era un po' cresciuta per credere nella magia, il suo codice era ancora fedele a quanto ricordava dai libri di Harry Potter. Così, assicurandosi che nessuno la guardasse, si accovacciò e aprendo la sua tracolla spinse con il suo diario il messaggio dentro la borsa, per poi richiuderla rapidamente e avviarsi verso casa.

●○●○●○  

Passarono ore prima che Abigail si decidesse ad aprire quel messaggio. Si era ripetuta diverse volte di non avere fretta, di aspettare con calma il mattino dopo. Era più prudente aprirlo alla luce del sole, quando i suoi genitori sarebbero stati in casa, ma la curiosità aveva iniziato a sopraffare il buon senso e a torturarla continuamente. Nella sua mente si continuava a ripetere la scena che aveva visto appena uscita da scuola. In parte ne era rimasta affascinata e dall'altra era rimasta sconvolta da quella bambola-ballerina che si muoveva da sola e dal suo Burattinaio.

– Burattinaio... –   si ripeté con fare pensoso quella parola. 

Suonava così bene accostata a quell'uomo-ombra che l'aveva pedinata in quegli ultimi giorni. Qualcosa di lontano, forse un ricordo o una pallida sensazione, riaffiorò dai profondi recessi della sua mente. Qualcosa aveva risvegliato in lei quella curiosità innocente e infantile che hanno i bambini. Quella brama di sapere che strugge l'animo e porta a commettere scelte avventate. Non poteva più resistere alla tentazione.

Aprì con cautela la borsa e afferrando il messaggio con un paio di pinzette per le sopracciglia lo posò sulla scrivania. Poi, srotolò il nastro nero che avvolgeva il messaggio con la massima prudenza e adottando tutti gli accorgimenti possibili per non sfiorare nulla.

Quando spiegò la carta ecco che iniziarono a intravedersi le prima lettere.

Il messaggio conteneva solo poche righe...

Céline

31/10/88

Capitolo 2. Una vecchia storia Modifica

Erano le dieci di un sabato mattina quando era apparsa la prima nebbia della stagione.

Un fitto velo bianco calava sul cielo, ma il vento irrompeva in quella massa di vapori lacerandola. Abigail distinse un sorprendente numero di sfumature cangianti; in un punto era scuro come al declinare del giorno, in un altro splendeva una luce di uno strano incendio, e quando la nebbia si rompeva per un istante, una pigra lama di luce diurna balenava tra i vortici di nebbia.

Con questa atmosfera spettrale Abigail lasciò casa.

Se ne stava stretta nel suo cappotto, aggiustandosi la pesante sciarpa di lana attorno al collo. Percorreva a passo lento il vialetto davanti a casa, mentre pensava sul da farsi. La prima tappa sarebbe stata al McDonald's per un caffè espresso bollente e un donut alla vaniglia. Era la colazione del sabato; aveva bisogno di caricare bene le batterie prima di spendere il resto della giornata in biblioteca.

Sbadigliò.

Era ancora assonnata, e a testimoniare la sua notte passata in bianco due aloni violacei le contornavano gli occhi. Aveva trascorso fin troppo tempo a rimuginare sul significato di quel enigmatico biglietto che ora teneva chiuso nella borsa a tracolla. Avrebbe voluto seguire il buon senso e rimandare tutto al giorno dopo, ma la curiosità aveva avuto ancora una volta la meglio. Aveva trascorso intere ore a passare al setaccio tutta la rete di internet digitando diverse combinazioni tra le chiavi di ricerca, che alla fine non la avevano condotta a nessun risultato.

La data corrispondeva alla festa di Halloween di un lontano 1988, mentre Céline doveva essere senza dubbio il nome di una persona.

– Che cosa vuole farmi cercare?

Pensava tra sé e sé, mentre nella sua testa continuava a ripetersi la scena di quella bambola danzante senza fili e l'immagine di quel losco figuro che aveva preso a pedinarla dall'inizio del mese.

– E se fossi semplicemente pazza? Magari mi sono immaginata tutto e il biglietto l'ho scritto io.

Entrò al McDonald's.

L'aria di patatine fritte che impregnava l'aria aveva risvegliato lo stomaco di Abigail, che rispose con un gorgoglìo sommesso. Diversamente da come si aspettava non trovò coda alla cassa, e riuscì a ordinare la sua colazione da portar via in meno di dieci minuti.

All'esterno gli aloni di nebbia volteggiavano a mezz'aria impedendo di vedere oltre a un palmo dal naso; ma Abigail non aveva benché la minima intenzione di tornare a casa. Si strinse nel suo cappotto e uscì fuori.

Quel giorno, aveva deciso la sera prima, che si sarebbe concentrata esclusivamente sullo studio. La prossima settimana aveva ben tre verifiche, e non voleva deludere le aspettative dei suoi insegnanti. Aveva sprecato fin troppo tempo in quella assurda ricerca e non poteva più permettersi di perderne dell'altro. "Tempus fugit" – le tornarono in mente le parole del suo professore di storia.

Le strade erano insolitamente deserte, ma questo non era rilevante per Abigail. Dopotutto, era lecito domandarsi quale anima sana di mente sarebbe uscita di casa con quel tempo da lupi.

Passati pochi isolati arrivò finalmente a destinazione.

La biblioteca comunale si presentava come un enorme edificio di mattoni rossi e con il tetto scuro, spiovente e le finestre grandi e polverose. L'interno era accogliente e i pavimenti profumavano di detergente alla lavanda. Prima di entrare in aula studio, Abigail si fermò a fare colazione nell'area break come di consueto. Anche lì non trovò nessuno.

Questo la sorprese un po', perché al sabato la biblioteca era spesso gremita di studenti. Ma non quella mattina. A quanto pare avevano deciso di prendersi una pausa, o semplicemente vedendo il tempo che faceva fuori si erano ricreduti di uscire.

Quell'aria di desolazione iniziò a far sentire ad Abigail la nostalgia di avere qualcuno intorno. Non impazziva per la folla; ma in quel frangente avrebbe volentieri gradito sentire il solito vociare per i corridoi, gli studenti che bisbigliavano nelle aule, lo scalpiccio sulle scale... ma non c'era niente di tutto ciò.

Un innaturale silenzio regnava incontrastato nella biblioteca.

Appena terminata la colazione decise di andare nella sua aula preferita. Era l'unica stanza a base ottagonale con le scrivanie larghe di legno d'acero e le sedie foderate di una stoffa rosso vino, che per questo ricordava vagamente la sala di Grifondoro.

Si accomodò nella sua solita postazione in fondo al tavolo accanto alla finestra, e iniziò a tirar fuori i libri dalla borsa a tracolla. Quando la aprì non poté fare a meno di notare che il messaggio era ancora lì. Ora non aveva più paura di toccarlo.

Lo aveva sfiorato accidentalmente la sera prima e non le era successo nulla, perciò aveva decretato che non era maledetto.

Rimase a fissarlo per qualche secondo prima di richiudere la borsa e cominciare a sfogliare il libro di storia.

●○●○●○●○

Abigail si stiracchiò sulla sedia.

Per qualche ignoto motivo non riusciva a concentrarsi. Eppure la biblioteca non era mai stata più silenziosa di così; ma forse era proprio quello il problema.

Quel silenzio surreale aveva un ché di sinistro e faceva sentire Abigail irrequieta, come se continuasse a sentirsi osservata da una presenza invisibile.

Tentò più volte di rincuorarsi col fatto che il Burattinaio non l'aveva mai seguita al di fuori del plesso scolastico. Tuttavia, sapeva di non essere da sola in biblioteca.

Certamente doveva esserci anche Doris, la bibliotecaria. Aveva grosso modo l'età di sua madre e i capelli corti e ricci di un color rosa confetto. La si poteva trovare, a qualsiasi ora del giorno, a completare la settimana enigmistica dietro la sua scrivania.

Alla fine si rassegnò e uscì dall'aula studio.

In cuor suo sperava che potesse aiutarla nella sua ricerca. Doris non era solita fare domande se qualcuno le chiedeva di dare un'occhiata agli archivi; ma Abigail aveva già una scusa pronta.

– Ciao Doris, potrei dare un'occhiata agli archivi per una ricerca scolastica?

– Una ricerca di che genere?

– Uhm... storia.

Poi, tirò fuori dal cassetto della scrivania un mazzo di chiavi.

– Quali annali vorresti consultare?

– Mi interessa il 31 ottobre 1988.

La donna batté le palpebre come un gufo dietro le lenti azzurro chiaro come se non avesse ben recepito il messaggio.

– Qualcosa non va?

– Oh no, solo non pensavo ti interessasse una data così precisa... e non una di quelle date a cui devo ricordi piacevoli...

– Perché?

Doris si inumidì le labbra. Nei suoi modi, aveva lasciato trasparire ad Abigail che l'argomento la metteva leggermente a disagio. Si aggiustò la montatura degli occhiali prima di parlare di nuovo.

– Dimenticavo che all'epoca non eri ancora nata. Forse i tuoi genitori se lo ricorderanno ancora di quel incidente...

– Quale incidente?

– Oh fammici arrivare Abigail! La memoria non è più quella di una volta.

Si giustificò, estraendo dal cassetto della scrivania un mazzo di chiavi e iniziando a farle strada per i corridoi. La sala archivi si trovava al piano sotterraneo della biblioteca, in una stanza piena di stantie traboccanti di fascicoli e raccoglitori. L'aria era stagnante, umida e si sentiva un leggero odore di muffa. Ad Abigail iniziò a pizzicare il naso per via della polvere quando varcarono la soglia.

– Allora, hai iniziato a ricordare qualcosa di quella storia?

Domandò Abigail con una certa incontinenza.

– Non ricordo i dettagli, dovrei trovare quell'articolo... ma visto che sei tanto impaziente, va bene, ti racconterò quello che ricordo.

Accadde alla vecchia fabbrica degli Enfield.

Era un'industria siderurgica e fondevano leghe e metalli per poi esportarli in tutto il mondo. Il loro commercio andava forte e quasi mezza città lavorava per loro, mio marito compreso. Fallirono nel 1988 dopo lo scandalo dei lingotti d'oro che venivano ricoperti di lega per poi essere spediti in Russia per conto di un boss della mafia. Alla polizia arrivò una segnalazione anonima e siccome il procuratore stava già indagando da tempo su quella pista, non perse tempo e andò a controllare. Colse in flagrante il signor Enfield che prendeva accordi con Ronnie Beretta, il boss mafioso ricercato in più di cinquanta Stati per commercio di armi da contrabbando, droga e donne vendute per prostitute. Ci fu una sparatoria, ma alla fine la polizia riuscì ad arrestare tutti. Fu un grande colpo per il procuratore... ma purtroppo alcuni degli operai non furono proprio contenti della cosa. Infatti, quando la fabbrica chiuse i battenti più di 500 persone rimasero disoccupate e ai tempi c'era anche la grande crisi. Trovare lavoro non era così facile come lo è adesso. Alcuni di loro se la presero ingiustamente con chi aveva fatto la segnalazione alla polizia. Da allora iniziò una caccia senza tregua. Alla fine, i sospetti ricaddero tutti su un giovane operaio. Si chiamava Jonathan Blake ed era uno degli amici più stretti di mio marito. Aveva anche una moglie e un figlio piccolo... ma questo a nessuno di loro importava.

Accadde la notte di Ognissanti, quando la gente era impegnata nei festeggiamenti. Lo presero di forza e lo portarono alla fabbrica degli Enfield. Chissà per quante ore torturarono quella povera anima prima di finirlo. Chi si trovava nei paraggi della fabbrica disse di aver sentito delle urla strazianti. Qualcuno avvisò la polizia, ma quando arrivarono era troppo tardi. Quando ritrovarono il corpo dissero che gli avevano riempito le cavità oculari e la bocca con l'oro fuso. Ci vuole tanta crudeltà per uccidere in quel modo qualcuno...

– Che fine hanno fatto i suoi aguzzini?

– Morti. Tutti si impiccarono nella propria cella in circostanze sconosciute. La stessa fine che fecero anche il Signor Enfield e Ronnie Beretta...

– E sua moglie?

– Céline? Lei... oh mi stai chiedendo troppo Abigail. Forse, non ti dovevo neanche raccontare tutte queste cose. Dimentica tutta questa storia.

– Doris! Voglio sapere cosa è accaduto alla moglie di Jonathan Blake!

– Non dovevo parlarti di questa storia... esci per favore.

– Doris ho bisogno di saperlo! Ho ricevuto un biglietto con quel nome e quella data...

– Esci ti ho detto!

Doris alzò di un tono la voce, ma Abigail non cedette il passo. Era determinata ad andare fino in fondo a quella storia. Doris la afferrò in malo modo, strattonandola per la felpa e costringendola a uscire dalla sala degli archivi.

Nei suoi occhi grigio cenere era impresso uno sguardo spaurito, come se avesse appena riesumato dalla memoria un tremendo segreto su cui era bene tacere. Un segreto che da tempo aveva cercato di seppellire nella sua coscienza, dimenticandone il motivo.

Mai, Doris, aveva alzato le mani su qualcuno degli studenti che frequentavano la biblioteca; e mai avrebbe pensato di farlo proprio su Abigail.

Non solo era una delle più giovani frequentatrici, ma anche una delle studentesse più corrette ed educate per la quale non si era mai dovuta dar pena. Le dispiacque averla trattata ingiustamente a quel modo, e ancora di più vederla andare via con l'aria di chi sapeva di non aver fatto nulla di male e di essersi meritato una punizione ingiusta.

Doris non provò a fermare Abigail quando la vide lasciare la biblioteca in fretta e furia, sbattendo la porta mentre usciva.

La sua espressione divenne più triste e desolata; ma qualcosa le aveva fatto tornare alla memoria, come una paura primordiale dettata da un istinto di conservazione, che su certe vecchie storie era bene tacere...

●○●○●○●○

L'aria fredda di mezzogiorno sferzava il viso il Abigail, mentre l'umidità nell'aria aveva iniziato a cotonarle i capelli. Era molto infastidita dal comportamento che Doris aveva avuto con lei. Lo trovava assolutamente ingiusto. Quando era uscita, con la coda dell'occhio aveva visto l'espressione di Doris mutare in una dall'aria più affranta.

Evidentemente non era sua intenzione reagire a quel modo; ma perché le aveva raccontato tutta quella assurda storia se non voleva che ne venisse a conoscenza? Perché non aveva voluto parlarle di Céline? 31 Ottobre 1988. Adesso quella data aveva finalmente un senso! Mancava solo un ultimo tassello per completare il quadro... doveva scoprire cosa era successo alla moglie di Jonathan.

Capitolo 3. A un passo dalla verità Modifica

Era un tardo pomeriggio di Ottobre. La luna, pallida, illuminava le strade di una malinconica luce cerulea. Le frange diafane e filiformi delle nuvole si stendevano nel cielo come lunghi artigli pronti a stringere la luna in una morsa da cui non avrebbe avuto scampo. Il vento spazzava le strade sollevando cumuli di foglie secche, e talvolta si levava così forte da frustare il sangue in faccia. Sembrava che avesse spazzato via i passanti dalle strade insolitamente vuote; Abigail pensava di non aver mai visto tanta desolazione nel quartiere dove abitava. La stessa desolazione che l'aveva circondata in quei giorni frenetici.

I magri alberi del suo giardino sbattevano contro la nera cancellata consumando le sottili cortecce. Per quanto avesse camminato in fretta, non era la fatica ad averle imperlato la fronte di sudore freddo, ma il senso di un'angoscia sconosciuta.

Quel giorno aveva lasciato l'edificio scolastico con il presentimento di sentirsi seguita. Ogni volta che si era voltata indietro per verificare se i suoi timori erano fondati, non aveva trovato anima viva per strada.

Si guardò un'ultima volta intorno con aria circospetta prima di estrarre le chiavi dalla tasca del cappotto e infilarle della toppa della serratura del cancello.

Abitava in un condominio al quarto piano. Le luci dell'appartamento erano accese e dalla finestra della cucina poteva intravedere l'ombra di sua madre che si stava affaccendando davanti ai fornelli. La macchina di suo padre era parcheggiata nel vialetto, e probabilmente era già in salotto a seguire il notiziario delle sei. Chiuse il cancello dietro di sé e lanciò ancora una rapida occhiata al vialetto prima di rincasare.

Era giovedì. La settimana era volata tra compiti e interrogazioni; gli impegni scolastici non le avevano lasciato molto tempo di ripensare a quello spiacevole inconveniente con Doris alla biblioteca. Per un attimo aveva anche messo da parte l'assidua ricerca per Céline e Jonathan Blake; dato che ormai le sue ricerche in rete erano arrivate al capolinea.

Amaramente aveva iniziato a realizzare che se avesse voluto andare fino in fondo alla faccenda l'unica strada era quella di tornare nella sala degli archivi e trovare quell'articolo.

Il che era più facile a dirsi che a farsi, ovviamente – Doris non le avrebbe più permesso di mettere piede là sotto.

A quanto pare doveva trattarsi di una storia scomoda che qualcuno cercava di insabbiare. O forse, essendo stato Jonathan un amico di vecchia data di suo marito, il ricordo di quell'uomo così eroico da aiutare la polizia a catturare un famigerato boss della mafia e ingiustamente punito, le provocava ancora oggi un immenso dolore.

E se Jonathan Blake era il nome del fantasma che la stava seguendo, Abigail si stava domandando in quel preciso momento che cosa centrasse lei in tutta quella faccenda. L'unica cosa sicura era che finché non avesse risolto il mistero del Burattinaio non avrebbe trovato pace nemmeno nel sonno. Anche se in quei giorni non si era fatto vivo, forse aveva trovato il modo di tormentarla nel sonno e di causarle incubi ogni notte.

A scuola cercava di non dare a vedere il suo, sempre più evidente, bisogno di un sonno ristoratore, anche se con Emily non era riuscita a nasconderlo.

Era preoccupata per lei. All'intervallo le aveva chiesto se c'era qualcosa che non andava, e Abigail era stata lì lì per vuotare il sacco; ma l'improvviso suono della campanella dell'ultima ora l'aveva fatta tornare indietro all'idea che era meglio non dire nulla.

Non voleva essere presa per lunatica e venire emarginata dal resto della classe.

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L'orologio di casa aveva da poco rintoccato le nove di sera, quando Abigail ricevette un messaggio su Whatssap da parte di Emily.

Il testo del messaggio era breve: "Sono qui fuori, ti va di parlare?".

Abigail aveva scostato le tendine e si era affacciata alla finestra. Emily era sul marciapiede e stava agitando una mano, mentre con l'altra cercava di tenersi la sciarpa per evitare che il vento gliela strappasse via. Aveva il naso leggermente arrossato e indossava gli stessi vestiti che aveva quel giorno a scuola; un paio di pantacalze nere e una lunga felpa grigia con le orecchie da gatto sul cappuccio. Abigail le fece cenno di aspettare.

Ringraziò di non essersi ancora infilata il pigiama; mentre si stava mettendo le scarpe disse che sarebbe uscita a fare due passi con l'amica per il quartiere. Suo padre si era addormentato sul divano, perciò fu sua madre a darle il permesso a patto che rientrasse a casa entro le dieci.

Fece le scale quasi a rotta di collo e quando arrivò di sotto era leggermente trafelata. Si stava domandando se i genitori di Emily sapessero che lei era qui; ma probabilmente doveva essere uscita di nascosto.

– I tuoi genitori non si preoccuperanno? – Le aveva chiesto.

– I miei sono usciti per una cena di lavoro e c'è mio fratello in casa con la sua ragazza... beh, puoi immaginare quanto gliene importi. – Disse, sorridendo quasi impercettibilmente. – Bene, allora quando ti deciderai a spiegarmi cosa è successo?

Abigail le raccontò tutto. Emily stava in silenzio ad ascoltare, e ogni tanto annuiva col capo per far vedere che la stava seguendo. Non la giudicò e stranamente, quando ebbe finito non si mise a ridere e non le diede della pazza.

– Se ti serve una mano potrei chiedere io a Doris di lasciarmi nella sala degli archivi.

Abigail reclinò il capo.

– Meglio di no... sospetterebbe subito qualcosa visto che siamo coetanee.

– Uhm... già, hai ragione. Allora non si potrà far niente per aiutare questo povero fantasma?

– Temo di no.

– Aspetta, ho un'idea!

– Che idea?

– Seguimi. Partiremo per un'avventura!

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Emily era acquattata accanto a una finestrella che dava sul seminterrato della biblioteca e stava smuovendo il vetro. – Che stai facendo? – le bisbigliò Abigail mentre si guardava intorno con aria circospetta.

La finestra si aprì appena un po' e lei infilò il piede in quel piccolo spazio, sforzandosi di sollevarla ulteriormente. Pareva bloccata. Probabilmente non veniva aperta da anni e il legno s'era gonfiato per gli sbalzi di temperatura.

– Che cosa pensi che stia facendo? – le rispose.

– Provi a entrare in un edificio pubblico dove, se ci trovassero, potrebbero arrestarci.

– Ecco – disse Emily facendo scattare in su la finestrella con uno scricchiolio improvviso. – Proprio quel che sto facendo.

Emily scivolò dentro, ancheggiando, e quando fu seduta sul davanzale esitò un istante. Guardò Abigail e con la mano le fece cenno di seguirla. Poi, saltò giù.

Si udì uno schianto e il suono di qualcosa di metallico che cascava per terra.

– Emily! – strillò Abigail.

– Ssssshhh – risuonò la voce dell'amica dal buio. – Sto bene! Non ricordavo che c'era un portamatite sulla scrivania.

La voce di Emily, dall'oscurità, suonava leggermente diversa. Sembrava molto eccitata di fare qualcosa di così spericolato. Avevano poco meno di mezzora per entrare nella sala degli archivi, trovare l'articolo e tornare puntuali per le dieci a casa sua.

Quando Abigail aveva pensato ad Emily come a quell'amica delle superiori con cui ne avrebbe passate tante, non immaginava neanche lontanamente di ritrovarsi in una situazione del genere. In quella ragazza così impacciata, estroversa e spericolata aveva trovato la sua controparte perfetta. Si guardò intorno per un'ultima volta, poi la seguì a ruota.

Abigail balzò giù dal muro e appoggiò i piedi sulla scrivania che aveva usato Emily per scendere. Si guardò intorno. La luna effondeva una luce sufficiente per distinguere il profilo di una fila di scrivanie di metallo e diversi schedari. Le superfici erano coperte di cumuli di scartoffie. Erano nella sala degli archivi.

– Come facevi a sapere della finestra?

– Oh già da qualche annetto.

– Vuol dire che sei entrata qui altre volte?

– Certo.

– E perché?

– Qui tengono le anteprime dei libri che non sono ancora stati pubblicati... l'anno scorso lessi 'Harry Potter e l'ordine della fenice' tre mesi prima che fosse distribuito.

– L'avrei fatto anch'io!

Emily usò la torcia del suo cellulare per illuminare l'area. Era elettrizzante trovarsi in un posto proibito, senza che nessuno lo sapesse. Emily prese a braccetto Abigail e la portò a fare un giro per la stanza. C'erano libri accatastati accanto a lampade e vecchie foto in bianco e nero della città, dentro cornici nere, in ordine, con targhette incise. Abigail si guardava intorno cercando lo schedario del 1988. Dopo qualche minuto a zonzo per la stanza si fermarono davanti ad un alto schedario che raccoglieva il decennio 1980 – 90.

– Dovrebbe essere qui dentro.

Disse Emily, puntando il fascio luminoso della torcia. Abigail non si fece pregare e iniziò a spulciare lì dentro selezionando solo gli articoli pubblicati nell'Ottobre 1988. Quando trovò l'articolo che le interessava iniziò a divorare le righe con febbricitante interesse. Emily fece altrettanto, continuando a farle luce col telefono.

"Nella notte del 31 Ottobre, mentre in centro città si celebravano i festeggiamenti di Halloween, alla fabbrica degli Enfield si è consumato un efferato omicidio.

Sette sono gli uomini coinvolti nell'omicidio di Jonathan Blake, un giovane operaio di vent'anni di razza caucasica. L'uomo era stato torturato per ore prima di essere ucciso. La morte è sopraggiunta quando l'uomo è stato impiccato; ma gli assassini non si sono fermati. Hanno continuato a martoriare il cadavere dell'uomo, e in seguito hanno riempito con una colata rovente di oro fuso le sue cavità oculari e la bocca. Nella storia della città non si era mai registrato prima d'ora un caso di omicidio così spietato. Jonathan Blake, riferisce il procuratore della polizia, dovrebbe essere riconosciuto come eroe nazionale per aver aiutato, con una segnalazione anonima, le autorità locali ad arrestare il più ricercato al mondo boss mafioso Ronnie Beretta. Jonathan Blake lascia la moglie ventiduenne Céline Everwave e la figlia di quattro anni. I suoi funerali saranno celebrati il 2 Novembre alle dieci di mattina presso il Goldsoul Cemetery".

– Hai fatto caso che la figlia di Jonathan Blake ora avrebbe la nostra età?

– Hai ragione...

– Però non c'è il suo nome... non lo riesco a trovare...

Emily cominciò a spulciare altri articoli.

– Ehi guarda! C'è scritto qualcosa sulla moglie.

"Céline Everwave, rimasta vedova dopo il tragico omicidio del marito Jonathan Blake, è stata trovata suicida nella sua casa a Eastwood nella notte del 24 febbraio. La donna era affetta da depressione profonda ed era in terapia da quattro mesi in una clinica psichiatrica. Céline viveva in condizioni precarie e rischiava l'affido della figlia di cinque anni, Abigail Blake, agli assistenti sociali. Le continue pressioni devono aver portato la vedova ad una situazione estrema, fino ad averle fatto commettere suicidio. Ad aver segnalato alla polizia l'accaduto sono stati i vicini di casa, una coppia di anziani, che dopo aver sentito gli strilli della bambina si sono allarmati e sono entrati in casa della donna a controllare. La situazione che si è parata dinanzi agli occhi dei coniugi Bowl era di una drammaticità indescrivibile – così riporta Doris Bowl. La bambina aveva attorno al collo un cappio e pareva che la madre volesse costringere la figlia a impiccarsi insieme a lei. Atto che non è riuscita a compiere, probabilmente, interrotta dai pianti della piccola che avevano richiamato l'attenzione dei vicini".

– Ferma... non riesco più a leggere.

– Cosa c'è? Che hai?

– Niente... mi bruciano solo gli occhi.

– Non starai mica piangendo!

– No, io no...

– Ehi, non prendermi per scema. So benissimo a cosa stai pensando... avanti Abigail! Non puoi essere tu. Sarà tutta una coincidenza.

– Io non ricordo niente del mio passato fino ai 5 anni... i miei genitori dissero di avermi adottata in un orfanotrofio. Dissero che i miei genitori biologici erano morti in un incidente d'auto.

– Vedi, Abigail? Allora non puoi essere tu. Dai, adesso chiudiamo questa storia e andiamocene via di qua.

Emily la prese nuovamente a braccetto facendole strada in mezzo agli schedari e alle scrivanie, quando all'improvviso si fermò a pochi passi dalla finestra da cui erano entrate.

– Che cosa c'è?

Domandò Abigail con disappunto.

– Ssssh!

– Cosa?

– Hai sentito anche tu questo rumore?

Rimasero in silenzio, ad ascoltare il rumore di passi che proveniva dal corridoio. Si stavano avvicinando alla stanza in cui si trovavano. Abigail trascinò Emily alla svelta, dietro l'enorme scrivania che avevano usato prima per scendere. Forse, era il guardiano notturno che faceva la ronda. Non era possibile che qualcuno le avesse sentite. Erano state attente a non fare il minimo rumore e la biblioteca si trovava in un quartiere pieno di negozi che a quell'ora avevano già chiuso. Nessuno sapeva che erano lì.

Abigail tentò di rassicurarsi con quei pensieri, mentre i passi si facevano sempre più vicini ed Emily si stringeva sempre più forte al suo braccio. La guardò in faccia e vide che era sbiancata. Sembrava che l'impavida Emily avesse appena ceduto il posto al suo sosia fragile e spaurito. Abigail non poteva nascondere a sé stessa che anche lei aveva paura. Se lo fosse venuto a sapere suo padre l'avrebbe chiusa in casa per il resto dei suoi giorni. E addio pigiama party e feste con le amiche!

Quando la porta si aprì, Emily e Abigail videro un paio di scarpette verdi laccate che si muovevano verso di loro. Abigail ricordava di aver già visto quelle scarpe. Si fece poco in avanti per confermare i suoi sospetti, e la vide.

Era Doris.

Aveva un'espressione affranta, che non aveva mai visto prima d'ora. Aveva un trucco pesante, i capelli rigorosamente in ordine ed era vestita in modo elegante come se fosse appena stata a qualche ricevimento. Si guardava intorno con aria guardinga e ogni tanto tirava su col naso, come se avesse pianto. Abigail non riusciva a spiegarsi che cosa ci facesse lì. Poi, vide che dalla borsetta estrasse qualcosa. Una pistola.

Emily, in quel momento, strinse più forte la spalla di Abigail, affondandole le unghie senza accorgersi che le stava facendo male. Rimasero in silenzio ad osservare la scena con gli occhi colmi di terrore. Abigail si paralizzò. Non poteva credere di stare assistendo veramente ad una cosa simile. Forse, Doris, si era accorta di loro. Doveva aver preso la pistola del marito che un tempo era stato un poliziotto, ora andato in pensione già da un paio di anni, ed era venuta per giustiziarle. Magari le aveva viste entrare...

La donna fece scattare il cane. Le due ragazze si strinsero, quando udirono il colpo andare in canna. Doris iniziò ad ansimare in un pianto isterico.

Poi, si puntò la pistola alla tempia.

Emily era diventata una bambola di carne in balia del terrore, mentre Abigail si sforzava a chiudere gli occhi o a distogliere lo sguardo da quel macabro spettacolo...

ma non poteva lasciare che Doris si sparasse! Per l'amor del cielo, si conoscevano da una vita e mai aveva pensato che sarebbe stata capace di una cosa del genere.

Raccolse tutto il coraggio che aveva in corpo e saltò fuori dalla scrivania.

– Doris non farlo!

Gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Doris rimase interdetta per qualche secondo, fissandola con gli occhi lucidi e pieni di lacrime.

– Mi dispiace Abigail... mi dispiace tanto...

Sorrise, e si sparò.

Capitolo 4. Sussurri dal passato Modifica

Continua...

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