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Bedtime

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Bedtime nacque inizialmente come racconto singolo, infatti la prima storia è l'unica ad essere autoconclusiva. Grazie al successo ottenuto dal primo racconto, Bedtime divenne in seguito una serie formata da 5 parti.

BedtimeModifica

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L’ora di andare a letto dovrebbe essere un felice momento per un bambino stanco; per me era terrificante. Mentre alcuni bambini si lamentavano perché venivano messi a dormire prima che finissero di vedere il

film o giocare al loro videogioco preferito, per me, quando ero piccolo, la notte era qualcosa da temere veramente. Da qualche parte nella mia mente è ancora così.

Essendo qualcuno che ha a che fare nel campo delle scienze, non riesco ancora a dimostrare che ciò che accadde a me fosse oggettivamente reale, ma posso giurare che quello che ho sperimentato fosse puro orrore. Una paura che, in vita mia, sono allietato di dire, non è mai stata eguagliata. Mi rivolgerò a voi come meglio potrò, poi fate ciò che volete, ma sarò felice di levarmi dal petto questo grosso peso.

Non ricordo esattamente quando tutto è iniziato, ma il mio timore nell’addormentarsi sembrava essere relazionato all’essermi spostato in una stanza tutta mia. Avevo otto anni a quel tempo, e fino ad allora avevo condiviso la camera con mio fratello maggiore, tranquillamente. Come è comprensibile per un ragazzo di cinque anni più di me, mio fratello ha alla fine desiderato avere una stanza propria, di conseguenza mi è stata data la stanza sul retro della casa.

Era una piccola, stretta, ma stranamente allungata stanza, larga abbastanza per un letto e una cassettiera, ma non molto altro. Non potevo lamentarmi poiché, anche a quell’età, capivo che non disponevamo di una grande casa e non avevo motivi di essere deluso, dato che la mia famiglia era molto amorevole e premurosa. È stata un’infanzia felice, durante il giorno.

Una solitaria finestra si apriva sul giardino posteriore, nulla di straordinario, ma persino durante il giorno la luce che si insinuava in quella stanza sembrava esitare.

A mio fratello venne dato un nuovo letto, mentre a me venne dato il letto a castello che eravamo soliti condividere. Mentre ero arrabbiato perché dovevo dormire da solo, ero anche eccitato al pensiero di poter dormire nel letto superiore, che sembrava molto più avventuroso per me.

Fin dalla prima notte ricordo la strana sensazione di disagio che strisciava lentamente nella mia mente. Rimasi nel letto superiore, sdraiato, a fissare le mie action figures e le mie macchinine sparse per tutto il tappeto verde-blu. E mentre immaginarie battaglie avevano luogo tra i giocattoli sul pavimento, non potei far a meno di sentire i miei occhi venire attirati verso il letto inferiore, sembrava che qualcosa si stesse muovendo nell’angolo dei miei occhi. Qualcosa che non voleva essere visto.

Il letto era vuoto, impeccabilmente fatto con delle lenzuola blu scuro molto ordinate, parzialmente coperte da due cuscini bianchi piuttosto blandi. Non ci pensai, a quel tempo, ero solo un bambino,e il suono della televisione dei miei genitori che proveniva da sotto la mia porta mi immerse in un caldo senso di sicurezza e benessere.

Mi addormentai.

Quando si viene svegliati da un sonno profondo da un qualcosa che si muove, da qualcosa in agitazione, ci può volere qualche momento prima di capire veramente cosa stia succedendo. La nebbia del sonno pende ancora sopra gli occhi e le orecchie, anche se siamo lucidi.

Qualcosa si stava muovendo, non c’era nessun dubbio a riguardo.

In un primo momento non ero sicuro di cosa si trattasse. Tutto era scuro, quasi nero pece, ma c’era abbastanza luce che penetrava dall’esterno per riuscire a delineare quella stanza stretta e soffocante. Due pensieri apparvero nella mente quasi simultaneamente. Il primo fu che i miei genitori erano a letto, poiché il resto della casa giaceva nell’oscurità e nel silenzio. Il secondo pensiero fu rivolto verso il rumore. Il rumore che mi aveva svegliato, ovviamente.

Come le ultime ragnatele di sonno scomparvero dalla mia mente, il rumore assunse una forma più famigliare. A volte il più semplice dei suoni può essere il più snervante, il freddo vento attraverso gli alberi all’esterno, i passi del vicino che sono pericolosamente vicini, o, in questo caso, il semplice suono delle lenzuola del letto che frusciavano nel buio.

Era quello: lenzuola che frusciavano nel buio come se un dormiente disturbato stesse cercando di trovare una posizione più comoda, nel letto inferiore. Rimasi lì, incredulo, pensando che il rumore o era la mia immaginazione o forse solo il mio gatto che cercava un posto confortevole per la notte. È stato allora che notai la mia porta, chiusa come quando mi ero addormentato.

Forse mia mamma era venuta a controllarmi e il gatto si era intrufolato in camera in quel momento.

Sì, doveva essere stato così. Mi girai verso il muro, chiudendo gli occhi nella vana speranza di potermi riaddormentare. Da quando mi mossi, il suono frusciante sotto di me cessò. Pensai di aver disturbato il mio gatto, ma velocemente realizzai che il visitatore del letto inferiore era molto meno banale del mio animale che cercava di dormire, era molto più sinistro.

Come se fosse stato avvertito, e scontento della mia presenza, il dormiente iniziò a rigirarsi violentemente, come un bambino che faceva i capricci nel proprio letto. Potevo sentire le lenzuola girare e frusciare, con crescente ferocia. La paura prese possesso di me, non come il sottile senso di disagio che avevo sperimentato prima, era potente e terrificante. Il mio cuore accelerò mentre spalancavo i miei occhi dal panico, scannerizzando ogni cosa in quell’oscurità quasi impenetrabile.

Lanciai un grido.

Come la maggior parte dei ragazzi fanno, avevo istintivamente chiamato mia madre. Sentii qualcosa muoversi dal lato opposto della casa, ma quando tirai un sospiro di sollievo nel sapere che i miei genitori sarebbero venuti a salvarmi, il letto a castello iniziò a tremare violentemente, come se ci fosse stato un terremoto, raschiando contro il muro. Sentivo le lenzuola di sotto muoversi come se tormentate dalla malizia. Non volevo scendere per salvarmi poiché temevo che la cosa nel letto inferiore mi avrebbe afferrato, trascinandomi nell’oscurità, così rimasi lì dove ero, le mie nocche erano bianche dallo stringere la mia coperta come protezione. L’attesa sembrava un’eternità.

La porta finalmente, e fortunatamente, si spalancò e venni immerso nella luce, mentre il letto inferiore, il luogo di riposo del mio indesiderato visitatore, giaceva vuoto e tranquillo.

Piansi e mia madre mi consolò. Lacrime di paura, seguite da lacrime di sollievo, scorrevano sulle mie guance. Eppure, dopo tutto l’orrore e il sollievo, non le raccontai perché ero così sconvolto. Non riesco a spiegarlo, ma sentivo come se quel qualsiasi cosa che si trovava nel letto sarebbe ritornato se ne avessi parlato, o se avessi solo pronunciato una sillaba riguardo la sua esistenza. Se quella fosse la verità non lo so, ma da bambino sentivo come se quella minaccia invisibile fosse rimasta vicina, in ascolto.

Mia madre si sdraiò nel letto inferiore, promettendo di rimanere lì fino al mattino. Alla fine la mia ansia diminuì, la stanchezza mi spinse verso il sonno, ma rimasi comunque senza riposo, mi risvegliai più e più volte al suono delle lenzuola.

Ricordo che il giorno dopo avevo il desiderio di andare da nessuna parte, essere da nessuna parte se non in quella soffocante stanza. Era un sabato e stavo giocando piuttosto volentieri all’esterno, con i miei amici. Anche se la nostra casa non era grande, eravamo abbastanza fortunati da avere un lungo giardino, un po’ inclinato, nella parte posteriore. Giocavamo lì spesso, gran parte di esso era coperto di vegetazione e ci potevamo nascondere nei cespugli, arrampicare nell’immenso sicomoro che torreggiava sopra ogni cosa, e facilmente immaginare noi, che ci lanciavamo verso una grande avventura, in qualche selvaggia terra esotica.

Divertente era divertente, ma di tanto in tanto i miei occhi si rivolgevano verso quella piccola finestra; ordinaria, piccola e innocua. Ma per me, quel sottile confine delimitato dal vetro portava in una sinistra e fredda cavità piena di terrore. E all’esterno, la rigogliosa vegetazione del nostro giardino e i volti sorridenti dei miei amici non riuscivano a spegnere quella mia strisciante sensazione che mi rabbrividiva la schiena; mi si rizzarono tutti i capelli. La sensazione di qualcosa in quella stanza, che mi osservava giocare, che aspettava la notte per quando sarei stato solo; un entusiasmo pieno di odio.

Potrà sembrarvi strano, ma quando i miei genitori mi fecero ritornare in quella stanza, io non dissi nulla. Non protestai, non inventai nemmeno una scusa per spiegare perché non riuscivo a dormire. Semplicemente entrai nella camera col volto imbronciato, salii i pochi scalini per il letto superiore e poi aspettai. Se fossi stato adulto avrei raccontato a tutti della mia esperienza, ma persino in quella giovane età che avevo mi sentivo piuttosto stupido a parlare di qualcosa di cui non avevo alcuna prova sull’effettiva esistenza. Mentirei, comunque, se dicessi che questo era il mio principale motivo: in realtà sentivo ancora come se la cosa si sarebbe infuriata se ne avessi parlato.

È buffo come certe parole possano venire nascoste dalla tua mente, non importa quanto palesi e evidenti siano. Una parola mi venne alla mente in quella seconda notte, mentre stavo sdraiato da solo nel buio, terrorizzato, consapevole della brutta atmosfera; un’atmosfera pesante. Quando sentii i primi spostamenti delle lenzuola del letto di sotto, l’aumento d’ansia accelerò il battito del mio cuore alla realizzazione che la cosa si trovava ancora lì, e quella parola, quella parola che avevo esiliato filtrò dalla mia coscienza, liberandosi da ogni forza di repressione, alla ricerca di aria, incidendosi e intagliandosi nella mia mente.

“Fantasma”.

Come mi venne alla mente quel pensiero, notai che i movimenti del mio sgradito ospite erano cessati. Le lenzuola giacevano calme e tranquille, ma i movimenti erano stati sostituiti da qualcosa di molto più spaventoso. Un lento, ritmico e raschiante respiro si sollevò, proveniva dalla cosa lì sotto. Potevo immaginare il suo petto alzarsi ed abbassarsi ad ogni misero, affannoso e confuso respiro. Rabbrividii, e sperai al di là di ogni speranza che mi lasciasse in pace, senza causare strani eventi.

La casa giaceva, come lo era stata nella notte precedente, in una spessa coltre di oscurità. Il silenzio dominava, su tutto, tranne che sul maligno alito del mio vicino di letto. Restai fermo, terrorizzato. Volevo solamente che quella cosa se ne andasse, che mi lasciasse in pace.

Che cosa voleva?

Poi qualcosa di inconfondibile successe: si mosse. Si mosse però in una maniera differente rispetto al solito. Quando si rigirò nel letto inferiore sembrava sfrenata, senza uno scopo, animalesca. Questo movimento, comunque, era consapevole, aveva uno scopo, un obiettivo. Per quella cosa che stava nell’oscurità, quella cosa che sembrava intenzionata a terrorizzare un giovane bambino, sembrò mettersi a sedere con disinvoltura. Il suo respiro affannoso era ora diventato più forte, solo un materasso e qualche asse di legno separavano il mio corpo da quell’innaturale affanno.

Rimasi disteso, i miei occhi si riempirono di lacrime. Una paura che con le semplici parole non potrei descrivere né a te né a nessun altro scorreva nelle mie vene. Non avrei mai creduto che questa paura potesse accrescere ancora di più, ma quanto mi sbagliavo. Provai ad immaginare che aspetto avesse la cosa, seduta là che ascoltava da sotto il mio materasso, speranzosa di cogliere un minimo accenno se ero sveglio. L’immaginazione si trasformò poi in un’inquietante realtà. La cosa iniziò a toccare le doghe di legno su cui il mio materasso poggiava. Sembrava accarezzarle con cura, mentre immaginavo le sue mani e dita su tutta la superficie del legno.

Dopodiché, con grande forza, puntò con rabbia tra due doghe, nel materasso. Anche attraverso l’imbottitura, sentivo come se qualcuno avesse conficcato violentemente le dita nel mio fianco. Lanciai un grande grido, e l’ansimante e agitata cosa del letto sottostante mi rispose facendo scuotere il letto a castello come la sera precedente. Piccole scaglie di vernice dalla parete si polverizzarono sulle mie lenzuola, mentre il telaio del letto raschiava contro il muro, avanti e indietro.

Ancora una volta venni inondato dalla luce, e in essa c’era mia madre, amorevole e premurosa com’era sempre stata, che con un confortevole abbraccio e tranquillizzanti parole sottomise la mia isteria. Naturalmente lei mi chiese cosa c’era che non andava, ma io non potevo rispondere, non osavo rispondere. Dissi semplicemente una parola, più e più volte.

“Incubo”

Questo tipo di eventi continuarono per settimane, se non mesi. Notte dopo notte mi svegliavo al suono di lenzuola fruscianti. Ogni volta urlavo, per far in modo che la cosa non mi raggiungesse in tempo. Per ogni grido il letto iniziava a scuotere violentemente, fermandosi solo all’arrivo di mia madre, che trascorreva poi il resto della notte nel letto inferiore, apparentemente ignara della sinistra presenza che torturava il figlio ogni notte.

Per tutto il tempo riuscii a fingermi malato per diverse volte e venirmene fuori con ragioni meno che veritiere per poter dormire nel letto dei miei genitori, ma spesso mi ritrovavo comunque, per le prime ore della notte, da solo nella mia camera. La stanza in cui la luce che proveniva dall’esterno non era di aiuto. Da solo con quella cosa.

Con il tempo si può diventare insensibili a qualsiasi cosa, non importa quanto orribile. Realizzai che, per qualunque ragione, questa cosa non poteva farmi del male se c’era mia madre. E sono sicuro che si sarebbe potuta dire la stessa cosa per mio padre, ma per quanto premuroso lui fosse, svegliarlo dal suo sonno era quasi impossibile.

Dopo qualche mese mi ero abituato al mio visitatore notturno. Non confondete ciò per dell’immonda amicizia, io detestavo quella cosa. Ancora la temevo fortemente, potevo percepire i suoi desideri e la sua personalità, se così si poteva chiamare; una piena di perverso e contorto odio, che ancora bramava a me tra tutte le altre cose.

Le mie più grandi paure vennero realizzate in inverno. I giorni si accorciarono, e le più lunghe notti fornivano a questa disgrazia ancora più opportunità. Era un periodo difficile per la mia famiglia. Mia nonna, un’incredibile dolce e gentile donna, aveva iniziato a peggiorare notevolmente dopo la morte di mio nonno. Mia madre stava facendo del suo meglio per mantenerla nella società il più possibile, tuttavia, la demenza è una malattia crudele e degenerativa, che priva una persona dei propri ricordi giorno per giorno. Presto lei non riuscì più a riconoscere nessuno di noi, a divenne chiaro che lei avesse bisogno di essere trasferita in una casa di cura.

Prima che potesse essere trasferita, mia nonna ebbe delle particolari nottate difficili e mia madre decise che sarebbe stata con lei. Per quanto io amassi mia nonna e per quanto io non provassi nulla se non l’angoscia per la sua malattia, al giorno d’oggi mi sento in colpa per il fatto che i miei primi pensieri non furono diretti a lei, ma a ciò che il mio visitatore notturno avrebbe potuto fare se fosse venuto a conoscenza dell’assenza di mia madre; la sua presenza era l’unica cosa di cui ero certo mi avrebbe protetto da tutto l’orrore di quella cosa.

Mi precipitai a casa da scuola quel giorno, e immediatamente iniziai a strappare le lenzuola e il materasso del letto inferiore, rimuovendo ogni singola doga e piazzandoci una vecchia scrivania, una cassettiera e alcune sedie, che tenevamo in una specie di armadio, cui il letto inferiore era solito essere. Dissi a mio padre che stavo ‘costruendo un ufficio’, e lui lo trovò adorabile, ma sarei stato maledetto se avessi dato a quella cosa lo spazio per dormire un’ulteriore notte.

Mentre l’oscurità si avvicinava, stavo disteso consapevole che mia madre non fosse a casa. Non sapevo cosa fare. Il mio impulso fu quello di frugare nel suo porta gioielli e prendere un piccolo crocifisso, che avevo già visto una volta. Anche se la mia famiglia non era  molto religiosa, a quell’età credevo ancora in Dio a sperai che, in qualche modo, questo potesse proteggermi. Nonostante la paura e l’ansia, mentre stringevo forte il crocifisso sotto il mio cuscino con la mano, il sonno alla fine arrivò e venni trasportato nei sogni, senza incidenti. Sfortunatamente, quella notte fu a più terrificante di tutte.

Mi svegliai a poco a poco. La stanza era, ancora una volta, buia. Quando i miei occhi si abituarono, potei lentamente riconoscere la finestra e la porta, e i muri, alcuni giocattoli su uno scaffale e… perfino oggi mi vengono i brividi a pensarci, non c’era alcun rumore. Nessun fruscio di lenzuola. Nessun movimento. La stanza era senza vita. Senza vita, ma non vuota.

Il visitatore notturno, quella sgradita, ansimante e piena d’odio cosa che mi aveva terrorizzato notte dopo notte, non era nella cuccetta inferiore, era nel mio letto! Spalancai la mia bocca per urlare, ma non venne fuori nulla. Il terrore assoluto aveva scosso il suono della mia voce. Rimasi immobile. Se non potevo urlare, non volevo nemmeno far sapere alla cosa che ero sveglio.

Non l’avevo ancora vista, ma la potevo sentire. Era oscurata dalla mia coperta. Potevo vedere il suo profilo, e potevo percepire la sua presenza, ma non osai guardare. Il suo peso che mi pressava, una sensazione che non dimenticherò mai. Quando dico che passarono ore, non esagero. Disteso immobile, nel buio, ero in tutto e per tutto uno spaventato e terrorizzato, giovane ragazzo.

Se fosse stato durante i mesi estivi ci sarebbe stata la luce in quel momento, ma l’inverno era lungo ed inesorabile, e sapevo che sarebbero passate altre ore prima del sorgere del sole; un’alba a cui anelavo. Ero un bambino paziente per natura, ma raggiunsi  il punto di rottura, il momento in cui non riuscivo più ad aspettare, il punto in cui non volevo sopravvivere in questo abominio un istante in più.

La paura può a volte farti sfinire, deteriorarti, consumarti lasciando solo la minima traccia di voi dietro di sé. Dovevo assolutamente scendere da quel letto! Poi ricordai, il crocifisso! La mia mano stava ancora sotto il cuscino, ma era vuota! Lentamente, spostai il mio polso intorno per poterlo trovare, minimizzando al meglio ogni suono o vibrazione che causavo, ma non riuscii a trovarlo. Potei addirittura averlo fatto cadere dal materasso, o poteva… non riuscivo nemmeno a tollerare di pensarci, essere stato preso dalla mia mano.

Senza il crocifisso persi ogni briciolo di speranza. Anche in una così giovane età, si può essere profondamente consapevoli di cosa la morte sia, ed esserne intensamente spaventati. Sapevo bene che stavo per morire in quel letto se fossi rimasto disteso lì, fingendo di dormire, passivo, senza fare nulla. Dovevo abbandonare quella stanza, ma come? Avrei dovuto balzare giù dal letto e sperare di farcela a raggiungere la porta? Ma se la cosa fosse stata più veloce di me? O sarei dovuto scivolare fuori lentamente da quel letto, sperando di non disturbare il mio inquietante compagno di letto?

Realizzando che la cosa non si era mossa mentre mi muovevo prima, alla ricerca del crocifisso, iniziai ad avere i pensieri più strampalati.

E se fosse addormentata?

Da quando mi ero svegliato, non aveva ‘respirato’ molto. Forse si stava riposando, credendo di avermi ormai preso in pugno. O forse stava giocando con me, dopo tutto ciò che mi aveva fatto in quelle innumerevoli notti, e ora, con me sotto di lei, bloccato sul materasso senza madre a proteggermi, si stava trattenendo, assaporando la sua vittoria fino all’ultimo momento. Come un selvaggio animale che assapora la sua preda.

Cercai di respirare il meno profondamente possibile e, raccogliendo ogni grammo di coraggio che avevo, sollevai lentamente la mia mano destra e inizia a spostare le lenzuola da me. Ciò che trovai sotto di esse fece fermare il mio cuore. Non la vedevo, ma quando la mia mano mosse la coperta, quest’ultima sfregò contro qualcosa. Qualcosa di liscio e freddo. Qualcosa che sembrava, inequivocabilmente, ad una scarna mano.

Trattenni il respiro dalla paura, poiché ora ero sicuro che la cosa era a conoscenza del fatto che ero sveglio.

Nulla.

Non si mosse; sembrava morta. Dopo qualche istante posai, con attenzione, la mia mano più in là fra le coperte e sentii un sottile avambraccio, poco formato, la mia fiducia e il mio contorto senso di curiosità crebbero, mentre spostai la mano ancora più in là, verso una grande e sproporzionato bicipite. Il braccio era disteso verso il mio petto, con la mano appoggiata alla mia spalla come se mi avesse afferrato durante la notte. Realizzai che avrei dovuto spostare quel cadaverico arto se volevo sfuggire alla sua presa come tanto speravo.

Per qualche ragione, la sensazione di stracciati e logori vestiti di questo intruso notturno sulla mia spalla, mi fermò dal mio piano. La paura, ancora una volta, crebbe dal mio stomaco e dal mio petto, mentre ritraevo la mia mano con disgusto dopo aver toccato degli scompigliati e grassi capelli.

Non riuscii a spingermi oltre per toccare il suo volto, ma nonostante ciò mi chiedo ancora oggi che aspetto avesse avuto.

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Dio santo, si mosse.

Si mosse. Era molto magra, ma la sua presa sulla mia spalla e sul mio corpo si rafforzò. Non vi furono lacrime, ma Dio se volevo piangere. La sua mano e il suo braccio si avvinghiarono al mio corpo, mentre la mia gamba destra strusciò contro il freddo muro a cui il letto poggiava da un lato. Di tutto ciò che poteva accadermi in quella stanza, questa fu la più strana. Realizzai che quella rancida cosa che traeva così tanto piacere nel violare il letto di un giovane bambino, non era del tutto sopra di me. Essa si sporgeva dalla parete, come un ragno che esce dalla sua tana.

Improvvisamente la sua presa si allentò leggermente, per poi stringersi di più, tirò e strappò i miei vestiti, sembrava come spaventata dal fatto che quella sua opportunità sarebbe ben presto passata. Lottai contro di essa, ma il suo scheletrico braccio era troppo forte per me. La sua testa si sollevò contorcendosi sotto le lenzuola. Solo ora realizzai dove mi stava portando, nel muro! Lottai per la mia cara vita, piansi ed inaspettatamente la mia voce ritornò, urlai, gridai, ma nessuno arrivò.

Poi capii perché la cosa era così ansiosa di colpirmi ora, perché doveva avermi ora. Dalla finestra, quella finestra che sembrava rappresentare la malignità dell’esterno; i primi raggi di sole. Combattei ulteriormente, consapevole che se avessi resistito, la cosa se ne sarebbe presto andata. Lottai per la mia vita, mentre quell’immondo parassita si sostò, lentamente spingendosi sul mio petto la sua testa ora sbucava fuori da sotto le coperte, ansimando, tossendo, annaspando. Non ricordo i suoi lineamenti. Ricordo semplicemente il suo fiato contro la mia faccia, sudicio e freddo come ghiaccio. Quando il sole sbucò dall’orizzonte, quell’oscuro luogo, quella soffocante e disprezzata stanza venne lavata, inondata dalla luce.

Svenni, mentre le sue magre dita circondarono il mio collo, stringendo ed estorcendo la vita da me.

Mi svegliai all’offerta di mio padre di farmi la colazione, uno spettacolo davvero gradito! Ero sopravvissuto alla più orribile esperienza della mia vita fino ad ora. Spostai il letto da quel muro, lasciando i mobili che credevo avrebbero fermato quella cosa dal prendere il letto inferiore. Non avrei pensato che avrebbe cercato di prendere il mio letto superiore… e me.

Le settimane passarono senza incidenti, ma in una fredda e congelata notte mi svegliai al suono dei mobili, dove il letto a castello era solito stare prima, che venivano scossi violentemente. In un attimo passò tutto, rimasi disteso sicuro di poter udire un distante e affannoso respiro che proveniva dall’interno del muro, che si dissolse poi pian piano in lontananza.

Non ho mai raccontato a nessuno questa storia. Fino ad oggi sudo freddo al suono di lenzuola fruscianti nella notte, o al rantolo causato da un comune raffreddore, e di certo non dormo più con il mio letto poggiato ad un muro. Chiamatela superstizione, se volete, ma non riesco a darmi spiegazioni al fenomeno come paralisi del sonno, allucinazioni, o addirittura fervida immaginazione, ma ciò che posso dire è questo: l’anno successivo mi venne data una stanza più grande nell’altro lato della casa e i miei genitori si trasferirono in quella strana, soffocante e allungata camera. Dissero che non avevano bisogno di una stanza eccessivamente grande, bastava una grande abbastanza per il letto e qualche altra cosa.


Resistettero dieci giorni. Ci trasferimmo all’undicesimo.


Bedtime II: Ciò che Avvenne in SeguitoModifica

Dopo aver scritto di una mia orribile esperienza avuta a otto anni, diversi mi hanno incoraggiato a parlare di cosa sia successo in seguito. Ero riluttante a farlo, essendomi sentito a disagio dopo aver rotto il mio silenzio. Non è stato facile per me dormire in queste ultime notti. Il mio scetticismo, tuttavia, resiste e per cui vi racconterò cos’è avvenuto nell’altra stanza.

Non durerà a lungo come nel caso della mia precedente esperienza, il tutto è avvenuto in pochi giorni ma è stato più che sufficiente per me.

Se ve ne ricordate, dopo che lo sgradito ospite notturno se n’è andato, sono stato spostato in un’altra stanza, l’anno seguente. Questa camera era molto più ampia rispetto a quella di prima e aveva un’aria calda e accogliente. Alcuni posti ti fanno sentire a disagio. La stanza di prima aveva qualcosa di strano, ma questa no.

Fortunatamente mi è stato dato un letto normale, il precedente è stato smontato e buttato fuori (uno spettacolo a vedersi, aggiungo). Adoravo la mia nuova stanza, mi piaceva avere spazio per tutti i miei giocattoli, ero felice che il posto fosse abbastanza grande da poter invitare i miei amici, ma più di tutto ero sollevato di essermi sbarazzato di quell’inquietante, angosciante parte della casa.

Durante la prima notte dormii più profondamente di quanto avessi mai fatto in tanto, tanto tempo. Ovviamente continuavo a mantenere il mio letto a una certa distanza dal muro. Dissi a mia madre che a me e ai miei amici piaceva usare lo spazio tra il letto e il muro come un nascondiglio mentre giocavamo.

Mi svegliai il giorno seguente, sentendomi fresco e rilassato. Mentre stavo sdraiato lì a guardare alcuni dei miei cartoni preferiti da una piccola TV portatile, notai qualcosa di bizzarro: una poltrona marrone scuro che è sempre stata in quella stanza, posizionata ai piedi del mio letto, grande e minacciosa. Era rovinata e logora, ci era stata regalata come parte di una suite da mio cugino, ma è stata utilizzata diverse volte, da allora. La poltrona di per sé non era insolita, ma ciò che mi ha inquietato è che avrei giurato che, prima di andare a dormire, fosse lontana dal mio letto. Ora, nella fredda luce del giorno, quella poltrona era davanti a me. Ho pensato che uno dei miei genitori l’avesse mossa mentre ero a dormire, probabilmente cercando qualcosa che è stato lasciato lì prima che ci scambiassimo le stanze.

La seconda notte non è stata altrettanto tranquilla. Erano circa le 23:00 e riuscivo a sentire la televisione dei miei genitori che era dall’altra parte della casa. La stanza era immersa nel buio, l’unica fonte di luce era una tonalità arancione proveniente dalle luci della strada, che attraversava la mia finestra. Ero sdraiato lì, sereno. Sereno, finché non sentii qualcosa di appena percettibile, tuttavia inconfondibile.

All’inizio pensai che fosse il rumore del mio stesso respiro, ma, quando mi fermai per un momento, il silenzioso e appena percettibile suono di qualcun altro che respirava nella stessa stanza non cessò. Continuò, mantenendo il ritmo e senza fare pause.

Ero sdraiato lì, nell’oscurità, ma, pur standomi ancora riprendendo dal terrore instillato in me per via della mia precedenza esperienza, non avevo totalmente paura. Il respiro era molto distante e non assomigliava all’ansimare che avevo sentito durante il mio incontro con la creatura nel muro. Rimasi calmo, e, sebbene la mia giovane età, pensai che fosse così tenue che probabilmente si trattava solo di un frutto della mia immaginazione.

Malgrado ciò, non avevo scelta, scesi dal letto, attraversai la stanza e accesi la luce. Il suono sparì. Guardai intensamente quella vecchia, logora poltrona rivolta ai piedi del mio letto, che era vicino a dove dormivo, e la girai in modo che si affacciasse dalla parte opposta. Non avevo alcun vero motivo per farlo, ma qualcosa seduto lì mi aveva riempito di terrore.

La terza notte non fu priva di paura. Ancora, mi svegliai al buio. Sdraiato di schiena, fissavo il soffitto che sembrava felicemente assorbire la debole luce arancione della strada. L’albero fuori dalla mia finestra ondeggiava seguendo la brezza, dando vita a una serie di improbabili ombre che si muovevano per la stanza.

Non riuscii a sentire nulla, se non il lungo e distante rumore del traffico notturno in città. Proprio quando feci per riaddormentarmi, lo sentii; uno scricchiolio proveniente dalla fine del mio letto, come se qualcosa fosse stato spostato o trascinato di peso sul pavimento.

Sollevai la testa, scrutando nel buio, ma non notai nulla di strano. Tutto era nella stessa posizione in cui era durante il giorno, nulla era fuori posto. Diedi un’occhiata per tutta la stanza; alcuni fumetti per terra, alcuni scatoloni che non erano ancora stati aperti, la poltrona non era stata spostata ed era ancora rivolta dalla parte opposta, ai piedi del mio letto; non v’era nulla di sinistro.

Ora ero completamente sveglio, mentre guardavo la mia televisione e valutavo se godermi o meno un po’ di TV a notte fonda. Avrei mantenuto il volume al minimo naturalmente, dal momento che il mio fratello maggiore l’avrebbe sentito dalla stanza accanto e senza dubbio mi avrebbe detto di spegnerla.

Proprio mentre mi sedetti completamente a letto, lo sentii ancora. Un debole scricchiolio, accompagnato da un suono. Il suono del più lieve dei movimenti. Guardai ancora la stanza. Le fioche ombre arancioni formate dalle foglie vicino alla mia finestra assunsero una forma più minacciosa.

Non vedevo ancora alcuna ragione per aver paura. Fissai la poltrona ai piedi del mio letto e non notai nulla di insolito. È abbastanza comune per la mente prendersi un momento per realizzare ciò che stiamo vedendo. Ci vuole tempo per mettere insieme tutto l’orrore provato per ciò che è davanti a te, in un momento di fredda, amara realizzazione.

Sì, stavo fissando la vecchia e rovinata poltrona al buio, ma stavo fissando anche la persona che vi era seduta!

Nella debole luce potei solo vedere il profilo nero della sua testa, il resto era coperto dallo schienale della poltrona. Rimasi seduto senza dar segno di emozioni, fissando, pregando, sperando che ciò che i miei occhi fossero fuorviati dall'ambiente circostante. Il lento cigolio provocato dal suo spostarsi sul trono malconcio mi fece rabbrividire l’anima; questo non era un misero scherzo del buio.

Poi, si affacciò alla sua destra. Sapevo cosa stava facendo, si voleva voltare per guardarmi. È stato difficile capirlo, poiché, persino in quella stanza buia, sembrava essere la cosa più oscura. Vidi quella che sembrava essere una fila di lunghe dita scivolare sulla cima dello schienale, e poi ancora un’altra. La stanza era silenziosa, ad eccezione di questa cosa che si trascinava sulla poltrona e il mio cuore che batteva all’impazzata.

All’inizio riuscii solo a distinguere il contorno della sua ombra, ma poi iniziò ad alzarsi, rivelando due punti fermi di luce nelle oscure rientranze delle sue profonde orbite.

Mi stava fissando.

Gridai, e in un momento mio fratello e mia madre entrarono nella stanza, accendendo le luci e chiedendo se avessi avuto un altro incubo. Rimasi seduto senza parole, informandoli a malapena, fissando intensamente la poltrona ora vuota.

Restai in quella stanza per altri pochi giorni prima di trasferirci improvvisamente. Non vidi niente nelle notti successive, ad eccezione della mia ultima dormita in quella stanza, dove mi svegliai al caldo alito di qualcosa che stava respirando sul mio orecchio. Balzai fuori dal letto, accendendo le luci. Il lento e continuo respiro di qualcuno che non riuscivo a vedere rimaneva, più rumoroso di prima. Spesi il resto di quella notte sul divano in salotto.

Due anni dopo dormivo profondamente sul mio letto, nella nostra nuova casa. Non ci furono altri incidenti ed ero sicuro di essermi lasciato dietro qualsiasi stranezza mi avesse perseguitato, in quella piccola casa di periferia.

Mi era stato però donato un piccolo regalo d’addio. I miei tormentatori (e a mio parere l’osservatore sulla poltrona era un’entità diversa da quella presente nella stanza allungata) aveva ancora un’ultima sorpresa in serbo per me. Come animali che rivendicano il proprio territorio, non ero ancora fuori dalla portata delle loro grinfie.

Per un ultimo, terrificante momento, avvertii la presenza di quelle creature. Dormivo profondamente, a due anni di distanza da quelle orribili esperienze. Ero nel corso di un incubo quando improvvisamente e felicemente mi ritrovai sveglio, al sicuro e protetto nel mio letto. La stanza era più buia del solito. Tirai un sospiro di sollievo, come uno farebbe dopo essersi risvegliato da un incubo.

Ma la stanza era così buia.

Non riuscivo a vedere proprio niente, come se qualcosa avesse spento ogni luce. Ridacchiai tra me e me, realizzando che probabilmente avevo tirato su le coperte fino al mio volto mentre stavo dormendo. La coperta di cotone era fresca al tatto, ma l’aria era un po’ troppo calda, quasi soffocante. Proprio quando stavo per spostare la coperta per prendere un po’ d’aria, lo sentii: per l’ultima volta, lo sentii.

Il respiro continuo dell’osservatore ai piedi del mio letto.

La paura si impossessò di me, seguita da rabbia e frustrazione. Perché non potevo essere lasciato in pace? Quindi, feci qualcosa di davvero particolare. Decisi di parlarci. Forse questa cosa non voleva farmi del male, forse non era a coscienza del terrore che aveva provocato. Un giovane ragazzo meritava un po’ di tregua, no?

Mentre il respiro si faceva più rumoroso e vicino, iniziai a piangere. Riuscivo a percepire la sua presenza dall’altra parte della coperta, un respiro su di me simile a un vento stagnante.

In lacrime, mormorai tre parole, delle parole che avrebbero sicuramente messo fine a tutto ciò:

“Per favore, basta”.

Il respiro iniziò a cambiare, diventò più animoso, in qualche modo più veloce. Sentivo qualcosa trascinarsi vicino a me, restandomi accanto. Il respiro quindi si mosse, prima ritornando ai piedi del mio letto, per poi attraversare lentamente la stanza, diretto alla porta, nel corridoio, e quindi sparire.

Mezzo piangente, mezzo sollevato, rimanevo sdraiato nella ferma oscurità, la mia faccia era ancora coperta. La potreste considerare una vittoria o qualcosa di simile, ma per me non la era. Se quelle cose erano reali, ora so senza ombra di dubbio che le loro intenzioni non erano state fraintese, erano malate, piene di malizia. Non userei mai normalmente questa parola per descrivere qualcosa, ma qualcosa di più simile al male non c’è.

Come faccio a saperlo? Vi dirò come. Momenti dopo che quella cosa sembrava aver lasciato la casa, qualcosa pressò violentemente la mia testa, spingendo le coperte sulla mia faccia con grande forza. Riuscii a sentire una larga mano con lunghe dita avvolgere le coperte attorno al mio cranio, le sue unghie erano impresse su di me come affilate lame di rasoio. Riuscii a scivolare nel vuoto tra il mio letto e il muro, per poi fuggire velocemente, trascinandomi e urlando fuori dalla mia stanza, svegliando la mia famiglia.

Non ci sono dubbi, quella cosa nell’oscurità ha cercato di soffocarmi, soffocarmi a morte.


Bedtime III: Le mie Paure si RealizzanoModifica

Alcuni giorni fa ho postato due resoconti spaventosi della mia infanzia, forse sarebbe meglio che li leggiate per comprendere appieno ciò che mi è accaduto. Sono stato costretto al silenzio, bloccato dall’irrazionale paura che in qualche modo, pur essendo passati diversi anni, se posso dirlo, quelle cose mi avrebbero cercato ancora una volta per devastare la mia vita.

In nome della scienza e della ragione, ho affrontato queste paure e vinto quei ricordi tormentati una volta per tutte, condividendoli con gli altri e dimostrando loro cosa credevo che fossero: le allucinazioni di un ragazzo problematico. Ho mantenuto il mio scetticismo e la mia razionalità per tutta la vita, ho lasciato che determinassero la persona che sono, ma questa mattina mi è stata presentata una prova fisica e verificabile. La prova di ciò che io non so, ma che non può essere ignorato, e mi sembra così strano che negli ultimi giorni sia stato così contaminato dal timore e dalla sfortuna dopo aver finalmente rotto il mio silenzio, che non posso più affidarmi a spiegazioni del tutto convenzionali.

Condividendo quelle esperienze traumatiche che ho avuto da bambino, sono stato afflitto da un opprimente senso di disagio. Inizialmente lo attribuii alla paura che ho sperimentato semplicemente raccontando e rivivendo quegli orribili eventi nella mia mente, ma col passare dei giorni l’ho sentito molto di più; una sensazione di morte imminente ha consumato ogni mio pensiero.

Pur riuscendo a prendere sonno, non riuscivo a riposarmi. Ogni giorno mi svegliavo con l’ansia a mille, come se fossi stato privato del sonno da anni. Nulla di davvero spaventoso è successo le prime notti, nessuna visita, nessun compagno di letto non gradito, nessun respiro proveniente dal profondo dei muri della mia stanza, ma avevo sempre quella sensazione vagamente familiare di non essere solo.

Non fraintendetemi, non ho percepito nessuno che fosse in stanza con me. Non ho sentito, odorato, o avvertito niente di lontanamente sovrannaturale, ma durante i miei giorni e le notti ho percepito qualcosa di sottile, quasi ai limiti della mia consapevolezza, la sensazione che qualcosa fosse sulla sua strada, che qualcosa stesse arrivando, come le prime sbuffate d’aria stagnante dal tunnel di una metropolitana, che annunciano l’arrivo di una mostruosità instabile e inarrestabile; sorprendente, tuttavia prevedibile.

La mia sensazione di disagio cresceva ogni giorno sempre più, facendosi strada sotto alla mia pelle, nelle profondità della mia mente come un’infezione cancerosa. Ho provato a concentrare la mia attenzione su diversi progetti di scrittura, in un vano tentativo di riempire la mia mente fino all'orlo con altri pensieri, cercando speranzosamente di non lasciare spazio a quei ricordi contaminati, ma quei pensieri giunsero comunque.

La mia ansia continuò a crescere finché non riuscii più a pensare ad altro. Dovevo fare qualcosa! Avevo studiato Psicologia per anni all'università, e con ciò sapevo che l’ansia era spesso il risultato di una perdita di controllo e che uno dei modi più efficaci per combatterla è quello di migliorare se stessi; questo è quello che intendevo fare. Chiamatelo essere temerari, ma stavo per tornare in quel posto, la casa in cui quei terribili eventi hanno avuto luogo. Stavo per affrontare quei ricordi e dimostrare ciò che erano, ovvero cose prive di senso.

La mia vecchia casa era a un’ora di macchina, ma ero veramente esaltato. Ero fiducioso, a mio agio, felice; ero sotto controllo ora e nulla mi avrebbe fermato dal dimostrare che il posto che avevo temuto per tutta la vita non era altro che una comune, monotona, innocua casetta di periferia.

Percorrendo allegramente prima le strade di campagna, per poi finire in autostrada, arrivai finalmente in città. A poco a poco le strade iniziarono ad assumere un aspetto familiare. I ricordi di quando giocavo in quel quartiere mi travolsero; un parco giochi con il mio scivolo preferito, un campo polveroso dove eravamo soliti giocare a calcio, il cortile della mia scuola in cui giocavo a nascondino e amicizie da tempo finite, ma mai dimenticate.

La mia mente vagava tra i ricordi, come un figliol prodigo che ritorna a casa; andai avanti per così a lungo che, prima che potessi realizzarlo, stavo percorrendo la via in cui vivevo una volta. La strada era lunga e scompariva in lontananza, per poi finalmente terminare in un netto vicolo cieco. Era un vecchio quartiere, ed era stato progettato e costruito molto tempo prima dell’avvento dell’auto; si capiva dalla ristrettezza delle sue strade, che creavano una strana sensazione di claustrofobia, come se le case su entrambi i lati si levassero sbirciando i passanti.

Rallentai e gettai lo sguardo su una casa che avevo sorpassato. Era un luogo omogeneo, nessuna casa sembrava essere diversa. Il mio cuore improvvisamente iniziò a battere più velocemente mentre un brivido percorse la mia spina dorsale; eccola lì, ecco la casa! Era tardo pomeriggio e la strada era silenziosa, quasi deserta. Fissai quel piccolo posto chiedendomi come potesse una casa così ordinaria instillare in me tanta paura.

Inizialmente la mia intenzione era quella di guardare la casa da lontano, confermandomi così che era una struttura concreta, che tutto poteva avere una spiegazione e rimuovendo dalla mia mente tutto ciò che c’era di strano. Ma, nel momento in cui parcheggiai, feci un profondo respiro e prima che potessi essermene reso conto ero fuori dalla mia auto, a camminare verso la vecchia porta metallica, le cui forme floreali una volta luminose erano ora oscurate dal passare del tempo, rivelando nulla di più che la ruggine sottostante. Feci scivolare le mie dita sulla superficie irregolare e con un piccolo sussulto, la spinsi fino ad aprirla.

Camminando lungo il viale, rimasi scioccato da quanto fosse rimasto incurato quel giardino. Pensai tra me e me che fosse un peccato, considerato il bel prato che era, che ormai era stato tutto oscurato da un fitto mosaico di erbacce e di altre piante invasive, ma, avvicinandomi alla casa, capii il perché. Ancora una volta un brivido si insinuò in me, e, mentre l’ansia cresceva, feci ricordo al mio mantra razionale:

“La spiegazione più semplice è solitamente quella corretta”.

Pensai quindi a causa della situazione economica attuale che la casa fosse stata in vendita per qualche tempo e che il proprietario non fosse a conoscenza del fatto che l’impatto visivo conta molto. Guardandomi intorno, non riuscii a scorgere nessun cartello con su scritto “In vendita”, né qualche segno che la casa fosse abitata. Sembrava davvero che l’abitazione fosse stata dimenticata, abbandonata e lasciata a marcire.

Le finestre della parte frontale della casa erano sporche ed era quasi impossibile vederci attraverso, ma mentre vagavo dietro all’edificio, potei vedere più chiaramente l’interno. Immaginavo che una casa in simili condizioni fosse vuota, ma, al contrario, era interamente occupata da orpelli moderni. Riuscii a vedere una televisione posizionata in un angolo del salotto, un tavolino con su delle riviste sparse, diversi mobili che sembravano essere ancora funzionanti e un paio di tazzine da caffè sul davanzale della finestra, coperto di muffa. Avrei immaginato che la casa fosse abitata, se non fosse stato che uno spesso strato di polvere ricopriva tutto, accompagnato occasionalmente da delle ragnatele.

Sembrava come se gli occupanti più recenti avessero lasciato di fretta la casa, per non ritornarvi più.

Attraversando un mare di erba che mi arrivava alla vita e diversi cespugli, arrivai a quella piccola e innocua finestra sul retro della casa. La sola vista di essa mi spaventò, ma questo era dovuto a un ricordo e non alla sensazione di essere osservato da dentro, come mi capitava da bambino. Sbirciandovi, la camera mi sembrava stranamente familiare. Suppongo che non ci sia molto da cambiare in una stanza così piccola e così stranamente stretta, ma attraverso il vetro sporco la camera sembrava quasi essere rimasta la stessa dall’ultima volta che ci ho dormito. Un letto, una serie di cassetti e quello che sembrava un assortimento di giocattoli sul pavimento.

Un profondo senso di rabbia mi pervase per un momento, ma andò presto via dalla mia mente. La stanza era chiaramente quella di un bambino e il pensiero che fosse stato danneggiato un altro innocente mi riempiva di disprezzo solo a pensarci, e dentro di me cresceva il desiderio di proteggere ogni bambino da un tale abominio.

Mentre guardavo quel muro, vicino al quale c’era un letto, i peli dietro al mio collo si rizzarono. Per un attimo (neanche una frazione di secondo) pensai di aver visto qualcosa muoversi sopra al letto. Ma c’è di più, attraverso il vetro di quella finestra avrei giurato di aver sentito un rantolo affannoso. Chiudendo gli occhi fermamente, mi ripetei un incoraggiante pensiero razionale:

“La scienza non deve niente alla fantasia”.

Aprendo i miei occhi non vidi altro che una camera da letto vuota. Non vi erano spiriti immondi, né creature ultraterrene; solo una camera, niente di più, niente di meno. Tirai un sospiro di sollievo, come se tutto fosse finalmente in armonia con il resto del mondo dopo molti giorni. Potreste pensare che fosse un misero pensiero per autoconvincermi, ma sinceramente sentii di avermi dimostrato che non c’era nulla da temere, oltre alla mia immaginazione iperattiva.

Stava cominciando a fare tardi e avrei voluto tornare a casa prima che diventasse buio. Pieno di fiducia, ora che le mie ultime ansie mi avevano abbandonato, c’era un’ultima cosa che dovevo fare. Quando lasciammo questa casa, lo facemmo in gran fretta. In quanto bambino mi disorientò parecchio, ed era anche spaventoso lasciarmi addietro tutto ciò che avevo conosciuto fino a quel momento, ma c’era un’ultima cosa rimasta che mi sono sempre chiesto.

In fondo al giardino vi era un albero di sicomoro che sembrava essere ancora più antico della stessa casa. Rimasi stupito dal quanto invariato fosse rimasto. Ero cresciuto, avevo conosciuto nuovi posti, ma il vecchio sicomoro era ancora in piedi, vecchio, accogliente, quasi amichevole nel suo aspetto.

Penso che sia il rito di passaggio di ogni bambino avere un posto in cui nascondere le proprie cose. È spesso la loro prima esperienza con l’autonomia, qualcosa che rimane lontano da ogni figura autoritaria. Per me, il mio “nascondiglio” si trovava a metà altezza del vecchio sicomoro. Sono sicuro di essere sembrato uno sciocco, ma mi arrampicai felicemente e allegramente all’albero. La configurazione dei rami era cambiata in alcuni punti, ma nel complesso i ricordi felici di mentre giocavo tra le braccia del vecchio sicomoro, di avere un piccolo pezzo di mondo lontano da tutto il resto, sembravano vividi, tanto quanto era notevole il fatto che non fosse cambiato.

A metà strada presi il respiro e sorrisi a me stesso. Al centro del tronco c’era una cavità. Che sia stata fatta da un animale o che fosse la cavità lasciata da un ramo indebolito distrutto tempo addietro da una tempesta, non lo posso dire con certezza, ma era lì che custodivo le mie cose. Se trovavo qualcosa che gli altri avrebbero ritenuto “inadeguato”, via nella cavità. La verità è, però, che la maggior parte del materiale all’interno non era poi così interessante, perlopiù erano solo giocattoli e raramente pezzi esotici di contrabbando, come una fionda o alcuni fumogeni. Non avevo motivo per nascondere i giocattoli, ma quando si è giovani ci si sente avventurosi nell’avere un segreto.

Il buco era buio e riempito con foglie marce, senza dubbio depositatesi lì da innumerevoli autunni, tuttavia riuscii a raggiungere l’interno per vedere cosa fosse rimasto. Non ci potevo credere! Avevo trovato un giocattolo che avevo nascosto prima del trasferimento, diversi anni fa! Sentivo la plastica in mano, gli spigoli inconfondibili, ma le foglie e il buio della cavità lo nascondevano dalla mia vista e lottai per rimuoverlo dallo spesso e umido mucchio di foglie marce e acqua piovana. Sembrava essere rimasto incastrato in un insieme di piccoli ramoscelli.

La ragione per cui ero così emozionato era che sapevo che quando ci eravamo trasferiti avevo lasciato uno dei miei giocattoli preferiti nella vecchia casa, un piccolo soldato inglese di plastica della prima guerra mondiale. Può sembrare poco, ma sono cresciuto con le storie delle avventure di mio nonno durante entrambe le guerre, e poiché lui era morto prima che io nascessi, mi divertivo a ricreare delle versioni esagerate di queste storie con questo piccolo soldatino avente il ruolo dell’eroe: il mio intrepido nonno. Ai tempi, credevo che un buco nell’albero fosse un nascondiglio perfetto per un soldato.

La mia gioia, però, si trasformò ben presto in orrore. Mi sentii male poiché, mentre credevo di star tirando fuori il soldato, mi resi conto che quello non era il mio giocattolo, bensì qualcosa di totalmente diverso. Nella parte più profonda della cavità, in mezzo alla fanghiglia, che ora era nella mia mano, c’erano i resti scheletrici di un piccolo animale. Le ossa scricchiolarono alla mia presa, mentre piccoli residui di pelo e carne putrefatta mi si appiccicarono alle dita. Persi quasi l’equilibrio nel momento in cui il forte odore di cadavere uscì dalla cavità, confondendo i miei sensi.

Scesi con attenzione, avvilito. Non c’era nient’altro nella cavità, il mio giocattolo era sparito, probabilmente preso da un altro bambino nel corso degli anni successivi. Ciò che restava del povero animale, l’ho sepolto sotto la morbida terra del giardino.

Lasciai quel posto immediatamente.

Nonostante il mio sfortunato evento con l’albero, mi sentivo più forte. Il fatto che avessi davvero avuto il coraggio di rivisitare quel posto, per vedere quanto ordinario fosse, mi fece riguadagnare il controllo delle mie facoltà. In quel momento non sentivo la necessità di altro se non spiegazioni convenzionali.

Dissi addio al vecchio quartiere, a quel brutto ricordo, una volta per tutte e mi diressi verso casa. Bastò il tempo di raggiungere l’autostrada, che qualcosa si insinuò nel mio subconscio. In un primo momento lo ignorai, ma nel momento in cui il sole lasciava risplendere i suoi ultimi raggi all’orizzonte, sentii crescere in me un bisogno. Un’idea che sembrava essere nata e nutrita da nessun buon motivo. Nessuna logica, era una di quelle che devono essere portate a termine, a tutti i costi…

Devo tornare a casa!

Aumentai la velocità, cercando di sorpassare le vetture più lente in autostrada, guardando allo specchio retrovisore, cercando qualcosa che potrebbe avermi seguito.

Dovevo tornare a casa!

Ancora, guidai più velocemente mentre ero alla costante ricerca di un inseguitore invisibile. 70, 80, 100 miglia all’ora! Attraversai la strada all’impazzata, suonai, urlai e il sudore grondava. Cosa mi stava succedendo?!

Per favore, lasciami tornare a casa!

Con le nocche ormai bianche, finalmente abbandonai l’autostrada per raggiungere le strade di campagna che mi avrebbero portato direttamente alla mia città. Le strade erano strette e avvolte dalla campagna ora cupa e minacciosa. L’oscurità sembrava ricoprire la strada davanti a me. Misi gli abbaglianti e tirai un sospiro di sollievo nel vedere ancora la luce, seppur artificiale. L’ansia maniacale che sembrava essersi impossessata di me in autostrada pareva essere diminuita, tuttavia continuai a dare occhiate allo specchietto retrovisore più spesso di quanto avrei dovuto, solo per essere sicuro che nulla mi stesse seguendo.

Che pensiero ridicolo! Pensare che qualcosa stesse seguendo la mia auto! Mettere me ed altri in pericolo accelerando in autostrada… follia!

Ma comunque, follia o meno, sentivo il bisogno di allontanarmi il più velocemente possibile e, anche se ero riuscito a calmarmi, la solitudine sulla strada era alimentata dalla nostalgia per il mio paese, la mia strada, il mio letto!

Nervosamente, attraversai le strade a rete e tortuose che percorrevano la campagna, avvertendo un senso di sollievo nel vedere un lampione, segno di civiltà, dei confini della mia città. Arrivai a casa, spensi il motore e rimasi seduto in silenzio. Dovevo finirla con tutti questi nosense! Cose che escono dai muri, osservatori che mi soffocano la notte, guardare attraverso la finestra di qualcuno come un ladro, tutto ciò era pazzia!

Domani vorrei riiniziare da zero, niente più racconti delle mie esperienze d’infanzia, niente più notti piene di terrore. Voglio solo tornare alla normalità, a svolgere il mio lavoro, a passare il tempo con la mia ragazza e soprattutto a ribadire la mia convinzione, fede e fiducia nella scienza e nella razionalità.

Poi la cosa sul sedile posteriore si piegò, mi afferrò una spalla ed emanò un respiro schifoso, rancido, dal profondo dei suoi polmoni per poi poggiarsi sul mio collo. Cercai di aprire la portiera, le mie braccia si agitarono in cerca della maniglia. La paura mi possedeva, mi scosse; una paura che ricordavo fin troppo bene, una paura di tanti anni fa, che giaceva di notte in quella stanza nauseante. L’interno dell’auto diventò sempre più freddo, ma non era nulla in confronto alle gelide dita che scavavano nella mia spalla.

Sinceramente, pensavo di star per morire, che questa creatura avrebbe finalmente raggiunto il suo scopo dopo tutto questo tempo.

Riuscii ad afferrare la maniglia della portiera e preso dal panico caddi fuori dal posto di guida, sul marciapiede. Per un brevissimo istante pensai di aver intravisto qualcosa sul sedile posteriore; vago, dalla forma di un vecchio, con un contorto e distorto sorriso che andava da orecchio a orecchio. Per fortuna non c’era nessuno in giro, se ci fosse stato mi avrebbe preso per un matto, dal momento che la macchina era vuota. Afferrai le chiavi d’accensione dall’auto e spinsi col mio piede la portiera, chiudendola per la notte.

Barcollai lungo il sentiero di casa mia. Non ho intenzione di mentirvi, ma mi ubriacai per indurmi il sonno, la scorsa notte. Vi ricorderete di quando ho detto di avere una prova fisica e reale di qualcosa di innaturale. Vi chiederete cosa possa essere. Beh, potrei dirvi che sono stati i segni che sono rimasti sulla mia spalla a farmi rabbrividire dalla paura, o che sono stati i segni d’artiglio sulla finestra che stamattina ho trovato aperta a lasciarmi terrorizzato questa notte, o in qualunque altra. Ma no, è stata una delle cose che ho visto oggi al mio risveglio.

A volte i più spaventosi dei messaggi sono i più semplici, perché sul mio petto, quando mi svegliai questa mattina, giaceva un soldato giocattolo, il soldato che avevo nascosto in quella cavità tanti anni fa; ritornato a me da adulto, morso a metà.


Bedtime IV: Qualcosa di Minaccioso sta ArrivandoModifica

La notte scorsa è stata la più straziante e spaventosa della mia vita, tanto che riesco a malapena a credere che mi sia successa.

Ormai ho già spiegato cosa sia accaduto durante la mia visita a quel luogo maledetto che una volta chiamavo casa; una visita che ha segnato il ritorno delle mie paure d’infanzia. Non importa quale spaventoso avvenimento mi sia accaduto allora, nulla avrebbe potuto prepararmi alla scorsa notte.

Dopo essermi risvegliato alla vista di quell’agghiacciante soldato giocattolo, morso a metà, ho scoperto che la finestra della mia camera da letto era socchiusa. Osservando meglio, sembrava come se la finestra fosse stata aperta forzatamente dall’esterno. Il chiavistello era stato piegato all’indietro, fuori dalla sua normale posizione, come se fosse stato sottoposto a una forza bruta inarrestabile.

Guardando da fuori, potei notare tre rientranze causate dallo sgradito scassinatore, che avrà usato qualche genere di strumento per forzare il il chiavistello in modo innaturale, per impedire che potesse chiudersi. Di peculiare c’erano i segni che sembravano essere stati incisi dall’esterno sul telaio della finestra, come se fosse stato usato un vecchio rasoio irregolare, e non una spranga o altri strumenti che si sarebbero potuti utilizzare facendo leva su di essi, per aprire la finestra forzandola.

Nulla è stato rubato e cercai di razionalizzare i segni sulla finestra convincendomi che fossero stati fatti da un uomo, e non da degli “artigli” come sembrava che fosse. Il mio soldatino è tornato indietro così violentemente che non saprei come spiegarlo. Mi sentirei il cuore affondare a ogni pensiero su di esso.

Sapevo che era un messaggio, ma sembrava essere più uno scherzo contorto, che annunciava l’arrivo del mio predatore d’infanzia, piuttosto che qualcosa che dev’essere risolto o interpretato.

Trascorsi la mattina controllando ogni stanza della mia casa e ciò che v’era all’interno; non mancava nulla. Potevo solo sperare che qualsiasi cosa fosse sul sedile posteriore della mia auto la notte precedente avesse solo voluto spaventarmi un’ultima volta, per poi tornare per la sua strada.

Forse la probabilità di finire nelle sue grinfie era minore, ora che ero lontano dal mio letto d’infanzia.

È fin troppo facile per qualsiasi persona sana di mente persuadersi che un evento traumatico sia qualcosa più che benigno, ma in questi casi non riuscii a pensarla ugualmente; quel giocattolo rotto non era un semplice scherzo, ma una promessa. Una promessa che sarebbe tornato, per qualcosa che non desideravo sapere.

I miei pensieri naturalmente ricaddero nuovamente in quelle notti terrificanti che ho vissuto da bambino. Mi era tornata la paura di andare a dormire, il desiderio per il giorno, e l’ansia di notte. Come un vecchio e implacabile nemico, il mio terrore è cresciuto tutto il giorno, purulento dentro di me, che mi portava a pensieri strani e inquietanti circa le conseguenze dell’aver portato involontariamente a casa quella cosa.

Non fraintendetemi, la mia paura non era semplicemente per la mia sicurezza. Da bambino credevo che il mio visitatore serale fosse paralizzato e consumato dalla voglia di avermi, ma non sentivo che i miei cari fossero in pericolo. Ciò, tuttavia, era cambiato. Mi preoccupai. Questa volta non sentivo altro che la paura, perché, vedete, non vivo da solo.

La mia ragazza e io viviamo insieme da più di due anni. Ho causato abbastanza danni per ora, non vorrei chiamarla per il suo vero nome, quindi mi riferirò a lei come “Mary”. Mary e io abbiamo vissuto un’esistenza felice e, di fatto, eravamo molto innamorati. Il mattino del Natale di quest’anno avevo intenzione di propormi, ma quel bel momento mi è stato ora amaramente portato via da questo abominio rancido.

Sapevo che Mary sarebbe stata a casa quella sera. Per lavoro gestisce eventi e promozioni, di conseguenza è spesso lontana da casa per giorni, in giro per il paese a coordinare diverse conferenze ed esibizioni. Non mi lamento di ciò, sia io che lei siamo persone solitarie e pochi giorni di solitudine normalmente mi fanno solo del bene, dal momento che mi permettono di tuffarmi a capofitto nella scrittura, assorbendo ogni parola, indisturbato.

Nonostante questo, avverto sempre la sua mancanza, e per via degli eventi della scorsa settimana, rivivendo quelle notti tormentate e quindi permettendo a loro di tornare, mi mancò ancora più di quanto avesse mai fatto prima.

Arrivò attorno alle 18:00 e la salutai con un sorriso, un caldo abbraccio e un bacio appassionato. Cercai di nascondere il mio stato d’animo turbato da lei, ma Mary mi conosce meglio di chiunque altro e subito mi chiese:

«C’è qualcosa che non va?»

Sbiascicai e farfugliai parlando, mentre le spiegavo che avevo scritto una storia della mia infanzia e che riesplorare quei ricordi oscuri e contorti mi aveva lasciato sconvolto. Mary ha una natura incredibilmente premurosa e subito lasciò la sua valigia e le borse sul pavimento, mi fece sedere sul nostro divano e con il suo modo dolce e gentile mi chiese di parlare di tutta la faccenda.

Ma non potei!

Non potei parlare di questa cosa, questo disgraziato ora aveva trovato la strada per raggiungere casa nostra; un invasore invisibile e contorto che era stato guidato lì dalla mia stupida curiosità! In quel momento mi sentii come se lei pensasse che io fossi pazzo, ma ora come vorrei averle raccontato la verità!

Se c’è qualcosa di più dannoso per un rapporto di una bugia, è una mezza verità. Non perché sia ingannevole, ma perché è una corruzione della verità, pervertita e abusata per soddisfare le esigenze di colui che la dice.

Le ho detto la mia mezza verità.

Le ho raccontato la mia storia, della cosa che stava ad osservarmi ai piedi del mio letto, ma dove la verità si è conclusa la menzogna è iniziata. Ho volutamente e subdolamente detto che era ovviamente solo la mia immaginazione da bambino, e trascurai di parlarle delle mie esperienze riguardo al ritorno di quei crimini disgustosi. Sapendo che avrebbe visto la finestra danneggiata da segni di artiglio e marchi, ho allargato la mia tela di bugie dicendole che un ladro ha tentato di infiltrarsi nella nostra casa e che ho dovuto cacciarli via.

Ero praticamente l’eroe. Le ho mentito, e lei ha dimostrato grande empatia e gentilezza al mio inganno.

Ero imbarazzato dalla verità, allora, e mi vergogno della bugia ora. Se fossi stato sincero avremmo potuto affrontare questa minaccia insieme, ma, invece, quella cosa sfruttò la mia disonestà per mettere un ostacolo tra noi.

Gli eventi di ieri sera hanno profanato la cosa più importante al mondo per me.

La notte è arrivata in tutta la sua desolazione, e non era gradita. Mi sdraiai al buio, aspettando. Mary era profondamente addormentata accanto a me, ogni respiro era un calmante ricordo della compagnia, ma nonostante la mia crescente avversione alla solitudine, non avrei dormito quella notte. Sapevo per esperienza che quando il mio ospite indesiderato si sarebbe fatto avanti, l’avrebbe fatto subdolamente, aumentando in me il terrore a ogni visita, come se costruire la sua forza richiedesse tempo; una sanguisuga che si nutre della mia paura per alimentarsi.

L’alta tensione che si era creata in me aveva respinto mirabilmente il sonno. Alla fine, però, la biologia vinse e nel momento in cui il mio orologio sul comodino segnava le 4:00, mi addormentai; la rilassante coperta d’oblio notturno, l’ansia spazzata via, le mie preoccupazioni erano ormai un lontano ricordo, che affondavano nel soffice materasso sotto di me e, finalmente, finii in un lungo e cercato riposo.

Nel sonno, non importa quanto sia profondo, raramente si avverte l’ambiente circostante. Mentre mi trovavo nel bel mezzo di un sogno, qualcosa iniziò a infastidirmi. Qualcosa di invasivo, ma distante. Aprii lentamente gli occhi e permisi loro di abituarsi al buio.

Mary giaceva profondamente addormentata e mi calmai ascoltando il suo respiro nella notte. L’inalare era seguito dall’esalare, ancora e ancora, costantemente, ipnoticamente, mi feci avvolgere nuovamente dal sonno.

Ma, no. C’era qualcos’altro, distinto ma indefinibile.

Era distante, fuori dalla mia portata, quasi oscurato o soffocato, come se fosse proveniente da… dietro qualcosa. Tesi le orecchie nel tentativo di definirlo, ma era tutto troppo tranquillo. Rimasi a letto diversi minuti, ma ogni secondo che passava quel suono, quasi impercettibile, mi graffiava, come il vetro rotto su un nervo scoperto.

Il sonno mi aveva ormai abbandonato, e con molta frustrazione decisi di indagare a malincuore sulla fonte del rumore. Mi sedetti a letto e ascoltai con attenzione. Era diverso da qualsiasi altro suono che avessi mai sentito. Tranquillo, basso, ma man mano che la mia mente si abituava al suono, iniziai lentamente a capire la sua natura. Era certamente soffocato da qualcosa, ma la cosa che più vi assomigliava era… un mormorio ripetitivo.

Avevo sentito qualcosa di simile in precedenza, quando ero un bambino in visita di mia nonna nella casa di cura. Un luogo che aveva lasciato in me un ricordo, dei residenti che vagavano confusi e della loro mente spezzata, che vagavano in giro come detenuti persi, mormorando ripetutamente a se stessi dei giorni passati, ripetendo frasi e parole senza senso.

Questo è ciò che mi ha ricordato, un flusso continuo di parole indecifrabili, pronunciate da qualcuno pienamente confuso.

Mi voltai per controllare Mary, guardando il suo petto alzarsi e abbassarsi a ogni respiro. Mi assicurai che fosse indisturbata e lasciai il letto. Mentre mi alzavo, capii che il mormorio si stava facendo più forte. Essendo buio, avevo lasciato la luce accesa in sala come faccio sempre, che scivolava sotto alla porta e mi permise di vedere la stanza debolmente, ma visibilmente.

Mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcosa fuori posto, ma la camera apparve come previsto. La mia mente tornò a quella notte da bambino, nella seconda stanza, quando i rumori provenivano da qualche minaccia invisibile, ma sempre presente.

Feci un passo avanti e, come prima, il rumore crebbe ancora. Cercando di decifrare le parole, potei sentire il timbro della voce. Era vecchio, graffiato per l’età, con l’aggiunta di un sottofondo duro e gutturale. Le parole venivano ripetute a un ritmo frenetico e sembrava quasi ansioso, ma smorzato da qualche sconosciuta barriera.

Ero spaventato, ma ho tratto forza da Mary e dal suo essere nella stanza e, con un respiro profondo e pieno di trepidazione, feci un altro passo lento e silenzioso in avanti, avendo i miei piedi nudi sul pavimento freddo ammortizzato.

Anche in questo caso, la voce si fece più forte. Non ero sicuro di star immaginando, ma avrei giurato che, man mano che mi avvicinavo, diventasse sempre più agitato. Il passo che feci successivamente mi scosse l’anima, dal momento che per quanto rimanesse un mormorio, la voce era cambiata e continuava a crescere; tra il confuso, duro suono di esso, riuscii a percepire una parola. Una parola che fece insinuare nelle mie ossa un brivido gelido.

Ha detto il mio nome.

Dio mio, sapeva il mio nome! Per me era come realizzare che l’essere a conoscenza del mio nome avrebbe in qualche modo incrementato la sua forza. Che io non avrei mai potuto liberarmi di lui. Che mi potrebbe uccidere in qualsiasi momento.

Qualcosa improvvisamente catturò la mia attenzione: un movimento accompagnato da uno stropiccio di tessuto. Sapevo ora dove quella ritmica, agitata voce aveva origine. Ora sapevo perché era ovattata e difficile da decifrare. Ora potevo vederla, in piedi di fronte a me.

In piedi.

In piedi dietro le tende chiuse.

La luna stava calando al di fuori, e non riuscendo il suo bagliore a penetrare del tutto il tessuto spesso, si riusciva a malapena e debolmente delineare la cosa che guardava attraverso la mia finestra e le tende. Non posso raccontare a parole il senso di stranezza che mi ha pervaso. La mia ansia e il terrore erano aumentati, ma un bisogno insolito, la voglia di darvi un senso si impossessò di me.

Dovevo vedere che cosa fosse.

Feci un altro passo esitante verso le tende. Oscillavano leggermente, come se fossero trasportate dalla brezza, ma non capii se il movimento era causato da me o dalla mano che si nascondeva dietro al tessuto. Ora ero abbastanza vicino da poter sentire il suo respiro affanoso, lo spostamento di liquido nella sua gola, percettibile a ogni inalazione.

Eccomi qui.

Stavo per confrontarmi con questa mostruosità del mio passato, questo aguzzino dei bambini, questo vigliacco. Alzando la mano destra, lentamente, toccai accidentalmente il tessuto della tenda, provocando una sottile increspatura che le divise momentaneamente. Rimasi senza fiato. Tramite quella fessura temporanea, anche solo per un momento, l’ho visto.

Mio dio, come posso descrivere ciò che stava lì in piedi? Persino ora chiudo gli occhi, augurandomi di poterlo cancellare dalla mia memoria. Sobbalzò e si scosse mentre continuava a mormorare, ripetendo una frase indecifrabile, che suonava come un bizzarro miscuglio di numerose lingue. La sua pelle era tesa su una struttura innaturale di ossa fragili e sporgenti; vertebre, costole e altri meccanismi interni che sembravano come sporgere attraverso della carta sottile, pallida, di un rosa smorto, che sembrava quasi essere coperta da lividi.

Si presentava malnutrito, lo stomaco era gonfio e la sua struttura ossea non riuscì comunque a diminuire la sensazione che fosse capace di esercitare brutalmente la sua forza su qualsiasi sua vittima.

La mia nausea crebbe, uno sporco, fastidioso odore riempiva l’aria e man mano che mormorava nell’oscurità attraverso quelli che sembravano denti rotti, fratturati, non riuscii a fare a meno di provare pietà per questo disgraziato, come se fosse la vittima di una lunga inedia.

Ripresi velocemente la consapevolezza di ciò che stava accadendo e realizzai che quella cosa non era da compatire, ma da temere. Non da essere compreso, ma da essere smascherato. Non tremava perché faceva freddo, stava tremando per l’eccitazione, come un tossicodipendente che pensa alla sua prossima dose.

Ero lì in piedi, a contemplare ciò che avevo appena visto tra le tende, e ancora una volta mi preparai per rimuovere il suo rivestimento, la sua protezione di tessuto e rivelarlo per quello che era; un vandalo dal cuore freddo, un ladro della peggior specie, una deviante piaga nel proprio diletto.

Sollevando ancora una volta la mano verso la tenda, qualcosa catturò la mia attenzione. Il suo incessantemente confuso, duro e inarticolato respiro, spremette attraverso quella sua bocca marcia le quattro parole più terrificanti che io abbia mai sentito:

“Guarda dietro di te”.

Un brivido freddo scivolò lungo la parte posteriore del mio collo.

Mi congelai momentaneamente, ma l’amore è una forte motivazione. Se fossi stato da solo la paura mi avrebbe travolto, scuotendo ogni mia possibilità di resistenza da parte della mia mente, ma con Mary che dormiva profondamente nella stessa stanza, proteggere qualcuno che amavo da quel mostro era il mio unico pensiero.

Mi voltai lentamente e, mentre lo facevo, potei sentirlo affannato, come se stesse cercando aria. A un quarto di giro, potei sentire il suo respiro, il fetore della morte che aleggiava in aria, appestato e sudicio. Poi ho sentito un’altra voce. Non era qualcosa di orribile nell’oscurità, ma Mary. Cacciò un urlo che mi fece trasalire e mi angustiava l’animo. Un urlo che mi perseguiterà per il resto dei miei giorni.

Mi girai velocemente e diedi un rapido sguardo, ma non era dietro di me, era sul letto! Si contorceva e raschiava, ansimando di gioia, la sua spina dorsale era curvata dall’angoscia di innumerevoli anni, sporgente attraverso dei frastagliati frammenti di stoffa che pendevano dal suo torso, nel vano tentativo di sembrare quasi umano.

Ma era umano? È stato umano, in passato? O era qualcosa di così vile, spregevole, così assolutamente e dolorosamente spregevole che nessun uomo e nessuna donna avrebbe mai potuto tentare di capirlo?

Balzai verso quella cosa, afferrandola, colpendola, tirandola via con ogni grammo di forza che avevo, ma la sua flaccida pelle mi scivolava dalle mani. Tenette premuto e forzò il volto di Mary contro il cuscino, con gioia, mentre gli altri arti, arcuati e contorti, le strappavano la camicia da notte, facendo scivolare le sue lunghe, ossute dita sul suo corpo nudo, in una sordida carezza.

Le urla di Mary erano state attutite dal cuscino, mentre cominciavo a temere che stesse per essere soffocata.

Gridai, urlai, supplicai quella cosa di lasciarla in pace, di prendere me, di farmi tutto ciò che voleva, ma servì solo ad alimentare la depravazione del demone. Le stava facendo del male, la stava graffiando… la mia bellissima Mary.

All’improvviso smise di attaccarla, ma mantenne una delle sue fragili, lunghe e scarne dita dietro alla testa di Mary, spingendo la sua faccia contro al cuscino. Avevo le mie mani attorno al suo putrido collo, provando come meglio potevo a strangolare la bestia, ma i miei sforzi furono vani. La sua struttura in pelle e ossa era ingannevole riguardo alla sua forza travolgente. Guardai con aria di disgustata incredulità quando iniziò a far passare le sue dita cadaveriche tra i capelli di Mary, lentamente, e quasi affettuosamente.

Ora riuscii a sentire la torsione e lo spezzarsi delle ossa, lo scoppio della cartilagine, lo schiocco dei tendini.

Grazie a Dio non proveniva da Mary! Ora ero sul suo dorso, con il mio braccio avvolto intorno al suo collo e con il mio mento che si strofinava sull’abrasiva pelle della sua spalla. Quando la sua spina dorsale affondò sulla mia pancia, girò la testa in un modo totalmente inumano. Il collo scricchiolò e gemeva sotto sforzo ad ogni movimento artritico, come se fosse bloccato da migliaia di anni di rigor mortis.

Ora stava guardando me.

Ho sentito parlare spesso di persone che si focalizzano su piccoli dettagli non capendo la situazione nella sua totalità, e in quel momento ne capivo appieno la sensazione, così tanto vicino ero al suo sguardo nero, di ghiaccio, che non riuscivo a ricollegarlo alle altre sue caratteristiche.

Rinforzai la mia presa, imprecai, gridai, gli avrei strappato la gola se avessi potuto, ma tutto sembrava essere inutile, mentre continuava a passare le dita scarne tra i capelli di Mary con nonchalance, guardandomi.

Non penso che potrò mai veramente riprendermi dal suono che passava attraverso quella che sembrava essere l’approssimazione di un ghigno; un sospiro affannoso; un grugnito; qualcosa che sembrava molto vicina a una risata sinistra, ultraterrena.

Come se il suo volto stesse toccando il mio, i suoi occhi fissavano in profondità, dentro di me. Nemmeno il mio riflesso ritornava; due pezzi di vetro in un rifugio di oscurità che scrutavano per i sentimenti oscurati, privi di luce, di felicità e amore. Mi stava guardando come se stesse cercando di trasmettermi una semplice idea.

Malizia.

Con uno straziante, brusco e violento movimento, strappò un’intera manciata di capelli dalla testa di Mary, lasciandole una ferita aperta. Quindi sparì. Mary non urlò, si limitò a piangere. Accesi la lampada sul comodino, ma nessuna parola di attenzione o empatia avrebbe potuto consolarla.

Piangeva incontrollabilmente.

Il letto era intriso di sangue, che era fuoriuscito dai numerosi graffi sulla schiena e dalla grande ferita in cui prima c’era un’intera parte di capelli. La abbracciai, lei disse che sarebbe andato tutto bene, ma poi mi guardò.

Guardandola negli occhi pieni di lacrime, sapevo immediatamente a cosa stava pensando. Lei pensava che l’avessi attaccata, che le avevo fatto tutte quelle cose orribili. Tra tutte le esperienze che ho avuto lo sguardo tradito, disgustato e disprezzante sul volto di Mary rimarrà quella più dolorosa.

Se n’è andata.

Dopo essersi ricomposta, raccolse alcune cose che aveva lasciato. Ho cercato di spiegarle, ho cercato di dirle tutto quello che stava accadendo, ma non mi avrebbe sentito. Chi avrebbe mai creduto a una storia così assurda? Ha semplicemente detto che non avrebbe chiamato la polizia, ma che se avessi mai riprovato a contattarla, l’avrebbe fatto. Per lei ero io l’aggressore, non quella cosa. Andandosene, provò a guardarmi un’ultima volta, ma scoppiò in lacrime.

Ora so che l’ho persa per sempre. La donna che amo più di qualsiasi cosa su questa terra pensa che io sia un essere umano terribilmente violento. Se solo avesse potuto capire che cosa ha fatto tutto ciò, che non era umano, e che se mai lo è stato aveva da tempo abbandonato la sua natura.

Erano le 5:00 quando Mary mi ha lasciato, ora sono le 9:00. Sono seduto qui, alla fredda luce del giorno, al mio tavolo in cucina, scrivendo ciò in modo da avere un ricordo scritto di ciò che è avvenuto, in modo che la gente sappia, in modo che Mary sappia che qualsiasi cosa accada, che tutto ciò che avverrà d’ora in poi, che tutto si verifica a causa di quella spregevole creatura della mia infanzia, di quella maledetta stanza stretta, tanti anni fa, che ha portato tanta miseria a me, a noi.

Devo rinunciare ai sentimenti. Potrei facilmente rimanere qui, rimpiangendo la perdita del mio rapporto con Mary, o potrei permettere a me stesso di non lasciarmi sopraffare dalla paura; di non fare niente. Cosa che però, semplicemente, non avverrà.


Riesco a sentire le risate dei figli del mio vicino da fuori. In diverse fasi della mia vita, ricordo quella stessa sensazione di gioia e felicità nata da qualcosa di semplice, come giocare con gli amici, o arrampicarsi su un albero, o baciare la donna che ami, o anche coricarsi a letto immaginandosi che cosa si sognerà, nella sicurezza di una casa, di una famiglia felice. Tutto ciò mi ha distrutto. Ma sono risoluto. Qualunque cosa quell’orribile disgraziato abbia in serbo, qualsiasi cosa voglia fare con me, io non permetterò che quella cosa faccia del male ad altre persone, o che invada la vita di un bambino come ha fatto con me tanti anni fa.

Devo lasciarvi ora, dal momento che c’è molto da fare prima che diventi buio, prima che ritorni. Ho già progettato i miei piani e, con un po’ di fortuna, mi riusciranno. Vorrei tanto poter dire che ci sentiremo ancora, ma penso che sia improbabile. Spero che voi capiate cosa dev’essere fatto.

Perché stasera, ho intenzione di ucciderlo.


Bedtime V: Dormi BeneModifica

Sto tremando mentre scrivo tutto questo. Sono stato rilasciato dalla polizia meno di due ore fa e sono obbligato a registrare gli eventi degli ultimo giorno e dell’ultima notte il più velocemente e accuratamente possibile. In un certo senso voglio dimenticare, ma so che non posso, so che non dovrei.

Per la mia sanità mentale devo divulgare quanto è successo, è troppo importante. Dovessi mai permettere a me stesso di essere influenzato dalla natura meccanica e razionale del mondo ancora una volta, queste parole dovrebbero servire per ricordarmi che ciò che è invisibile è allo stesso tempo misterioso e spaventoso.

Dopo che Mary mi lasciò, capii che l’avevo persa per sempre, ma invece di essere consumato da depressione e apatia, mi diede il vigore di provarci un’ultima volta, di formulare un pensiero e un’idea che sapevo di dover portare a termine. Dovevo distruggere quella cosa perché dovevo impedire che ci fosse la possibilità che un giorno avrebbe ferito i miei cari, o dissacrare l’innocenza di un altro bambino.

Sapevo di aver affrontato la morte, ma sentivo di aver già perso tutto, che era solo un piccolo prezzo da pagare. Si dice che la vendetta sia un piatto che va servito freddo, ma avendo aspettato per tutta la mia vita di sbarazzarmi di questa cosa, dal suo ricordo e dalle ombre che aveva gettato su di me, avevo formulato il proposito di uccidere questo demone, questa forza corrotta e perversa, con un sorriso sul volto.

Quella notte lo avrei ucciso, a costo di portarlo all’inferno con me.

Mi affaccendai per le prossime ore, preparai i bagagli e scrissi una lettera a Mary e alla mia famiglia spiegando tutto ciò che era accaduto e che loro non ne avevano colpa. Telefonai a mio padre e mia madre, solo per sentire le loro voci un’ultima volta, ma non feci capire loro che forse non mi avrebbero risentito mai più. L’intuizione di mia madre l’ha portata a chiedermi se tutto andasse bene; sorrisi e le dissi che le volevo bene, prima di salutarla con riluttanza.

Verso le 7:00 mi sono fatto strada verso la macchina. Il sole era già tramontato e la strada sembrava essere stranamente tranquilla, come se vi fosse stato un inatteso lutto. Mi sono seduto sul sedile del conducente, lasciando la portiera sull'altro lato aperta, in attesa del mio passeggero più sgradito.

Fino alle 9:00 non successe nulla di anormale, il posto era rimasto deserto e l’aria fredda della notte che soffiava attraverso la portiera aperta cominciava a farsi sentire. Mentre rimanevo lì seduto, una contemplazione fece eco nella mia mente. Rimuginai sulla natura di questo parassita cadaverico. Una domanda si levò sopra il mare di pensieri, sovrastando tutto il resto, impassibile e continua:

“Puoi uccidere qualcosa che è già morto?”

Non sapevo se questo essere provenisse dalla tomba o se fosse qualche spettro ultraterreno in qualche modo considerabile come “vivo”, ma proprio mentre stavo rivalutando il mio piano, eccolo lì. Era subdolo impercettibile, ma c’era stato un piccolo spostamento, quasi indistinguibile nella sospensione della vettura. In qualsiasi altra circostanza, avrei detto che si trattava di una folata di vento, ma mi era fin troppo familiare quella sensazione di tanti anni fa, come quando, nel caso del letto a castello, quella creatura scivolava sul letto sottostante. Sapevo che era il suo biglietto da visita. L’aria divenne più densa, come se fosse contaminata dall’odore di un cadavere.

Era nella macchina con me, invisibile sì, ma c’era comunque. Avvertendo il più tenue dei respiri dal sedile posteriore, mi allungai e chiusi la portiera del passeggero. Girai la chiave dell’accensione e, appena arrivato in strada, avrei giurato di aver sentito un risolino tranquillo, ma decisamente malizioso, come se si stesse beffando di me.

Sapeva cos’avevo in programma per lui?

La nostra destinazione non era lontana, ma giungemmo alle colline attraverso le quali era diretta la strada di campagna, che si alzò e si abbassò con regolarità; un duro monito dell’inquietante isolamento della notte. Di tanto in tanto potevo sentire qualcosa provenire da dietro, ma mi rifiutai di guardare quella cosa al buio. Pazienza, non sarebbe passato molto tempo prima di doverlo affrontare.

Ironia della sorte, ero preoccupato di spaventare la stessa cosa che aveva terrorizzato e mi ha torturato da bambino. Dovevo mantenere i nervi saldi, così guidai con attenzione e con calma attraverso la campagna, sommersa dal buio, sperando che il mio passeggero ultraterreno non sospettasse di niente.

Arrivai.

Le ruote della macchina lottarono e scivolarono sul terreno del sottobosco, mentre abbandonavo la stretta strada di campagna. Il paesaggio si estese, e guardando gli alberi spezzati e marci intorno a me capii che era stata una buona scelta venire in questo posto desolato nella fredda notte, per distruggere la più oscura di tutte le cose.

Il terreno finì improvvisamente; la scogliera sporgeva su un vecchio abisso, volto verso le scure acque del lago sottostante. L’estremità della scogliera era relativamente piatta e di fatto, un tempo, era una strada abitata, sprofondata nel lago decine di anni prima. I bambini del luogo raccontano storie sui fantasmi vendicativi di quelli uccisi durante lo sprofondamento, ma sono soltanto storie. O forse non lo erano. In passato avrei ignorato tali racconti, ma chi mi avrebbe mai creduto se l’avessi detto a qualcuno ora?

Spensi il motore e parcheggiai a diversi metri dal bordo della scogliera, spegnendo tutte le luci e preparando me stesso per ciò che sarebbe avvenuto. Mi sedetti in macchina per quello che sembrò essere una vita, l’unica compagnia che avevo era data dall’acqua che si scontrava sulla scogliera sottostante.

Aspettai.

Era una cosa intelligente da fare, non avevo alcun dubbio. Aveva giocato con me, assaporando il dolore e il tormento che aveva causato come solo un intelletto di ghiaccio potrebbe fare. Per questa ragione sapevo che avrebbe sospettato di me e che forse sarebbe addirittura scappato se avessi portato l’auto troppo vicino al precipizio; dovevo aspettare per attaccarlo, lasciare che si alimentasse, lasciare che si dilettasse e che si rimpinzasse a mie spese, forse solo allora non mi avrebbe notato mentre spingevo l’auto verso la scura, fredda acqua sotto di noi.

Stavo per affogare il bastardo.

Avevo valutato le possibili conseguenze nella mia testa e arrivai alla conclusione che ci sarebbe stato un singolo momento in cui avrei avuto una piccola opportunità di fuggire dalla macchina, poco prima di raggiungere il bordo. Mary e io eravamo soliti andare lì di tanto in tanto, un luogo in cui stare insieme, lontano da tutto il resto e non sembrava essere tanto desolato durante i giorni d’estate. Mi ricordavo del posto e lo conoscevo bene. La scogliera distava circa 10 metri dal profondo lago sottostante e non avrei voluto essere nella macchina quando avrebbe colpito l’acqua, o rimanere intrappolato all’interno con quell’abominio.

Aspettai.

Quindi lo sentii. Lentamente in un primo momento, per poi aumentare d’intensità, un affannoso, sibilante respiro da dietro. Stranamente, sembrava essere molto più affaticato di prima. Ogni respiro era una lotta, pieno di liquido, marcio e decomposto. Un brivido lungo la schiena. Un rancido, cattivo odore cominciò a riempire l’aria.

Il respiro si avvicinava da dietro.

Il mio cuore cominciò a battere velocemente, a un ritmo duro e veloce, mentre alzavo lo sguardo vedendo il parabrezza che si stava ghiacciando dall’interno. Potevo vedere il mio respiro, una cosa naturale senza dubbio, ma ciò che era innaturale era il respiro visibilmente in movimento al lato del mio volto. Mi girai lentamente, avevo voglia di piangere, avevo voglia di correre via, correre nella notte, ma dovetti rimanere, non potevo permettergli di fuggire.

Si era seduto sul sedile passeggero.

Lo stavo fissando e lui stava fissando me. Curvo, coperto dal buio, contorto, scarno, le mani erano soggette a convulsioni, come se stesse cercando di liberarsi del rigor mortis. Si mosse lentamente verso di me. Una gamba ossuta si incrinò e gemette mentre scivolava sulle mie ginocchia, e poi l’altra.

Oh mio Dio, si era seduto su di me!

Si spostò più vicino a me e attraverso un raggio di luce fornito dalla luna, riuscii a vedere il suo volto. La pelle pendeva dai suoi lineamenti frastagliati. Occhi vitrei mi fissavano in profondità, mentre un ghigno si allargò sul suo viso, innaturalmente largo a causa della carne mezza decomposta, che esponeva i putridi muscoli, i denti rotti e i tendini del suo rancido sorriso sottostante.

Avvicinandosi ancora di più, aprì la sua bocca, rivelando una lingua umida e putrida che poteva essere vista attraverso la parte mancante della sua mascella. Il respiro affannoso e il cattivo odore mi facevano bruciare gli occhi e mi riempivano la bocca, come risposta del mio misero corpo, il mio tentativo di espellere i suoi fumi velenosi, e mentre ero nel bel mezzo di ciò si fermò per un momento per poi ridacchiare; felice, contento. Fissando i suoi occhi gelidi mi diede nuovamente l’impressione di un uomo vecchio, afflitto e sempre più debole. Era ancora incredibilmente forte, ma sembrava come aver perso parte della sua potenza.

Forse lasciare quella stanza allungata ha in qualche modo influito?

Le sue dita lunghe e sporgenti accarezzarono la mia faccia e quindi, come per dimostrare il suo intento, ne conficcò uno in profondità, nella mia spalla. Gridai, mentre lo piegava e rigirava dentro di me, il demone in decomposizione spostava il suo dito per causare la massima quantità di danni e dolore che poteva provocare. E mentre lo faceva, l’altra sua mano scivolò contro la mio corpo.

Mi toccava.

Era ora. Con il mio braccio libero accesi il motore e, malgrado la mia spalla fosse ancora inchiodata al sedile, riuscii a lottare contro il dolore, avviare la macchina e procedere in avanti il più velocemente possibile.

La creatura si agitò e gridò, tentò di scavalcarmi per raggiungere il sedile posteriore, ma lo trattenni con tutta la mia forza, il pensiero di ciò che aveva fatto a Mary aveva sufficientemente alimentato la mia rabbia.

Ci precipitavamo verso il bordo della scogliera e osservavo la portiera del conducente freneticamente. Mentre ci avvicinavamo al nostro tuffo ghiacciato, urlai con rabbia al suo marcio, rancido volto e lo spinsi via da me.

Si affrettava verso il sedile posteriore per salvarsi la vita mentre io facevo lo stesso per salvare la mia, sbloccando le portiere della macchina.

Era troppo tardi, l’auto si muoveva in maniera incontrollata verso il bordo della scogliera e in poco tempo colpimmo l’acqua scura, rompendo la superficie somigliante a del vetro nero con grande forza. Sarei morto in quel momento, se un air-bag non avesse attutito l’impatto, procurandomi solo qualche graffio.

Stordito, mi guardai intorno. I suoni che sentivo provenire da quella cosa era deformati, eppure familiari. Quello che sembrava essere lo stridio di un bambino demoniaco, presto lasciò il posto all’angoscia e alla rabbia di un’antica intelligenza che sapeva di aver quasi affrontato una morte certa.

L’acqua era gelida e si riversava attraverso la portiera dell’auto, che avevo ora aperto e ammaccata a causa di una forza che mi ha lasciato senza fiato. Cercai nervosamente di prendere aria come stava ora facendo la mia preda. Si contorceva e divincolava come se stesse cercando un’uscita. Scorgendo la porta aperta, si spinse in acqua verso di me.

Chiusi il mio pugno e colpii il volto di quella cosa. Pezzi di carne marcia si sfaldarono all’impatto, mentre un liquido nero fuoriusciva dalla ferita creatasi.

Ancora una volta tentò di superarmi, ma sapevo che dovevo tenere quella cosa in acqua, abbastanza a lungo da affogarla, che sarei dovuto morire con essa. Mi sentivo intorpidito, l’acqua gelata scivolava fin sopra il mio mento, il mio cuore lottò contro il freddo e con un’ondata improvvisa venni sommerso e respirai per l’ultima volta.

Tenni il fiato, ma solo per prepararmi a una gelida morte dovuta a soffocamento. Speravo che non sarebbe stata dolorosa. I miei pensieri tornarono a Mary e alla mia famiglia e un consumante senso di tristezza e frustrazione mi pervasero, ma mentre lottavo contro quella cosa che cercava di oltrepassarmi e raggiungere la porta, afferrandomi e agitando le braccia, guardai in basso e la vidi.

La sua gamba era intrappolata tra il cruscotto e il pavimento della vettura a causa dell’impatto della caduta e malgrado si potesse muovere, non poteva abbandonarla.

Mi voltai subito verso la portiera, non riuscivo a vedere quasi niente, se non un piede davanti a me, in quelle acque scure, ma la luna non faceva abbastanza luce per illuminare sufficientemente il mio percorso. Proprio quando raggiunsi la portiera, il miserabile mi afferrò e mi tirò verso sé. Aveva abbandonato ogni speranza di fuga, ma voleva che io affogassi con lui.

Combattemmo per quello che sembrava un tempo infinito in quella fredda e amara tomba, mentre la macchina affondava sempre più in profondità. Ora potevo sentire il mio corpo implorarmi di prendere aria, di esalare il mio ultimo respiro per poi inalare l’acqua ghiacciata.

Sono felice di dirvi che ho usato il mio ingegno per uscire da un destino così terribile. Orientando il mio corpo, spinsi i miei piedi contro il cruscotto, con sufficiente forza da riuscire finalmente a sfuggire dalla sua scivolosa presa. Non mi ricordo molto altro, se non l’urlo angosciato e pieno d’odio che il mio aguzzino si lasciò sfuggire, avendolo lasciato morire sul fondo di quel lago ghiacciato.

Mi ritrovai a piedi attraverso su un’area desolata, freddo, bagnato, ma vivo. La ferita alla spalla mi aveva rallentato, ma tenni a bada l'emorragia facendovi pressione con l’altra mano. Mi ci sono volute due ore per tornare a casa, e mi stupisco del fatto che non sia crollato per la stanchezza o ipotermia. Il vedere la familiare strada in cui vivo, mi riempì di un senso di realizzazione. Un senso di orgoglio e di trionfo.

Avevo battuto quella cosa una volta per tutte!

Questo finché non entrai dentro casa e non notai una scia di grandi impronte bagnate, che si dirigevano dalla mia porta d’ingresso fino al mio letto.

L’incredulità prese il sopravvento. Provai una disperazione così forte e così schiacciante che non riuscirei ad esprimerla in semplici parole. Si era sdraiato sul mio letto, in attesa, con una coperta bianca che copriva il suo corpo emaciato, nascondendolo dalla vista.

La mente umana è una cosa meravigliosa. Proprio quando credi che il tuo corpo abbia raggiunto il massimo livello di esaurimento da cui non riuscirebbe nemmeno a riprendersi, che le tue emozioni siano così consumate che non ti sentiresti in grado di continuare, proprio in quel momento un pensiero, simile a un miracolo, si stabilisce nella tua mente stanca.

Lascialo riposare, per ora.

Tranquillamente strisciai per il buio e presi il portafogli che avevo lasciato su un tavolino da caffè, al centro del mio soggiorno. Lasciando la porta aperta, andai via per elaborare un nuovo piano e tornai un’ora più tardi. Con ciò che avevo preparato al momento, scivolai nella stanza degli ospiti.

Rimasi lì in quel letto senza macchie, in attesa. Ero sicuro che questa sarebbe stata la fine del gioco e che, invece di giocare ancora con me, sarebbe venuto ad uccidermi. Come fosse fuggito dalla sua tomba d’acqua non lo sapevo, ma sarei rimasto dannato se sarebbe scappato nuovamente. Potevo solo sperare che mi avvertisse dall’altra stanza.

Chiusi gli occhi, fingendo di essere profondamente addormentato. Il tempo trascorse e, malgrado avessi cercato di combatterla, la stanchezza infine mi travolse e mi fece sprofondare nel sonno.

Mi svegliai con le sue mani attorno al mio collo. Tossiva e farfugliava su di me, delle rancide gocce di liquido nero, provenienti dalle sue ferite, cadevano sul mio volto. Lottai, cercando di prendere fiato e di sfuggire dalle sue grinfie, ma era troppo forte e le mie mani non riuscirono a prenderlo saldamente, dal momento che sembrava come essere ancora bagnato dopo il tuffo nel lago.

Potrà non sembrare razionale sul momento, ma mentre la mia visione si offuscava e l’ultimo barlume di coscienza si spegneva in me, finsi di fare ciò che molti animali fanno nei loro ultimi momenti: mi finsi morto.

Giacendo immobile, trattenendo il respiro, mi scosse violentemente per il collo e mi lasciò. Aspettai un momento, la mia ultima possibilità per distruggere questa cosa. Il suo respiro affannoso si rilassò leggermente e sembrava fissarmi con aria quasi interrogativa.

Aspettai ancora perché spostasse il suo peso da me, che avrebbe potuto permettermi di gettarmi a terra.

Chinandosi sempre più vicino a me, il suo ampio, fatiscente ghigno spuntò sul suo volto. Raccogliendo la sua saliva putrida in bocca e ciò che era rimasto delle sue guance, mostrò poi il suo disprezzo per i vivi, e per i morti; sputò il suo fluido purulento sul mio volto, i cui resti gocciolarono verso il basso attraverso il buco della sua mandibola, su di me.

Avrei voluto urlare, fare qualcosa per togliere un liquido così viscido dalla mia pelle, ma non osavo muovermi, non era ancora arrivato il momento. Chinandosi ancora più vicino a me, si allungò e graffiò la ferita sulla mia spalla; il dolore attraversò il mio corpo. Con tutta la mia resistenza, rimasi immobile.

Poi, lentamente e pazientemente, fece scivolare una delle sue lunghe dita nella mia bocca. Il sapore era orrendo, rancido, putrido, morto. Lo scricchiolare artritico delle sue nocche scossero la mia determinazione. Mentre inarcava la schiena allegramente, improvvisamente spinse le sue dita in profondità, nella mia gola.

Mi venne un conato, come reazione istintiva.

Invece di rimanerne sconvolto, una incomprensibile risata si fece strada attraverso i denti marci, mentre spingeva le dita ancora più in profondità. Sentivo la sua fredda carne dura contro alle pareti della mia gola e supplicai senza parole affinché la smettesse.

Nei nostri momenti più bui, a volte troviamo la nostra vera forza. Mi girai di lato, usando il suo peso contro di lui e, finalmente, riuscii a liberarmi. Caddi sul pavimento. Le sue lunghe mani afferrarono i miei piedi, calciai e urlai e infine riuscii a liberarmi. Mi fissò, solo per un momento. Sollevandosi sul letto, le sue fragili ossa scricchiolavano sotto alla sua stessa forza, e ora torreggiava alto e pronto a balzare.

Sin da quando ero bambino sono stato una sua vittima. Mi terrorizzava, mi strappò via l’innocenza, attaccò Mary e mi distrusse la vita.

Non potevo più sopportarlo.

A volte la preda più pericolosa è quella che pensa di poterti battere, quella che si culla in una falsa sensazione di dominanza o superiorità, quella che ha conquistato ogni paura in te, con ogni sensazione di rabbia e tradimento. Era caduto nella mia trappola, quella concepita usando la logica, la ragione, una comprensione del mondo attraverso gli occhi di una mente scientifica.

Il fuoco purifica tutto.

Gemendo, strillando e contorcendosi, sembrava starsi preparando a un balzo, e con un movimento rapido tolsi una coperta dal pavimento, rivelando un secchio pieno di benzina che avevo comprato in quel breve tempo, poco dopo averlo visto sul mio letto. Lo gettai più forte che potevo, il liquido spruzzò sopra quell’abominio e il letto.

Mi sorrise, beffandosi della mia stessa esistenza, consapevole del dolore e dell’agonia che mi aveva causato.

Dalla mia tasca tirai fuori un accendino, lo accesi e lo lanciai su quella cosa. Si contorceva e urlava in agonia, parti della sua carne si sfaldavano, bruciando nel nulla davanti ai miei occhi; quasi provavo dispiacere per quella creatura.

Lascialo bruciare.

Il fuoco sfuggì dal controllo e per fortuna un vicino sentì le urla e vide il fumo, andando così a chiamare i vigili del fuoco. Non ricordo come io sia scappato.

Trascorsi diverse ore in ospedale, a causa del fumo che avevo inalato e alle dolorose bruciature sulle mie mani. Fa ancora male mentre digito, ma come succede per molte ferite superficiali, guariranno. Forse avrò poche cicatrici, ma dovrò conviverci.

La polizia mi arrestò poco dopo, credendomi un assassino. Sospettano che io abbia ucciso qualcuno con quell’incendio e trovano del tutto sospetta la profonda ferita alla spalla, e i graffi sul mio corpo. Mi è stato detto di non allontanami molto nel caso in cui volessero pormi altre domande, ma possono anche non farlo, dubito che crederebbero alle mie risposte. Non hanno trovato alcun resto, né alcuna prova che qualcun altro fosse lì, se non una strana impronta in profondità, sul letto e la parete. Sembrava come se qualsiasi cosa si fosse trovata lì, avesse tentato di sfuggire, ma io non credo che ce l’abbia fatta.

Ora mi sono tolto un peso e quello di cui ora mi rendo conto è che è sempre stato lì, fin da quando ero bambino. Credo che questa cosa mi abbia influenzato, anche se è oramai un evento lontano, e che ora che è andato mi sento nuovamente bene.

Sono devastato dalla perdita di Mary, la mia casa potrebbe venirmi strappata via, dal momento che sono probabilmente accusato di incendio doloso dopo che hanno scoperto che sono stato io ad appiccarlo, il che significa che posso dire addio a qualsiasi mia richiesta di risarcimento.

Le mie mani mi fanno male, così come la mia spalla, ma il mio animo no. Sto scrivendo questo da una stanza d’albergo, è piccola e senza pretese, ma adatta al mio scopo. Stasera ho intenzione di dormire e sognare, come ho fatto da bambino, prima che quel sciagurato invadesse la mia vita.

Credo che sia stata la mia razionalità a salvarmi, la mia logica, che mi ha permesso di distruggere un tale male, ma non potrò mai sfuggire alla conclusione che c’è molto di più nella vita oltre questo velo, oltre l’oscurità. È un mondo che ho conosciuto e che non mi importa di rivedere, ma stanotte riposerò e domani ricostruirò di nuovo la mia vita, con la certezza che il mio ospite sgradito se ne sia andato per sempre. Lo sento, lo so!

Mi prenderò del tempo per regolarmi e forse la mia mente mi giocherà uno scherzo o due durante il mio percorso di vita, è difficile abbandonare la paranoia che mi ha perseguitato finora. Devo imparare ad accettare la mia salvezza, ancora una volta. Mi rifiuto di guardarmi alle spalle per il resto dei miei giorni, ma sarò sempre prudente, come quando ero all’ospedale questa mattina, sdraiato sul letto, in un reparto tranquillo, e il mio letto si scosse per un impercettibile momento, ma sapevo che era solo la mia immaginazione.

Sono felice di aver riportato le mie esperienze, mi ha fatto capire molto di me stesso e, cosa più importante, se qualcuno si dovesse mai trovare in una situazione simile, che Dio non voglia, saprà cosa fare.

Ora, è l’ora di andare a dormire e devo riposare, non avendo mai conosciuto una stanchezza tale a quella che sto provando ora.

Buonanotte e dormite bene...

[Traduzione del capitolo uno a opera di Coffy_taco_tuesday, Wattpad; traduzione dei capitoli due, tre, quattro, cinque a opera di Nah'Kaal. L'autore del racconto originale è Michael Whitehouse; testo in lingua inglese qui]


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