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Signore, io ho ucciso una persona. Con queste mie stesse mani, ho ucciso una persona molto importante per me. Forse l’unica. E vengo qui, nella Tua casa, a parlarTi. Sono stata più volte chiamata a passarmi una mano sulla coscienza, a dar conto della mia vita davanti a Te; ma, come ben saprai, è sin da quando ero bambina che ho avuto una spaventosa propensione alla codardia. Sono sempre stata sola, chiunque mi si avvicinasse mi sembrava spaventoso. Tutti mi sembravano dei mostri, delle creature immonde il cui unico scopo era danneggiarmi, mi ritraevo dalla luce del sole senza pensarci due volte. Ero troppo “Diversa” da loro, o, per lo meno, era così che mi sentivo. Ogni cosa si presentava su piani opposti: il mondo così come lo concepivo io, e il mondo com’era visto dagli altri; i sentimenti che provavo io, e quelli che provavano gli altri. Nulla coincideva. La paura che gli altri avevano del “Diverso” era per me insopportabile. Non perché io stessa avessi quello stesso timore, ma perché avevo provato sulla pelle che quel sentimento portava alla “Repulsione”, e quindi alla “Solitudine”. Io la “Solitudine” l’ho sempre temuta come un cancro. Sebbene abbia vissuto crogiolandomi in essa, ha sempre avuto su di me l’effetto che ha il nominare il demonio davanti ad un devoto. Mi spaventava, eppure mi attraeva inconsapevolmente con una forza tremenda alla quale non potevo oppormi. Non riuscivo neppure a parlare normalmente con le persone, figuriamoci combattere la Solitudine a cosa avrebbe potuto portarmi. No, probabilmente sarei rimasta ancora più sola. I dottoroni chiamavano “Ansia sociale” quel “Muro” che la Solitudine ergeva giorno per giorno tra me e il “Mondo Esterno”. Il punto, forse, era che non mi avevano mai insegnato a dire parole che potessero compiacere gli altri. Pensando a quanto sarebbe stato bello poter diventare invisibile, ho sempre tenuto la bocca chiusa, facendomi passare anche per un soggetto pericoloso. Ma, nonostante questo, lei mi si è avvicinata. Era bella, lei, sì, bella e gentile. Aveva un sorriso che avrebbe illuminato la notte. Era un angelo sceso in terra, e come ad una visione divina reagii io. Quando per la prima volta mi parlò, rimasi estremamente scossa; ma lei, mano divina, sopportò pazientemente, e lentamente riuscì a farmi uscire dal guscio in cui mi sentivo intrappolata. Per la prima volta in vita mia, capii cosa volesse dire respirare, respirare aria vera, vivere. Nel corso di quell’amicizia nata per caso – o per fatalità, o per volere tuo, io non saprei dirlo -, lei mi ha insegnato molte cose. “Essere diversi” significa avere una “Personalità” che gli “Altri” sono tenuti ad “Accettare” senza fare sforzi sovrumani per manipolarla e plasmarla a proprio piacimento; l’importante non è quindi “Essere uguali”, ma “Capirsi”. Capirsi ed amarsi. Lei mi insegnò l’amore. Me lo insegnò come mai nessuno avrebbe potuto insegnarmelo. Ad un tratto, come un fulmine a ciel sereno, però, diventammo “Troppo diverse”. Mi sentii soffocare dentro all’improvviso. Come se da un momento all’altro avessi dovuto incominciare a bruciare dall’interno. Mi resi conto di amarla, sì, ma non del suo stesso amore, se mai lei mi avesse amata. Il mio amore era diverso, era irrequieto e devastante, mi serpeggiava dentro come una malattia, un fuoco sottile sotto la pelle. Mi faceva sentire come se stessi per morire. Osservando ed apprendendo ancora, venni a conoscenza di qualcosa che non avrei mai dovuto sapere. La lussuria mi stava consumando l’anima, io la desideravo. Conobbi il “Dolore”. La “Amavo”così tanto da sentirmi irrimediabilmente impotente di fronte a lei e al sentimento che mi suscitava. Non doveva essere così, io lo sapevo. Disperata, le confessai con violenza i miei sentimenti, anche se non avrei mai dovuto azzardarmi. Avrei dovuto continuare a tacere. Non era forse l’invisibilità ciò che desideravo più di ogni altra cosa? Come temevo, venni “Respinta”. Una “Differenza” così grande, non poteva essere “Capita” neppure da lei. Non potevo essere felice.

Ciò che venne dopo la confessione, vorrei ricordarlo meglio. Ricordo che lei fuggì, addolorata, senza più voltarsi. Io non potei fare altro che inseguirla. Come il cacciatore insegue la preda, io mi gettai disperata al seguito di lei; era droga, era dipendenza, era disperazione. Non era umano che chi dalla disperazione mi aveva salvata, mi ci gettasse nuovamente. Volevo forse porre rimedio a tutto questo. Volevo lei. Si fermò soltanto un attimo, e quell’attimo le fu fatale. Cademmo intrecciate sul pavimento di pietra. Facemmo l’amore con rabbia, maledicendoci a vicenda. La strinsi troppo forte. La strinsi “Diversamente”, avvolgendole le dita intorno al collo finché non smise di piangere. Signore, perché hai permesso che una tua creatura si riducesse così? Forse mi rendo conto di non essere qui per farmi perdonare da Te. Forse sono qui, a confessare i miei peccati più grandi, perché sono tutto ciò che ancora mi legano a lei. Sono tutto ciò che ancora la tengono qui con me. Sono tutto ciò che un poco leniscono la mia solitudine. Non voglio il Tuo perdono. Voglio tornare da lei. E se per tornarci dovrò tradirTi, mi dispiace.


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