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Disturbo AlimentareModifica

Nell'interesse dell'anonimato, dirò solo che lavoro nel settore sanitario. Il nostro ospedale sembra avere un numero di pazienti “strani” più alto della media; una in particolare mi è tornata in mente in questo periodo.

La ragazza in questione, internata di recente, ha una storia abbastanza disturbante da essersi diffusa velocemente tra un reparto e l'altro. Stanco di sentire sempre gli stessi pettegolezzi all'infinito, ho deciso di leggere la sua cartella, intenzionato a sfatare quei racconti.

Vorrei non averlo fatto.

Ciò che segue è la versione censurata del suo resoconto personale.


È tutto un malinteso. Sto bene. Non sono io il problema. C'è qualcun altro là fuori che ha la responsabilità di tutto questo – lo stanno facendo per torturarmi. Io non dovrei nemmeno essere qui.

Ho avuto alcuni problemi con la forma fisica. Questo è vero. Stavo proprio per abbandonare l'ennesima dieta quando successe per la prima volta.

Andammo a cena fuori per festeggiare la promozione di Becky. Eravamo in cinque – era davvero un bel ristorante, ma non riesco proprio a ricordarmi quale fosse – e la mia forza di volontà per non mangiare si stava esaurendo. Ci eravamo bevute tutte un bicchiere o due di vino prima che arrivasse la mia insalata. Avevo deciso di mangiarne solo metà, e così tanta solo per evitare una scenata durante la serata di Becky. Le ragazze mi assillavano ogni volta che mi rifiutavo di mangiare...

Ancora oggi non posso evitare di pensare che non fosse una coincidenza che la più magra del gruppo sia stata la prima ad avere una promozione. Ci eravamo tutte laureate più di un anno fa, ed il mondo reale fu come uno schiaffo in faccia. Nessuna di noi era davvero dove avrebbe voluto essere.

Tranne Becky, naturalmente.

La fame era un tormento, e l'odio che provavo verso me stessa mi aveva stressato fino al limite... quindi, quando il cameriere grattugiò il formaggio sulla mia insalata, non lo fermai. Volevo gettare il piatto per terra, rifiutandomi di mangiare, ma ero così affamata...

Poi, dopo due bocconi, arrabbiata ma sorridente per non insospettire le ragazze, trovai un lungo capello nero. Vederlo in quel modo, attorcigliato alle foglie di lattuga, mi disgustò immediatamente – l'avevo quasi mangiato senza nemmeno accorgermene.

Il ristorante non ci fece pagare la cena, e le ragazze non mi dissero nulla quando non riuscii a costringermi a mangiare. Quel capello mi aveva tolto del tutto l'appetito!

Fui al settimo cielo per i seguenti due giorni. Non ero affamata, non ero stressata – era fantastico. Pensai di essermi imbattuta in qualche nuova meravigliosa forma di autocontrollo.

Ma le ragazze la pensavano diversamente – o forse solo Becky.

Ero a pranzo con Andrea quando la fame cominciò di nuovo a diventare insopportabile. Esausta e triste, mi arresi e ordinai una grossa porzione di insalata. Andrea sorrise e mi disse qualcosa sull'essere lì per me se avessi bisogno di parlare – scommetto che anche lei fosse coinvolta. Nei miei ricordi, il suo sorriso sembrava vagamente sinistro e beffardo, come se sapesse già cosa stava per accadere...

Trovai un'unghia nella mia insalata! Un'unghia finta rossa!

Queste cose sono disgustose – sotto le unghie finte è pieno di germi – lo so!

Di nuovo, non ci fecero pagare il pranzo, ma non potei costringermi a mangiare. Lo shock ed il disgusto mi avevano fatto passare completamente la fame.


In parte ero sollevata e rinvigorita. Ero andata avanti senza mangiare per due settimane, e tutta questa... faccenda del disgusto... mi stava davvero aiutando a perdere peso.

Ma non sono pazza, o stupida. So che bisogna mangiare ogni tanto.

Passarono uno o due giorni, e io ordinai un'insalata di pollo mentre ero ad un brunch con Becky. Lei continuava a vantarsi del suo nuovo lavoro, di come il suo capo ci stesse vagamente provando con lei... la odiai così tanto, in segreto, anche se esternamente mi mostravo felice. Ero principalmente concentrata sulla mia insalata. Finalmente avrei mangiato, era un bel sollievo...

...finché non morsi qualcosa di duro e viscido.

Lo sputai in fretta; ricordo ancora le parole esatte di Becky.

“Oh mio Dio, è un dito quello?”

Ricordo di aver fissato quella cosa appena la sputai sul mio tovagliolo. Era viscida, macinata, rossa e anche un po' cotta... ma si vedeva chiaramente l'osso che spuntava fuori dalla carne.

Il locale venne chiuso per un po' dopo l'accaduto, ma nessuno sapeva da dove fosse venuto quel dito. Ovviamente non era di nessuno dei dipendenti... ma da quell'incidente Becky cominciò a crogiolarsi nelle attenzioni di tutti. Finì persino sulla televisione locale, anche se era la mia insalata ad avere il dito dentro.

“Tutto ciò è assurdo. La gente rischia di ammalarsi seriamente se mangia queste cose.” Disse al reporter.

Cominciai a pensare che fosse coinvolta in tutto questo...

Lo shock mi aveva sopraffatta, calmando la mia fame per poco meno di un giorno – ma il mio sollievo ebbe vita breve. Sapevo che avrei dovuto ricominciare a mangiare il più presto possibile.

Non sopportando più gli scherzi idioti di Becky, decisi di prendere qualcosa dai distributori automatici al supermercato.

Mi odiai così tanto, sentendomi debole mentre fissavo la tavoletta di cioccolato... ma dovevo mangiare, e non avevo più alcuna forza di volontà. La cioccolata avrebbe risolto tutto.

Diedi un morso alla barretta... era fantastica... dolce, dolce cioccolata...

Fu solo dopo due morsi che vidi qualcosa spuntare tra l'involucro e la tavoletta. La scartai e non riuscii a non gettarla a terra, mentre vomitavo ciò che avevo ingerito.

Schiacciata tra l'involucro e la cioccolata c'era quella che era senza dubbio una striscia di pelle.

Era stata strappata da qualcuno? Le tracce di sangue erano ancora... Oddio!

Ma come diavolo aveva fatto Becky? Come poteva sapere?

In quel momento ero fuori di me dalla paura e dalla rabbia, anche se in parte ero contenta di aver vomitato i due pezzi di cioccolata che avevo ingerito. Afflitta, ma ancora intenzionata a combattere la mia avversione a mangiare, ordinai una fetta di pizza ad un fast food. Arrivò con una grossa bolla sulla crosta... disperata, la aprii, trovandoci dentro quella che sembrava la cornea di qualcuno.

Maledetta Becky, doveva essere da qualche parte lì intorno, mi stava perseguitando, facendomi questo. E se fossero coinvolte anche le altre ragazze?

Presi la mia macchina e me ne andai.

Di notte, arrivai oltre il confine dello stato. Entrai in un ristorante di periferia che non avevo mai sentito nominare. Risollevata, ordinai un hamburger dall'anziano e gentile signore che probabilmente gestiva il locale. Non c'era modo per Becky o le ragazze di manipolare il mio cibo, laggiù...

L'hamburger, fatto scivolare davanti a me in un piatto curiosamente decorato, sembrava la pietanza più deliziosa del mondo. Stavo ancora pensando di non mangiarlo, di continuare la mia dieta... e odiai me stessa per essermi arresa... ma non volevo morire. Bisogna mangiare, per vivere!

Mi fermai un attimo prima di morderlo.

Facendo scivolare indietro la fetta di pane superiore, cominciai ad investigare sul contenuto. Sembrava tutto normale, finché non sollevai la fetta di pomodoro dalla lattuga. All'inizio non riuscivo a capire cosa fosse... era una specie di gelatina grigio-rosa, immersa nel ketchup. Ne sollevati un'estremità filamentosa e cominciai a guardarla, finché non capii.


Era un pezzo di cervello.


Avrei voluto vomitare, ma il mio stomaco era completamente vuoto.


Mi allontanai da lì più veloce che potei, guidando in direzioni a caso. Non sapevo come Backy e le ragazze riuscissero a seguirmi o a prevedere ciò che avrei mangiato, ma dovevo trovare il modo di eluderle...


Una barretta di cioccolato dalla stazione di servizio – no. Bocconcini di pollo dal fast food – no. Ancora non capisco come facessero! Ho persino implorato un ragazzo di farmi guardare mentre preparava il panino, seguii l'intero procedimento, accertandomi che non ci fosse nulla di strano – lui mi diede il panino, aprii la confezione e – oh Dio – ricordo ancora la sua espressione confusa e terrorizzata quando cominciai a strillare...

Ma una strana calma mi avvolse in quel momento. Avevo passato tre settimane senza mangiare? O erano quattro? Sapevo che sarei morta se non fossi riuscita a nutrirmi. Quindi mi venne una strana idea; pensai ad un posto che loro non potevano prevedere, dove il cibo non poteva essere reso disgustoso ed immangiabile...

L'avevo trovato. C'ero riuscita, le avevo battute. Avevo trovato l'insalata di pollo più deliziosa di sempre, e la mangiai disperata, ingozzandomi, sapendo che ero finalmente salva... ma sarò onesta, l'insalata non era quello che mi aspettavo di trovare la prima volta che lo feci. Ora che ci penso, però, ha senso.

Quando spaccai il suo cranio con quel tubo, aprendolo, quasi non potevo crederci. Il ragazzo cadde, e l'insalata di pollo schizzò per tutto il pavimento! Fresca lattuga verde e croccante – morbidi pezzetti di pollo – e quel condimento... quel condimento era buono da morire! Continuavo a trovare pezzi di persone nel mio cibo, non importava dove mangiassi... quindi il posto più logico dove trovare qualcosa di commestibile era... dentro le persone...


Dobbiamo nutrirla per via endovenosa. Il cibo normale la terrorizza e la disgusta. Tutta questa storia mi fa pensare a come, al giorno d'oggi, lasciamo ancora che i media ci impongano con prepotenza degli standard estetici così irragionevoli...

Anche se lei non è la paziente più strana che abbiamo, mi interessa per la sua capacità di manipolare le infermiere. A quanto pare – e ancora nessuno ha capito da chi è stata aiutata – è riuscita a convincere qualcuno a nascondere dei pezzi di corpo umano nel suo cibo le prime volte che abbiamo cercato di darle da mangiare. O almeno questa è l'unica spiegazione sensata per quegli incidenti...

Aggiornamento: Ho letto altre schede, e continuano ad inquietarmi...

Il Camminatore delle ossaModifica

Dopo aver esaminato il fascicolo sanitario di una paziente, ho cominciato a rendermi conto della bizzarra schiera di malattie mentali che abbiamo qui... Sarò sincero, non ho mai davvero pensato ai pazienti come persone prima d'ora. “Pazzo” è un'etichetta che disumanizza immediatamente le persone, tagliandole fuori da ogni simpatia o comprensione.


C'è una ragazza, per esempio, che si rifiuta di parlare con chiunque finché non le viene prima permesso di tastare le loro tempie per cercare delle “fibre nervose”, qualunque cosa significhi. Oltre a questo, e ad una leggera paranoia, lei sembra essere completamente cosciente e normale – ma prima era facile considerarla solo come un'altra paziente malata di mente. Mi chiedo cosa pensi quella ragazza... si rifiuta di dare spiegazioni sul suo comportamento.

Più leggo i loro resoconti, più mi rendo conto che queste sono persone reali afflitte da torture oltre la normale immaginazione.

La scorsa notte, mentre leggevo, in pausa, le parole di un uomo catturarono la mia attenzione. Lo conosco. È costantemente depresso, rassegnato e svuotato – ma ora penso che, a parte tutto questo, egli sia come noi. Lui è solo... tormentato da questa cosa che lo attanaglia.


Va bene, te lo dirò! Solo niente più elettroshock. Mi hai promesso niente più elettroshock se te lo dico!

Comunque non fa nessuna differenza.

So come è iniziato. Ora è ovvio, quando ci ripenso.

Ero per strada, passeggiando con degli amici. Stavamo bevendo e ci stavamo dirigendo verso il bar successivo, quando un tipo strano e disgustoso con gli occhi disperati mi venne addosso. Puzzava come di sudore e qualcos'altro... mi schizzò qualcosa addosso. Mi arrivò sulla mano - sulle unghie, per la precisione.

Era sangue. Mi aveva schizzato con del sangue.

Si immobilizzò, sembrava terrorizzato e depresso. “Mi dispiace,” disse. Gli credevo, ma non capivo per quale motivo fosse dispiaciuto. Scappò via.

Disgustato, mi ripulii e cercai di dimenticarmene. Non successe nulla... per un po'.

Oh, Dio, ricordo ogni dettaglio di quella notte. Sdraiato da solo nel mio squallido appartamento – oh, come mi manca, è un palazzo se confrontato a questa vostra “clinica” - mi svegliai poco prima che accadde. Fissai il mio soffitto nero, sentendomi strano.

E poi mi piegai in due dal dolore, troppo scosso persino per urlare. Ricordo di averla fissata, senza capire ancora quanto fossi fottuto. Questa lunga, sanguinosa cosa a forma di lama spuntava fuori dal mio stinco.

Da dove veniva? Qualcuno mi aveva pugnalato? Non capivo... raggiunsi il telefono, ma appena la lama si mosse sentii una fitta dolorosa. Un'altra lunga, bianca lama spuntò fuori, e le due si separarono, aprendo uno squarcio sulla mia pelle. All'improvviso ebbi la visione dei rasoi che continuavano a tagliare, facendomi a pezzi dall'interno... ora, desidero quasi che fosse successo.


Non ebbi molto tempo per andare nel panico. Le lame si fermarono. Mi immobilizzai, stringendo la mia gamba. Altre quattro protuberanze sanguinose si erano aggiunte alle altre due, e allora – quella cosa saltò fuori.

Tremando, tramortito dallo shock e dal panico, mi sentii un po' risollevato dal fatto che non stavo per essere squartato – e poi la consolazione svanì, appena realizzai che qualcosa di vivo era appena strisciato fuori dall'osso del mio stinco.

Gocciolante del mio sangue, esaminò la stanza con i suoi sei occhi perlacei. Sembrava intagliato nell'osso, si reggeva su sei zampe simili a lame – i rasoi che avevano squarciato il mio polpaccio. Era alto circa sessanta centimetri, ed era molto simile ad un ragno...

Inaspettato, disse. Non aveva una bocca. Come faceva a parlare?

“...inaspettato?” Gli chiesi, confuso e terrorizzato.

Chi sei?

Tremavo e stavo per mettermi a piangere, volevo solo che se ne andasse. “Nessuno di importante...”

Quella era la risposta sbagliata.

Conficcò di nuovo una zampa dentro all'osso esposto del mio polpaccio, evitando con precisione la carne aperta ed il sangue che continuava a sgorgare. Sentii un pungolo affilato nel mio petto – Capii, terrorizzato, che la zampa di quella creatura era entrata nella mia tibia, ma stava riuscendo da una delle mie costole. Una punta affilata premeva sul mio cuore dall'interno...

“Ti prego, ti prego,” Implorai, con il sudore che mi colava negli occhi. “Farò tutto ciò che mi dici, lo farò, lo farò, ma non uccidermi...”

Accettabile, rispose.

Ritirò il suo arto, e il dolore se ne andò con esso.

Farai come ti viene detto o morirai tra dolori atroci.

“Sì, sì, va bene,” risposi strozzato dai singhiozzi.

Si arrampicò dentro l'osso esposto... ed era sparito, senza avermi dato nessun ordine. Andai all'ospedale, mi ricucirono la gamba, sostenni che era stato un incidente... e sembrò che avessi di nuovo il controllo della mia vita.

Mi sbagliavo.

Qualche notte dopo sgusciò fuori dalla sutura. Costernato ma pronto, mi assicurai di memorizzare il più possibile su quella cosa. Era sottile, letale, aveva uno strano fascino, simile ad un insetto fatto d'avorio. Qualcuno doveva sapere di quella cosa.

Mi diede degli ordini. Mi fece fare cose.

Iniziò con dei piccoli crimini. Voleva che li facessi in una certa maniera, lasciando prove false per motivi che non mi vennero detti. Mi guidò in pericolosi locali della malavita, anche se all'epoca le altre persone erano l'ultima delle mie preoccupazioni. Un altro dei suoi schiavi mi diede un lungo osso di animale trattato con quel sangue speciale, e spesso mi fece portare quell'osso in posti malfamati.

Lui sarebbe emerso da quell'osso e avrebbe parlato con qualcuno – qualcuno che sapeva della sua esistenza, in grado di difendersi da lui? Qualcuno con cui aveva bisogno di fare un accordo per i suoi scopi? Non lo vidi mai. Dubito che mi avrebbe aiutato, anche se fossi riuscito a trovarlo...

Persi la speranza dopo aver sprecato molte notti cercando una risposta o un aiuto. Ho picchiato persone. Ho scippato. Ho rapinato un negozio di alimentari con un coltello. Mi fece persino mettere quel sangue maledetto sulle unghie di questo tipo, e dovetti stare a guardare mentre veniva fatto a pezzi da quelle zampe a rasoio... le sue mani che cadevano per terra... la sua gamba, recisa al ginocchio con un taglio circolare... urlava, pregava, implorava... lo torturò fino ad ucciderlo per delle informazioni che io non capii... e quindi mi fece prendere i suoi pezzi per disfarmene... oh, Dio...

Ogni volta che non avevo ordini, mi dedicavo... ad altre maniere per distrarre me stesso dal pozzo nero di disperazione che cresceva dentro di me.

Mio fratello mi trovò per strada dopo qualche messe di questa storia. Anche di quella volta ricordo ogni dettaglio.

“Devi tornare a casa,” insistette lui “Ti faremo smettere con le droghe, sarai pulito. Papà ti troverà un lavoro.”

“Le droghe non sono il problema,” ricordo di avergli urlato contro. “Sono l'unica cosa che mi impedisce di perdere la testa. È il camminatore delle ossa -”

Appena dissi quelle parole, una punta affilata mi colpì sotto la mia scapola sinistra. Il colpo successivo graffiò il lato del mio polmone destro. Capii che mi stava osservando... il messaggio era chiaro. Se ne avessi parlato con qualcuno, lui mi avrebbe fatto a pezzi dall'interno.

“Va via da qui!” Urlai a mio fratello, sentendomi come quell'uomo disgustoso e disperato che mi era venuto addosso. “Non mi puoi aiutare! Vattene!”

Ci diedi dentro ancora di più con le droghe pesanti. Ad un certo punto non avevo più nulla che assomigliasse al mio vecchio me stesso, e decisi di non seguire più i suoi ordini – anche se ciò significava la mia morte. Dietro suo ordine, comprai un fucile, e mi esercitai ad usarlo. Voleva che uccidessi qualcuno, qualcuno di importante... ma quando sarebbe venuto a riferirmi il nome e il piano, io avrei rifiutato.

Mi chiesi come l'avrebbe fatto. Pugnalando il mio cranio dall'interno, uccidendomi all'istante? O spuntando fuori da ogni mio osso, dilaniandomi lentamente come quel poveraccio?

Fissai l'arma, chiedendomi se avrebbe perseguitato la mia famiglia dopo il mio rifiuto. Avevo davvero una scelta? Potevo sacrificare mio fratello? E i miei genitori? Dovevo fare in modo che il camminatore delle ossa non pensasse che fosse colpa mia.

Chiamai lasciando una soffiata anonima. Appena mi circondarono rimasi lì, risollevato e calmo, mentre mi mettevano le manette. Stetti in custodia, apparentemente catturato dalla polizia; quando il camminatore delle ossa sarebbe arrivato, non avrebbe avuto alcuna ragione per punire la mia famiglia. Mi avrebbe ucciso e basta.

Ma... non arrivò mai.

Cioè, so perché non è tornato, ora... ma sono debole, e in ogni caso sono bloccato qui. Continuo a pensare... e se ce ne fossero altri? E se un giorno venissero per me, perché io so?

Non ci sarà nessun avviso... potrebbero arrivare da un momento all'altro... solo la sensazione di una punta affilata, e poi sarò morto...


La cosa che mi colpisce di più sul suo resoconto è che è molto simile ai deliri di un uomo che morì orribilmente qualche tempo fa. Era stato mutilato in una maniera inimmaginabile – come se la sua faccia fosse stata strappata via dall'interno, oltre alle altre ferite. La sua storia fece notizia, e la gente immaginò che fosse stato l'assassino seriale responsabile di altre terribili morti simili a quella...

Ma quell'uomo sosteneva che, con le sue ultime forze, era riuscito a distruggere la creatura.

Suppongo che quest'uomo abbia letto della questione dell'uomo precedente, sviluppando un'ossessione o un'illusione su di essa.

Trovo curioso come la pazzia sembri essere contagiosa... soprattutto in questi tempi. Comincio a chiedermi se questo posto serva davvero ad aiutare queste persone – o se sia usato per contenerle... come una quarantena per un'epidemia.


Aggiornamento: Ora sono convinto che stia accadendo qualcosa di più.

La Borsa di StudioModifica

Dopo aver lllletto molte schede dei pazienti internati qui, sto cominciando a preoccuparmi un po'. Comincio a pensare che ci sia un qualche genere di collegamento tra queste storie, ma ancora non riesco a chiarirlo. Sono preoccupato soprattutto per le dichiarazioni dell'ultimo paziente, che sosteneva di essere stato sottoposto all'elettroshock o di essere stato maltrattato. Noi non usiamo l'elettroshock, qui.

L'elettroshock sarebbe un trattamento possibile per la depressione cronica, che era esattamente ciò di cui soffriva... ma non facciamo cose del genere, qui...

Mentre leggevo tra le cartelle, la scorsa notte, mi è capitata in mano la trascrizione di una registrazione di una ragazza. Sono sicuro che faccia parte del percorso che sto seguendo, eppure ancora non riesco a mettere insieme tutti i pezzi...


Quel rumore – posso averne un po'?

Il caffè.

E dai, è solo caffè.

Dammelo!

Va bene, te lo dirò – ma è meglio che non sia un trucco. Me lo prometti?

Da dove vuoi che inizio?

Ok... Ero a lezione, in realtà.

Sì, a lezione. Trovi ridicolo che una come me sia andata al college, [imprecazione]? È esattamente per questo che mi sono ridotta così.

La mia non è una famiglia abbiente. Scommetto che non ne sei sorpreso. Comunque, non siamo clandestini. Siamo solo arrivati da poco in questo paese, e non siamo ricchi. Sono stata la prima della mia famiglia ad entrare in un buon college. Mia sorella maggiore aveva perso tempo alle superiori, ma io mi ammazzai di studio. Pensavo, una volta che sono dentro è fatta. Posso rilassarmi.

Infatti ci riuscii.

Tutti lì sembravano così immaturi, così stupidi. Facevano festa tutto il tempo. Non studiavano mai, non facevano i compiti, nulla. La metà di loro nemmeno si presentava in classe. I giocatori di football non davano nemmeno gli esami. Non capivo. Avevano la minima idea di quanto costi il college? Ancora non li capisco.

I miei genitori mi chiamarono dopo tre mesi. Stavo frequentando tutti i corsi che potevo, perché tra i risparmi della mia famiglia e le borse di studio che avevo preso, avevamo abbastanza soldi per tre anni. Mi sarei dovuta laureare in tre anni, questo era il piano.

Mi dissero che la nonna stava male. I miei avrebbero speso quei soldi per curarla. Dissi va bene, fantastico, voglio bene a mia nonna.

Mentii per un po' a me stessa. Pensavo, magari prenderò altre borse di studio. Forse posso farcela. Potrei chiedere un prestito per studenti, magari. Il pensiero di quel grosso debito mi spaventava – non sarei mai riuscita a ripagare la somma che mi proposero. I miei genitori dicevano sempre, “non siamo arrivati fin qui per vivere di nuovo nella miseria.”

A circa un mese dalla fine del semestre, mi arrivò un'email su una borsa di studio per cui ero stata selezionata. Pensavo che i miei problemi fossero risolti – avrebbero finanziato tutte le spese!

Ma il termine per la consegna del saggio era il giorno dopo. Nessun problema, pensai. Ho un esame e quattro corsi con un mucchio di compiti per casa, ma posso farcela. È importante.

Quindi bevvi qualche caffè, stetti sveglia fino a tardi e mi addormentai verso le cinque del mattino... quel giorno ero stanca e seccata, e andai peggio di quanto volessi all'esame, ma riuscii a fare tutto.

L'email di risposta mi arrivò quella notte. Il mio saggio era piaciuto! Ero così felice – finché non lessi che ero solo passata alla fase successiva. Quella prova richiedeva una analisi approfondita di un settore economico – trenta pagine! E doveva essere consegnata entro pochi giorni! Possibile che tutti gli altri lo sapessero già da mesi? Possibile che gli altri candidati avessero avuto tutto il tempo per finire il lavoro?

Dato che ci stavo pensando già da tempo, scelsi il settore dei prestiti per studenti. Probabilmente era un errore – tutto ciò che sapevo sull'argomento era quanto sarei stata fottuta se non fossi riuscita ad avere quella borsa di studio. Centomila dollari o qualcosa in più per tre o quattro anni... e nessun diritto, nessuna procedura concorsuale, nessuna garanzia... era peggio che chiedere soldi ad uno strozzino e, grazie al mio quartiere, sapevo quanto possano essere spietati gli strozzini.

Ci diedi dentro con il caffè. Un amico che avevo conosciuto nel dormitorio mi diede delle pillole, ma non ne ero convinta, così le lasciai nel mio zaino. Nei giorni successivi dormii forse per tre ore a notte, cercando in ogni modo di frequentare tutti i miei corsi, di svolgere i compiti e gli esami, e anche di scrivere quella grossa relazione. Sapevo che i miei studi ne stavano soffrendo, ma qualche giorno non avrebbe rovinato la mia media. Questa borsa di studio era importante...

Ero al limite quando inviai loro quella dannata relazione di trenta pagine. Ero fusa, esausta e sconvolta dopo una settimana passata ad assumere caffeina e senza dormire...

Dormii malissimo, quella notte, ma fu comunque un sollievo per il mio corpo dolorante.

Mi svegliai trovando un'email di congratulazioni per essere una dei cinque candidati rimasti in tutto il paese. Non capivo – erano riusciti ad esaminare tutte le relazioni durante la notte? O gli altri candidati non erano riusciti a finire in tempo? Forse era così – magari avevano ricevuto solo cinque relazioni perché nessun altro aveva avuto tempo...

Volevano una tesi di laurea entro due settimane.

Passai tutta la giornata stordita. Non riuscivo nemmeno a comprendere la quantità di lavoro che serviva per questa borsa di studio... e si stavano avvicinando gli esami finali. Pensavo che sarei scoppiata a piangere, finché non realizzai di avere un'amica che stava completando il suo corso di laurea...

Accettò di incontrarmi, e mi aiutò a chiarire cosa avevo bisogno di fare. Lei aveva lavorato sulla sua tesi per circa un anno... espresse dello scetticismo sul concorso a cui stavo partecipando, ma mi disse, “è meglio che tu lo faccia – non vuoi finire come me. Ho preso così tanti prestiti che non riuscirò mai a ripagare tutto.”

Faticai a mantenere la mia compostezza dopo ciò. Cosa? Quindi se fallirò a scrivere una tesi in due settimane, finirò con un grosso debito sulle spalle per il resto della mia vita?

Le pillole nel mio zaino cominciarono ad avere senso.

In effetti resero tutto più facile.

Frequentai i corsi, studiai per gli esami finali e lavorai alla mia tesi. Feci tutto.

Tutto tranne dormire.

Tra le pillole ed il caffè mi sentivo uno schifo, ma ero sveglia – e lavorare ventiquattro ore al giorno era l'unica cosa che contava. Dovevo prendere quella borsa di studio. Dovevo farcela.

Pensavo di poter rispettare i tempi di consegna... ma quando arrivai proprio a metà strada, dopo una settimana, sentii che il mio corpo cominciava a cedere. Non avevo dormito bene per una settimana e mezza, e non avevo chiuso occhio per sei giorni... e dovevo andare avanti così per un'altra settimana.

Andai dal mio amico chiedendo altre pillole... era malato, tirava su col naso, e parlare con lui mi riempì di disgusto. Era... nauseabondo... pieno di muco e saliva e i suoi occhi erano gonfi... presi le pillole e uscii da lì.

Raddoppiai la dose. Poi, la triplicai.

Raggiunsi uno strano stato di consapevolezza tormentata e di disperata energia che mi spinse a finire tutto nella settimana seguente. Sapevo che ciò che stavo facendo era pericoloso, ma dovevo farlo. Ne sarebbe valsa la pena. Avrei vinto quella borsa di studio... lo sapevo.

Raggiunsi il limite un giorno prima del termine.

Mentre fissavo immobile l'immensa tesi che avevo scritto, solo a poche pagine dalla fine – la parte più critica, le conclusioni, mi sfuggiva di mano – non riuscivo a formare le parole nella mia mente. Non sapevo cosa scrivere. Battei un paio di volte le palpebre, cercando di calmarmi...

Stavo lavorando con il mio portatile, in biblioteca. Mi guardai intorno in una sorta di stanca confusione. La mia stanza del dormitorio, la biblioteca e le aule erano diventate tutte un ricordo sfocato mentre i giorni passati senza dormire si scioglievano l'uno dentro all'altro.

Era notte e la biblioteca era avvolta nel silenzio. Improvvisamente, oltre alla stanchezza ansimante che c'era dietro ogni mio flebile movimento, sentii del disagio.

Il mio stesso respiro affaticato raschiava ed echeggiava nella mia testa. Ormai mi ci ero abituata. Ma ora, sola nella biblioteca a notte fonda, potevo sentire qualcos'altro respirare... Misi con cautela il mio portatile e i libri nello zaino, cercando di fare meno rumore possibile. Non vidi nulla di strano, ma avevo la sensazione di dover uscire il prima possibile da lì.

Tornai sui miei passi, passando tra gli scaffali, cercando di non farmi vedere.

A circa quattro corridoi da me, sentii un suono, come un viscido schiocco organico. I miei occhi bruciavano per lo sforzo di guardarmi introno, mi immobilizzai. C'era qualcosa con me nella biblioteca? Le mie orecchie lo individuarono, mentre si trascinava per il corridoio a qualche metro di distanza. Sbirciai dall'angolo.

Una strana massa carnosa si spingeva verso di me.

Paralizzata dal terrore, cercai di capire cosa fosse. Aveva delle membra – la pelle era stirata e flaccida – e tutta quella cosa mostruosa fremeva con una specie di... di battito... era come un viscido e disgustoso sacco di carne e organi pulsanti, una creatura nauseabonda, con ciuffi di capelli che spuntavano qua e là...

Quel suono umido e schioccante – la bocca, un orifizio in quella orribile cosa, con ossa che spuntavano fuori dai bordi carnosi – Dio, ricordo ancora ogni singolo istante di quando fissai quella cosa – poi rivolse quelle pallide e umide protuberanze verso di me – sapevo che riusciva a vedermi. Cominciò a gorgogliare e a sibilare, muovendosi velocemente verso di me.

Scattai. Sì, che si fotta, sono una ragazza esile, e corsi come il vento. Che avresti fatto tu al posto mio? C'era un'altra di quelle cose nella tromba delle scale. Quasi ci sbattei contro. Fece uno strano suono stridulo ed estese verso di me un arto pulsante. La pelle sembrava attraversata da vene fibrose, che pompavano qualcosa di disgustoso per tutto il suo corpo...

Scappai di nuovo.

Avevo un coltello con me. Sai, non vengo da un buon quartiere. Fu allora che pensai di usarlo. Quelle orribili creature erano nella biblioteca, e io dovevo fuggire ad ogni costo... dovevo finire la mia tesi.

Con il coltello puntato in avanti, corsi verso l'uscita principale. Un'altra creatura stava davanti alla porta, strisciando e stridendo. Urlò quando mi vide, il suo centro cominciò ad espandersi come se facesse un lungo respiro, preparandosi per qualche tipo di attacco, ne ero sicura. Attraverso la porta a vetri, fuori, vidi a poca distanza un'uniforme della sicurezza – era la mia salvezza, o almeno mi avrebbe aiutata.

Squarciai la creatura, attraversandola nel punto in cui si stava espandendo, tranciando la sua carne spugnosa. Rilasciò immediatamente ogni sorta di organi gelatinosi dall'odore acre, rossi, marroni e violacei, le lacrime scorrevano lungo il mio viso, e non riuscii a trattenere il vomito. Non avevo mai visto niente di così disgustoso.

Corsi attraverso la porta, lasciando quel sacco di carne squarciato sul pavimento.

Ricordo quel momento, mentre gridavo aiuto. La figura in uniforme si mosse verso di me, avvicinandosi velocemente...

Era uno di loro.

Pugnalai anche lui. Lo tagliai e corsi verso il mio dormitorio.

Non sono sicura di cosa avessi in mente in quel momento. Lo shock mi aveva svegliata, questo è sicuro. Finii la mia tesi mentre ero ancora coperta di sangue e la inviai.

Mi trovarono circa un'ora dopo. Non me lo ricordo ma, a quanto pare, me ne stavo lì seduta, sorridendo. Non avevo nemmeno provato a dormire.

Conosci il resto della storia. Voi continuate a dirmi che ho avuto un esaurimento, che i miei “filtri mentali” erano fuori uso, che vedevo gli umani come appaiono veramente, senza riconoscerli come qualcosa di familiare... e non mi fa sentire meglio. Quando mi guardo allo specchio, vedo ancora tessuti, vene fibrose e pulsanti e organi gelatinosi in un flaccido sacco di carne. Voi, voi che state dietro a quello specchio. Tenetemi in isolamento. Sono ancora malata? Cosa succederà se non migliorerò? Tenete lontana la mia famiglia, tenete lontana mia nonna... non posso vederli così, Dio... sono così stanca...

Dov'è il caffè? Me l'avevi promesso! Posso sentirti mentre lo bevi là dietro!

DAMMELO!


Leggendo la trascrizione di quella povera ragazza, mi venne un lampo di memoria. La ragazza era stata internata da poco – corsi al nostro reparto corrispondenza e cercai nel tritadocumenti. Pensavo di aver visto qualcosa...

Ed era lì.

Qualcuno le aveva mandato una lettera al nostro indirizzo. Era arrivata prima di lei. Sembrava senza senso, al tempo, io ero solo quello scelto a caso tra chi doveva consegnare la posta, quel giorno, dato che un'infermiera era in malattia.

-gratulazioni, c'era scritto su quel pezzo di carta. Lei è una dei tre candidati rimanenti! Per poter accedere all'esame successivo, è pregata di inviarci, entro tre settimane, uno scritto di quattromila pag-

Il resto della lettera era stato distrutto e non potei trovare né il mittente, né nomi o contatti nel mucchio di strisce di carta. Non importava – quello era abbastanza. Stava succedendo qualcosa e quel pezzo di carta bastava per iniziare un qualche tipo di indagine.

“Interessante,” mi disse il primario, leggendo i brandelli di documento. Si appoggiò sulla sua larga sedia di pelle. “Questo c'entra con la faccenda di cui mi avevi parlato...”

“Penso che qui stia succedendo qualcosa di più grande,” dissi.

“Qual è il problema?” rispose, serio.

“C'è qualcosa di più oltre al fatto che lei è pazza. Ciò non merita delle indagini?”

“È lei che vede le persone come mostri, che ha sfregiato un addetto alla sicurezza e uno studente,” rispose. “Quindi qualcuno le ha giocato un brutto scherzo con questa storia della borsa di studio. Ma è lei quella che non ha dormito per settimane, procurandosi dei danni celebrali.”

“Perché non mostra più interesse?” Chiesi, cominciando ad arrabbiarmi. “Questa è una prova. Alla peggio avremmo sventato una pericolosa truffa sulle borse di studio.”

“Non è questo il nostro lavoro.”

Capii improvvisamente che lui non avrebbe in alcun modo agevolato o permesso ulteriori indagini. “Sì, ha ragione, mi dispiace,” mentii graziosamente.

Sorrise. Gli piaceva avere ragione.

Mentre stavo uscendo dall'ufficio, mi disse un'ultima cosa. “Ho ricevuto dei rapporti che dicono che tu stesso stai avendo degli strani comportamenti. Leggi le cartelle dei pazienti fino a tarda notte e cose del genere. Non immischiarti troppo in questi affari. Considera le loro storie come nient'altro che prodotti di menti malate.”

“Perché?” gli chiesi. “Ha paura che la pazzia sia contagiosa?”

Con fare severo, serrò la mascella e non diede alcuna risposta. La mia domanda era arrogante, ma la sua smorfia di risposta mi lasciò senza parole.

Ora sono convinto che stia succedendo qualcosa di più grosso – non solo con l'ultima ragazza, ma anche con gli altri pazienti... e sto cominciando a chiedermi se anche noi abbiamo qualcosa a che fare con tutto questo...

Aggiornamento: ora sono certo che siamo coinvolti in qualcosa di veramente losco.

La Friend ZoneModifica

Dopo gli eventi di oggi, non sono sicuro di voler continuare la mia indagine.

Ho deciso di parlare direttamente con i pazienti, piuttosto che limitarmi a leggere le loro schede; ho avuto l'idea che, se c'è qualche agenzia che agisce contro di me – probabilmente coinvolgendo anche il primario di medicina – dovrei cercare pazienti senza resoconti scritti o registrati. Gli unici a non aver rilasciato dichiarazioni sono i casi più gravi... ma io sarò l'unico a conoscere le loro storie, e questo mi darà un vantaggio.

Ho iniziato con il paziente dalla storia più straziante. Per molti mesi è stato indifferente ad ogni tentativo di aiutarlo. Non riesco a immaginare come possa essere trovarsi nella sua situazione... ma ultimamente l'avevo visto comunicare con l'infermiera che si prende cura di lui.


“Oh hey, non la avevo notata. Volevo ringraziarla per aver gestito la posta per me mentre ero fuori,” mi salutò lei, sorridendo calorosamente.

Preso alla sprovvista, riuscii solo a dare una risposta insicura. “Di nulla.” Mi sentivo sempre un po' impacciato quando le parlavo. Per preservare il suo anonimato, la chiamerò... Claire. Era una delle infermiere più carine dello staff, e potevo constatare che anche i pazienti più gravi tendevano a fidarsi di lei.

“Potrà sembrarti una cosa strana, ma ho un favore da chiederti...”

All'inizio sembrava scettica e un po' diffidente, ma alla fine ha ceduto.

Ed è stata anche piuttosto efficiente.


Lei e Mabel, un' infermiera che lavorava qui da molto tempo, hanno messo in sicurezza la stanza per una sessione di registrazione. Non che il paziente fosse pericoloso – infatti era l'esatto contrario – ma le sue condizioni speciali meritavano maggiori attenzioni, nel caso fosse successo qualcosa.

Claire aveva portato del caffè – mi diede personalmente la tazza. “è bello vedere che ti interessi personalmente ai pazienti. Agli altri dottori non potrebbe importarne di meno.”

Sorrisi imbarazzato e sicuramente diventai rosso. “Grazie!” Storsi il naso appena si allontanò. Mi sentivo di nuovo come un ragazzino impacciato.

Mi fermai all'improvviso, poco prima che la tazza di caffè arrivasse alle mie labbra. Abbassai lo sguardo sulla vorticosa crema color marrone, ripensando ai dettagli nauseanti della storia di un'altra paziente. Vinto da un'ondata di disgusto, posai la tazza, incapace di bere.

Cercai di non pensarci e mi concentrai sul mio compito attuale.

L'uomo era sdraiato sul letto, immobile, non dava segno di aver notato la mia presenza.

“Quando sei pronto...” dissi, con un filo di esitazione.

Mabel era lì accanto, con il registratore acceso.

“Va avanti, tesoro,” gli disse Claire.


Iniziò immediatamente a parlare, Mi stupì – non era affatto catatonico. La sua voce era chiara e ben scandita, con uno strano tono di triste scherno, come se egli fosse a conoscenza di un grosso scherzo di cattivo gusto che si era tenuto tutto per sé:




Quindi vuoi che ti racconti la mia storia? Non sono sicuro che tu lo voglia davvero. È molto più vicina a te di quanto tu possa pensare.

Ok, ma ricorda, l'hai voluto tu...

Come tutte le storie, anche nella mia c'entra una ragazza.

Oh, lei era carina. Bellissima, direi. Spesso la ammiravo da lontano. Lei non sapeva nemmeno della mia esistenza, e probabilmente nemmeno voleva saperne.

Ma io non gettavo la spugna... [risata beffarda]... Non è che non avessi una ragazza. Era come se fossi sempre alla ricerca di quella che non potevo avere. Con il tempo cominciai a sentirmi fuori luogo anche nei posti che frequentavo abitualmente, ero più vicino ai trenta che ai venti, e la mia vita sembrava farsi sempre più scura... ma poi, una luce apparve davanti ai miei occhi – lei.

Non ero ossessionato. Voglio che sia chiaro. Pensavo solo che fosse carina. Non mi illudevo di avere qualche possibilità, e infatti non feci alcuna mossa.

Però sono felice che le cose siano andate come dovevano andare.


Una notte ero nel solito bar, seduto da solo, gli altri tavoli erano tutti occupati. Lei e le sue amiche entrarono, in tutto erano tre ragazze, e si sedettero al mio tavolo. Come un cervo stordito dai fari, le lasciai presentarsi senza dire una parola.

“Ti ho visto in giro che mi fissavi,” disse lei, sorridendo. “Sei un tizio strano, o sei solo un bravo ragazzo incompreso?”

Mi stava davvero parlando!

“Sono un bravo ragazzo!” insistei. “Qualcuna di voi vuole un drink? Offro io.”

Accettarono la mia offerta, ovviamente.

Una delle sue amiche sembrava interessata a me, ma io avevo occhi solo per lei. L'amica mi invitò ad un party più tardi, ed io le seguii, eccitato dalla possibilità che mi si parava davanti.

Una volta arrivati alla festa, scaricai l'amica e trovai lei che chiacchierava con un tizio. Nessun problema – era solo uno stronzo, e sapevo che alla fine l'avrei avuta vinta io, anche se fosse stato lui a portarla a casa quella notte. Mentre mi facevo largo tra le chiacchiere, cominciai a sentirmi un po' il terzo incomodo in quel piccolo angolo della stanza.

“Vammi a prendere da bere,” mi disse, con una risatina imbarazzata.

“Certamente” acconsentii io.

Mi feci largo nella sala affollata fino al fusto della birra e riempii un bicchiere, tornando velocemente da lei.

“Grazie,” disse, sorridendo.

Per un po' mi sentii... patetico, lì. Ero solo un tizio qualunque, che girovagava impacciato, cercando affetto in modo del tutto sbagliato...

...finché non finì la festa, e la vidi seduta sola sul divano. Stetti a sentirla mentre si lamentava di come tutti fossero stronzi e viscidi per circa due ore. Il tipo con cui stava parlando l'aveva piantata lì per poi scappare con un'altra. Annuii, felice di aver avuto ragione... alla fine lei era lì, a confidarsi con me.

Fu lì che lo disse.

“Sei un tipo simpatico. Ti va... di uscire domani?”

Colto di sorpresa, l'unica cosa che riuscii a dire fu sì.

Ci incontrammo al centro commerciale, e passai tutto il giorno con lei, mentre si provava vestiti e me li mostrava. Le comprai perfino qualcosa, chiamandola scherzosamente “tesoro”... ma lei si limitò a sorridere, senza correggermi.

Ero al settimo cielo.

Passammo insieme quasi tutti i giorni, dopo quella volta. Devo ammetterlo, talvolta era doloroso. La volevo così intensamente, ma lei non sembrava interessata a restare in intimità con me... altri stronzi andavano e venivano, e cercai di sabotarli quasi tutti.

Quasi tutti.

In fondo mi stavo battendo per il suo amore, quindi non mi pento di ciò che ho fatto.

Oh, no, mi hai frainteso – non feci nulla di illegale. Solo qualche commento malizioso – piccole bugie su di lei, quando non mi sentiva... o su di lui, quando invece ascoltava.

Mentre la mia vita era imprigionata in una gabbia di dolore e negatività, con quella costante guerra per tenere quella ragazza al sicuro da tutti che prosciugava ogni mia energia, lei cominciò a percorrere una brutta strada a sua volta. Iniziò a drogarsi, non importava quanto la dissuadessi – le dicevo, “sono il tuo migliore amico, mi preoccupo per la tua salute, non farlo...” ma sembrava solo incoraggiarla a continuare.

Fortunatamente, si tenne alla larga dalla roba più pericolosa; usava solo droghe che non rovinavano il suo aspetto o il suo status sociale.

Un giorno non ce la feci più. Eravamo nel suo appartamento ed io le confessai, la investii, esplosi del mio amore infinito per lei. “Farei qualsiasi cosa per te,” le dissi infine, speranzoso.

Non sembrò entusiasta delle mie parole. Mi sembrò quasi arrabbiata... ma, dopo qualche minuto, rientrò nella stanza e mi chiese: “Qualsiasi cosa?” Tutto ciò che dovevo fare era provarle che non mentivo, mi disse, e forse anche lei sarebbe riuscita ad amarmi.

Qualsiasi cosa, le promisi.

Passai i mesi a venire a svolgere le sue faccende, a comprare cose per lei. Presi addirittura un secondo lavoro per sostenere le sue spese abituali. Ogni volta, mi diceva, era quasi sul punto di corrispondere ai miei sentimenti. Intanto si iscrisse in una specie di scuola di specializzazione, di cui mi aveva vagamente accennato in passato.

Pagai io volentieri per quanto potevo permettermi.

Con il passare del tempo, la situazione peggiorò, lei divenne sempre più cupa ed irascibile. Spesso la trovavo euforica o stordita dopo aver assunto qualche sostanza, e se provavo a lamentarmi lei... cominciava a colpirmi. Pensavo: sono un uomo, in fondo posso anche sopportarlo. Un giorno, quando le dissi che ero rimasto senza soldi e che non potevo più permettermi di pagarle le tasse scolastiche, lei... mi ferì.

Ci separammo per un po', e io sentii come se il mio mondo stesse collassando. Lei era quasi sul punto di amarmi, mi urlò rabbiosa, eravamo così vicini...

Tornai da lei con delle rose ed un assegno. Avevo preso un grosso prestito per finanziare i suoi studi.

Mi accolse a braccia aperte, addirittura mi baciò sulle labbra per la prima volta.

“Qualsiasi cosa,” mi ordinò. “Qualsiasi!”


Accettai. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Era il mio mondo. Finché mi avesse solo considerato, io sarei stato al settimo cielo.

La sua violenza e la sua rabbia non si fermarono... anzi, iniziava a piacerle. Ne sono sicuro. Aveva un bisturi, e lo usava per tagliarmi. Le spalle, la gamba, solo piccole ferite... ma sempre di più, ogni volta. Se piangevo per il dolore o mi rifiutavo mi minacciava di scaricarmi. La lasciavo fare... e, sai, cominciava anche a piacermi un po'. Ogni atto di violenza ci rendeva più vicini... una volta addirittura ci baciammo, mentre sanguinavo copiosamente da uno squarcio sul mio braccio.

Eravamo così uniti in quel periodo... e lei ebbe un'idea, disse che ci stava pensando già da un po'.

So che penserai che è da pazzi, ma lo volevo. Era il giusto prezzo da pagare. In fondo tu cosa faresti per amore?

Tutto stava finalmente andando per il verso giusto.

La lasciai fare, e... alla fine facemmo l'amore.

Sembrava valerne la pena. Tutte le delusioni ed il dolore, i sotterfugi, i sabotaggi ai danni degli altri bastardi... ne era valsa la pena. Mi abituai piuttosto bene alla mia vita senza la mano sinistra. È sorprendente vedere quante leggi esistono per aiutare le persone disabili.

Ovviamente, le cose ricominciarono ad andare male. Senza la mia mano sinistra persi uno dei miei lavori. Lei mi scaricò di nuovo per un po', urlando che era a metà strada con la scuola di specializzazione. Le promisi di nuovo che l'amavo, che avrei fatto qualsiasi cosa per lei, e lei mi disse di dimostrarlo.

Questa volta si prese il mio intero braccio sinistro, amputato fino alla spalla.

La eccitò abbastanza che facemmo sesso per almeno un mese. Il miglior mese della mia vita, ti dico.

E poi, sai come vanno queste cose... le relazioni hanno alti e bassi... ma me lo aspettavo. Mi ero spinto troppo avanti per mollare. Ero sconvolto dall'idea di perderla dopo aver sacrificato un braccio e una gamba in questa relazione.

[risatina]

No, ero veramente terrorizzato dall'idea di perderla. Lei mi ripeteva che nessuno avrebbe mai amato qualcuno come me, non con quelle mutilazioni. E io sapevo che aveva ragione.

In ogni caso, rinunciai all'altro braccio e alla mia altra gamba per dimostrarle il mio amore. Da quel momento il nostro legame si consolidò. Sapevo che si sarebbe presa cura di me, ora che avevo un'ingente pensione di invalidità da offrirle in cambio.

Quando mi cavò gli occhi non potei far nulla, tranne che urlare. I vicini ci sentirono e chiamarono la polizia. Quei bastardi... finalmente avevo la relazione perfetta, che desideravo da sempre, lei mi amava, e loro hanno tentato di rovinare tutto!




Ero accanto a lui, sbigottito. Mi ero sempre chiesto come avesse fatto a ridursi in quella maniera – cieco, ridotto ad un torso, una testa e una bocca – ma la sua vera storia andava oltre la mia comprensione.

Questa... questa era pazzia. Per pochi attimi potevo vederla, toccarla. Non era una semplice malattia, o uno squilibrio chimico, era semplicemente umanità, aspirazioni e bisogni spinti all'estremo...

“Aspetta” insistei, con il cuore che batteva all'impazzata. “Non hai mai detto che qualcuno ti ha fatto questo. Qual è il suo nome?”

Sulla sua faccia inespressiva, la bocca si contorse in una smorfia.

Continuai. “Avanti, ti ha abbandonato, bisogna prenderla in custodia e sottoporla a dei trattamenti. Lei è pericolosa! Potrebbe fare del male a qualcuno! Perché continui a proteggerla?”

Cominciò a ridere, un suono cupo e inquietante. “Lei non mi ha mai abbandonato...”

Guardai alla mia destra, cercando Mabel per avere un suggerimento su cosa rispondere – ma lei era a terra, svenuta, con il caffè che ancora gocciolava lungo la maglietta.

Il mio corpo reagì prima che mi rendessi conto di quanto davvero fossi in pericolo.

Fu lo stridio ad allertarmi, appena mezzo secondo prima. Mi girai e indietreggiai in un solo movimento, evitando le pinze da elettroshock che stavano per raggiungere la mia testa da dietro. Gli elettrodi mandarono una scarica letale quando si toccarono nel punto dove poco prima c'era la mia testa. Claire cercò di avvicinarsi, le tirai addosso un vassoio per il cibo, facendole cadere dalle mani le pinze da elettroshock che si ruppero sul pavimento. Tornò di nuovo all'attacco.

Il bagliore argenteo mi mancò di poco, e io la spinsi via più forte che potei. Scivolai sul pavimento, cercando invano di difendermi da Claire che intanto si era lanciata verso di me, il suo bisturi mi trafisse la mano sinistra.

“Cristo!” strillai, sentendo l'adrenalina e la rabbia offuscarmi la mente.

Posseduto da quella forza che solo l'istinto di sopravvivenza può dare, la spinsi di nuovo, incurante della ferita, facendola schiantare sul muro opposto.

Mi rialzai, pronto a colpirla – ma lei era già svenuta. La immobilizzai, mi fasciai la ferita alla mano – nulla di troppo grave per fortuna, il bisturi non doveva essere molto affilato – e controllai Mabel. Era viva, ma stordita dal narcotico.

La stanza era un macello, macchie di sangue e strumenti medici da tutte le parti.

Sdraiato sul letto, cieco e orribilmente mutilato, lui continuava a piangere, chiamando la sua Claire.

Lo ammetto, le labbra mi tremavano, ero scioccato e non potei evitare di versare qualche lacrima. Ero sopraffatto dagli eventi... non avevo idea di cosa pensare o cosa fare in quel momento. Lei aveva appena provato ad uccidermi... e non posso nemmeno immaginare cosa avrebbe fatto a me e a Mabel se fosse riuscita a narcotizzarci e immobilizzarci entrambi...

Il caffè. Aveva drogato il caffè... mi ero salvato solo grazie alla storia di quella ragazza...


Ho solo ricordi offuscati di ciò che accadde l'ora successiva.

Furibondo, andai nell'ufficio del primario di medicina.

“Pretendo di sapere cosa sta accadendo qui,” dissi. “Come diamine abbiamo fatto a non accorgerci di niente? Come è possibile che Claire sia stata qui tutto questo tempo senza che nessuno se ne accorgesse? Persino io...”

“Cosa?” mi domandò il primario, voltandosi verso di me. “Persino tu... cosa?”

“Chiamerò la polizia,” risposi, cambiando argomento.

Le sue labbra formarono un sorriso sottile, e fece un gesto con la mano, come ad invitarmi a prendere il telefono. “Prego.” Raggiunsi l'apparecchio.

“Non chiamerai la polizia,” continuò lui. “E sai perché lo so?”

Fece una pausa.

“...perché?” chiesi.

Riprese subito, quasi interrompendomi. “Perché stai dimostrando un comportamento ossessivo, proprio come i nostri pazienti. Passi la notte a leggere le loro schede, sei convinto che ci sia un filo conduttore, o una cospirazione, e stai cominciando a prendere seriamente le loro storie senza nemmeno uno straccio di prova.”

Sentii lo stomaco attorcigliarsi.

“L'unica differenza tra te e loro,” disse quasi sotto voce. “è un cartellino. Una parola – schizofrenico – e niente di ciò che farai verrà mai preso seriamente. Non potrai più uscire da qui.” Le sue parole mi convinsero – quasi. “Tutto ciò è ridicolo. Riuscirò a cavarmela comunque.”

Si girò sulla sua poltrona da ufficio, contemplando un punto imprecisato della stanza. “Forse. Sei intelligente, te lo concedo. Ma cambiamo scenario – tu chiami la polizia, loro chiudono l'istituto, perdiamo tutti il nostro lavoro e tu non troverai mai più un impiego in questo campo.”

Diedi un pugno sulla sua scrivania. “Non me ne frega niente!”

Lui emise un sospiro sconsolato, poi ricominciò a sorridere. “Ti credo. Sei un uomo con dei principi. E sei intelligente. Invece di minacciarti, permettimi di farti un'offerta: se farai chiudere questo posto, non potrai più avere accesso ad alcun documento o paziente. Non potrai mai scoprire dove porta la pista che stai seguendo.”

Ritirai la mano bendata dal telefono, respirando rabbiosamente.

Il primario fece un ampio sorriso. “Bravo ragazzo.”

Lo odiai profondamente, ma aveva ragione. Non avrei mai abbandonato quella povera gente al suo destino.


Poco tempo dopo, mi ritrovai a sbirciare nella finestrella della cella di isolamento di Claire. Era surreale vedere qualcuno dello staff indossare la camicia di forza... lei, dall'altra parte del vetro, mi implorava di farla uscire, promettendomi di amarmi se lo avessi fatto... lei mi aveva visto, e sapeva che ero interessato alla proposta...

“È proprio una cosa strana, la pazzia,” Disse il mio mentore. Era più vecchio di me, ma non come il primario, io ero il suo diretto subordinato – e lui divenne qualcuno di cui mi potevo fidare.

“Cosa sta succedendo?” gli chiesi, sentendomi senza più speranze. “Lei non ha notato nulla di sospetto ultimamente?”

Lui continuò a fissare l'interno della cella. “Mi sei sempre stato simpatico, quindi ti darò qualche consiglio. Spero che ne farai tesoro.” Si voltò, guardandomi negli occhi. “Il mondo è popolato da circa otto miliardi di persone al momento. Riducendo il tutto ad un puro calcolo matematico, possiamo dire che il numero di... malati... è destinato ad aumentare. La gente si sta inventando modi nuovi e sempre più terribili per perdere la ragione, mentre ognuno di loro diventa sempre più un'anomalia, nel buio sempre più profondo...”

Cominciò a camminare, ed io lo seguii.

“Intanto, le risorse diminuiscono,” continuò. “I fondi che la società è disposta a dedicare per il trattamento dei pazienti sono sempre meno. Il numero dei malati aumenta, i soldi per prendersene cura diminuiscono... il problema è evidente.”

Lo guardai insospettito, ma non lo interruppi.

“Ora, se dipendesse da me... beh, mettiamola in questa maniera: alcuni pazienti sono pericolosi o “non funzionali”, altri invece sono abbastanza stabili mentalmente, tant'è vero che sono innocui... o potremmo dire... utili. Ecco, io impiegherei questi pazienti per prendersi cura degli altri.”

Cominciai a sentirmi a disagio – raramente il mio mentore mi aveva parlato in maniera così inquietante. “Cosa intende dire? Pensa che il primario sapesse che Claire...?”

Alzò una mano come per interrompermi. “Non intendo dire proprio nulla.” Aumentò il passo, lasciandomi immobile in mezzo al corridoio. Si fermò a circa dieci passi da me, ma senza girarsi.

“Ed è plausibile,” aggiunse. “è solo una congettura, tienilo a mente... che alcuni pazienti possano soffrire di psicosi che, come molecole casuali, riescano a svilupparsi in maniera da diventare...”

“Contagiose?” chiesi, pensando subito ad un virus, plasmato e costruito ad arte dalla casualità per essere contagioso e mortale.

“Sono solo congetture,” ripeté lui. “Sempre più pazienti, meno attenzioni, fondi sempre più scarsi... insomma, fai attenzione quando ti occupi delle storie di quei pazienti. Non c'è modo di difendersi da un'idea.”

Lo guardai per tutto il giorno mentre continuava a svolgere il suo normale lavoro, ero più confuso di prima – ma assolutamente sicuro che qualcosa di terribile stava accadendo. Questo ospedale, come un cadavere lasciato a marcire e infestato da virus sconosciuti era... cosa? Una prigione?... O forse... una specie di incubatrice?

In ogni caso, era ora di decidere quanto volessi spingermi a fondo in questa ricerca.

La FugaModifica

Qual è la natura della follia? In questi ultimi giorni, ho meditato su questa domanda fin troppo profondamente. Mi ritrovo immobile al centro del salone a pensare al sole, che non vedevo da molti giorni. Ho passato tutto il mio tempo libero a leggere cartelle e documenti finanziari. Non riesco a capire dove conduca la caotica scia di compagnie di comodo e finzioni legali. Non si riesce ad individuare con precisione chi possieda davvero questo posto – ma questo potrebbe essere solo una conseguenza dei tempi che corrono.

Se uscissi di fuori e mi godessi i benefici raggi del sole, magari camminando di proposito nella fresca brezza invernale senza la giacca solo per sentire l'aria scorrermi addosso, come potrei riconoscere l'esperienza come reale una volta ritornato dentro? Le uniche prove che ognuno di noi ha sull'esistenza del resto della nostra vita sono... i ricordi.

Se non puoi fidarti dei tuoi ricordi, a cosa puoi credere? Mi sembra così curioso come l'intera realtà di una persona si riduca ad una serie di fatti mentali presunti e mutabili.

Forse è questo che succede a quelle persone. Non sono danneggiati a livello organico. Sono tutti lì, tutti funzionanti, tutti in grado di pensare... ma, per una serie di scelte, la loro realtà è diventata più oscura e dolorosa.

Tranne in un caso... una storia non torna.

Dopo aver finito le mie altre mansioni, sono andato direttamente da lui.

Ho usato il mio classico tono di voce calmo ma severo. “Hai tralasciato qualcosa.”

Lui ha sospirato e mi ha guardato, in silenzio. La disperazione nel suo sguardo spezzava il cuore.

“Ho letto il tuo resoconto, nella tua cartella,” ho continuato, assicurandomi di imporgli interesse e senso d'urgenza. “C'è qualcosa che manca nella tua storia”

La sua fronte si è abbassata leggermente. “Come fai a saperlo?”

Pensavo al modello che gli altri pazienti avevano seguito e a come la sua situazione fosse diversa. “Non è importante. Sono qui perché mi interessa, e penso che stia succedendo qualcosa più grande di noi due. Ho bisogno di sapere il resto della tua storia.”

La sua faccia si corrugò; credevo che stesse sorridendo... ma poi si è messo a singhiozzare, le lacrime che scorrevano sulle sue guance. “Tu mi credi? Dio, ti prego dimmi che mi credi.”

Ero ben conscio degli avvertimenti che il mio mentore – ed anche il primario – mi avevano dato su come consideravo le idee dei pazienti... ma avevo bisogno di sapere. “Sì, ti credo.”

Singhiozzò più profondamente e si rannicchiò come in un profondo sollievo. “Te lo dirò, te lo dirò...”



Mentii su come successe. Non stavo solo camminando per strada. Come, uno straccione qualsiasi mi schizza del sangue addosso e poi il camminatore delle ossa scappa fuori dal nulla? No, ero io.

Lo cercai io. La mia vita stava già prendendo una brutta piega. Ero un nessuno. Venivo ignorato da tutti. Ero solo un tipo qualunque, niente laurea, niente reputazione, nessuna vera famiglia e nessun rapporto. Mi sentivo lasciato indietro dal mondo intero. Le persone erano spaventate da me, si rifiutavano di darmi un lavoro, solo perché avevo la fedina penale sporca... non pensare che non notassi le persone che si allontanavano da me quando passavo loro accanto di notte...

Dato che avevo una dipendenza dalle droghe leggere, non la vera droga che ti fa fuori, non ancora, almeno, frequentavo spesso i quartieri malfamati della città, gli unici posti che mi potevano accettare. C'è droga lì, sì... c'è violenza, anche, tutto ciò che vuoi... orge, persino, ma tu non vuoi sentir parlare di tutto questo, credimi.

Quelle persone... avevano la disperazione attorno a loro. Era nell'aria, tutti lo sapevano e sembrava come se a molti di loro non importasse...

Il camminatore delle ossa era una diceria sussurrata tra di loro. C'erano dei tossicodipendenti che non avevano bisogno di lavorare, non dovevano mettere su la facciata di una vita normale. Avevano un protettore. Bastardi fortunati, li chiamavamo.

Ogni paria senza speranza arriva prima o poi a questo punto, dove i soldi che aveva, la forza di volontà che aveva, la vita che aveva – tutto è andato in fumo. Io raggiunsi quel punto, e mi rivolsi a quella cosa. Non era per le droghe, comunque. Infatti mi ero ripulito un bel po'. Era il potere.

C'erano persone che rispondevano a me. Provavi a fottermi ed eri morto. Tutto quello che dovevo fare era metterti un po' di quel sangue speciale sulle unghie o sui denti ed il mio protettore ti avrebbe smembrato dall'interno. Gli piaceva farlo, sai. Ci trattava come animali domestici. Anche i soldi erano fantastici. Odiavo venir tagliato ogni volta che veniva a chiamarmi, sì, ma era il prezzo per fare affari.

Poi... le cose si fecero più serie, e realizzai che ero più uno schiavo che un animale da compagnia. Alcune cose che mi fece fare furono... Dio, ho gli incubi... all'inizio, non capii il grande disegno.

Eravamo tutti in balia di questa cosa perché non avevamo altri a cui rivolgerci. Una volta che hai la fedina penale sporca, una volta che sei per strada, per te è finita... e il camminatore delle ossa usò questa cosa a suo vantaggio. Aveva un numero di reclute più che sufficiente per creare una rete, un esercito. Ci vollero molte conversazioni sussurrate con gli altri schiavi per capire che eravamo implicati in qualcosa di molto più inquietante del nostro inferno personale... ed il nostro padrone non era la cosa più terribile là fuori. Noi eravamo i bravi ragazzi, combattevamo la giusta battaglia con ogni mezzo necessario, ma te lo immagini? Non era una cosa buona per noi, perché sia la società che il camminatore delle ossa ci vedevano come sacrificabili...

Lo sai perché sono in questo letto? Perché sono così depresso? Pensaci. Se io avessi paura di morire da un momento all'altro, me la vivrei. Non me ne starei seduto qui, in questa stanza, da solo... no, l'esatto contrario. Il camminatore delle ossa è morto, amico. Non tornerà. Quell'idiota l'ha ammazzato!

Talvolta, ho immaginato di fare così, di schiacciarlo in un mucchio di ossa trattate così che non sapesse quale fosse la via per uscire, così appena le ossa fossero andate in frantumi si sarebbe spezzato... le menti geniali pensano allo stesso modo, giusto? Ma quando capii cosa stava davvero succedendo fui grato di -

“Cosa?” Gli ho chiesto, interrompendolo. “Cosa stava succedendo?”

“Vuoi dirmi che tu non...?” Si paralizzò, fissandomi con occhi tremanti. Le sue pupille si spostarono verso sinistra come al rallentatore, lo sguardo pieno di sgomento e apprensione. “Ho detto troppo, mi dispiace.”

Riprese a fissare il muro, ignorando i miei successivi tentativi di indurlo a parlare.

In un primo momento mi arrabbiai perché non mi aveva detto cosa stava succedendo... ma poi, pensai che era meglio così. Per un momento gli avevo creduto. Ho lasciato che la sua storia diventasse vera per me. Stavo correndo troppi rischi con la mia mente.

No, il camminatore delle ossa non può essere reale... la sua dipendenza, invece, lo era. I quartieri malfamati, i reati, tutte quelle cose, sarebbe stato quello il nocciolo di verità che avrei preso dalla sua storia. L'accenno ad un disegno più grande, l'aria di disperazione...

...e le scelte sbagliate.

Rientrava nel modello, adesso.

Fermo in quel corridoio, non potei fare a meno di percorrere una delle pareti con lo sguardo, fino in fondo, poi l'altra a ritroso. Ogni singola porta imprigionava un paziente che aveva scelto la sua via da percorrere verso la pazzia e la disperazione. I loro stessi bisogni, portati all'estremo, li avevano rovinati. Non sapevo cosa volesse dire, non ancora, ma era comunque un allarme rosso.

In realtà... camminai fino alla fine del corridoio, facendo un cenno con il capo a Mabel appena mi passò accanto – non aveva riportato alcun danno per il narcotico somministrato il giorno prima, grazie al cielo - e mi fermai fuori da una porta che non avevo mai aperto.

La guardai attraverso la finestrella di vetro quadrata. Dato che non ha dimostrato atteggiamenti violenti, le è stato permesso di avere una penna e della carta, spesso scriveva a lungo. Scriveva persino in quel momento, rannicchiata in un angolo. Lei era uno di quei pazienti dei quali non conoscevo la storia, né avevo testimonianze.

In nome della cortesia, bussai.

“Entra pure,” mi chiamò.

Appena entrai ricominciò a scrivere.

“Ciao,” cominciai. “Sono-”

“Sai cosa devi fare prima,” rispose, continuando a scrivere.

Esitai. “Puoi... mettere giù la penna?”

“Non ho mai fatto del male a nessuno. Non intendo iniziare adesso.”

Dandole ragione, ma con un po' di apprensione, mi inginocchiai. Lei alzò entrambe le mani e mi tastò le tempie, spostandosi poi indietro seguendo la curva della mia testa.

“Mi dispiace,” sospirò, con una punta di disappunto. “non posso parlare con te.”

“Ne sei sicura? Io voglio aiutarti. Penso che stia succedendo qualcosa in questo posto.” Tornò al suo scribacchiare, senza darmi risposta.

“Posso almeno vedere cosa stai scrivendo?”

Mi ignorò.

Prendendo in mano i fogli, ne guardai un paio. Non erano parole senza senso, non esattamente, i fogli erano riempiti con una sequenza di paragrafi di flusso di coscienza, scritti in buona grafia... con solo qualche strano errore.

Agitai una mano di fronte al suo volto, ma non ebbe alcuna reazione. Rimasi a bocca aperta. “Ma tu... sei cieca?”

Inspirò improvvisamente dal naso, ma non mi diede comunque una risposta.

“Va bene, ignorami,” le dissi. “ma almeno dimmi perché stai scrivendo tutto questo se poi non puoi leggerlo? Qual è lo scopo di tutto questo?”

Mi disse una sola parola. “Esercizio.”

La sua risposta era semplice, ma profonda. La lasciai ai suoi esercizi, immaginandomi quale potesse essere la sua storia. Se sapeva scrivere e si stava esercitando a farlo, vuol dire che una volta poteva vedere... non è sempre stata cieca. Cosa poteva dirmi tutto ciò? Anche lei si era trasformata da una ragazza normale ad una paziente silenziosa e cieca che si rifiuta di parlare a chiunque non passi il suo inspiegabile rituale?

In quel momento, mi sembrava davvero ingiusto che la vita potesse deragliare così violentemente. Tutte quelle persone – erano tutte normali, più o meno, ma hanno fatto abbastanza scelte sbagliate da finire qui.

C'era un altro paziente cieco senza una storia. Egli aveva una cartella un tempo, ma stranamente è andata distrutta o persa. Passai attraverso una lunga serie di porte, diretto all'ala più lontana dell'edificio. Lo tenevano proprio alla fine.

Stetti a fissarlo. Si era cavato gli occhi con una penna molto tempo prima. Giaceva nell'angolo sinistro della sua stanza, con gli occhi chiusi, ma la posizione indicava che era sveglio. Non potevo immaginare quanta noia potesse provare – rifiutava qualsiasi cosa fosse elettronica, anzi, diventava violento vicino a questi dispositivi. Una televisione, o addirittura solo una radio avrebbero potuto alleviare la sua infinita e cupa solitudine... sinceramente non riuscirei ad immaginare di passare ogni giorno solo standomene seduto a pensare, intrappolato nella mia stessa testa.

Vidi un pezzetto di qualcosa di bianco che spuntava da sotto la sua gamba.

Nel pieno di una improvvisa intuizione, mi precipitai attraverso le sale. “Mabel!”

Lei si fermò e si girò. “Grazie per ieri,” mi disse. “Mio marito sarebbe perduto se mi succedesse qualcosa. Quel vecchio pazzo barcollante.” Sorrise.

“Certamente,” dissi, ma esitai, ricordando che sia io che quell'uomo pazzo e senza arti avevamo detto la stessa cosa a Claire. Provo un'avversione inquietante per le parole, adesso. “Uhm, non c'è di che. Mabel, per caso sei tu, o qualche altra infermiera, che sta portando dei fogli da un paziente all'altro?

“Come sta la tua mano?” chiese lei, improvvisamente nervosa.

Guardai giù verso il bendaggio. “Bene. Ma a proposito di quei fogli.”

Fece un'espressione demoralizzata. “Sembra che gli piaccia scriversi tra di loro. Lui se ne stava lì seduto... da solo. Mi sentivo in pena per lui. Non volevo fare nulla di dannoso.”

“Va bene,” le dissi. “non intendo metterti nei guai. Sai per caso cosa si scrivono?”

Mi spiegò alcuni dettagli irrilevanti che aveva letto, solo per controllare – non avrebbe mai permesso minacce di morte o altri argomenti rudi, disse – e, quando capii, mi sbrigai a tornare alla fine dell'ala lontana.

“Posso sentirti,” mi chiamò attraverso la porta.

Accigliato, lo guardai mentre si sistemava, nascondendo astutamente i fogli su cui era seduto. Aspettai un momento prima di entrare, lasciandogli credere che non sapessi. Mi chiesi come facesse a leggerli – finché realizzai che probabilmente poteva percepire la traccia della penna sulla carta, come un'incisione. Interessante... mi fermai a metà della stanza, per dargli un po' di spazio.

Anche se cieco, fece un tentativo di rivolgersi verso la mia direzione. “Sai, tu non sei come tutti gli altri.”

“Cosa intendi?”

Aggrottò la fronte, facendo poi un debole sorriso. “Tu non cammini come gli altri.”

Aveva ragione. Avevo camminato velocemente, con energia e preoccupazione. Gli altri dello staff se la prendevano comoda nei corridoi – era solo un lavoro, per loro. Per me era diventato qualcosa di più.

“Sei disposto a raccontarmi la tua storia?” Gli chiesi, sedendomi a gambe incrociate accanto a lui.

Il suo sorriso si allargò in un ghigno beffardo. “È inutile.”

“Raccontala comunque.”

“Hai un cellulare?” mi chiese.

Scossi la testa, ma poi ricordai che lui non poteva vedere il movimento. “No – potrebbe interferire con le apparecchiature mediche.”

“Un cercapersone?”

Guardai la mia cintura. “No,” mentii.

“Ottimo, ottimo...” rifletté a voce alta. “hai avuto dei mal di testa ultimamente, amico?”

Sgranai gli occhi. Li avevo avuti, in realtà. Dormivo poco e male, quando riuscivo. La saletta di reperibilità non offre le migliori condizioni per il sonno, ed era diventata il centro delle mie... attività extracurricolari... per tutta la durata della mia indagine. Ho incolpato la stanchezza per la mia emicrania, e avevo cominciato a trangugiare quantità sempre crescenti di antidolorifici... “No, niente mal di testa,” mentii.

“Oh.” Sembrava vagamente deluso. Mi immaginai che gli schizofrenici paranoici come lui si divertissero ad indovinare queste piccole cose, perché lui aveva accennato a qualche grande e misteriosa conoscenza che loro dovrebbero possedere – ed essere in errore non era qualcosa che gli piaceva.

“Bene,” disse dopo un istante. “Non ho niente di meglio da fare. Poi mi lascerai in pace?”

“Sì.”

“Va bene... ma ciò che sentirai potrebbe non piacerti.”

“Ottimo. Ho la sensazione che stia succedendo qualcosa, e già quello non mi piace.”

Sembrò ravvivarsi dopo ciò. “Davvero...”

Era una domenica. Me lo ricordo chiaramente. Io -


Non avevo finito di scrivere gli eventi del giorno prima quando successe qualcosa.

L'oscurità mi travolse come un'onda mentre stavo seduto nella saletta di reperibilità, scrivendo la storia che mi aveva raccontato. Facendomi luce con lo schermo del mio portatile, controllai il telefono principale – niente linea. Il ronzio costante del sistema di aerazione dell'edificio era scomparso, rimpiazzato da un silenzio mortale. Mi affacciai cautamente dalla porta e sbirciai nel corridoio.

Il buio aleggiava tra le luci d'emergenza rosse, piazzate in modo discontinuo a lunghi intervalli. All'altra estremità del corridoio, sotto la lampeggiante luce cremisi, vidi qualcosa che mi raggelò il sangue. La porta della camera di un paziente si aprì lentamente, silenziosamente, come se la persona dietro non potesse credere che fosse aperta.

Non potevo crederci neanche io. Avevo parlato personalmente solo con i pazienti più docili, ma molti di loro erano estremamente pericolosi.

Combattendo un picco improvviso della mia emicrania, socchiusi gli occhi, faticando a capire chi fosse quello che era scappato. Il suo contorno passava dal nero al rosso mentre avanzava, guardando su e giù il corridoio. Non poteva vedermi, circondato dal buio com'ero, ma io potevo vedere lui... lo conoscevo. Non era troppo pericoloso.

Dietro di lui, si aprì un'altra porta... e poi un'altra ancora.

Capii che l'assenza di elettricità non era un incidente – e che qualcuno aveva sbloccato tutte le porte.

Uno dietro l'altro, loro si insinuarono tra l'ombra e lo scarlatto, rilasciando il loro particolare effluvio di pazzia nel corridoio. Potevo sentire dei borbottii, delle grida, alcuni che cercavano armi, alcuni che cercavano... gli infermieri!

Pensai di bloccare la porta e nascondermi – ma avrebbero certamente controllato nella saletta di reperibilità.

Non potevo stare lì.

Con il cuore che mi martellava nel petto, buttai il mio camice bianco e scivolai fuori nell'oscurità tra due luci di emergenza rotanti. Potevano vedere la mia sagoma contro il rosso? Li vidi trascinarsi in giro, come animali curiosi, sparpagliandosi per le sale. Mi spinsi contro il muro, qualcuno mi passò accanto, borbottando oscenità e tremando.

Per un istante l'emicrania si acuì in un dolore accecante, fui sul punto di gemere dal dolore – ma mi tappai la bocca, costringendomi al silenzio. Le luci rotanti rosse e il buio sparavano fitte di dolore attraverso i miei occhi, dirette alla mia emicrania...

Mi ero spostato solo di sei metri – intenzionato a correre fuori, sbattei contro un'uscita laterale dell'edificio. Non c'era nulla che io potessi fare eccetto scappare e chiamare qualcuno.

Era chiusa a chiave. Doveva proprio essere chiusa a chiave? Maledizione... maledizione... tra la feroce emicrania ed il mio cuore imbottito di adrenalina faticavo a respirare.

Avevo pochissimo spazio per potermi muovere. I pazienti si muovevano nell'ombra a qualche centimetro da me; uno si fermò sotto ad una luce d'emergenza, il suo corpo che si illuminava del colore del sangue – e qualcun altro lo pugnalò, facendo fuoriuscire liquido nero dalla sua scapola. Lui urlò, e io potei percepire l'attenzione di tutti concentrarsi in quel punto.

Sentii il suono di carne che cade, assieme a urla continue e qualcosa di viscido si sparse per il pavimento, raggiungendo la mia scarpa con un inquietate scoppiettio bagnato. Il grosso paziente che aveva fatto quel macabro lavoro guardò nella mia direzione, scrutando l'oscurità.

D'istinto mi rifugiai in una delle camere dei pazienti, chiudendo cautamente la porta dietro di me.

“Ti prego non farmi del male!” sussurrò una ragazza da un angolo della stanza.

“Non ti farò nulla,” le risposi sottovoce, risollevato. “Sono del personale.”

“Oh, Dio, oh, Dio, che sta succedendo?”

La poca luce che passava da sotto la porta la illuminava abbastanza per farmela vedere oltre il mio campo visivo. Illuminata da un rosso malaticcio, lei era emaciata, una scarna e pietosa visione. La riconobbi subito. “Aspetta qui,” le dissi, con un'idea in mente.

Sporsi la testa fuori dalla porta – guardai in entrambe le direzioni – con l'adrenalina nel sangue, scattai verso l'altro lato della sala. Afferrai un carrello del cibo e corsi indietro. Sentii un urlo rabbioso, ma non potevo dire se qualcuno mi avesse visto.

“Mangia questo,” le dissi.

Indietreggiò di un passo. “No!”

“Provaci,” le sussurrai, supplicandola. “Ci sarà d'aiuto, te lo prometto.”

Tremando, prese un po' di gelatina. Un istante dopo lo buttò a terra con un verso disgustato. Cadde nella luce che filtrava da sotto la porta, e potei vedere un pezzetto scuro di carne dentro di esso.

“Di nuovo,” dissi.

Lei portò una mela mezza mangiata alla sua bocca e poi la gettò, sull'orlo delle lacrime. La tenni alla luce fioca – qualcosa che sembrava un tendine reciso scivolò dal centro della mela.

“Di nuovo,” le ordinai.

Piangendo, prese e poi gettò a terra i resti di un sandwich.

Raccolsi il pane da terra. “Sì!” presi la nostra scoperta, la ripulii da dei tessuti sconosciuti e la spezzai a metà.

Lei fece una risata singhiozzante.

Nella fioca luce rossa, impugnai due frammenti d'osso lunghi due dita, entrambi crudelmente affilati, entrambi ancora sporchi di cartilagine.

Lei afferrò il mio braccio così da non perdermi nell'oscurità e scivolammo di nuovo fuori dalla porta, mentre urla di dolore e di giubilo risuonavano dagli angoli vicini.

“Avanti, avanti,” sussurrai, inserendo i due pezzi d'osso nella serratura. Sapevo che l'edificio era costruito in modo scadente con scarsi finanziamenti, puntavo tutto su quella serratura, sperando che fosse facile da – sì! Si aprì con uno scatto.

Qualcosa ci si avventò da dietro. La ragazza urlò, scappando dalla porta mentre io spingevo contro l'uomo dagli occhi allucinati. Rotolammo a terra, avvinghiandoci. Aveva un'arma; pensavo che sarei morto di sicuro, finché la luce rossa mi illuminò, e lui vide il mio sguardo da squilibrato. Sono sicuro che una settimana insonne e la mia emicrania pulsante avevano contribuito al mio aspetto trascurato.

“Oh,” sospirò, ghignando. “Pensavo che fossi uno di loro. Avanti, usciamo da qui, fratello.”

Meravigliato, mi fermai, guardando verso la porta laterale – una figura si diresse verso l'apertura, richiudendola violentemente.




“Ma che diavolo stai facendo?” mi chiese il primario di medicina.

Mi guardai intorno nel corridoio pulito, limpido, illuminato di rigido bianco. Mabel stava portando in giro dei fogli di carta giù alla postazione infermieristica. Un momento prima l'avevo visto vuoto, illuminato da luci d'emergenza rosse, gremito di ombre pericolose che si trascinavano da questa parte e che...

“Sto recitando la storia di una paziente,” mentii in fretta. “Quella... ragazza non vedente che scrive, ha scritto una storia su un tentativo di fuga. Stavo vedendo se fosse possibile. Ne è uscito fuori che la serratura di questa porta è davvero malandata. Fortuna, eh?”

Mi guardò dall'alto in basso per lunghi istanti, con uno sguardo duro e impenetrabile. “Non prendertela se te lo dico, ma sembri un idiota.” Guardò giù verso la porta laterale. “E contatterò la manutenzione, farò cambiare la serratura. Ottima scoperta... vai a prenderti un giorno di ferie, non hai una bella cera.”

Annuii e mi costrinsi a fare un sorriso mentre se ne andava. Lo guardai parlare a Mabel, per poi procedere dietro l'angolo. Stranamente, potevo ancora sentire urla distanti nella sala, che si zittivano improvvisamente una dopo l'altra, come se l'illusione surreale si prendesse il suo tempo per sparire dalla mia mente...

Cosa diavolo era appena successo?

Avevo fatto un sogno ad occhi aperti a causa di un esaurimento nervoso? O forse qualcuno, spaventato dai miei progressi, aveva drogato le mie pillole?

Sbalordito, tornai nella saletta di reperibilità, trovando il mio camice sul pavimento e il mio portatile senza un graffio. Stavo forse perdendo la testa? Non potei evitare di notare come ora rientravo nel percorso in cui erano caduti gli altri pazienti qui... non ero andato fuori di testa tanto quanto gli altri, ma ero sicuramente sulla buona strada. L'unica differenza sembrava essere che io avevo delle prove ed una pista vera; qualcosa di terribile stava davvero succedendo – o anche gli altri si erano sentiti allo stesso modo?

Non ci trovo niente di ironico che questo quinto resoconto sia il mio.

Ho un vantaggio, però. Io so qual è il modello, ho tutte le loro storie per aiutarmi. Se quel momento arriverà mai, quell'unico vero passo verso la pazzia quando ognuno di loro aveva attraversato il confine... non lo farò. Lo giuro a me stesso. Non puoi avere una visione oggettiva del disegno e diventare pazzo – è questo quello che credo. Le due cose si escludono a vicenda.

Ma non mi fermerò. Non ora. Quell'ultimo racconto, quello che stavo trascrivendo quando sono stato interrotto... è disturbante. Funziona. Ho bisogno di pensarci sopra. Credo di essere sul punto di comprendere la verità dietro alla pista... anche se non sono sicuro di volerlo davvero.

Mi sono preso una pausa per schiarirmi i pensieri. Mentre attraversavo la sala, indagando sulla mia apparente perdita di memoria per trovare ogni dettaglio su cosa sia successo durante il mio episodio allucinatorio, due cose mi si sono palesate davanti.

La mia emicrania era scomparsa – così come la ragazza emaciata.

La VeritàModifica

C'è un certo fascino in questo caso; un godimento nel gioco stesso. Che tu vinca o che tu perda, sei ancora in gioco, stai ancora facendo mosse e contromosse, attivo e pieno di energia. Nel mentre, c'è un senso di importanza che nessun'altra attività può darti. Il gioco è il gioco... ma ora è finito e, lo ammetto, mi manca quella sensazione.

Sebbene... conoscere l'orribile verità – possederla e tenersela stretta come un prezioso tesoro – la verità può in parte sostituire quella sensazione.

Ho vinto.

Sentii di essere sulla via della vittoria subito dopo essermi ripreso dall'allucinazione sui pazienti che fuggivano. Realizzai di avere alcuni assi nella manica da giocare. Il mio sconosciuto oppositore aveva commesso un errore da qualche parte, permettendomi di distanziarlo.

Il primo: la ragazza che avevo aiutato durante la mia allucinazione era scomparsa. La sua stanza era vuota e la sua cartella era stata cancellata. Nessuno dello staff si ricordava di lei e... mi fido solo di alcuni di loro. Un'anziana infermiera come Mabel non poteva far parte di una cospirazione così vasta e misteriosa. Le sue preoccupazioni principali erano i prossimi episodi delle sue soap-opera...

Ma io ho scritto della ragazza. Ho le parole sul mio computer e su internet. Non ho detto a nessuno che stavo scrivendo dei pazienti, per ovvi motivi sarei stato licenziato in tronco.

Ho le parole, e i miei ricordi.

I ricordi sono ingannevoli, come ben so, ma le parole sono ancora lì. Per di più, ho chiesto ai pazienti uno ad uno, cercando delle discrepanze. Potrei aver aiutato la ragazza a scappare durante l'allucinazione; quello non provava nulla... ma mentre ero in quello stato, vidi un paziente smembrarne un altro, addirittura mi ritrovai un suo polmone contro la scarpa.

Anche il paziente ucciso era scomparso.

A quel punto, mi erano rimaste poche teorie sul mio antagonista.

Una probabile – ma imperfetta – teoria poteva essere che, da qualche parte nel labirinto di proprietari e finanziatori dietro a questo posto, qualche nefanda società avesse un programma che coinvolgesse i pazienti e le loro varie patologie. L'intento più probabile era quello di incubare e raffinare i pericoli memetici; idee costruite appositamente per infettare chiunque le ascolti, costruite appositamente per diffondersi e distruggere. Questo sarebbe un nuovo tipo di arma, che potrebbe cambiare le guerre per sempre.

Il loro agente principale sarebbe stato il primario, e buona parte della mia paranoia, allucinazioni e incoerenze potrebbero essere spiegate dalle droghe nei miei antidolorifici, che avrebbero dovuto farmi passare per uno squilibrato e screditarmi in caso avessi scoperto i loro piani.

Il problema principale di questa teoria è la perdita di memoria da parte dello staff. Forse alcuni stavano mentendo, forse Mabel aveva interagito raramente con la ragazza, forse alcuni non si interessavano abbastanza da ricordarsi di ogni paziente... ma tutti loro? Sembrava improbabile.

Mentre un inusuale acquazzone batteva sul tetto riempiendo l'edificio con il ritmo costante della pioggia, io mi aggiravo per le sale, scrutando ogni dettaglio. Chiesi ai pazienti coscienti se si ricordavano della ragazza – e lo facevano. Le uniche persone che potevano ricordarsi di lei erano i pazienti e me. Questo mi sembrò un dettaglio estremamente importante... No, la teoria della società non tornava.

Il fragore del tuono proveniente da fuori aumentò la mia tensione. C'erano anche altre spiegazioni.

Potevo essere io stesso un paziente, la probabilità era alta. Claire era stata assunta qui, e sospetto che il primario sapesse qualcosa sulla sua instabilità – ma il suo tipo particolare di malattia era innocuo... per la maggior parte delle persone. La mia mano fasciata ha cominciato a darmi qualche fitta di dolore questa mattina, aggiungendo un sottofondo di rabbia ai miei pensieri.

Ho rimuginato spesso sulla natura dei ricordi e della pazzia. Non avevo nulla per dimostrare di essere io stesso un qualche tipo di paziente impiegato, con un'illusione accuratamente organizzata di una vita normale. Il sole mi sembrava distante di ere, ma la tempesta che aumentava d'intensità là fuori rendeva anche quel lusso impossibile.

Tutti i ricordi di cui disponevo non avevano altre garanzie oltre all'inviolabilità che gli attribuivo io. Mi chiesi se valesse qualcosa... mi chiesi dove quel ragionamento mi potesse condurre...

Mi avrebbe condotto al passato, alle condizioni che hanno creato questa situazione. Qualcuno come Claire, qualcuno come me – potenzialmente – assunti per vigilare sugli altri pazienti... questo indicherebbe una tremenda mancanza di fondi, così tanto che le regole morali ed etiche sono state da tempo riscritte – o cancellate. Significherebbe un mondo pieno di persone, un mondo in lotta per le risorse... una triste, cupa e tremenda realtà per la razza umana.

Una battaglia senza nemici, e quindi senza possibilità di vittoria. L'umanità avrebbe sofferto sempre di più all'aumentare della popolazione e solo una catastrofe o il rigetto delle regole morali avrebbe potuto offrire una via di salvezza.

A dar forza a questa teoria erano le storie di ogni paziente internato qui. Le pressioni e le brutalità della società li avevano spinti tutti in questa direzione – forse era la società stessa ad essere malata, e questi poveri uomini e donne sono solo le vittime più sfortunate di questo decadimento.

Quel pensiero sembrava funzionare – ma la mia pazzia richiedeva una società in decadenza, d'altronde, l'esistenza di una società in decadenza non significava per forza che io fossi pazzo.

Questi ragionamenti avevano consumato la mia indagine, ma ho aggiunto una terza opzione dall'ultimo paziente che ho interrogato. La sua era una storia di complotto e controllo, e mi inquietò profondamente. Sono stato interrotto mentre la riscrivevo ma... più ci penso... e più i pezzi sembrano combaciare.

Un improvviso picco d'intensità nella pioggia mi ricordò qualcosa... e poi capii.

Avevo già letto questa storia prima.

L'avevo letta su internet.

Il suo documento mancava qui... possibile che qualcuno l'avesse letto e riportato? O che l'abbia fatto lui dopo che è stato internato qui? Probabilmente i dettagli si erano persi nel tempo, quindi ho deciso di non considerarli. Era il quadro generale che importava.

Ho cominciato ad accarezzare l'idea di... una più ampia concezione della realtà, ipoteticamente. Se il camminatore delle ossa era reale, stava combattendo qualche forza più malvagia su scala maggiore.

Quella forza era il mio nemico, adesso? Qual era il suo interesse per me, per questo edificio e per i pazienti? Non ho visto alcuna traccia di una forza esterna...

A quel punto, ricordo di essermi spaventato. Stavo immobile nel corridoio, davanti ad una finestra che proiettava l'ombra delle gocce di pioggia sul pavimento, sapendo implicitamente di aver raggiunto il primo briciolo di verità.

Le prove erano fuorvianti! Mi hanno fatto scavare in ogni direzione tranne che in quella giusta.

Incapace di comprendere appieno l'immensa idea che stavo costruendo nella mia mente, raggiunsi la camera della ragazza cieca. La trovai seduta in un altro angolo della stanza, ma stava ancora scrivendo. Appena entrai nella stanza, la mia mano bendata cominciò a dolere lievemente e ritornò l'emicrania.

“Perché non vuoi parlarmi?” le chiesi. “All'inizio pensavo che fosse perché ero pazzo, come loro, e non me ne rendevo conto... ma ora penso che tu sappia cosa sta succedendo e ti vuoi proteggere.”

La sua penna si fermò, immobile sulla carta. “Come puoi farmi questa domanda?”

“Che vuoi dire? Non dovrei essere in grado di fare domande?”

“Non quella...”

Mi abbassai su un ginocchio, avvicinandomi a lei. “Perché?”

Mi lanciò uno sguardo con i suoi occhi ciechi.

Sbarrai i miei occhi. “Tu non parli con nessuno che...”

All'improvviso, con un forte senso di disagio, alzai le mie mani fino alle mie tempie. Tastando cautamente la pelle vicino agli occhi, cercai di sentire ogni irregolarità... la sensazione era perturbante. Sotto le mie mani roventi e all'emicrania che continuava ad aumentare, sentii... due risultati conflittuali.

Le mie tempie erano lisce. La pelle era soffice e normale, esse presentavano entrambe delle strane e sottili linee in rilievo, come delle grosse vene varicose...

“Cosa diamine è questo?” Respirai affannosamente, trasalendo per un'esplosione di dolore nella mia testa. “Prima è qui, e poi non c'è più...”

“Mi dispiace...” sussurrò lei.

“Che cos'è? Che diamine è?” Mi costrinsi a resistere, la mia faccia deformata dal dolore in continuo aumento che minacciava di farmi svenire. Faticavo così tanto a respirare che la mia vista cominciò a sfocarsi e a sfarfallare. “Quante persone... hanno queste cose?”

Le sue labbra tremolarono in risposta ai miei versi di dolore. “... tutti... tranne gli altri pazienti...”

Con un impeto di adrenalina e coraggio, barcollai fuori dalla sua stanza, correndo verso la sala operatoria del pronto soccorso. Spinsi energicamente la porta quasi cadendo per il dolore e velocemente cercai gli strumenti medici.

Guardandomi allo specchio, affrontai il dolore accecante per vedere – riuscivo a vederle – quelle piccole vene chiaramente visibili che percorrevano tutta la testa, partendo dagli occhi, attraversando le tempie e finendo sul retro del cranio come una sorta di orribile cicatrice da lobotomia...

Incisi le mie tempie con un bisturi. Il sangue cominciò a sgorgare, ma lo ignorai, frugando con accortezza nella vena con delle pinze.

Per un attimo vidi un lampo bianco, poi tutto nero.

Ma non mollai la presa. Diedi uno strattone a quel tessuto estraneo sotto pelle... cacciai un urlo agonizzante, ma mi rifiutai di arrendermi... lentamente e dolorosamente, tirai fuori una lunga e filamentosa striscia di tessuto fibroso. Penzolante dalla mia tempia e ancora incastrata nelle mie pinze, sapevo che era quello che stavo cercando. Ne era una parte, almeno. Ho considerato l'impossibile... e ho avuto ragione.

Il dolore diminuì immediatamente quando tagliai il tessuto fibroso più vicino alla pelle che potei. Ce ne era ancora un po' dentro, vicino agli occhi e intorno all'altro lato della mia testa... ma quello era un inizio. Lo avvicinai al volto e cercai di capire cosa stavo guardando.

Sembrava tessuto nervoso – era un fascio filamentoso composto da reticolati di piccole fibre... ed era proprio questo che disse all'inizio la ragazza quando venne internata qui. Disse che non avrebbe parlato con nessuno che avesse fibre nervose nelle tempie...

… ma lei era qui da anni...

Ripetei la stessa procedura nell'altro lato. La mia emicrania mi dava ancora un po' di dolore, ma mi sentii risanato e risollevato.

Era quello? Ero libero? E cosa diavolo erano queste fibre nervose? Un qualche genere di infezione o parassita? Da sole queste fibre non avrebbero avuto modo di controllarmi o raggirarmi... semplicemente non c'era abbastanza tessuto per delle interazioni complesse con il cervello... in effetti le fibre sembravano provenire da un nervo ottico. Era un nervo sensoriale, usato per... confondere i sensi?

Tutto questo aveva stranamente senso. Collegato ai miei occhi e orecchie... e probabilmente al mio cervello attraverso il mio nervo ottico... queste fibre potevano illudere i miei sensi, forse anche i miei ricordi. Mi disse che non dovevo essere in grado di fare quella domanda... quanto controllo esercitano normalmente queste fibre?

E perché adesso ero in grado di individuarle e persino di rimuoverle?

Sarò onesto, sentii la necessità di buttarmi a terra e piangere, sia per la mia improvvisa liberazione, sia per l'implicita dominazione assoluta che avevo vissuto per così tanto tempo – probabilmente per anni. Probabilmente sarei crollato, se non avessi avuto la terribile idea che queste fibre ricevevano segnali o ordini da qualche altra parte.

L'antagonista...

Dopo aver pulito il mio sangue, feci un veloce giro per i corridoi, cercando di non farmi notare. Mabel mi sorrise e poi si girò – si vedeva chiaramente la venatura sottile sul lato della sua testa.

Era infetta. Continuai a camminare, a guardare – erano tutti infetti.

Ritornai alla sicurezza della sala operatoria del pronto soccorso quando il dolore nella mia testa cominciò a ripresentarsi. Guardai nello specchio, terrorizzato – potevo vedere la pelle delle mie tempie che si alzava mentre le fibre nervose all'interno iniziavano a rigenerarsi.

Me lo ricordo abbastanza chiaramente – iniziai a ridere rumorosamente, una risata macabra e sincera. Tutto questo era troppo per me. L'infezione sarebbe ricresciuta anche se l'avessi tagliata, cosa diavolo avrei dovuto fare?

La mia risata morì quando le mie conoscenze mediche mi fornirono la risposta.

Mi disinfettai le mani e mi infilai i guanti mentre mi preparai per qualcosa che sapevo essere da pazzi – e mi ero ripromesso di non superare quel confine quando sarebbe arrivato ma, oh, quanto ero illuso allora – e posizionai molti specchi.

Non avevo antidolorifici, poiché non potevo rischiare di offuscare la mia già scarsa abilità chirurgica.

Col respiro pesante e imbottito di adrenalina, misi il separatore chirurgico sulle palpebre... e lo regolai in modo da aprirle il più possibile. Mi preparai a quello che stavo per fare...

Il mio occhio scivolò fuori molto più facilmente di quello che mi aspettassi.

Mi servivano giusto uno o due centimetri, solo per mantenere il nervo ottico in tensione... raggelato da un dolore che non avevo mai immaginato, presi il bisturi, e cominciai con attenzione a tagliare via le fibre estranee connesse.

Cinque respiri... dieci... venti... continuai per quanto riuscii a resistere, tagliando attentamente le connessioni alla loro base. La mia mente animale urlava incessantemente nella testa – potevo vedere il mio stesso occhio fuori dall'orbita, potevo vedere i vasi sanguigni e i nervi che lo collegavano al cervello! Ma combattei il panico.

Tirai via il resto delle fibre nervose dal lato della mia orbita – da lì venivano via piuttosto facilmente... e allora, incredibilmente, avevo finito. Presi dolcemente il mio occhio tra le dita avvolte nel guanto e lo feci scivolare al suo posto.

Mi ci vollero cinque minuti per calmarmi, per vedere se l'occhio funzionava ancora, per lasciare che il panico scorresse via... e poi feci la stessa operazione per l'altro occhio.

Quando finii, il mio mal di testa era scomparso. Le fibre nervose non si rigenerarono, le avevo tolte tutte.

Per un'ora stetti sdraiato nella stanza, godendomi la libertà, pensando, respirando, rilassandomi...

Da dove venivano queste fibre nervose? C'era senza dubbio un essere senziente dietro tutta questa illusione. Chi era? Era colui che cercavo? L'illusione non avrebbe funzionato sugli schiavi del camminatore delle ossa – loro non conoscevano il motivo delle loro azioni; seguivano solamente i suoi ordini dietro la minaccia di morte...

E i pazienti erano liberi dalle fibre nervose... perché? L'illuminazione mi convinse che la ragion poteva essere la stessa della società: contenimento. La gente qui dentro era pericolosa, e le loro malattie mentali lo erano anche di più.

Forse tutte le spiegazioni avevano un filo logico in comune: il mondo è oscuro e corrotto, la sovrappopolazione, come disse il mio mentore, basandosi su un semplice calcolo probabilistico, genera un aumento di pericolose e virulente malattie mentali...

E forse questa forza, qualunque cosa abbia infettato le persone con le sue fibre nervose per sfruttarle secondo i suoi scopi... beh, era piuttosto ovvio. Io non vorrei collegare le mie fibre nervose ad un cervello pieno di deliri e idee virulente. Non vorrei mai che queste idee si diffondessero per la mia rete raggiungendo i miei schiavi... infettandoli, rovinandoli, distruggendoli... e probabilmente liberandoli.

Stavo impazzendo. A quel punto ne ero piuttosto sicuro. Gli antidolorifici, l'esaurimento, l'ossessione... ho lasciato che i deliri degli altri pazienti mi raggiungessero, considerando le loro idee sempre più vere ogni giorno che passava, alla fine ero... libero. Era per questo che adesso potevo vedere le fibre nervose, era per questo che erano avvinghiate intorno al mio cranio, era per questo che contrastavano ogni mio tentativo di affrontarle.

Era ironico, davvero... il dottore che diventa il paziente; che diventa pazzo, che prende coscienza della realtà...

Ma le mie storie erano su internet. La sua storia, quella del paziente che si è pugnalato i suoi stessi occhi – la sua storia era su internet. Come era possibile che l'Antagonista avesse permesso che una cosa simile accadesse e si diffondesse? Era forse lo stesso concetto di tenere qui i pazienti internati ma non controllati? Era forse l'idea stessa un anatema per la sua rete di controllo? Non poteva identificare l'idea, non poteva considerarla, senza prima capirla... e diventare infetto.

Ridevo sempre di più, solo in quella stanza, mentre tutti i tasselli cadevano sempre di più al loro posto.

Non c'è modo di difendersi da un'idea.

Ritornai nel corridoio come un uomo nuovo. Ero libero e non c'era niente che l'Antagonista potesse fare. Non avrebbe potuto più considerarmi, non avrebbe potuto nemmeno pensare a me. Per lui non dovevo esistere, poiché riconoscermi vorrebbe dire pensarmi, e quindi capirmi, e quindi... diventare infetto. Ho persino avuto la malsana idea che, ad un certo punto, le fibre nervose mi avessero lasciato di loro iniziativa, quando ho permesso la mia discesa nella pazzia.

“Che cosa ti sei fatto?” mi urlò il primario, guardandomi dall'altro capo del corridoio. Lo sentii chiamare urgentemente gli infermieri, ma un fulmine oscurò il suo primo urlo.

Scappai.

La serratura dell'uscita laterale era stata riparata – dannazione! Usai le mie chiavi, aprendo ogni porta che incontravo, liberavo i pazienti come diversivo. Sentii gli infermieri urlare mentre si organizzavano da qualche parte lì vicino – improvvisamente, mentre passavo vicino alla sala di manutenzione, mi venne un'idea. Fu più facile di quanto credessi. Tirai giù gli interruttori principali e le luci si spensero.

Quando riemersi nel corridoio, sentendomi stranamente a mio agio tra l'oscurità e le luci rosse d'emergenza, gli unici rumori che si potevano sentire erano la pioggia che si abbatteva contro il tetto e i tuoni intermittenti.

Strano... l'avevo già immaginato... o forse non era immaginazione... la notte prima... no questa volta c'era la pioggia...

Presi il mio portatile dalla saletta di reperibilità gettandomelo sulle spalle nella borsa e gettai via il mio camice bianco. Riempii la mia borsa di snack del distributore più che potei, promettendo in futuro di ripagare il vetro rotto e il costo di quello che presi.

Urla e grugniti riempivano l'oscurità. Potevo sentire i membri del personale urlare e cercarsi l'un l'altro. Sentivo i pazienti mormorare... e qualche urlo di dolore.

Sorrisi mentre strisciavo nell'oscurità. La confusione stava funzionando alla perfezione.

Un tuono scosse l'edificio mentre raggiungevo la porta principale. L'area era vuota, tutti gli infermieri si stavano occupando dei pazienti evasi – ero libero.

“Aspetta!” mi chiamò, mentre misi la mano sulla porta. Potevo sentire la pioggia picchiettare dall'altro lato. “Non farlo!”

Era il mio mentore.

“Ho seguito le tue azioni al meglio che ho potuto,” mi spiegò, preoccupato. “Quel paziente, alla fine dell'ala più lontana – lo teniamo laggiù nascosto il più possibile per un motivo. Ricordi quello che ti ho detto?”

Lo fissai, pronto a scattare fuori dalla porta, ma desideroso di ascoltarlo.

“La sua psicosi ti ha infettato!” urlò sovrastando i grugniti e le grida dal corridoio. “E so che tu pensi che la pazzia sia una scelta. Scegli di restare, di rimanere qui, di far parte dello staff e della vita reale!”

Mi girai, pronto ad andarmene.

“Cosa c'è la fuori per te?” mi disse con tono rude. “Cosa farai – scapperai, ti nasconderai dalla comunità, ferirai le persone per una tua qualsiasi credenza?”

Il suo ragionamento e la sua compassione avevano senso... perfettamente senso. Esitai. Ero davvero così andato? Cosa sarebbe successo se avessi accettato quella realtà? Che una qualche entità esterna mi stesse ingannando o meno la vita era... piuttosto decente, no?

Fu quello il momento. Lo sentii. Fuori da quella porta ero di fatto un pazzo, almeno se comparato a qualsiasi cosa la società accetti come normale – qui ero uno di loro, un membro dello staff, accettato e normale...

Era troppo giusto. Troppo perfetto.

“Sei tu!” Realizzai, praticamente strillando.

Illuminato di cremisi, lui scosse il capo confuso... non mi sarei mai aspettato che l'Antagonista si rivelasse, avevo immaginato che parlasse attraverso il mio mentore – no, le sue reazioni fisiche erano perfette, ingannevolmente reali.

Un tuono risuonò e io mi spinsi fuori, all'esterno, correndo per la mia vita.

La vita sarebbe stata più difficile da adesso, ne ero sicuro. Sono oltre la normale realtà della società... ma adesso egli non può più considerarmi, non può più pensarmi, senza rischiare la sua stessa esistenza. Sono libero di muovermi nascosto e ignorato, perlopiù. Penso che cambierò nome, mi troverò un lavoro, metterò su una facciata di normalità e opererò da dietro una maschera – poiché lui doveva ignorarmi, quindi le uniche persone che dovevo ingannare erano gli altri umani. Non posso fermare le mie idee, che rilascerò nel mondo come i virus che sono. Siamo stati tutti ingannati, ognuno di noi. Vidi la vera natura del mondo quando le nuvole di pioggia si diradarono. Vidi cosa ci era davvero successo.

Ero su una collina fuori città quando le nubi si diradarono e il sole benedetto finalmente mi portò il sollievo da tanto sperato. Avevo visto delle tracce di verità mentre correvo tra la pioggia, ma l'oscurità e l'acqua nascondevano la sua interezza.

Mi fermai a guardare giù verso la città.

Delle escrescenze si innalzavano tra gli edifici, i lampioni e gli alberi – fibre spesse e intrecciate – fibre nervose. Avevano infestato quasi tutto, avvolgendosi intorno ai fasti della nostra civiltà come una rampicante. A quel punto ebbi un'intuizione – questa cosa, questa infestazione, che sicuramente avvolgeva il mondo intero...

Nervi, neuroni, cervelli, interconnessi e traviati, una rete simile ad internet... l'entità potrebbe essere nata da qualche parte come un'idea, un meme, o una mutazione e da lì si è diffusa... e adesso era un immenso parassita per gli umani. Potevo sentire i segni della sua influenza passata su di me, ora che se ne era andata, e capii cosa voleva.

Di più.

Vuole più persone, più cervelli, più stress, più consumo. Ama la caffeina. Ama gli stimolanti di ogni genere, ma la caffeina in particolare. Vuole che tu beva di più. Che tu mangi di più. Che tu consumi e che tu ti riproduca, mentre egli guida la razza umana verso un qualche oscuro e sconosciuto obiettivo... mentre la tensione che egli stesso crea, con i bisogni umani spinti all'estremo, distrugge intere popolazioni.

Potrebbe essere l'ossessione per il proprio corpo, o la disperazione di essere povero e sulla strada, o la schiavitù finanziaria dovuta ad un grosso debito, o il bisogno di affetto o – come nel mio caso – il semplice desiderio di credere che la sofferenza non è la natura fondamentale dell'esistenza... qualunque sia il tuo punto debole, farà aumentare il nostro numero e ci spingerà oltre i nostri limiti, poiché egli è la società, egli è noi, e siamo tutti sacrificabili.

Ma oggi è il primo giorno della resistenza. Adesso sto scrivendo dalla rete Wi-Fi gratis di un bar, sorridendo agli altri avventori. L'Antagonista non mi può trovare, e tutti gli altri sono troppo concentrati sulle loro battaglie private contro la pressione della società. Sono tutti troppo stressati per notare che qualcuno come me – un pazzo, se comparato alla realtà della società – è seduto accanto a loro. Dopo questo messaggio, scomparirò anche da qui, e nessuno se ne accorgerà.

Ma non preoccupatevi. È questo il mio lavoro adesso. Ho portato il mio bisturi e i miei arnesi con me. Vi troverò e vi libererò tutti – un paio di occhi alla volta.

Fonte Inglese

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