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L’estate era alle porte, ma nonostante l’afa di stagione le finestre di casa erano sempre accuratamente chiuse, impedendo anche ad un solo raggio di sole di illuminare la stanze. Una in particolare, la camera da letto, dove lattine vuote, scatole di cibi già pronti e buste di snacks vari facevano quasi da mobilia, circondando in modo a dir poco soffocante il computer avanti al quale era seduto un ragazzo intento a navigare.

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Egli aveva ricci e incurati capelli castani distanti dalle spalle pochi centimetri e spenti occhi scuri che vagavano sullo schermo passivamente. Nonostante il caldo vestiva con un maglione beige tre volte la sua taglia, ma non era affatto difficile intuire la corporatura estremamente snella sotto tutta quella lana. Sul pallido e lentigginoso viso, invece, portava spostata sul mento una mascherina medica bianca che scopriva evidenti rossori sul tutto il naso e sotto gli occhi, marcando così le occhiaie che solo un malato cronico poteva possedere, ma malgrado ciò l’appetito non mancava; addentò un pezzo di pizza fredda e continuò a girovagare per la rete in siti destinati a compra-vendita illegale. Era così che Troy si guadagnava da vivere: di notte rubava, armi principalmente, e di giorno si barricava nella propria abitazione per rivendere la merce al mercato nero. Questo trasandato stile di vita gli portò spesso rogne con la polizia nonostante non avesse mai ferito nessuna delle sue sventurate vittime e ciò fece in modo che in caserma tutti lo conoscessero come un ventitreenne strano e disastrato, ma non così pericoloso. Sapevano che quello era il suo modo di vivere e che senza istruzione, famiglia o passato, non vi era una vasta scelta di modi per andare avanti. Sapevano anche delle sue violenti crisi notturne e, dato che di giorno non usciva mai, un agente di frequente bussava alla sua porta per dargli i farmaci di cui il giovane aveva l’assoluto bisogno ma che spesso dimenticava di assumere regolarmente per via della forte amnesia che, giorno dopo giorno, corrodeva fotogrammi dei suoi ricordi. La sua infanzia fu completamente cancellata dalla sua mente e gli unici ricordi che ancora custodiva, benché frammentati, risalivano a due anni prima, quando, mosso da chi sa quale risentimento, si aggirava mascherato nel bosco poco fuori città e proprio fra quegli alberi era consapevole ci fosse un qualcosa che lo spinse a restarci per molto tempo compiendo atti orribili.

Qualcosa però cambiò dal giorno in cui seguì per una strada isolata un ragazzo poco più grande di lui, di cui ricordava semplicemente le folte basette e il nome che lesse sulla sua carta di identità dopo averlo ucciso a bastonate: “Tim”… “Timothy Wrig-qualcosa”, non aveva reale importanza, ma quell’azione fu assai sgradita da chi abitava il bosco e che fino ad allora lo trattava come un prediletto.

I particolari non li rammentava, eppure sforzandosi poteva rivivere con la mente la rabbia di quell’essere così gigantesco che, adirato, lo punì con violenza inaudita, dopodiché il vuoto; si svegliò in una clinica dove fu portato dallo stesso agente interessato alla sua salute in perlustrazione e fu rilasciato poco dopo, etichettato come affetto da una sorta di infermità mentale provocata da continue allucinazioni.

Troy stava concludendo soddisfatto la vendita di due pistole di basso calibro estorte a due guardie notturne la sera prima quando il campanello rumoreggiò per la casa buia facendolo balzare. 

Senza mutar l’espressione fiacca, si issò lasciando cadere il cartone di pizza il cui suono fu coperto dall’insistenza di quel bussare; raggiunse il salone dove agguantò una pesante mazza da baseball e si accostò alla porta.

<< Chi è?>> domandò coprendo nuovamente il viso con la mascherina e con la presa stretta sull’arma, pronto ad attaccare.

<< Ehi, sottospecie di barbone! Sono io, ho le tue pasticche da drogato!>> rispose la voce roca di un uomo adulto e udendola Troy ripose la mazza.

<< Oh, sei tu Ricky…>> disse lui aprendo appena la porta dietro la quale fece capolino nell’ombra.

L’altro si abbandonò ad una smorfia << Il mio nome è Rick, ma pretendo che tu mi chiami agente Moore.>>

<< Come vuoi, Ricky. >> continuò beffardo il ragazzo prendendo il barattolo arancione contenete il farmaco portatogli da quell’uomo spazientito in divisa, dai corti capelli biondo cenere e grossi baffi sotto al naso. <<Ti ringrazio e buonanotte.>>

Non appena la porta stava per esser chiusa, Rick la bloccò con la grossa mano. << Non così in fretta, giovanotto!>>

<< Cosa c’è? >>

<< Ieri sera è stato denunciato il furto di ben due armi da fuoco da queste parti. Non ne sai nulla?>>

Un breve pausa. << Dovrei, agente? >>

<< Non fare il furbo con me. E con tutti i soldi che guadagni facendo certe cose potresti almeno pagarti le bollette, razza di scansafatiche.>> sospirò indicando la cassetta delle lettere stracolma di posta arretrata alle sue spalle. <<Non ti dà fastidio vivere in queste condizioni?>>

<< No. >>

<< Solo perché ho un occhio di riguardo non credere di poter fare come ti pare o ti sbatto in cella per un altro paio di mesi.>>

<< Certo, quando ti tornerà questa voglia sai dove trovarmi. Grazie per le pillole. >> concludendo così, Troy chiuse la porta e l’agente, dopo un breve brontolare, andò via accendendosi una sigaretta.

Una volta tornato nella propria stanza gettò la mazza da baseball sul letto e mandò giù una quantità notevole di pasticche prima che le voci nella sua testa tornassero ad urlare.

<< È tardi… >> sussurrò notando l’orario sul desktop. < È il momento di andare. >>


Era notte fonda ormai quando uscì di casa come da routine. Sopra al maglione indossò una pesante felpa nera col cappuccio alzato sulla testa per eliminare quel gelo che solo il suo corpo percepiva e per camuffarsi nel buio; preferiva infatti che le persone che derubava si accorgessero di lui il meno possibile poiché ferirle non era sua intenzione. 

Camminò per il quartiere con la mascherina alzata fino al naso, guardandosi attorno alla ricerca della preda giusta: niente bambini o individui dalla quale non era possibile ricavare oggetti interessanti. Non erano i portafogli, non erano i gioielli o simili, a lui importava solo di trovare qualche guardia o qualche gangster con in tasca sostanze chimiche o armi rivendibili.  Arrivò fino ad un piccolo market attorno al quale girovagava sospetto un individuo; questi portava sul capo un cappellino con visiera accuratamente abbassata sul viso e non ci volle molto a realizzare che altri non era che un ladro intento a studiare la posizione delle telecamere prima di irrompere nel negozio.

Troy lo notò e fece subito per nascondersi dietro un muretto per analizzarlo meglio. Non sapeva spiegarsi il perché, né amava ammetterlo ma ogni volta che si ritrovava in simili situazioni l’adrenalina saliva portandolo ad uno stadio di esaltazione che rendeva difficile trattenersi; quell’individuo era lì, solo, come se lo stesse invitando a nozze. I suoi muscoli vibrarono, pronti a scattare ma, non appena issò le ginocchia dal suolo, una violenta ed improvvisa crisi asmatica lo travolse con forti colpi di tosse, tanto forti da allarmare il ladro che iniziò a guardarsi attorno freneticamente, estraendo una piccola pistola.

Troy, ancora al di là del muretto, stracciò via dalla bocca la mascherina e frettolosamente scavò nel suo zaino stracolmo di cianfrusaglie, tirando fuori una grossa e vecchia maschera antigas nera che si portò al viso e solo in quel momento sentì i suoi polmoni tornare a funzionare. È vero, non riusciva a mantenere regolare il ritmo delle assunzioni dei farmaci ma non appena se ne ricordava ne mandava giù in quantità smisurate, eppure ciò non bastava a placare quelle imprevedibili crisi e, in quei momenti, quella maschera rubata chissà dove anni prima era l’unica cosa che riuscisse a calmarlo, a salvarlo da quella malattia che rendeva perfino l’aria velenosa a tal punto per il suo corpo o per una semplice convinzione della sua mente ormai annebbiata. Nonostante tutto, però, quello non era affatto il momento di riprendere fiato; il rapinatore armato, spaventato dai vari rumori, si diede alla fuga e Troy fece per seguirlo fino alle prossimità di alcune villette che affacciavano sul bosco. 

Il ragazzo mascherato riuscì a raggiungere l’altro prima che egli arrivasse ad inoltrarsi tra gli alberi e con un rapido gesto lo immobilizzò col viso al suolo. << Ma cosa vuoi da me?! Guarda che io non ho fatto niente!>> sbraitò il fuggiasco. 

<< Allora dimmi che ci facevi vicino al market armato?>> 

<< S-Sei della polizia…?>> domandò a sua volta balbettando.

Troy rise rumorosamente sotto la maschera << Esattamente! Sono un agente di polizia e questa qui è sequestrata!>> disse in modo teatrale confiscando la pistola ma ben presto le sue risate si placarono; cominciò a fissare in direzione degli alberi, convinto di essere osservato. Come incantato da quella sensazione, rilasciò l’imprigionato << Vattene. >> gli ordinò, ordine che fu immediatamente eseguito senza far domande e nel mentre che i passi in corsa del ladruncolo si facevano più lontani, Troy cominciò ad avanzare lentamente sul marciapiede, verso l’oscurità del bosco puntando avanti a sé la pistola appena rubata. La sensazione di occhi puntati addosso mutò passo dopo passo, trasformandosi in qualcosa di sempre più confusionale: cominciò a percepire più che uno sguardo, un’intera presenza. Percepiva che qualcuno era lì e pian piano sentiva come dei pensieri fusi ai suoi nella testa. Non fece in tempo a realizzare prima che una sagoma balzasse fuori dai cespugli per aggredirlo con una forza tale da farlo precipitare al suolo. Subito l’essere si allontanò strappando l’arma dalle mani del ragazzo che iniziò a fissarlo dolorante: era una persona curva a quattro zampe, dalla corporatura minuta ma animalesca. Vestiva con una felpa bianca lercia e sul viso portava una maschera con grandi fori su occhi e bocca, sfiorati dai lisci capelli neri.

<< Ti ho trovato finalmente. >> disse in seguito ad un breve scambio di sguardi con voce femminile, ma grottesca. << Ti sto cercando ovunque da due lunghi anni quando eri rintanato qui, a due passi dal bosco.>>

Troy sotto la maschera provò a mantenere la calma e porre qualche domanda ma ancor prima di poter pronunciare una sola parola la ragazza incappucciata lo precedette << Vuoi sapere chi sono, non è così? So che lo stai pensando e non posso crederci che tu non ti ricordi più di me, ma forse è per questo che non riuscivo a localizzarti, i tuoi pensieri sono sempre stati così annebbiati. >> 

Il ragazzo fece per indietreggiare. << Tu puoi leggermi nella mente?>>

<< Anche tu puoi. Prima lo hai fatto, prima mi hai sentita perché mi sono avvicinata.  Lui ce l’ha concesso anche se fino a quando non ne prenderai coscienza non riuscirai fino in fondo. >>

<< “Lui” chi? >> chiese sperando che quella tizia non si stesse riferendo al mostro che albergava nei recessi dei suoi ricordi.  

<< È ingiusto che tu non riesca a ricordare, ma se questa è stata la sua volontà, vorrà dire che ti eliminerò senza neppure che tu sappia chi sia stato ad ucciderti. >> La ragazza iniziò ad avanzare minacciosamente, ma Troy non si mosse, cercando di chiamare a sé memorie del passato. << Sei riuscito a nasconderti per tutto questo tempo fra la gente “normale”, eppure non puoi mentire a te stesso che tu sia come loro! >> Fece un balzo disumano, atterrando nuovamente il ragazzo che non reagiva << Non so di cosa tu stia parlando! >>  diceva, limitandosi a parare i forti pugni che lei gli stava sferrando.

<< La debolezza,  la repulsione verso la luce, i continui attacchi epilettici che ti colpiscono ogni giorno, le voci che senti, il freddo che provi, il respiro che ti manca regolarmente ed il bisogno di nasconderti sotto questa plastica nera! >> diede un ultimo colpo mirato proprio alla maschera che volò via poco lontano, rivelando un’espressione sconvolta. << Secondo te questi tormenti quotidiani a cosa sono dovuti, Troy?! >>

<< Adesso smettila di blaterare cose inutili! >> Il ragazzo, notando diverse luci delle villette vicine accendersi, capì che non vi era molto tempo prima che la polizia arrivasse, decise allora di farla finita; provò a staccar via l’incappucciata dalla forza disumana con pochi risultati e così, a malincuore, dovette colpirla con un pugno allo stomaco e ciò fece in modo che la sua presa si allentasse appena. Volle approfittare di quell’attimo ma lei fu più rapida e, non appena si videro in lontananza le brillanti sirene di un'autopattuglia avanzare nella loro direzione, con le mani sudicie affondò nella spalla di Troy quello che gli sembrò un artiglio.  << Così che questa volta non venga dimenticata. >> sussurrò al suo orecchio tagliando la carne di lui che urlava per il dolore. << La prossima volta morirai. >>

La polizia arrivò di corsa illuminando la scena con i fari dell’auto e questi misero in fuga la ragazza verso il bosco.

<< Razza di idiota!>> sbraitò un agente scendendo dalla vettura. << Adesso ti metti a fare risse?! Chi era quello?!>>

<< Ricky, sei tu… >>

<< Tutto il quartiere si sta lamentando del fracasso! Che razza di scherzi sono questi?! Adesso ti porto in centrale! >> l’uomo fece per issarlo dall’asfalto per il braccio e subito si rese conto del sangue che sgorgava. << Ma sei ferito…>> 

Troy guardò la sua spalla sinistra intrisa di sangue e a quella visione cominciò a gridare e ad agitarsi, tanto che per caricarlo in auto fu necessario l’intervento di altri due agenti.



Fu portato in centrale dove medicarono la ferita dalla forma insolita: era un cerchio molto vasto con al centro una grande X. Medicato e tranquillizzato, il ragazzo fu sottoposto da Moore stesso ad un interrogatorio al quale però non seppe rispondere concretamente. << Cerca di esser d’aiuto, ragazzino. >> disse sospirante accendendosi una sigaretta. Passarono pochi minuti in silenzio nella stanza dei colloqui ormai piena di fumo, così l’agente provò a dialogare un po’ << E quindi hai la fobia del sangue, eh? Non l’avrei mai detto.>>  silenzio. << Hai preso le tue medicine? >> ancora silenzio.

<< Mi vuoi arrestare?>>  chiese con un filo di voce Troy.

<< Preferirei di no. Qui abbiamo già le nostre rogne e non vorrei mi accollassero anche te oltre ai lavori extra che mi fanno fare.>> 

<< Allora posso andare?>>

Rick batté la mano sul tavolo innervosito. << Hai fatto a botte con quella che tu dici essere una ragazzina mascherata che ti ha marchiato come un animale e vuoi che ti lasci così?! Ammettilo, sei nei casini con qualche gang del posto.>>

<< No. Vorrei solo riposare.>> l’agente guardò il ragazzo dallo sguardo spento seduto avanti a lui e non riuscì ad insistere oltre. 

<< Va bene, per oggi vai a casa ma domani non voglio sentire storie.>> 

Il ragazzo per tornare a casa ripercorse la via dove pocanzi fu aggredito. L’intero quartiere era zeppo di poliziotti, probabilmente alla ricerca di tipa con la felpa bianca e molti lo guardarono con sospetto, ma lui si limitò ad ignorare quegli sguardi e, col viso rivolto altrove, scorse vicino un bidone dell’immondizia la sua maschera antigas che furtivamente riuscì a recuperare senza esser notato. Dopodiché si affrettò verso casa; presto sarebbe sorta l’alba e lui non voleva vedere il sole.


Il giorno seguente Rick non si fece vivo alla sua porta, probabilmente aveva altro da fare o forse era riuscito a risolvere la faccenda per conto suo, ma in fondo non aveva importanza. Mancavano poche ore al tramonto e la notte precedente Troy non fece che pensare alle parole di quella ragazza che riuscirono a far riaffiorare in lui pochi annebbiati ricordi. << Però non riesco a ricordare il suo nome… >> mormorò rivolgendosi ad una lampada spenta ed impolverata. Quel pomeriggio non dormì e non prese neppure le medicine, quindi sentirlo parlare con oggetti inanimati come se fossero persone non era affatto strano, anzi, si poteva definire una cosa di routine. Lo squilibrio corrodeva il suo cervello. << Eppure sai? Io so di conoscerla e voglio incontrarla ancora... per darle una bella lezione.>> disse all’oggetto sghignazzando in modo inquietante quando lo schermo del computer avanti a lui cominciò a mal funzionare e l’immagine lasciò il posto a disturbi seguiti da forti rumori elettrici. Troy traballò spaventato sulla sedia finendo a terra, voci assordanti cominciarono a invadergli la testa senza alcun preavviso e dolori insopportabili preannunciavano l’ennesima crisi, tutto accompagnato dalla luce del desktop che lampeggiava come se avanti si stesse movendo qualcosa. Aguzzò lo sguardo ed ebbe l’impressione di vedere enormi tentacoli neri volteggiare per la stanza mettendola a soqquadro; un'allucinazione terrificante. Per la rapidità degli eventi che distrussero la quiete, la confusione e la sofferenza, il ragazzo cominciò a strillare disperato con tutto il fiato che aveva fino al momento in cui qualcuno bussò alla porta e tutto tacque, ogni cosa era al suo posto.

Rimase un po’ al suolo, cercando di realizzare cosa fosse appena successo senza smetter però di contorcersi col fiato rotto da qualche verso terrorizzato.

<< Troy, apri! Sono io, Moore! Cosa sono queste urla?! >> fece preoccupato l’agente fuori la porta di casa. Il ragazzo provò a raggiungere l’ingresso a fatica e una volta arrivato girò la chiave già nella serratura per non lasciar entrare l’uomo.

<< Vattene via!>> sbraitò con voce disfatta e spaventata, ma Rick non si arrese e cominciò a forzare la grande porta di legno.

<< Non dire stronzate! Cosa sta succedendo lì dentro?!>>

<< T’ho detto di andare via!>> debole e in chiaro stato confusionale, Troy diede un pugno alla porta sufficientemente forte da cadere al suolo dove, accovacciato e singhiozzante, cominciò ad oscillare con la testa tra le mani, mentre al di là della porta l’agente parve fermarsi.

In quel momento subentrò un inquietante silenzio in cui rumoreggiava unicamente la paura di Troy, poi Rick parlò << Io un tempo avevo una splendida moglie, italiana,  capelli ricci castani e occhi sorridenti e limpidi. Si chiamava Cristina… >> si appoggiò alla porta, scivolando a sedere con le spalle appoggiate ad essa, continuando nel suo racconto << I dottori dissero che lei non poteva avere figli, ma ci amavamo molto e decidemmo ugualmente di sposarci. Quella consapevolezza la rattristava, eppure poco tempo dopo scoprimmo che era incinta di un maschietto. Lo ricordo come il momento più bello della mia vita, era un sogno che si realizzava e aspettammo con impazienza che i mesi passassero.>>  Troy, ancora in preda alle convulsioni si avvicinò all’ingresso per ascoltare meglio le parole che i suoi gemiti di dolore non coprissero; quell’uomo non gli aveva mai parlato di sé. << Al sesto mese, però, le acque le si ruppero inaspettatamente e corremmo in ospedale dove i medici la sottoposero ad un parto d’emergenza, temevo per la sua vita e per quella della nostra creatura. Non… non me ne intendo di queste cose da donna ma immaginavo che tre mesi di anticipo fossero un po’ troppi, eppure lei ce la fece. Il nostro bambino fu messo in incubatrice per diverso tempo, ma pareva esser sano anche se prematuro. Soltanto quando furono dimessi, però, riuscimmo a tirar un respiro di sollievo e a sentirci finalmente una famiglia. Salimmo in auto con nostro figlio e ci dirigemmo verso casa. Quei giorni la strada principale era interrotta per non so quale motivo e fummo costretti ad imboccare quella nei pressi del bosco. Dio, se solo non l’avessimo fatto…>> Al di là della porta, Troy sentì il respiro di Moore accelerare, come se stesse cercando di reprimere lacrime o rabbia. Fece poi un colpo di tosse e riprese << Qualcosa di davvero enorme, che non riesco a descrivere, si parò avanti e ci fece finire fuori strada, l’auto si rovesciò ed io persi i sensi. Quando riaprii gli occhi mi stavano trasportando in un’autoambulanza dove venni a sapere che mia moglie era morta e che di mio figlio si erano perse le tracce. Furono fatte delle misere indagini che non portarono a nulla e presto la storia venne dimenticata. Ero distrutto, in un attimo la famiglia felice che stavo costruendo mi fu strappata via inspiegabilmente e fui costretto ad accettare la cosa senza neppure sapere dove fosse finito mio figlio… >> una breve pausa. << Oggi avrebbe la tua stessa età e probabilmente è per questo che mi fa rabbia il pensiero che tu faccia cazzate!>> 

Troy sgranò gli occhi e si calmò improvvisamente; percepiva nell’aria una strana sensazione, simile a quella che provò innanzi all’incappucciata della notte precedente e come se alcune cose del suo passato tornarono alla mente. Corse al piano di sopra e, incurante dell’agente fuori la porta, scavò nella montagna di vestiti gettati su una sedia e prese una giacchetta con cappuccio di una stoffa blu, la indossò sopra ad un maglione nero ed una felpa color verde acceso; se come aveva detto quella tizia lui non era in grado di localizzarla telepaticamente, allora avrebbe fatto in modo di esser ben visibile al buio per attirarla a sé dato che, come suggeriva la sua sensazione, era nei paraggi. Mise la maschera antigas sul viso e caricò lo zaino di tutte le armi che gli capitarono a tiro, per poi uscire dalla porta che dava sul retro. Corse fino a raggiungere le prossimità del bosco dove, con non troppa sorpresa, trovò la ragazza a sbarrargli la strada. << Non così in fretta. >>

Troy impugnò una pistola e glie la puntò contro. << Tu sei Kate!>>

<< Oh? Ti è per caso tornata la memoria? >>

<< Ricordo che tu fingesti di essere mia amica, nel bosco, per poi allearti con Lui quando mi punì e persi la memoria!>>

La mascherata sussultò appena. << Noi non siamo mai stati amici, non ci possiamo permettere una cosa del genere. Noi siamo suoi servi, ubbidirgli è l’unica cosa che possiamo fare e tu facesti di testa tua uccidendo uno di noi senza permesso, hai pagato allora per questo e ora con la morte.>>

<< Ciò che dici non mi importa! >> fece Troy avanzando con l’arma avanti a sé. <<Tu hai accettato di essere questo?  Di essere una serva in preda alla follia?! Sei felice di aver abbandonato la tua vecchia vita per Lui?!>>

<< Tu invece dovresti essergli grato dato che ti portò via da quell’orfanotrofio. >> rispondendo, Kate balzò per schivare i colpi che istintivamente il ragazzo le sparò. << Cosa c’è, Troy? Ho forse toccato un tasto dolente?>>

<< S-Sta zitta! Io non ho questo genere di ricordi!>> 

<< Accettalo! Tu hai vissuto al suo fianco proprio come me e gli altri, lo hai servito ed hai giustiziato i traditori a suo nome!>> La ragazza gli caricò contro e iniziò a spingerlo tra la fitta vegetazione fino a quando non lo mise spalle contro una corteccia. << Eri quello con la mente più fragile di tutti noi e quindi fu fin troppo facile per Lui tramutarti nel suo fedele cagnolino scodinzolante! >>

<< Smettila! >>

<< Il marchio che ti ho fatto sulla spalla lo hai riconosciuto, vero? Sei un suo schiavo e non protrai opporti al suo volere, nessuno può! Neppure quell’agente! >>

Lui sotto la maschera trasalì udendo quell’affermazione. << Ricky… ?>>

<< Chi credi sia stato a rovinargli la vita se non Lui? >> Troy, accecato dalla rabbia, la spinse via ed estrasse dalla tasca laterale della cartella un coltello da caccia con il quale riuscì a colpire il fianco della ragazza.

<< M-Maledetto! >> a mani nude, Kate attaccò il ragazzo che finalmente sembrò tenerle testa.

<< Se hai deciso di restare con Lui allora ti ucciderò ed ucciderò tutti quelli che proprio come te gli ubbidiscono!>> 

<< Tu che hai sempre punito i traditori, adesso sei uno di loro ed è per questo che meriti la morte! >> Tra loro iniziò un violento scontro in cui entrambi si ferirono brutalmente ed il sangue che sgorgava dalle loro ferite fu ignorato completamente dal ragazzo che fin da bambino ne aveva il terrore. Le diede un calcio alle gambe, impedendole così di continuare a balzare ovunque e con gran rapidità le si gettò addosso pronto a pugnalarla, ma la sua attenzione fu rapita dal suono di più spari che echeggiarono per il bosco. 

Non seppe spiegarsi il perché ma subito pensò all’agente Moore ed istintivamente abbandonò la lotta per recarsi nella direzione in cui il suono proveniva; non si preoccupò di coprirsi le spalle dall’avversaria e corse cercando di ignorare il dolore dei colpi incassati e che soltanto ora si palesava fino al momento in cui, sotto la maschera, il respiro cominciò  a farsi pesante. Non era ben sicuro del fatto che Kate lo stesse inseguendo o meno ma ogni cosa perse importanza quando si ritrovò innanzi a ciò che più temeva: Rick era disteso col viso rivolto verso il suolo, con la camicia bucata ed impregnata di sangue, come se qualcosa gli avesse trapassato la pancia. Troy fece per avvicinarsi incredulo a quello che sperò non fosse un cadavere ma inaspettatamente l’agente gli diresse la pistola, richiamando a se le ultime energie rimaste << Fai un altro passo e ti ammazzo!>> affermò con voce sofferente, ed il ragazzo ubbidì; era chiaro che non l’avesse riconosciuto dato il viso coperto. Restò ad osservare l’uomo che non smise per un solo istante di puntargli l’arma, chiedendosi che diavolo ci facesse in quel posto, ma il silenzio fu distrutto dal fracasso generato dalla corsa dell’incappucciata che finalmente raggiunse Troy. Ella balzò e, ancor prima che lui riuscisse a colpirla, si sedette sulla schiena dell’agente ancora disteso per terra << Ti sei distratto. Dovevi finirmi quando ne hai avuto l’occasione. >> disse afferrando per i capelli la sua nuova preda. << Ti sei intromesso nello scontro sbagliato, Lui non ne sarà contento ma ora che siamo qui finisco io il suo lavoro! >> 

Troy non fece in tempo a pronunciare una sola parola prima che Kate afferrasse per la mascella il povero Rick e con un rude gesto gli spezzasse il collo. << Poveraccio, accorgendosi che non eri più in casa sarà venuto a cercarti ed è morto senza neppure sapere chi sei in realtà. >> ma lui ignorò quelle parole. Il suono delle vertebre rotte e il viso ricoperto di morte dell’unica persona per cui provasse affetto in questo dannato mondo, furono benzina sulle fiamme che già da tempo corrodevano il cervello. 

<< Ti faccio a pezzi, bastarda! >>  Troy scaraventò via lo zaino e sfilò una pistola tascabile dal retro dei jeans cominciando a scaricare numerose pallottole contro la ragazza che a fatica riuscì a schivare. << Tutta questa rabbia mi ricorda il vecchio te, quando ammazzavi senza pietà! >>

<< Sta zitta! Sta zitta! Sta zitta!>> arrivò a colpirla alla spalla, riuscendo finalmente a fermarla e a raggiungerla. L’afferrò per il collo, sbattendola contro ad una corteccia e senza alcuna pietà le sparò dritto allo stomaco facendola urlare di dolore e solo quando tutto parve finire, il ragazzo percepì una lancinante fitta alla schiena; Kate approfittò della vicinanza per pugnalarlo col coltello usato nel precedente scontro.

<< Credevi davvero che mi facessi colpire così facilmente, Troy? >>

Lui lasciò cadere la pistola e barcollò per qualche passo prima di crollare al suolo incredulo e privo di forze, con la maschera antigas inondata del suo stesso sangue.

<< Povero ingenuo. Tante moine per la morte di un poliziotto… >> beffeggiò Kate stremata e malridotta. <<Lascerò che sia il tempo ad ucciderti. Una morte lenta e dolorosa è quella che ti meriti.>> Furono le ultime parole che pronunciò prima di svanire zoppicante tra gli alberi e l’oscurità, abbandonando Troy al dissanguamento. Eppure in quell’istante lui si sentì stranamente bene; il vuoto nella sua mente si sovrapponeva alle voci che di continuo lo tormentavano da una vita e finalmente quest’ultima stava lasciato il posto alla morte.

Tese la mano cercando di sfiorare quella di Rick esanime ma il braccio cadde pesante e l’oblio arrivò, separandoli per sempre di qualche centimetro.





I raggi del sole erano come vetro sulla pelle e bastarono a costringere i suoi occhi ad aprirsi. Si credette morto, sprofondato finalmente all’inferno ma il dolore che provava era fin troppo reale e la chiazza di sangue secco innanzi a lui, dove era convito vi fosse il corpo dell’agente, erano un chiaro promemoria di ciò che successe.

Non riuscì a realizzare; il cadavere di Rick fu portato via, mentre lui lasciato lì, perché? 

Il pensiero subito raggiunse Lui, cogliendo quella come una chiara provocazione e poi le voci, le voci e i rumori assordanti nella sua testa che tornarono più forti di prima. Non era finita, tutto era uguale, immutato, ma adesso l’agente Moore era morto, scomparso per sempre e lui era rimasto solo.

Ricoperto di sangue si issò dal fogliame afferrando la pistola poco distante, la stessa con la quale era certo di aver colpito la ragazza mascherata e che nessuno si prese la briga di portare con sé nel momento in cui si sbarazzarono di Rick.

Troy si tolse la maschera ancora sul suo viso macchiato ancora di sangue e, con lo sguardo vuoto, si puntò alla tempia la fredda arma. Svuotato d’ogni emozione, col corpo distrutto e con la consapevolezza di non avere più nulla da perdere premette il grilletto, ma nessuna pallottola fuoriuscì dalla canna.

Il silenzio che venne a seguire fu rotto da una macabra e sguaiata risata; gettò la pistola con rabbia in preda ad una malsana follia << Mi ha pugnalato in una zona non vitale ed ha rimosso tutti i colpi dal caricatore temendo il mio suicidio, figlia di puttana! Mi ha risparmiato la vita! >> sbraitò riferendosi a Kate senza fermare quell’inquietante riso. 

Realizzando con disgusto di esser sopravvissuto per un capriccio altrui, cominciò ad avanzare mosso dalla sola rabbia; quella ragazzina recitava tutto il tempo per salvarlo e per questo lui provava odio. Un odio rivolto ai deboli, a chi non riusciva ad opporsi a quel controllo, ai succubi che udivano la voce di quel mostro, proprio come lui e in quel momento decise di dare un senso alla sua “nuova vita”, intraprendendo una via sanguinosa, fatta di vendetta e speranza per le povere anime vittime dell’insania. 


<< Vi libererò… con la morte.>>

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