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Alberto inspirò profondamente l’aria del mattino: non si era mai sentito così libero.

Chiusa la finestra, fece scorrere a lungo l’acqua nella doccia e, col vapore che iniziava a spandersi per la cabina, si infilò rapido sotto il getto caldo. Non aveva fretta, quella mattina. Nessuna scadenza, nessun impegno, la giornata era sua. Si asciugò in fretta ma in modo accurato, si accorciò la barba (non riusciva mai a tenerla ordinata come avrebbe voluto) e si diresse verso l’armadio in camera sua, sapeva esattamente come vestirsi. La sua camicia a quadri preferita era perfettamente inamidata, e non sembrava aspettare altro che essere indossata. “I pantaloni che ho comprato la settimana scorsa ci stanno proprio bene”, pensò, la sua mano che automaticamente cercava la gruccia giusta dentro l’armadio; al suo posto, però, tirò fuori dei pantaloni che non usava da almeno 2 anni. Infastidito, si girò verso la stanza, cercando febbrilmente con gli occhi i suoi pantaloni nuovi.

“Ma certo”, rifletté, “Laura deve averli tirati fuori ieri sera per sistemare quella piega sulla gamba sinistra”.

Si diresse verso la camera dove sua moglie teneva l’asse da stiro, e li trovò lì, amorevolmente ripiegati e appesi su una gruccia. Li indossò. “Sì, ci stanno proprio bene”, pensò compiaciuto rimirando il suo riflesso nello specchio. Finì di abbottonarsi la camicia, infilò le scarpe (quelle almeno erano al loro posto), e si allacciò l’orologio al polso sinistro. Guardò l’ora, le 6.27, e fece una smorfia, non gli piacevano i numeri dispari. Dopo essersi goduto il silenzio per qualche minuto, alle 6.30 si decise a scendere in cucina per preparare la colazione. Mise su il caffè e sistemò con cura la tovaglietta, la tazzina, il piccolo bricco per il latte freddo e la zuccheriera. Gli piaceva il set da colazione che aveva comprato Laura l’anno prima, aveva dei bei colori, giallo e arancione, e lo rilassava vederlo lì, completo. Per una volta le orribili tazze di plastica dei suoi figli non ne rovinavano l’armonia. Si congratulò con sé stesso per essersi svegliato così presto, erano anni che non si godeva una colazione tranquilla. Con la tazza di caffè in mano, uscì a controllare il prato davanti casa. Incredibile come, in soli tre giorni, l’erba fosse ricresciuta così rigogliosamente, e ordinatamente. La vista di quel soffice tappeto verde uniforme lo riempì d’orgoglio, e non poté reprimere un sorriso soddisfatto. Tornato dentro, diede uno sguardo alla casa: tutto era in ordine.

Era il momento giusto per dedicarsi al garage.

“Niente tazze di plastica, niente prato calpestato, niente disordine…. solo silenzio, e…pace”.

Finì di ripulire le piastrelle bianche, e mise a lavare gli stracci intrisi di sangue.

Sì, non si era mai sentito così libero.


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