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“Guardami”

Alice aprì gli occhi.

Non era la prima volta che sognava quella voce. La settimana prima si era svegliata nel cuore della notte credendo di aver udito una canzone leggera, una sorta di eco lontana, tanto dolce quanto incomprensibile. Aveva pensato ad una ninna nanna, cantata da qualche vicina di casa per tranquillizzare un neonato agitato.

Stavolta era stato diverso. 

Alice si portò le mani alle orecchie, quasi a voler scacciare quel sussurro dai suoi timpani, dimenticarlo, riaddormentarsi. Riappoggiò il capo al cuscino, abbandonandosi al torpore.

Al suo risveglio, la voce che l’aveva destata quella notte non era che un ricordo sfumato, che Alice, presa dalle incombenze quotidiane, presto dimenticò.

La giornata al lavoro passò in un baleno. La sua direttrice, come sempre nei periodi di scadenze urgenti, aveva chiesto a tutto il team di trattenersi in ufficio qualche ora in più, offrendosi di pagare la cena per tutti. 

Erano già le dieci passate quando Alice tornò a casa, gli occhi stanchi e i piedi indolenziti.

Dopo una doccia veloce, era già sotto le coperte, e dopo pochi minuti si era già assopita.

Stava ormai dormendo da qualche ora, quando una fitta lancinante al ventre le tolse il respiro.

Alice si svegliò di colpo, grugnendo dal dolore. Si massaggiò l’addome, cercando di rilassarsi, ma dopo pochi secondi una nuova contrazione la fece sussultare nuovamente. Lasciò passare alcuni minuti, ma gli spasmi non accennavano a diminuire. Tremando e sudando, Alice si costrinse ad alzarsi e a dirigersi verso la cucina, con l’intenzione di prepararsi la boule dell’acqua calda.

Appena fatti pochi passi, però, il dolore si dissolse di colpo.

Stupita e sollevata, Alice diede la colpa alla cena della sera prima e, spossata dalle fitte, si riappisolò.

“Alzati!”

Alice urlò dal dolore, svegliandosi di colpo. Le membra le si stavano torcendo in modo innaturale.

Si portò le mani al ventre, lacrimando.

“Alzati, ho detto!”

Di nuovo quella voce.

“Chi c’è?” chiese Alice, tremando.

Una nuova contrazione la fece gemere ancora.

“In piedi!”

Alice si guardò attorno, non c’era nessuno. L’addome continuava a pulsare.

“Cosa vuoi da me?”

“Alzati. Subito.”

Rabbrividendo, Alice si alzò. 

“Guardami”

Alice si guardò intorno, la camera rischiarata dalla luce della luna non mostrava la presenza di nessun altro a parte lei.

“Dove sei? Chi sei?”

“Cercami”

Rabbrividendo, Alice accese la luce. Guardò dentro all’armadio, sotto al letto. Niente, in camera sua non c’era nessuno.

Una risata metallica la fece voltare di colpo.

Incrociò i propri occhi nello specchio davanti a lei. 

Si vide sorridere, con un coltello in mano. La camicia da notte macchiata di sangue.

Si guardò il ventre e le mani, erano pulite, cosa stava succedendo?

Il suo riflesso le sorrise di nuovo.

“Non puoi vivere se io muoio.”

La sua immagine la guardò ghignando e, di colpo, si piantò il coltello nel ventre.

Il dolore fu atroce.

Poi, il buio.


La mattina dopo, la polizia, allertata dai colleghi di Alice, che non si era presentata a lavoro e non aveva risposto alle telefonate, trovò il suo corpo privo di vita riverso sul pavimento della camera da letto.

Non vi erano segni di effrazione o di violenza, tutti pensarono ad un suicidio. Il medico legale venne incaricato di cercare tracce di farmaci o droghe nel sangue.


“Allora, dottore, come lo spiega il decesso di quella giovane donna?”

“Non me lo spiego, caro collega. Le analisi del sangue non hanno rilevato nulla di sospetto… al momento l’ipotesi più credibile sembra quella di un attacco cardiaco, anche se ad un’età così giovane e senza precedenti in famiglia, a me sembra una teoria poco probabile… poverina, morire così, nel fiore degli anni. Ma dopotutto, meglio che sia successo ora, piuttosto che tra qualche mese. Ancora non lo sapeva.”

“Non sapeva… cosa?”

“Ah, mi scusi… pensavo ne avesse già parlato con gli infermieri. La poveretta era incinta.”

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