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La nostra città era una delle vittime della piaga dei profughi venuti dall’Africa.

Il governo concesse a queste persone diversi palazzi, più o meno disabitati, nei nostri quartieri.

Con loro, alcuni dei profughi neri si portarono non solo la miseria, ma anche la loro cultura pagana.

Di notte alcuni dei cittadini affermarono di aver sentito, in uno dei palazzi presi, strane canzoni e strane luci di un colore rosso. Alcuni degli abitanti del quartiere scomparvero. Il comune non diede il permesso alla polizia di indagare e per le strade nacque una paura sempre più vivida.

Durante le notti le vie erano silenziose e nessuno osava più uscire dopo le 22.

Perché nessun cittadino si ribellava?


Passarono tre mesi e tre notti. In uno di quei palazzi ci fu un esplosione. La polizia non poté più ignorare i casi. Insieme alla squadra dei vigili del fuoco, gli agenti entrarono nel palazzo. All’interno di una delle camere furono trovati trentasette pollici appesi con dei chiodi. Furono identificati: tutti appartenevano alla metà delle persone scomparse. Fu arrestato l’africano che dormiva in quella camera. Costui non rispose alle loro domande e la notte dopo si impiccò con la sua cintura.

Il comune accusò i poliziotti, quelli che condussero l’interrogatorio, di aver portato il clandestino, attraverso dei raggiri, al suicidio. Gli agenti dovettero scontare cinque anni di galera e le indagini furono chiuse.


Dopo un anno, tre profughi, Assam, Saldin, e Abdul, deciso di lasciare la città per un luogo non specificato. I rapimenti non ripresero più. In totale duecentoventidue persone furono rapite e mai ritrovate.

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