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Spesso mi soffermo a ripensare alla mia vita. A cosa mi ha portato, a dove mi ha trascinato, a ciò che ho dovuto subire, e a ciò che ho fatto subire agli altri. Spesso è difficile ricordare le cause di un dolore, come è nato, come è maturato, come è stato combattuto... o come al contrario si sia ingigantito, gonfiato. Fino a sommergere me o chi mi sta intorno. Rimuginando su queste cose, adesso, credo che ci sia stata una sola, singola volta, nella quale ho potuto dire di aver trovato la causa di una delle mie innumerevoli angosce. L'unica volta in cui i miei errori sono stati chiari, facilmente riconoscibili anche dopo anni. E se vi sto raccontando questo fatto, è solo per liberarmi... non tanto per sperare che mi crediate. Ma per lasciarvi comprendere tutto a pieno, voglio prima esporvi (brevemente, ve lo prometto) com'è stata la mia vita prima del fatto che vi voglio raccontare.

Anni fa vivevo in un minuscolo appartamento, un buco all'interno di un complesso residenziale enorme, in stile sovietico, in una città dell'Est Europa che preferirei non nominare. Lavoravo per il governo, e considerando le penose situazioni nelle quali viveva quella zona del mondo dopo la caduta dell'URSS, il mio lavoro era arduo. Non avevo mai un momento di pausa, gli orari erano massacranti. Leggevo documenti, li firmavo, approvavo provvedimenti - avevo un certo potere - e, soprattutto, svolgevo calcoli e scrivevo rapporti ai miei superiori. Faceva sempre un gran freddo in ufficio, e c'erano poche finestre; per questo motivo, le luci e il riscaldamento erano sempre accesi, ma l'illuminazione artificiale mi dava molta noia agli occhi, portandomi a uscire sempre da quel bunker con gli occhi gonfi e un fortissimo mal di testa. Tra l'altro, quando il riscaldamento era in funzione (cioè sempre), emetteva un rumore fastidiosissimo, davvero lancinante. Sarei volentieri uscito da quella topaia, se non fosse stato per i soldi: mi servivano, ed essere assunto da qualche altra parte sarebbe stato molto difficile per l'epoca. Così, andai avanti per moltissimo tempo... i mesi scorrevano, e dopo venivano gli anni, poi i lustri, infine le decadi: la mia vita sembrava condannata allo schifo umano, al nulla, all'anonimato, alla solitudine. La mia vita privata non era certo migliore: non conoscevo nessuno, non avevo né una moglie né un'amante, e di amici non ne avevo dai tempi della prima infanzia. Uno schifo, ripeto. Lasciatemelo ripetere ancora: uno schifo. Quando arrivai ai 50 anni, se la situazione del governo era migliorata, la mia non lo era affatto: le mie emicranie erano diventate sempre più frequenti, ero sia miope che presbite, ero solo come un cane, e mi sentivo incredibilmente vicino alla morte, nonostante fossi troppo giovane per morire. In particolare, quest'ultimo pensiero mi frullava in mente in maniera costante... ero stato un giovane amareggiato, e adesso mi accingevo a diventare un anziano depresso. Per scacciare i miei pensieri orribili, decisi che dovevo trovarmi uno svago, un hobby; ed è qui che comincia l'episodio che volevo narrarvi...

Da poco tempo erano entrati nel mercato mondiale i videogiochi, che avevano rivoluzionato l'infanzia di molti bambini di ogni età e nazione. La mia salute era troppo precaria per permettermi di trovare un'occupazione come l'escursionismo, o la caccia; decisi allora di comprarmi una delle prime consolle della storia, una scelta che potreste giudicare infantile, ma che ha perfettamente senso se considerate la mia situazione: la mia inerzia nella vita privata, insieme agli orari massacranti che ancora dovevo subire, mi costringevano a ridurmi a un hobby di questo tipo... in quei momenti non avrei avuto tempo per altro, nemmeno per leggere.

Trovai il videogioco in un posto insolito: il mercato centrale della città, dove solitamente era possibile procurarsi solo vestiti, pesce, verdura e cianfrusaglie varie, sempre di seconda mano. Chiesi quanto costava, e il signore al "bancone" (definirlo tale non è davvero possibile) impacchettò il giocattolo e me lo cacciò direttamente tra le mani, senza rispondermi. Lo fissai per qualche secondo, e finalmente, quasi per magia, sembrò sentire la mia domanda, e rispose: «Una copeca...». Mi misi a ridere: un prezzo simile era assurdamente basso, lì per lì non ero neanche sicuro che facesse sul serio. Eppure sul viso del negoziante non comparve nessun sorriso ironico, e così io, da persona sbrigativa e incisiva quale sono, dopo essermi frugato in tasca finalmente trovai la monetina che questo strano pazzoide mi chiedeva, e gliela mollai con la stessa veemenza con la quale lui mi aveva praticamente tirato il pacchetto con il videogioco in mano. A questo punto lui mi guardò con aria leggermente indispettita da sotto i suoi occhiali, ma non disse una parola. Mi sentii leggermente in colpa, ma non dissi nulla. Attesi qualche secondo, lo salutai e me ne andai a casa.

Quella sera stessa decisi di provare la consolle. La tirai fuori dal pacchetto e la guardai: era di un colore argentato, come il ferro puro, ma era arrugginita e ossidata in alcuni punti; i tasti erano duri e bucavano le dita se premuti, come i telecomandi delle televisioni di quell'epoca. Premetti il tasto di accensione, e subito cominciai a giocare. Sullo schermo c'erano dei strani quadratini neri che scorrevano in successione. Il mio compito era quello di premere i vari tasti per muovere degli altri quadratini in modo che combaciassero con il bordo dello schermo, ma senza che questi ultimi toccassero i primi. Giocai per circa un'ora, e mi risultò molto difficile spegnere quell'affare e andare a letto.

Il giorno dopo, tornato a casa dal lavoro, accesi di nuovo il videogioco, ma stavolta era tutto cambiato: sullo schermo erano presenti delle lineette verticali l'una accanto all'altra, tra le quali c'erano dei topolini. Una riga orizzontale passava tra le lineette, e uccideva le bestioline. Ero meravigliato, ma decisi comunque di capire come giocare... scoprii che potevo muovere i topolini con i tasti, ma stranamente il gioco mi dava dei punti solo se facevo in modo che questi andassero a sbattere contro la riga. Anche questa volta giocai per tanto tempo, e andai a dormire molto tardi.

Bene, tutto abbastanza normale fin qui, no? Infatti è adesso che viene il bello...

La sera seguente, dopo essere rincasato, accesi il giochino, ma - neanche a dirlo - era tutto nuovamente cambiato: un'enorme macchia nera copriva circa metà dello schermo, e la scritta "MUOVI LA MACCHIA CON I CURSORI IN MODO CHE NON TOCCHI I BORDI" aleggiava qua e là sulla schermata della consolle. Così, dopo aver notato dei tasti a forma di freccetta, mi misi a toccarli: la macchia si muoveva rapidamente e fluidamente... più tempo trascorrevo a muoverla, e più il gioco mi dava punti... ma dopo qualche ora, quando avrei voluto smettere, non ce la facevo: le mie dita continuavano a premere i tasti ossessivamente contro la mia volontà; non avevo mai sperimentato niente di simile. Cominciai a sudare. Il mio volere contraeva le mie dita magre ed esili contro quello strano impulso, ma esse continuavano a far viaggiare la macchia nera sullo schermo, compulsivamente, all'infinito. Non riuscivo più a smettere. Dopo qualche altra ora di quella tortura infernale mi lacrimavano gli occhi. La sedia sulla quale ero era madida di sudore, le mie unghie erano ridotte a brandelli, le mie tempie pulsavano, i miei polsi tremavano: ma la macchina maledetta, il macchinario satanico continuava a farmi premere i suoi tasti malefici.

Sprofondai in una sorta di trance, un particolare stato di dormiveglia, continuando a premere le freccette, finché una luce rossa non mi risvegliò: il Sole era spuntato tra le case. Le mie dita sanguinavano, e continuavano il loro lavoro... ne provai di tutte per smetterla: cominciai a mordermi la lingua fino a sanguinare, la morsi finché non sentii dei pezzi di carne calda all'interno della mia bocca sprofondarmi nell'esofago. L'umore nero mi colò dalla bocca, tingendo di rosso il videogioco tra le mie mani esangui e pallide, spellate. Mi lasciai cadere dalla sedia, procurandomi un dolore lancinante; ma non c'era niente da fare, le mie dita continuavano a giocare, a giocare, a giocare! Quella tortura mi stava uccidendo, ma finalmente capì qual era l'unico modo di salvarmi: mossi la macchia nera con i cursori in modo da farla uscire dal bordo, e un enorme "GAME OVER" comparve sullo schermo. Di colpo le mie mani si staccarono dalla consolle... le baciai in lacrime. Era finita.

Potrei raccontarvi dov'è che ho sbagliato... potrei dirvi cosa ho fatto in seguito a quest'evento, come è cambiata la mia vita, ma non lo farò: preferisco che lo immaginiate - e capiate - da soli. Vi dico solo che non ho mai più toccato un videogioco.

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